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mercoledì 3 maggio 2023

Beau ha Paura

Beau is Afraid

di Ari Aster.

con: Joaquin Phoenix, Patti LuPone, Armen Nahapetian, Amy Ryan, Nathan Lane, Kylie Rogers, Denis Ménochet, Parker Posey, Stephen McKinley Henderson, Julia Antonelli, Bill Hader.

Stati Uniti, Canada, Finlandia 2023














---CONTIENE SPOILER---

Con appena due lungometraggi all'attivo, Ari Aster è entrato di forza tra gli autori più noti e amati degli ultimi anni; questo grazie all'ottima accoglienza riservata a "Hereditary" e "Midsommar" non solo (e forse soprattutto) da parte del pubblico generalista, che gli ha permesso di imporsi come autore anche al di là del "genere" horror, anche a causa del suo approccio "eleveted" al genere.
"Beau ha Paura" diventa così il banco di prova per Aster che per la prima volta abbandona quasi del tutto il cinema del terrore per dedicarsi a qualcosa di totalmente libero; una storia ripresa da uno dei suoi primi cortometraggi, qui espansa a 180 minuti circa e con protagonista un Joaquin Phoenix al solito impagabile; e facendo ricorso all'ambiguità narrativa associata a simbolismi freudiani, crea un'opera riuscita e di sicuro fascino.



Beau (Phoenix) è ipocondriaco e paranoico. Vive arroccato in un appartamentino in un pessimo quartiere, in un mondo popolato quasi esclusivamente da figure ostili. Ma di punto in bianco, questa sua precaria falsa sicurezza crolla alla notizia della morte della madre; il che lo costringe ad uscire di casa per recarsi al suo funerale... cosa più semplice a dirsi che a farsi.




Ma chi è davvero Beau, in cosa consiste davvero il suo trauma e cosa rappresenta davvero il suo viaggio?
Le chiavi di lettura che Aster suggerisce sono almeno tre.
La prima, più diretta, è che Beau sia un semplice uomo schiacciato da una figura materna mostruosa, con chiari e diretti riferimenti a "Hereditary". Un uomo per il quale la famiglia è un covo di mostri, che si ritrova a confrontarsi con paure eteroindotte e un senso di colpa inseritogli a forza da un super-io volitivo.
Prima ancora che la madre, è il nucleo famigliare a rappresentare una prigione. La famiglia che lo accoglie nel secondo troncone narrativo è in apparenza perfetta, ma racchiude in sé i germi di una mostruosità mal sopita. Quello più ovvio, è l'invida della "sorellina", un mostriciattolo bisognoso di attenzioni che arriva a uccidersi pur di distruggere Beau. Ma ancora più raccapricciante è il padre (un ritrovato e smagliante Nathan Lane), unica vera figura paterna mostrata esplicitamente nel film, che tiene gli altri membri prigionieri in una gabbia di vetro dalla quale fuggire è impossibile.




Beau è anche un essere asessuato, un maschio evirato da una madre che ne ha condizionato la crescita sessuale per non perderlo, per non doverlo condividere con altre donne. Il che avviene in modo indiretto, prima spronandolo ad avviare una relazione con Elaine solo per poi disvelare come lo abbia condizionato facendogli credere che sarebbe morto al primo rapporto sessuale
Beau è quindi un oggetto da possedere, un essere chiamato solo a servire come serbatoio di affetto verso la genitrice, al quale ogni forma di individualità viene negata. Il mostro-fallo chiuso in soffitta, identificato come il "padre", diventa così una sessualità annientata, escussa dalla mente come dal corpo, la quale solo intervenendo in modo diretto può salvarlo dalla distruzione che la famiglia gli ha sguinzagliato contro. L'emancipazione del figlio passa necessariamente tramite la maturazione del corpo, tramite l'abbraccio totale della sua funzione generatrice. 




La madre, nel contesto, è una creatura meschina, crudele, una donna che vuole carpire tutto l'amore del pargolo senza lasciare lui nulla. Il figlio, così, è chiuso in un mondo dove tutto è ostile, dove il "di fuori" è infestato di esseri crudeli e talvolta deformi.
Beau, è questa è una seconda possibile chiave di lettura, ancorata a doppio filo con la prima, prigioniero da sempre in una soffitta, nel quale il fratello/figlio altro non è se non un suo riflesso; il fratello maggiore evocato nella famiglia "adottiva", così come la sorella minore battezzata con un nome maschile ben potrebbero essere suoi germani morti, evento che ha scatenato la gelosia materna, riducendolo ad un uomo che non ha mai conosciuto il mondo esterno, se non per un brevissimo periodo durante l'infanzia e la cui unica relazione è quella con la madre (di fatto, sia lei che la giovane Elaine, oltre che la ragazza del bosco sono sempre vestite di verde) che lo ha castrato in modo totale.
In entrambi i piani di lettura, Beau vive e muore di sensi di colpa, quelli creati dal rapporto disfunzionale, ambiguo e ambivalente con la genitrice, il cui amore è vita e morte, la cui sicurezza (vista anche come mestiere) è salvezza e distruzione. La paura, di conseguenza, non è solo quella verso un mondo ostile, verso una sessualità mostruosa o verso sé stessi, quanto e soprattutto verso una tale figura, principio e fine di tutto. 
Tant'è che il simbolo di morte più usato è l'acqua, la "madre universale", il liquido amniotico della terra da cui ogni forma di vita è stata e viene tutt'ora generata: principio e conclusione finiscono, in senso lato, per coincidere.



Non per nulla, il film si chiude come si apre all'interno di un utero, con un ritorno nel ventre materno che quasi testimonia l'impossibilità di fuggirne. E quelle ultime parole pronunciate dalla madre, sui titoli di coda, aprono ad una terza, più libera, interpretazione: Beau potrebbe non essere sopravvissuto al parto, morto poche ore dopo la nascita e la sua storia altro non sarebbe che un parto delle paura di una madre, costruite per dar forma al dolore della prematura separazione. 



Aster porta in scena una storia che è pura descrizione fondendo intuizioni, registri e umori. Su tutto vige la coltre di un umorismo nero volto a spiazzare, rendendo le situazioni ancora e sempre più bizzarre, restando però sempre sulla linea di confine che separa l'ironico dal grottesco.
La sua agilità nel muoversi di un racconto di tre ore è avvertibile in ogni scena, quasi nessuna delle quali alla fine risulta superflua o inutilmente lunga. A parte, forse, la digressione animata, che non aggiunge molto al resto, ma non risulta davvero fuori luogo.
Il suo stile si fa qui ancora più solido: ogni movimento di macchina è preciso e incasellato in un montaggio meticoloso. Abusa volontariamente la carrellata laterale così come quella frontale, usando la macchina da presa per avvicinarsi poco alla volta al suo protagonista sia per creare tensione che per sottolinearne lo stato emotivo; con la conseguenza che lo stile visivo e qui più dinamico rispetto ai suoi due film precedenti.


Più che una conferma, "Beau ha Paura" è una evoluzione dello stile e delle tematiche proprie del cinema di Aster. La conferma, semmai, è quella del suo talento e di come la sua fama sia davvero meritata.

venerdì 2 agosto 2019

Midsommar- Il Villaggio dei Dannati

Midsommar

di Ari Aster.

con: Florence Pugh, Jack Reynor, Will Poulter, Vilhelm Blomgren, William Jackson Harper, Ellora Torchia, Archie Madekwe, Gunnel Fred, Isabelle Grill, Henrik Norlèn.

Horror

Usa 2019













Un anno dopo l'esordio scoppiettante di "Hereditary", Ari Aster torna alla carica declinando nuovamente una storia sul lutto e la relativa elaborazione per creare un lungo viaggio lisergico all'interno della coscienza di un personaggio. "Midsommar", perso com'è nella contemplazione di usanze e emozioni, è un più che degno secondo capitolo nella sua filmografia, dove il suo stile ricercato diviene finalmente virtuoso, per non lasciare scampo allo spettatore.



147 minuti nei quali la regia costruisce la tensione in modo sottilissimo. Si parte da un primo atto che ha già in sé stesso tutta la base della narrazione: la morte improvvisa di quella famiglia abbandonata forse con troppa facilità. Si continua con la relazione amorosa fin troppo blanda per arrivare al Midsommar del titolo, festività pagana del nord della Svezia che ogni 90 celebra la ruota della vita e del tempo, il rinnovarsi delle stagioni della natura e con esse dell'essere umano.



Aster ricrea con precisione e gusto per la spettacolarità il piccolo villaggio nel quale il rito viene celebrato. Un luogo dove non cala mai il sole, dove i colori e la luce sono così vividi da ferire gli occhi. E dove, sopratutto, c'è qualcosa di inquietante che striscia sotto la superficie gioviale. Una paura per l'ignoto che viene centellinata un pò alla volta, svelandosi al contempo in modo fragoroso: prima avvisaglia è il suicidio dei due anziani, mostrato senza filtri, con i corpi disintegrati in piena luce.



L'arco caratteriale della protagonista Dani (Florence Pough) è così discendente, incardinato ad una serie di coordinate quasi prefissate, passando dall'interiorizzazione del lutto alla sua estrinsecazione totale, sotto le forme del rito della rinascita e della fecondità per giungere al lato più estremo, a quel sacrificio umano essenziale per una rigenerazione dei luoghi esterni così come quelli interiori. Ad Aster, ovviamente, non interessano i giudizi morali sull'operato del personaggio, tanto meno i risvolti prettamente psicologici; il suo è un viaggio dello spirito e nello spirito, verso quelle emozioni a lungo trattenute e pronte a deflagrare in ogni singolo momento.



Un viaggio che ha le forme di un trip allucinato, dove il virtuosismo della macchina da presa si mette al servizio della geometricità del rituale; geometricità che viene puntualmente infranta dal momento che il punto di vista sugli stesse è esterno, dato dal gruppo di ragazzi americani. La macchina da presa si muove così sinuosa tra le vesti immacolate e i prati che respirano a causa dello stato distorto della percezione, sino a trovare nelle soggettive un compromesso estetico e funzionale al racconto.



Se i debiti di ispirazione non vengono in realtà mai celati (i mitologici "The Wicker Man" e "The Texas Chainsaw Massacre"), Aster riesce lo stesso a creare una pellicola forte e visionaria, intimamente disturbante e al contempo affascinante, un'evoluzione perfetta di ciò che aveva mostrato al suo esordio e che fa presagire un futuro roseo per la sua carriera.

giovedì 6 settembre 2018

Hereditary: Le Radici del Male

Hereditary

di Ari Aster.

con: Toni Collette, Gabriel Byrne, Milly Shapiro, Alex Wolff, Mallory Betchel, Jake Brown.

Horror

Usa 2018













C'è un fil rouge che sembra accompagnare la filmografia horror americana odierna, ossia la distruzione del valore familiare; il nido genitoriale diviene foriero di puro orrore, sia esso terreno ("Get Out") che sovrannaturale ("The Vvitch" e "Babadoock"); in "Hereditary" questo concetto viene espanso sino all'iperbole e la famiglia non diviene semplicemente ricettacolo dell'orrore, ma vera e propria fucina dello stesso.



Comincia abbastanza male l'esordio di Ari Aster, innamorato del proprio ritmo lento, dei movimenti di macchina vorticosi ma mai davvero virtuosistici, perennemente indeciso se seguire la pista sovrannaturale o soffermarsi sulla metafora del lutto. Aster confeziona il tutto con un occhio per la bidimensionalità, a incorniciare personaggi ed ambienti come se fossero i modellini che il personaggio di Toni Collette costruisce per vivere, in cerca di un senso di claustrofobia che invece si fa pura velleità intellettualoide.
Un inizio davvero poco promettente, a cui fortunatamente fa seguito una seconda parte decisamente più riuscita.



Quando il sovrannaturale fa irruzione nel racconto, tutto cambia: quei comportamenti in apparenza solo strambi e perfettamente spiegabili razionalmente divengono indizi di un disegno più disturbante ed illogico; fino ad un ultimo atto che non concede pietà allo spettatore, dove tutto deflagra in un turbinio distruttivo dalla carica visionaria e violenta davvero inusitata.




Pur pretenzioso e a tratti goffo, l'esordio di Aster resta un buon esempio di horror atipico e disturbante, un piccolissimo gioiello che non raggiunge i fasti di altri esponenti del filone, ma riesce lo stesso a stupire.