mercoledì 7 gennaio 2026

No Other Choice- Non c'è altra scelta

Eojjeolsuga eobsda

di Park Chan-Wook.

con: Lee Byung-Hun, So Yejin, Lee Sung-Min, 
Park Hee-soon, Cha  Seung-Won, Kim Woo Seung, So Yul Choi, Hwang Kyu Chan, Bae Kiebum, Hiram Piskitel.

Corea del Sud 2025













La forza del cinema di Park Chan-Wook forse è insita nella sua eterogeneità. Un cinema che ha come costante una ricercatezza formale che non scade mai nel tronfio, che riesce sempre ad ammaliare prima ancora che a sconvolgere, pur raccontando storie sempre diverse, talvolta anche tematicamente.
No Other Choice rappresenta in parte un'eccezione, configurandosi come una commedia nerissima dalla veste sfavillante, nella quale il cineasta sudcoreano ritorna ad un tema da lui già trattato, ossia l'iniquità del sistema capitalistico, che già aveva sviscerato in Mr. Vendetta. La base è il romanzo The Ax di Donald E. Westlake, che Park adatta con l'aiuto, tra gli altri, di quel Don McKellar già collaboratore di David Cronenberg e che già Costa-Gavras aveva portato su grande schermo nel 2005 con Cacciatore di Teste, tanto che questo nuovo adattamento gli è dedicato. E nel rielaborare le pagine di Westlake, Park crea un ritratto fosco e impietoso dei meccanismi di un sistema produttivo dove gli individui non contano nulla.



Corea del Sud. Man-Soo (Lee Byung-Hun) lavora da una ventina d'anni in un'azienda cartiera ed è riuscito a raggiungere una completa forma di benessere materiale e affettiva. A causa di una ristrutturazione aziendale, perde di punto in bianco il lavoro e passa quasi due anni senza riuscire a trovare un'occupazione soddisfacente. Deciso a tutti i costi a trovare un'occupazione che sia pari a quella che aveva, elabora un piano diabolico: uccidere tutti i potenziali candidati al posto al quale ambisce.




Il capitalismo è costruito su di un meccanismo che sfrutta e distrugge i lavoratori. Una dinamica risaputa, ma che qui viene declinata con la giusta dose di originalità e cattiveria.
Perché Man-Soo è al contempo vittima e carnefice, non solo letterale, schiavo di un sistema e di uno stile di vita al quale non riesce a rinunciare, al quale il divo Lee Byung-Hun dona la giusta dose di malizia e vulnerabilità.
Il capitalismo vive prosciugando il lavoratore, drenando ogni sua forza per autosostenersi. La modernizzazione dell'industria, in questo caso quella cartiera, porta alla superficialità del fattore umano. Nel meccanismo produttivo, non contano le persone, contano solo il prodotto e l'economicità del processo. E in questo Park crea un finale profetico e inquietante, nel quale tutti i lavoratori vengono sostituiti dalle macchine e dove solo pochissimi sono effettivamente necessari al mantenimento del meccanismo, essere umani non superflui in un sistema che si autoalimenta per il benessere di pochissimi.




L'alienazione del lavoratore è però solo una parte dell'affresco. Perché No Other Choice è figlio di una società, quella sudcoreana, che più di ogni altra ha visto una crescita economica vertiginosa negli ultimi trent'anni. Il che, a differenza di quanto acaduto in Cina, ha portato alla creazione di una classe media che ha sperimentato una forma di benessere mai vista in precedenza. Ed su questo piano che l'autore tira la sferzata più dolorosa: il vero nemico del lavoratore è il lavoratore stesso.
Man-Soo non riesce a concepire un posto di lavoro che sia diverso da quello che ha sempre occupato. La sua alienazione deriva dalla sua incapacità di adattamento, di far fronte alle avversità rinunciando ad una parte di ciò che ha guadagnato. Si potrebbe quindi pensare a No Other Choice come ad una riflessione sull'incapacità del singolo di adattarsi, ma si sarebbe in errore.
La risposta al quesito se il lavoratore debba necessariamente adattarsi alle circostanze è insista nel titolo del film, espressione ricorrente per tutto il racconto: non c'è altra scelta, la perdita di ciò che si ottiene è una circostanza non estemporanea, ma del tutto connaturata al meccanismo capitalista. In una società che ha fatto della produttività il suo imperativo, il singolo è chiamato a non attaccarsi a nulla, a non avere aspettative, a vivere necessariamente alla giornata perché parte di un meccanismo più grande che premia solo chi sta in vetta, mai davvero chi svolge manualmente il lavoro e nel quale tutti sono chiamati a competere per sopravvivere.




La discrasia tra aspirazioni e realtà porta all'alienazione, anzi ad una vera e propria forma di pazzia, la quale porta a dubitare anche della stabilità negli affetti. In un sistema dove chiunque è sostituibile, persino da una macchina, il valore individuale non esiste, per questo, per sopravvivere, bisognerebbe abbassare sempre di più le proprie aspettative. Ma chiedere di rinunciare a tutto quello che si è guadagnato pur di sopravvivere è, appunto, alienante. Il punto non è che questa forma di gioco a ribasso sia sbagliata, il punto è che essa è parte integrante del sistema produttivo. Ossia che, letteralmente, non c'è altra scelta.
L'alienazione, la pazzia e la rivalità tra nuovi poveri sono così inevitabili. Alla fine si salva solo chi lotta con le unghie e con i denti, chi elimina letteralmente la concorrenza, chi perde sé stesso pur di continuare a sopravvivere. Ma questa concorrenza non è formata che da altri soggetti del tutto uguali tra loro: il primo rivale, Bummo, non è altri che una versione più anziana e disperata di Man-Soo, così come il coetaneo Go Si-Jo altri non è se non un doppio anch'egli disperato. L'unico rivale a meritare tale nome è il viveur Namgu, un viscido che ha saputo piegarsi al sistema tramite la reverenza e, forse, ha persino truffato il prossimo per soddisfare il proprio edonismo, rappresentando il frutto più marcio del sistema; laddove Man-Su e i suoi doppi non sono che vittime, Namgu è colpevole quanto gli alti papaveri che decidono di tagliare teste a destra e a manca pur di aumentare il proprio margine di profitto.




Per raccontare la tragedia di Man-Soo, Park Chan-Wook predilige il registro grottesco, trasformando la sua storia in una vera e propria tragedia di un uomo ridicolo. La cattiveria dell'assunto viene sviluppata virando ogni situazione verso il grottesco, il quale raggiunge l'apice nella scena dell'omicidio di Gummo, vero e proprio saggio di cinema para-demenziale. Un registro che non stempera la ferocia di storia e assunto, i quali, anzi, vengono amplificati e il racconto diviene una maschera deformata della realtà dall'inusitata carica espressiva.
La messa in scena è come sempre esemplare. La regia sperimenta con i campi lunghi che spezzano l'inquadratura in più luoghi, ricercando soluzioni sempre spettacolari. E il virtuosismo, pur se talvolta insistito, non risulta mai spocchioso, la regia non scade mai nel gratuitamente compiaciuto pur osando con movimenti di macchina azzardati e inquadrature che ricercano sempre la soluzione più spettacolare, in un trionfo di equilibrio che ha semplicemente del miracoloso.


No Other Choice è così un racconto feroce ed elegante, un'opera che sebbene non originale, riesce a imporsi all'attenzione e a farsi amare per la sua forza iconoclasta e la cattiveria, la prova di come il talento di Park Chan-Wook sia sempre vivo e pulsante.

lunedì 5 gennaio 2026

Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery

di Rian Johnson.

con: Daniel Craig, Josh O'Connor, Glenn Close, Josh Brolin, Mila Kunis, Jeremy Renner, Kerry Washington, Andew Scott, Cailee Spaeny, Thomas Haden Church, Jeffrey Wright.

Giallo

Usa 2025












Nel primo Cena con Delitto- Knives Out, Rian Johnson aveva sovvertito le regole del giallo classico; nel secondo, Glass Onion, aveva ripreso quelle regole per creare una sorta di gioco al massacro di un gruppo di personaggi odiosi. Il terzo, Wake Up Dead Man, per ora il capitolo conclusivo della saga di Benoit Blanc tra cinema e streaming, è vicino a Glass Onion nel suo riprendere la struttura da giallo classico per parlare d'altro, in questo caso il concetto di fede e di come questa venga sfruttata.



Motore degli eventi è qui il personaggio di padre Jud (Josh O'Connor), il quale viene trasferito in una piccola comunità nello stato di New York, dove la chiesa è presieduta dal monsignor Jefferson Wicks (Josh Brolin). Il giorno del Venerdì Santo, Wicks muore in circostanze misteriose e i sospetti ricadono su padre Jud. Benoit Blanc (Daniel Craig) arriva in paese per assistere la polizia nelle indagini e si affianca a padre Jud per scoprire la verità.


Il perno di tutta la vicenda è il personaggio di monsignor Wicks, vittima e colonna portante della narrazione. Wicks è un prete vecchio stampo, che tiene in pugno la piccola comunità di fedeli grazie al suo carisma e che sfrutta facendo leve in primo luogo sulle loro debolezze, in secondo luogo sul senso di vergogna che questi provano a causa delle loro mancanze.
Il resto del cast di personaggi resta più in ombra e risulta più blando rispetto ai due film precedenti: ci sono il medico spiantato Nat Sharp (Jeremy Renner, di nuovo sugli schermi dopo il terribile incidente che ne aveva compromesso la carriera), l'avvocata Vera Draven (Kerry Washington) e il suo fratellastro Cy (Daryl McCormack), aspirante politico di pallida fortuna, l'ex violoncellista Simone Vivane (Cailee Spaeny), il giardiniere Samson Holt (Thomas Haden Church), lo scrittore in crisi Lee Ross (Andrew Scott) e la perpetua Martha Delacroix (Glenn Close), sorellastra di Wicks.



Un cast di comprimari che non brilla se non in sparutissime occasioni. Questo perché a Johnson non interessano tanto come personaggi, ma come pezzi per dipingere un affresco attuale sul concetto di potere.
Wicks ha un potere unico, quello di riuscire ad affascinare il popolo. Riesce a fare leva sui credenti e tesse con loro un vero e proprio rapporto tossico. E', in buona sostanza, l'archetipo del potente strafottente, che gode sapendo di esercitare una forma di possesso sul prossimo, il quale poi piega ai propri fini. In un'epoca di incertezze, dove valori, tradizioni e persino diritti sono minacciati dall'incertezza, un personaggio carismatico diviene l'unico appiglio per chi vive una crisi materiale prima ancora che spirituale e la spiritualità, a sua volta, diventa un vano appiglio per un futuro migliore. E nel ritrarre questa sorta di Trump in abito talare, Johnson prosciuga di ogni ironia la narrazione, benché non rinunci a qualche tocco umoristico di tanto in tanto.


Il concetto di fede come necessità si scontra con quello della vera fede. Una fede rivolta verso gli uomini piuttosto che verso un'entità superiore, in una prospettiva del tutto atea. Padre Jud ha preso i voti per redimersi da un omicidio compiuto quando era un pugile e durante l'investigazione porta alcuni dei personaggi non solo a ricredersi sul proprio stato, ma anche a spingerli verso il perdono, visto come vera necessità per sanare il male fatto al prossimo.
Johnson crea così una vera e propria parabola laica all'interno del più classico meccanismo del whudunnit. E da quest'ultimo punto di vista, dirige la narrazione al solito in modo efficace, tenendo sempre alta l'attenzione verso la storia nonostante la durata forse eccessiva, di ben oltre i 140 minuti, i quali per fortuna volano grazie all'ottimo ritmo.



Wake up dead man è così un terzo capitolo riuscito che chiude una trilogia divertente e interessante. Johnson conferma la sua mano ferma e il suo gusto per lo sbalordimento, in un giallo che anche questa volta risulta tutto sommato anticonvenzionale.