di Park Chan-Wook.
con: Lee Byung-Hun, So Yejin, Lee Sung-Min,
Park Hee-soon, Cha Seung-Won, Kim Woo Seung, So Yul Choi, Hwang Kyu Chan, Bae Kiebum, Hiram Piskitel.Corea del Sud 2025
La forza del cinema di Park Chan-Wook forse è insita nella sua eterogeneità. Un cinema che ha come costante una ricercatezza formale che non scade mai nel tronfio, che riesce sempre ad ammaliare prima ancora che a sconvolgere, pur raccontando storie sempre diverse, talvolta anche tematicamente.
No Other Choice rappresenta in parte un'eccezione, configurandosi come una commedia nerissima dalla veste sfavillante, nella quale il cineasta sudcoreano ritorna ad un tema da lui già trattato, ossia l'iniquità del sistema capitalistico, che già aveva sviscerato in Mr. Vendetta. La base è il romanzo The Ax di Donald E. Westlake, che Park adatta con l'aiuto, tra gli altri, di quel Don McKellar già collaboratore di David Cronenberg e che già Costa-Gavras aveva portato su grande schermo nel 2005 con Cacciatore di Teste, tanto che questo nuovo adattamento gli è dedicato. E nel rielaborare le pagine di Westlake, Park crea un ritratto fosco e impietoso dei meccanismi di un sistema produttivo dove gli individui non contano nulla.
Corea del Sud. Man-Soo (Lee Byung-Hun) lavora da una ventina d'anni in un'azienda cartiera ed è riuscito a raggiungere una completa forma di benessere materiale e affettiva. A causa di una ristrutturazione aziendale, perde di punto in bianco il lavoro e passa quasi due anni senza riuscire a trovare un'occupazione soddisfacente. Deciso a tutti i costi a trovare un'occupazione che sia pari a quella che aveva, elabora un piano diabolico: uccidere tutti i potenziali candidati al posto al quale ambisce.
Il capitalismo è costruito su di un meccanismo che sfrutta e distrugge i lavoratori. Una dinamica risaputa, ma che qui viene declinata con la giusta dose di originalità e cattiveria.
Perché Man-Soo è al contempo vittima e carnefice, non solo letterale, schiavo di un sistema e di uno stile di vita al quale non riesce a rinunciare, al quale il divo Lee Byung-Hun dona la giusta dose di malizia e vulnerabilità.
Il capitalismo vive prosciugando il lavoratore, drenando ogni sua forza per autosostenersi. La modernizzazione dell'industria, in questo caso quella cartiera, porta alla superficialità del fattore umano. Nel meccanismo produttivo, non contano le persone, contano solo il prodotto e l'economicità del processo. E in questo Park crea un finale profetico e inquietante, nel quale tutti i lavoratori vengono sostituiti dalle macchine e dove solo pochissimi sono effettivamente necessari al mantenimento del meccanismo, essere umani non superflui in un sistema che si autoalimenta per il benessere di pochissimi.
L'alienazione del lavoratore è però solo una parte dell'affresco. Perché No Other Choice è figlio di una società, quella sudcoreana, che più di ogni altra ha visto una crescita economica vertiginosa negli ultimi trent'anni. Il che, a differenza di quanto acaduto in Cina, ha portato alla creazione di una classe media che ha sperimentato una forma di benessere mai vista in precedenza. Ed su questo piano che l'autore tira la sferzata più dolorosa: il vero nemico del lavoratore è il lavoratore stesso.
Man-Soo non riesce a concepire un posto di lavoro che sia diverso da quello che ha sempre occupato. La sua alienazione deriva dalla sua incapacità di adattamento, di far fronte alle avversità rinunciando ad una parte di ciò che ha guadagnato. Si potrebbe quindi pensare a No Other Choice come ad una riflessione sull'incapacità del singolo di adattarsi, ma si sarebbe in errore.
La risposta al quesito se il lavoratore debba necessariamente adattarsi alle circostanze è insista nel titolo del film, espressione ricorrente per tutto il racconto: non c'è altra scelta, la perdita di ciò che si ottiene è una circostanza non estemporanea, ma del tutto connaturata al meccanismo capitalista. In una società che ha fatto della produttività il suo imperativo, il singolo è chiamato a non attaccarsi a nulla, a non avere aspettative, a vivere necessariamente alla giornata perché parte di un meccanismo più grande che premia solo chi sta in vetta, mai davvero chi svolge manualmente il lavoro e nel quale tutti sono chiamati a competere per sopravvivere.
La discrasia tra aspirazioni e realtà porta all'alienazione, anzi ad una vera e propria forma di pazzia, la quale porta a dubitare anche della stabilità negli affetti. In un sistema dove chiunque è sostituibile, persino da una macchina, il valore individuale non esiste, per questo, per sopravvivere, bisognerebbe abbassare sempre di più le proprie aspettative. Ma chiedere di rinunciare a tutto quello che si è guadagnato pur di sopravvivere è, appunto, alienante. Il punto non è che questa forma di gioco a ribasso sia sbagliata, il punto è che essa è parte integrante del sistema produttivo. Ossia che, letteralmente, non c'è altra scelta.
L'alienazione, la pazzia e la rivalità tra nuovi poveri sono così inevitabili. Alla fine si salva solo chi lotta con le unghie e con i denti, chi elimina letteralmente la concorrenza, chi perde sé stesso pur di continuare a sopravvivere. Ma questa concorrenza non è formata che da altri soggetti del tutto uguali tra loro: il primo rivale, Bummo, non è altri che una versione più anziana e disperata di Man-Soo, così come il coetaneo Go Si-Jo altri non è se non un doppio anch'egli disperato. L'unico rivale a meritare tale nome è il viveur Namgu, un viscido che ha saputo piegarsi al sistema tramite la reverenza e, forse, ha persino truffato il prossimo per soddisfare il proprio edonismo, rappresentando il frutto più marcio del sistema; laddove Man-Su e i suoi doppi non sono che vittime, Namgu è colpevole quanto gli alti papaveri che decidono di tagliare teste a destra e a manca pur di aumentare il proprio margine di profitto.
Per raccontare la tragedia di Man-Soo, Park Chan-Wook predilige il registro grottesco, trasformando la sua storia in una vera e propria tragedia di un uomo ridicolo. La cattiveria dell'assunto viene sviluppata virando ogni situazione verso il grottesco, il quale raggiunge l'apice nella scena dell'omicidio di Gummo, vero e proprio saggio di cinema para-demenziale. Un registro che non stempera la ferocia di storia e assunto, i quali, anzi, vengono amplificati e il racconto diviene una maschera deformata della realtà dall'inusitata carica espressiva.
La messa in scena è come sempre esemplare. La regia sperimenta con i campi lunghi che spezzano l'inquadratura in più luoghi, ricercando soluzioni sempre spettacolari. E il virtuosismo, pur se talvolta insistito, non risulta mai spocchioso, la regia non scade mai nel gratuitamente compiaciuto pur osando con movimenti di macchina azzardati e inquadrature che ricercano sempre la soluzione più spettacolare, in un trionfo di equilibrio che ha semplicemente del miracoloso.












