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martedì 31 dicembre 2024

Gremlins 2- La Nuova Stirpe

Gremlins 2- The New Batch

di Joe Dante.

con: Zach Galligan, Phoebe Cates, Robert Prosky, Dick Miller, John Glover, Christopher Lee, Robert Picardo, Haviland Morris, Jackie Joseph, Gedde Watanabe, Keye Luke, Kathleen Freeman, Don Stanton, Dan Stanton, Hulk Hogan.

Usa 1990













Il successo, immediato e globale, del primo Gremlins permise a Joe Dante di entrare nella fase più remunerativa e feconda della sua carriera. 
I progetti per un seguito, ovviamente, furono avviati dalla Warner già all'indomani dell'uscita, ma né Dante, tantomeno Spielberg volevano creare un nuovo film sui mostriciattoli verdi che fosse una semplice fotocopia del primo. Lo studio, dal canto suo, capì subito come i loro nomi fossero essenziali per la riuscita e per la vendibilità del film e sospese il progetto fino a che regista e produttore non avessero accettato.
Accettazione che arriva solo alla fine degli anni '80 e per un motivo anche alquanto brutto, ossia il cocente flop che (purtroppo) The Burbs si era rivelato. Dante fu così costretto ad accettare l'incarico per potersi dimostrare nuovamente come un artigiano affidabile e poter proseguire la sua carriera con progetti personali (cosa che sarebbe poi avvenuta con lo splendido Matinee).
Fortunatamente, sia la Warner che Spielberg gli diedero carta bianca: non importava il tono o il contenuto del film, quanto che ci fossero i gremlin e che fosse vendibile al pubblico. Cinismo che si rivelò come una benedizione: con un grosso budget e la più piena libertà creativa possibile, Dante diede sfogo a tutta la sua carica artistica per creare un seguito come davvero non se ne erano e non se ne sarebbero mai più visti.


In cosa consiste il valore di Gremlins 2? Semplice: nel suo essere l'esatto opposto del primo. Nel corso degli anni è stato lo stesso Dante ad ammettere come l'idea alla sua base fosse quella di scimmiottare il primo film, tanto che a tratti l'effetto parodia è avvertibile, soprattutto nella scena in cui Phoebe Cates cerca di recitare un nuovo monologo traumatizzante, ma viene interrotta da Zach Galligan che le dice come non ci sia tempo per certe cose, disinnescando quella che sarebbe stata la fotocopia della celebre scena.
Gremlins 2 è quindi una parodia? Non proprio. E', più precisamente, la scena del pub del primo film espansa a circa due ore, ossia un lungo sketch dei Looney Toons dove non esistono regole, dove la storia procede per piccole vignette e dove quello che conta è solo il divertimento estremo, sorretto da una vena creativa che sembra inesauribile. E', in pratica, una sorta di Hellzappopin' (pellicola molto amata dall'autore, difatti) con i gremlin al posto del gruppo di commedianti.



Riferimento che si palesa anche nella scelta dell'unità di tempo e luogo. Un tempo e un luogo che permettono al buon Dante anche di sfogare la sua anarchia politica, ossia i pieni anni '80 (benché il film giunga alla fine del decennio) e il grattacielo del magnante Clump, sorta di fusione tra Donald Trump (dal quale il personaggio prende la verve machista e il ciuffo ribelle) e Ted Turner (da cui prende la mania per il greenwashing e per il politicamente corretto). Il fatto poi che Dante decida di far scendere questo tycoon dalla sua torre d'avorio che sovrasta le nuvole e fargli compiere un arco narrativo che si completa con una sua redenzione, è la prova del suo valore come narratore oltre che come semplice filmmaker. Questo perché, al di là di tutto, sarebbe stato sin troppo facile usare Clump come macchietta in un film che è pura anarchia.



Anarchia è appunto la giusta espressione per definire Gremlins 2. Un'anarchia votata alla distruzione divertita di tutto e di tutti, uno sberleffo totalizzante che non fa prigionieri, né ha remore alcuna, avendo come unico limite il buon senso prima ancora che il buon gusto. Il che non le impedisce ovviamente di essere acida, come quando Dante porta in scena uno sketch nel quale i suoi gremlin aggrediscono Leonard Maltin, famoso critico cinematografico dell'epoca che aveva stroncato il primo film (e che dimostra la sua sportività prestandosi pienamente allo sberleffo, cose davvero di altri tempi). E di tutte le piccole e grandi vignette che compongono il film, è davvero difficile scegliere le più riuscite in un marasma di idee e trovati che sembra davvero non avere fine.
Si potrebbe citare quella del gremlin alato, che fugge dal labotorio creando il simbolo di Batman, riferimento al fatto che Dante fosse tra le prime scelte per dirigerne il film; o il gremlin ragno, la cui scena madre sembra davvero uscita da un film dell'orrore o da un film d'avventura degli anni '60. O il mitico "gremlin intelligente", sorta di Egon Spengler dei mostrini che strappa un risata anche solo con la sua parlantina forbita. E che dire del bellissimo inserto metarefenziale nel quale i mostriciattoli prendono in ostaggio la sala di proiezione per gustarsi Biancaneve e i Sette Nani, con tanto di Hulk Hogan chiamato ad intervenire per riportarli all'ordine?
In Gremlins 2 tutto è possibile e per due ore lo spettatore è chiamato semplicemente a divertirsi.



Anarchia e volontà parodistica che tuttavia non appiattiscono la narrazione sui binari del puro sberleffo. Già lo story-arc di Clump è indicativo della voglia di Dante di creare qualcosa di più, ma tale volontà si esplicita anche nella costruzione degli altri personaggi. 
Billy e Kate ora sono due adulti veri e proprio che si sono lasciati inglobare dalla metropoli, alle prese con un lavoro snervante che non li valorizza (sorge nuovamente l'indole liberal dell'autore) e con una piccola crisi relazionale dovuta alle ingerenze della volitiva manager Marla, perfetta incarnazione delle nevrosi e dell'arrivismo yuppie. Ancora più calzante è la sottotrama su Grandpa Fred, interpretato dal celebre caratterista Robert Prosky, sorta di Nonno Munster ridotto a presentare b-movie da accatto (alla tv è possibile ammirare alcune inquadrature del trashssimo Octaman, memorabile solo per la bruttezza e per rappresentare l'ultima apparizione della compianta Pier Angeli), il quale cerca di rivitalizzare la sua carriera improvvisandosi reporter dei disastrosi e spassosi eventi. E va citata anche il ruolo del mitologico Christopher Lee nei panni dello scienziato pazzo, inserto dedicato ai pericoli della scienza fuori controllo e degli orrori che può generare (benché qui vengono comunque tutti virati alla commedia).



Ovviamente Gremlins 2 è per prima cosa divertimento senza freni e da questo punto di vista si può solo applaudire alla verve di Dante e soci nel costruire questo tornado di gag memorabili, situazioni brillanti, sfottò allo stesso mondo del film (celeberrima è anche la scena nella quale il gruppo della sicurezza inizia a ridere delle regole dei mogwai), il tutto condotto con un senso del ritmo a dir poco sensazionale.
Un gioiello di sequel che, fatalmente, all'epoca della sua uscita non fu affatto apprezzato: a fronte di un budget di circa 50 milioni di dollari, finisce per incassarne poco più di 40 in tutto il mondo. Il pubblico che aveva amato la cupa dolcezza del primo si è ritrovato letteralmente spaesato dinanzi alla natura folle del seguito e stranamente neanche gli spettatori più piccoli sembra lo abbiano particolarmente apprezzato.
Ad oggi, Gremlins 2 è fortunatamente stato riscoperto praticamente da tutti ed ha raggiunto lo status di cult che merita. Un trionfo per Dante, autore il quale purtroppo non ha più potuto esprimersi a tali livelli.

lunedì 23 dicembre 2024

Gremlins

di Joe Dante.

con: Zach Galligan, Phoebe Cates, Corey Feldman, Hoyt Axton, Keye Like, Frances Lee McCain, Dick Miller, Polly Holliday, Judge Reinhold, Harry Carey Jr., Chuck Jones, John Carradine, Jonathan Banks.

Fantastico

Usa 1984













Si potrebbe discutere a lungo su quale sia il film che incapsuli meglio lo spirito del cinema degli anni '80. La risposta più corretta sarebbe il capolavoro di William Friedkin Vivere e Morire a Los Angeles, vero e proprio distillato di tutto quello che il decennio rappresenta e non solo per il cinema.
Tuttavia, se ci si concentra sul filone del cinema per ragazzi, il cosiddetto "cinema spielberghiano", il cerchio ovviamente si restringe a giusto un pugno di film, tra i quali figurano ovviamente il capostipite E.T. oltre che l'amatissimo I Goonies. E poi c'è Gremlins, quello che potrebbe essere visto come una variazione sul tema, ma che in realtà riprende tutti i topoi di quel tipo di cinema e li eleva al livello successivo; il quale proprio quest'anno festeggia i suoi primi quarant'anni e che non poche grane causò al buon Steven all'epoca della sua uscita in sala.
Questo non perché la relativa lavorazione sia stata burrascosa e neanche per l'esito che ha avuto una volta giunto in sala. Al contrario, pare che la collaborazione tra Spielberg e Joe Dante funzionasse davvero, nonostante quest'ultimo abbia dovuto trattenersi con le sequenze più orrorifiche; il successo poi di certo non è mancato, pur in quell'affollata estate del 1984.


I problemi Spielberg li ha avuti con la MPAA, che dinanzi ai suoi film non sapeva davvero che pesci prendere. Indiana Jones e il Tempio Maledetto, Poltergeist e appunto Gremlins erano sicuramente pensati per un pubblico di ragazzini piuttosto che per adulti (persino l'exploit horror iretto da Tobe Hooper), ma presentavano scene e atmosfere cupe, spaventose, a tratti genuinamente violente, tanto da non poter essere etichettate con il PG solitamente dato ai film per i quali è richiesta la presenza di un adulto. Allo stesso tempo, non erano certo tanto cupi e tanto violenti da richiedere il rating R, solitamente dato agli horror.
L'associazione ha dovuto così coniare appositamente il famigerato PG-13, che imponeva ai minori di 13 anni la presenza di un adulto in sala, aumentando la soglia per le ammissioni. Per Spielberg è stato in parte uno smacco, vista la sua nomea di regista e produttore di film per famiglie.
Poco male, perché con un budget di 11 milioni di dollari, Gremlins ne ha incassati ben 164 e ad oggi resta forse il più rappresentativo del suo filone proprio per come riesce a coniugare tenerezza e spaventi, dolcezza e anarchia. Merito di Joe Dante, ovviamente, che ha anche avuto la felice idea di renderlo un film natalizio, aumentandone la portata iconica.



Alla base di tutto c'è uno script di quel Chris Columbus che qualche anno dopo dirigerà quel Mamma, ho perso l'aereo anch'esso parte del filone per ragazzi, ma che qui aveva inizialmente inteso la storia delle pestifere creaturine verdi come un horror vero e proprio. I gremlins altro non sono che esserini del folklore britannico, la cui nomea è dovuta principalmente agli anni delle due guerre mondiali, quando le industrie pesanti dovevano produrre veicoli in fretta e furia quindi senza apportare quei controlli necessari al loro funzionamento; capitava spesso che questi subissero dei guasti improvvisi, dovuti a pezzi che si staccavano o compenti che si rompevano apparentemente senza motivo, da cui l'invenzione fantasiosa di questi esseri che si divertivano a smontare i congegni tecnologici per cibarsi dei singoli pezzi. Leggenda che già era alla base dell'episodio cult di Ai Confini della Realtà intitolato Incubo a 20.000 Piedi, nel quale un giovane William Shatner assisteva impotente ad un gremlin che sabotava l'aereo di linea su cui è imbarcato (e che poi Spielberg avrebbe fatto trasporre a George Miller nella sua rievocazione cinematografica della serie, nel 1982).
Per Columbus, Spielberg e Dante, i gremlin diventano degli arcani esseri esotici che inizialmente hanno la forma del tenerissimo Gizmo (letteralmente "congegno"), un mogwai (termine di origine mandarina traducibile come "diabolico"), un essere dalle origini ignote, forse asiatiche, forse no, il quale si ritrova in America dove viene venduto come regalo di Natale all'inventore Randall Peltzer (Hoyt Axton), che lo regala al figlio Billy (Zach Galligan). Prendersi cura di un mogwai è però più difficile di quel che si pensi: non bisogna dargli da mangiare dopo la mezzanotte, non bisogna bagnarlo, né esporlo a fonti di luce troppo intense. Billy, ovviamente, non osserva le regole e il tenero orsacchiotto genera i terribili gremlin, che iniziano a mettere a ferro e fuoco la cittadina di Kingston Falls.


Il setting è il primo elemento da considerare per comprendere la genuina bellezza del film. Kingston Falls non è una semplice cittadina della provincia americana, è in un certo senso l'ideale della cittadina di provincia americana, fissa com'è nel suo set volutamente artificiale, incorniciata in un'atmosfera natalizia che le dona un'aura ancora più surreale e onirica. 
Non un setting verosimile, ma volutamente filmico, come se fosse la cittadina di provincia standard che fa da ambientazione a tutti i tipici film americani; non per nulla, è interamene ricostruita nel back-lot degli Universal Studios, con scenografie comparse in decine di altre produzioni a partire dagli anni '60, delle quali la più riconoscibile è quella di Ritorno al Futuro; tanto che non ci si potrebbe meravigliare se Billy incappasse in James Stewart o in uno dei personaggio del classico La Vita è Meravigliosa; un paragone in realtà voluto dagli autori, tanto che il personaggio della terribile speculatrice Mrs. Deagle è praticamente una Harry Potter in versione femminile.
Dante crea così un'atmosfera fiabesca che passa necessariamente attraverso la fascinazione cinefila, la quale si avverte anche nelle piccole e gustose citazioni: in una scena verso la fine, è possibile vedere la macchina del tempo di L'Uomo che visse nel Futuro oltre che Robby, l'iconico robot de Il Pianeta Proibito o anche apprezzare la presenza di John Carradine nei panni del reverendo; così come il cameo del mitico cartoonist Chuck Jones, che disvela l'altra influenza dietro il film, ossia i classici dell'animazione slapstick americana come i Looney Toons.




Se il mondo in cui si muovono deriva da reminiscenze filmiche, i gremlin sono invece dei veri e propri Looney Toons in tre dimensioni, appunto. L'indole distruttiva e dissacrante è proprio quella dei cartoon della Warner, ma Dante, in ossequio alle origini seriose del film, ne devia praticamente sempre l'azione verso la cattiveria vera e propria. Tanto che la scena nella quale perseguitano la madre di Billy creando un pandemonio in cucina è costruita praticamente ricalcando il primo attacco del licantropo ne L'Ululato, solo con i mostriciattoli al posto serial killer lupino e con tanto di smiley che ne marca il luogo del delitto.
Di fatto, anche nella forma "sanificata" che Dante ha portato in scena, Gremlins è un horror vero e proprio, dove l'atmosfera sospesa contribuisce a creare un senso di straniamento che talvolta diventa vera e propria oscurità. La violenza, tra l'altro, non manca, anche se si limita ad abbattersi sui mostriciattoli, come nella citata scena della cucina, dove uno dei gremlin viene fatto a pezzi in un frullatore con tanto di schizzi di sangue verdastro; o nel bellissimo finale, dove il capobranco Ciuffo Bianco si liquefa fino alle ossa in un tripudio di dettagli degno di uno splatter vero e proprio.
La natura spassosa dei piccoli mostri viene invece lasciata libera nella divertente sequenza del pub, dove Dante si diverte a creare delle piccole vignette comiche che li vedono alle prese con gag pasticcione talvolta davvero irresistibili.



E' proprio questa commistione di serio e faceto, di simpatia e repulsione, di tenerezza e orrore che rende Gremilins unico. E forse la scena che ne incapsula questa natura discordante ma armoniosa è anche una delle più celebri, ossia il monologo di Phoebe Cates sul perché odia il Natale, con il racconto di come sua padre sia morto perché ha cercato di interpretare Babbo Natale, rompendosi il collo mentre si calava nella canna del camino. Una storia raccapricciante resa del tutto disturbante dalle buone intenzioni del genitore e dall'ambientazione natalizia, un contrasto tra il candore delle feste e il turpidume della morte (la cui estrema estrema stupidità la rende ancora più insostenibile) che si fa giustapposizione per toccare contemporaneamente due corde emotive lontane (parimenti a quanto ha poi fatto Tim Burton con l'intero Batman Il Ritorno). 
Una giustapposizione che dovrebbe passare anche dagli opposti dati dall'estrema simpatia di Gizmo e l'estrema ripugnanza dei gremlin, ma ben si può eccepire come anche questi ultimi siano tremendamente simpatici.



Come classico del cinema per ragazzi, Gremlins è però a suo modo lontano dall'effettivo paradigma del filone, a partire dal fatto che il protagonista Billy non è un adolescente nel senso stretto del termine, quanto un giovane uomo già alle prese con i problemi comuni di ogni ragazzo della sua età, ossia il lavoro e le responsabilità. Allo stesso modo, anche la sua relazione con la bellissima Kate non è la classica storia d'amore tra un imbranato e la cheerleader, anzi fin dall'inizio l'attrazione di quest'ultima nei suoi confronti è già palese. 
L'appartenenza al filone è data dalla formula classica dello stesso, ossia "ragazzini che combattono forze sovrannaturali", oltre che dalla paternità spielberghiana (e si potrebbe dire anche per la presenza di Corey Feldman). Se si tiene conto di come esso vi rientri, si può tranquillamente affermare come Gremlins possa essere considerato il migliore per come faccia sua questa formula e la rielabori in modo del tutto originale. Merito della direzione di Dante, che ha saputo costruire il tutto come una fiaba con una morale, ossia la base su cui molto cinema horror è costruito; riuscendo, al contempo, ad esaltare gli elementi propri degli stilemi fiabeschi intessendo un'atmosfera unica, sospesa tra sogni e realtà prima ancora che tra orrore e tenerezza o tra horror e cartoon.


Ancora oggi, questo piccolo gioiello del cinema di intrattenimento anni '80 riesce a risplendere grazie al mestiere dei suoi autori. La visione autoriale di Dante, tuttavia, è quella che lo rende davvero memorabile, con il suo mix di elementi eterogenei e alla sentita passione cinefila. Gremlins è una perfetta favola nera che incanta e sconvolge, diverte e intenerisce, ma soprattutto convince dall'inizio alla fine, quarant'anni fa come oggi.

martedì 24 ottobre 2023

Ritorno al Futuro

Back to the future

di Robert Zemeckis.

con Michael J.Fox, Christopher Lloyd, Crispon Glover, Lea Thompson, Thomas F.Wilson, Claudia Wells, James Tolkan, George "Buck" Flower, Billy Zane.

Fantastico/Commedia

Usa 1985












"Ritorno al Futuro" è un classico, su questo non c'è dubbio, ma è davvero l'assoluto capolavoro della storia del cinema che le orde di fan e di nostalgici degli anni '80 vogliono farci credere?
No e questo non è assolutamente un problema.
Perché se di capolavoro all'interno della filmografia di Robert Zemeckis si deve parlare, questo è solo uno, ossia quel "Chi a incastrato Roger Rabbit?" che tra perfetta integrazione tra animazione e live-action, nostalgia agrodolce e per questo più penetrante di quella che solitamente prodotti simili propinano e ottime performance, è memorabile quanto il primo exploit su Doc e Marty, ma anche più interessante.
Questo, come detto, non toglie che questo primo exploit sia lo stesso un bellissimo capo d'opera in grado di affascinare e coinvolgere ancora oggi.




La genesi del film è assai strana. L'idea arriva allo sceneggiatore Bob Gale quando scopre che il padre, ai tempi del liceo, era assai popolare, cosa che non avrebbe mai sospettato. Da qui l'idea di un teen-ager che con una macchina del tempo ritorna agli anni '50 per conoscere i genitori ancora ragazzi.
Idea che viene girata all'amico Zemeckis, all'epoca reduce dal buon esito di "Used Cars" con Kurt Russell e in cerca di un progetto che ne affermi definitivamente le doti di filmmaker. Progetto che così fa il canonico giro degli studi, dove viene categoricamente rifiutato: come commedia per adolescenti è ritenuta troppo docile, priva di quello humor pecoreccio dei campioni di incassi come "Porky's" e simili, mentre la Disney resta disgustata dalla storia dell'incesto tra Marty e la madre.
L'unico a coglierne le potenzialità anche solo spettacolari è Steven Spielberg, che decide di produrlo e riesce a siglare un accordo di distribuzione con la Universal.
Per il ruolo di Marty, si pensa direttamente a Michael J.Fox, all'epoca sulla cresta del successo grazie al suo ruolo nella sit-com "Casa Keaton", il quale deve però declinare sia a causa degli impegni in quest'ultima produzione, sia perché ancora impegnato nelle riprese di quel "Teen Wolf" che potrebbe gareggiare con "Ferris Bueller's day off" per il premio di pellicola cult anni '80 più sopravvalutata di sempre e che lui stesso ammise già all'epoca di non amare particolarmente.
Come protagonista viene così scelto Eric Stoltz, ma dopo due settimane abbondanti di riprese viene licenziato a causa della caratterizzazione che da la personaggio, ritenuta troppo seriosa e che finisce per stonare con il resto del film.
Fox coglie quindi l'occasione e sale a bordo del film, ma è costretto a fare un vero e proprio tour de force per mediare gli impegni, lavorando sette giorni a settimana e delle volte per interi giorni di fila senza riposo, il che aiuta la sua performance di ragazzo spaesato. 
Uscito in sala il 3 Luglio 1985 (e a ottobre in Italia), "Ritorno al Futuro" sbanca i botteghini di tutto il mondo e sin da allora si impone come un cult amatissimo da più generazioni, divenendo un vero e proprio paradigma per i film sui viaggi nel tempo.



Merito di un'idea (all'epoca) freschissima e di un'esecuzione ispirata, dove la parte del leone la fa la bella sceneggiatura. Ogni singolo elemento di trama, dal più insignificante al più evidente, ha di fatto la sua importanza nella costruzione della storia: si pensi al biglietto che Jennifer lascia a Marty nel primo atto, essenziale per la capire quando il fulmine colpirà l'orologio, o l'esecuzione anacronistica di "Johnny B.Goode" che aiuta Marty a coronare il suo sogno di esibirsi in pubblico, così come la frustrazione per tale sogno che ispira il padre, da giovane, a perseguire la sua passione come scrittore di fantascienza. Ogni elemento trova una sua corrispondenza utile allo sviluppo della trama e dell'arco caratteriale dei personaggi e alla fine ogni singola istanza narrativa trova una perfetta risoluzione, in una compattezza di scrittura davvero notevole.
Per di più, il tema della relazione incestuosa riesce a non essere mai declinato verso il cattivo gusto, restando in un perfetto equilibrio brillante. Tanto che persino le numerose gag in proposito non diventano mai stantie, riuscendo sempre a far sorridere.




A rendere poi iconico il tutto, ci pensano le performance degli attori e gli elementi estetici; è persino superfluo citare la bellissima livrea della DeLorean, che da flop industriale qui diventa icona di un decennio, più utile è invece lodare il sontuoso score di Alan Silvestri, totalmente orchestrale, cosa strana per una semplice commedia fantastica degli anni'80; e che si sposa magnificamente con le belle canzoni di Huey Lewis, ancora oggi orecchiabilissime anche se tipicamente 80's.
Il cast è semplicemente perfetto. Certo, la stanchezza di Michael J.Fox è visibile anche nelle prime scene, ma ciò aiuta lo stesso a rendere credibile Marty nel suo ruolo di essere fuori dal tempo; e l'alchimia che ha con uno scatenato Christopher Lloyd è semplicemente fantastica (un plauso come sempre va fatto anche all'adattamento italiano, in cui Ferruccio Amendola si diverte come un matto a sottolineare la stramberia di Doc). Ma il membro del cast il cui apporto di solito non viene lodato abbastanza è Crispin Glover, che riesce ad infondere i giusti manierismi al personaggio di George McFly in tutte e tre le sue versioni, rendendolo al contempo coerente e sfaccettato.




Laddove l'apporto di Zemeckis come filmmaker mostra i limiti è nel rapporto con l'ambientazione storica, quegli anni '50 il cui ruolo per certi versi non è sfruttato a pieno. Non sono il tempo della nostalgia, all'epoca imperante per quel decennio, né il luogo dell'imprint cinefilo, tanto che di riferimenti cinematografici se ne vedono davvero pochissimi (persino l'immagine di Harold Lloyd nella celebre scena di "Preferisco l'Ascensore!" che appare a inizio film è usata come mera prefigurazione del finale). Un'ambientazione che è un puro sfondo degli eventi e che rende così certamente tutto il film in senso lato sempreverde, tanto che potrebbe essere scambiata con quella di qualsiasi altro decennio, ma che gli fa perdere di certo di importanza. Zemeckis dimostra così di non avere quella profondità intellettiva che molti suoi colleghi del periodo avevano (vedi quello che Spielber faceva con un altra commedia di qualche anno prima, quel "1941: Allarme a Hollywood!" che sfruttava molto meglio il setting storico), non rielabora in chiave moderna le istanze del cinema passato, tantomeno prova a creare qualcosa di davvero innovativo, limitandosi a portare in scena lo script nel modo migliore possibile. Cosa che non succederà in "Chi ha incastrato Roger Rabbitt?" , in quel "Forrest Gump" che molto spesso si tende a snobbare e persino in "Ritorno al Futuro- Parte III", dove invece sembra riscoprire la passione per il cinema di Sergio Leone; rendendo così "Ritorno al Futuro" un'opera riuscitissima ed incredibilmente divertente, ma anche meno profonda di quanto avrebbe potuto essere.




Un peccato imperdonabile? Assolutamente no: lo status di classico e di cult plurigenerazionale è assolutamente meritato. "Ritorno al Futuro" è a suo modo e in senso relativo un film perfetto, graziato da uno script magistrale e un cast sublime.

lunedì 9 gennaio 2023

The Fabelmans

di Steven Spielberg.

con: Gabriel LaBelle, Michelle Williams, Paul Dano, Judd Hirsch, Seth Rogen, Keeley Karsten, Julia Butters, Chloe East, Sam Rechner, Oakes Fegley, Isabelle Kusman, David Lynch.

Usa 2022


















---CONTIENE SPOILER---

Forse per un autore, quando si arriva ad una certa età, diventa obbligatorio confrontarsi con il passato, con gli anni formativi, con la pre e post adolescenza per capire o anche solo illustrare quel momento che ne ha deciso il destino, fare un amarcord di ciò che fu per capire ciò che si è. E Steven Spielberg, a 76 anni, decide di dare forma filmica al ricordo, portare su schermo una rielaborazione del passato per illustrare al pubblico ciò che fu per lui. E ben avrebbe potuto fare una "tornatorata", idealizzarne tutti gli aspetti in modo ruffiano, dando come sempre al pubblico ciò che vuole. Invece, miracolosamente, fa l'esatto opposto e crea un ritratto drammatico e umano di un'esperienza personale forse mai davvero digerita.



Nel cinema di Spielberg, la famiglia è sempre stata un rifugio amorevole, un nido da proteggere e nel quale ritrovare conforto e amore nonostante tutti i mali presenti nel mondo (l'unica eccezione in tal senso è stata data in "Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo", restando per di più una pura parentesi per oltre quarant'anni). In "The Fabelmans" la famiglia è invece un crogiolo di dolore, tenuta in piedi dall'abitudine, il compromesso e la menzogna vera e propria Il tutto a causa delle figure femminili (e in questo Spielberg va in controtendenza rispetto al cinema woke odierno che vuole la donna ferma nella dicotomia vittima/guerriera); la prima figura negativa introdotta è quella della nonna paterna, vera e propria "matrigna ebrea" che si compiace di insultare chiunque le capiti a tiro per sentirsi superiore a tutti.
Il vero perno del dolore, il fulcro sul quale poggia la futura disgregazione, è però la madre, vista come donna passionale e talentuosa, ma al contempo egoista e umorale. Quello di Mitzi Fabelman è il personaggio più antipatico mai apparso nella filmografia spielberghiana e ben potrebbe rientrare in un'ideale top 10 dei personaggi più sgradevoli mai apparsi su schermo. E' una donna che ha a cuore solo il suo benessere, pur volendo ricoprire il ruolo di madre di famiglia, che non si cura di come la sua relazione extraconiugale possa influire sul marito e i figli e che ha un vero e proprio crollo psicologico quando non può più soddisfarla. E a Spielberg non interessa riconciliarsi con questa figura materna immatura e scomoda: persino quando potrebbe perdonarla, si limita ad accettarla, al massimo a sottolineare come il suo carattere egocentrico sia simile a quello del suo alter-ego filmico, il protagonista Sammy. E la scelta di far interpretare questa donna orrenda nella bellezza a Michelle Williams risulta vincente, poiché riesce incarnarne perfettamente l'indole bambinesca e i manierismi ai limiti dello snob.




Questa descrizione disincantata della famiglia come menzogna collettiva accettata per puro quieto vivere, per quanto acida, risulta più sincera di quanto Spielberg abbia fatto in proposito in tutta la sua carriera e "The Fabelmans" diventa di conseguenza il suo film più schietto (anche se il più sentito resterà forse per sempre "Schindler's List").
Dall'altra parte c'è lui, Sammy, il vero centro della narrazione, alter-ego di Spielberg con il quale rievoca la nascita della passione per il cinema, quello shock dopo la visione de "Il più grande spettacolo del mondo", quel treno che deraglia ricostruito ossessivamente con i giocattoli, preludio ai filmini amatoriali con i quali affinerà sia la passione che la tecnica. La quale culmina con le riprese di "Escape to Nowhere", quel piccolo corto più volte citato dall'autore dietro le quinte di "Salvate il Soldato Ryan" del quale potrebbe quasi inteso come una precoce prova generale e le cui riprese vengono qui rievocate in modo simpatico, con la vera macchina da presa che crea un movimento impossibile per i mezzi che aveva all'epoca.



"The Fabelsman" diventa così uno spaccato sito nel mezzo della ardua realtà e della passione escapista, rifuggendo definitivamente da quell'idealizzazione falsa e ricattatoria di tante operazioni simili e già questo da solo ne sancirebbe l'ottimo valore. Ma Spielberg riesce persino ad andare oltre.
Nella terza parte del racconto, porta in scena il trasferimento in California e quando sembra che tutto debba scadere nell'ovvio, con il piccolo ebreo Sammy picchiato dai bulli antisemiti, la sorpresa è dietro l'angolo: la creazione del filmino per le vacanze estive della classe è l'occasione che porta l'autore a riflettere, praticamente per la prima volta nella sua carriera, sulla forza manipolativa del cinema. Quei personaggi così antipatici al di fuori e così fragili all'interno divengono, nell'occhio del protagonista, degli eroi olimpici, con il bullo Logan trasformato in un eroe mitico, mentre il giovane psicopatico Chad viene disvelato per la creatura infelice che è. Il che porta Logan ad una crisi, ad affrontare i suoi limiti in una confessione tanto violenta quanto catartica, forse il vero punto nevralgico del film: proprio come lui, è lo stesso Spielberg ad affrontare i suoi demoni riguardandoli su schermo, con il segreto del tradimento della madre a sua detta portato in silenzio per anni.



E poi c'è ovviamente quel finale già diventato di culto: John Ford appare all'aspirante filmmaker e rievoca il suo famoso discorso sull'importanza dello spazio nell'inquadratura. E far interpretare il regista americano più importante di sempre (secondo forse solo a David Wark Griffith) a David Lynch, ossia uno dei più grandi artisti viventi, è semplicemente un colpo di genio prima ancora che un accorato omaggio alla bellezza del cinema.



"The Fabelmans" trova così il suo valore nell'anticonvenzionalità della storia, nella sua volontà di rievocare il passato senza abbellirlo e anzi volendolo affrontare a viso aperto. Non il film migliore di Spilberg in assoluto, né il capolavoro che molti decantano, ma sicuramente un'opera sincera e forte e per questa tra le migliori della sua lunga carriera.

domenica 15 aprile 2018

War Horse

di Steven Spielberg.

con: Jeremy Irvine, Emily Watson, Peter Mullan, Niels Arestrup, Celine Buckens, David Thewlis, Benedict Cumberbatch, Tom Hiddleston, Toby Kebbell.

Avventura/Guerra

Usa, India 2011















Sembrava che con "Le Avventure di TinTin" Spielberg avesse ritrovato un gusto per il cinema d'avventura che si credeva ormai estinto, oltre che la voglia di sperimentare soluzioni visive ardite, che solo il cinema d'animazione può permettere.
Con "War Horse", invece, il Re Mida di Hollywood ritorna ad un cinema classico, adattando un famoso libro per ragazzi di Michael Morpurgo, in quello che è uno dei suoi exploit peggiori.




Il target del film deve essere sempre tenuto a mente: giovani ragazzi e bambini; ecco perchè la premessa della storia è labile, ossia le peripezie di un cavallo che vaga per l'Europa della Prima Guerra Mondiale, mentre il suo giovane padrone (Jeremy Irvine), quasi innamorato di lui, si arruola per ritrovarlo.



Una trama ai limiti dell'idiozia, che però serve ad imbastire un racconto sui buoni sentimenti: il cavallo Joey attraversa la guerra risvegliando il meglio di coloro che incontra, rappresentando una metafora dello spirito dell'essere umano, che può essere ferito ma mai distrutto; ecco dunque Joey spaccare in due un masso con l'aratro come se niente fosse, arare in un giorno un intero campo, scavalcare un carro armato e sopravvivere ad un ginepraio di filo spinato.
Se la metafora è forte e condivisibile, decisamente pacchiano e al contempo misero è il racconto che Spielberg imbastisce.




Tutti i personaggi che il buon cavallo incontra sono delle macchiette: due fratelli inseparabili, due amici buoni, una ragazzina malata ma vitale, suo nonno filosofo, soldati buoni ed altri cattivi e persino un commilitone equino di colore, giusto per non mancare nessuno stereotipo.
Personaggi piatti, privi di mordente, prigionieri di una caratterizzazione monodimensionale che ne imprigiona le azioni nella prevedibilità più pura; impossibile empatizzare con loro, in primis con il protagonista, sin troppo ottimista e buono.




Se la sostanza diviene subito fredda, la forma è quantomai ricercata; Spielberg si rifà al classicismo americano, caricando le inquadrature di una vis epica, allargando il campo il più possibile e regalandoci un finale talmente barocco nei colori e nelle forme da sfiorare il ridicolo; molte delle immagini, sopratutto quelle della campagna irlandese, appaiono posticce, sciupate da un eccesso di color correction per esasperarne i colori, sino a divenire cartoline patinate.




Decisamente più riuscito è il racconto bellico; confrontandosi per la prima volta con la Grande Guerra, colui che si è autoproclamato depositario della memoria storica della Seconda Guerra Mondiale abbandona ogni retorica e dipinge un conflitto dove non ci sono nè buoni, né cattivi, solo soldati chiamati a morire; non per nulla, le sequenze più riuscite sono quelle con protagonisti i due giovani fratelli tedeschi, disertori, la cui morte viene "celata" per pudore; nonchè l'assalto alla trincea nemica, dove giunge l'omaggio al Kubrick dell'immenso "Orizzonti di Gloria", tra camera a mano che anticipa i movimenti dei personaggi nei fossati ed un maestoso crane che li segue durante la carica.




L'affiatamento di Spielberg è tangibile, ma il suo racconto langue; a differenza di Joey, si accascia subito nei luoghi comuni per farsi smielato e fin troppo improbabile, anche per essere un film per ragazzi.
Il ridicolo involontario non fa sempre capolino, ma davvero non si riesce a credere ad una storia del genere; ben si sarebbe potuto alzare il tiro, creare un'epica bellica da un punto di vista neutrale omettendo parte del racconto, la più inutile, quella della fattoria; ma l'enfasi forzata sull'amicizia tra uomo e animale e la mano pesante di Spielberg rendono il tutto, alla fine, indigeribile.

venerdì 30 marzo 2018

Ready Player One

di Steven Spielberg.

con: Tye Sheridan, Olivia Cooke, Lena Waithe, Win Morisaki, Philip Zaho, Hannah John-Kamen, Ben Mendelsohn, Simon Pegg, Mark Rylance, T.J. Miller.

Fantastico/Avventura/Animazione

Usa 2018

















Solo Steven Spielberg poteva trasporre su schermo le pagine di Ernest Cline; quell'immenso e densissimo museo di citazioni di cultura pop anni '80 che è "Ready Player One" è di fatto figlio del cinema spielberghiano (oltre che di quello di Lucas), da "I Predatori dell'Arca Perduta" a "I Goonies", al punto di trascendere lo status di semplice omaggio nostalgico per divenire vero e proprio manifesto della cultura geek.




Pubblicato nel 2011, "Ready Player One" è uno strano mix di fantascienza distopica, con un futuro che sembra uscito dalle pagine di Philip K.Dick, cyberpunk alla William Gibson (la struttura da caper di "Neuromante" si ritrova bene o male anche qui) e tonnellate di rimandi al mondo dei videogames e del cinema pop d'antan. Un calderone nel quale finiscono amalgamati Pac Man e i Monty Python, "Highlander" e "Star Wars", il cinema di Stanley Kubrick con "Mobile Suit Gundam", il tokusatsu di Spider-Man e "Ritorno al Futuro", "Zork" e "Wargames" (stranamente assente, invece, qualsiasi riferimento a "Star Trek"). Il tutto cucito addosso ad una struttura narrativa semplicissima, che fa capo ad una trama a dir poco classica.
Wade Watts, orfano e spiantato, vive in un mondo in preda alle carestie, dove però l'intera popolazione è immersa nel mondo virtuale di OASIS, sorta di Second Life che contiene simulazioni di ogni opera ed attività possibile ed immaginabile, vero e proprio coacervo di universi nell'universo. Il mondo di Wade viene però sconvolto quando, alla morte del creatore di OASIS, James Halliday, viene rivelato come questi abbia lasciato in eredità il suo patrimonio multimiliardario a chiunque trovi un easter egg nascondo nei meandri della simulazione; il rischio è quello che la IOI, società rivale, ne approfitti per fare proprio OASIS e renderlo a pagamento, trasformandolo in un passatempo d'elite. Con il suo avatar Parzival e aiutato dai compagni virtuali Each, Sho, Daito e Art3mis, Wade decide di unirsi agli egg hunter (o "gunter") per salvare OASIS dai Sixer, i lacchè della IOI, guidati dallo spietato Nolan Sorrento.


Un'avventura, quella concepita da Cline, che omaggia affettuosamente la cultura pop anni '80 e riprende dal cinema dell'epoca tutte le tematiche e sinanche la struttura della storia. Il che non è sempre un pregio.
Se la lettura è sempre piacevole, il ritmo elevato ed i personaggi simpatici, non si può che essere stupiti, talvolta, per l'acerbità dell'intreccio e sopratutto del suo sviluppo. A partire dalla caratterizzazione del protagonista, super buono, figlio del sottoproletariato futuro come da tradizione, che però, nella migliore tradizione della "Mary Sue", riesce sempre e comunque ad uscire dai guai grazie alle sue doti di tuttologo; non si riesce davvero a credere ad un Wade Watts che riesce a completare alla perfezione "Pac-Man" e "Jouste" giustificandosi con il classico "mi sono allenato per anni", ad hackerare il sistema della IOI con una console da passatempo, a sfuggire a tutti gli attentati possibili ed immaginabili elaborando piani che farebbero invidia ad ud un James Bond immerso in un film di Hitchcock; senza contare quando comincia a recitare a memoria tutte le battute di "Wargames" e "Monty Python e il Sacro Graal".
La risoluzione di tutte le barriere è sempre lineare; le prove che Wade è chiamato ad affrontare vengono superate praticamente senza sforzo, affossando spesso la sospensione dell'incredulità; e non aiuta l'aver caratterizzato la IOI come una vera e propria corporation satanica ed i creatori di OASIS come dei monarchi illuminati: tutto è fin troppo semplice, quasi infantile, pur quando i toni si fanno cupi e violenti.
Per di più, Cline prende una posizione ambivalente verso l'abuso dei videogames. Per quasi tutto il romanzo li descrive come una forma di escapismo necessario per sfuggire alle brutture le mondo reale e per trovare fiducia in sè stessi, preconizzando finanche un possibile uso didattico degli stessi; ma a tratti, sopratutto nelle ultimissime battute, inverte rotta, dandone una descrizione negativa, come una forma di alienazione superabile solo conquistando tutto il conquistabile nella vita reale. Ambivalenza forse utilizzata per non scontentare nessuno, nè i fan, nè i detrattori del medium.



Forse proprio per tutti questi motivi, sia il supernerd Zak Penn che lo stesso Ernest Cline in sede di script hanno deciso di cambiare molti elementi della storia per il passaggio su Grande Schermo. Sparita, innanzitutto, la caratterizzazione cupa della IOI, con alcuni dei passaggi più drammatici; il tono generale è così più leggero ed anche credibile. Così come diversa è la caratterizzazione dei personaggi: Wade non è più il genio tuttofare, Aech diviene un hacker esperto, Art3mis il capo di un piccolo gruppo di ribelli che combattono i Sixers e iRok da comparsa diviene il braccio destro di Nolan Sorrento. La struttura da caper diviene poi meno lineare e con passaggi inediti, come le prove da superare, che ora non si svolgono più dinanzi a cabinati d'epoca ma dentro simulazioni a 360 gradi.
Dal canto suo Spielberg allarga i riferimenti pop, non più solo quelli anni '80 (forse per evitare di trasformare tutto in una versione cinematografica di "Stranger Things"), presenti più che altro nella colonna sonora. Con il risultato di creare un incredibile sarabanda di rimandi a tutti i fenomeni geek filmici, televisivi e videoludici possibili ed immaginabili; entrano così nella "collezione": la moto di Kaneda di "Akira", il Batman del '66 ed Harley Quinn, King Kong, "Jurassic Park", "Battlestat Galactica", "Aliens", "Minecraft", "Street Fighter"e "Mortal Kombat", "Overwatch", le Tartarughe Ninja, "Halo", "RoboCop", Freddy Krueger, Jason Voorhees e la bambola Chucky solo per citare i più evidenti; nelle scene di massa è letteralmente impossibile contare tutti i vari "easter eggs" senza un fermo immagine. Stranamente assenti, invece, riferimenti espliciti a "Star Wars", forse per motivi di diritti d'autore.



Ma la parte del leone, Spielberg la riserva al compianto amico Stanley Kubrick: l'ormai mitologico "Shining" diviene protagonista di quella che è la sequenza più sorprendente, in cui le immagini del film originale vengono rielaborate in chiave ludica e a tratti comica; un'omaggio sincero, divertito e per questo quasi commovente.
Ed è nelle sequenze delle varie prove che l'immaginazione del trio di autori si sbizzarrisce, tra corse indiavolate e battaglie epiche in cui Gundam combatte contro Mechagodzilla.



Al di là dell'ovvia componente spettacolare, a stupire davvero è la lettura che Spielberg dà del romanzo a convincere; laddove nel libro il giudizio sull'abuso della realtà virtuale restava ondivago, nel film vi è una predilezione per il reale, che tuttavia non si traduce mai in una condanna verso i videogames, quanto verso il loro abuso. Spielberg in questo è chiaro: l'escapismo è necessario (d'altro canto, come potrebbe essere diversamente per lui?), tuttavia bisogna arrivare a comprendere come pur sempre di finzione si tratti; per quanto bello, un gioco resta un gioco, la realtà è l'unico vero mondo nel quale vale la pena di vivere. Il che potrebbe anche riportare alla mente il nostrano "Game Therapy"... con tutte le differenze possibili, naturalmente. Posizione, comunque, netta, che rende automaticamente l'adattamento filmico superiore al romanzo d'origine.




Ma ancora prima, "Ready Player One" convince per il modo in cui riprende i toni da cinema per ragazzi anni '80 e li traduce in uno spettacolo moderno, per farsi monumento spettacolare e divertente di un mondo sicuramente infantile per il modo in cui appiattisce tutti i riferimenti, ma al contempo intrigante.

giovedì 15 marzo 2018

Le Avventure di TinTin- Il Segreto dell'Unicorno

The Adventures of TinTin

di Steven Spielberg.

con: Jaime Bell, Andy Serkis, Daniel Craig, Simon Pegg, Nick Frost, Toby Jones, Daniel Mays.

Animazione/Avventura

Usa, Nuova Zelanda 2011
















Un incontro scritto nel destino, quello tra Spielberg ed Hergè, che risale ai primi anni '80. Impegnato nella promozione europea de "I Predatori dell'Arca Perduta", il Re Mida di Hollywood vede costantemente paragonato dai recensori il suo Indiana Jones con TinTin, protagonista di un fumetto a lui sconosciuto, ma molto popolare in Europa, cosa che lo incuriosisce.
La successiva lettura della bande dessinèe lo colpisce al punto di decidere di portarla sullo schermo: quel mix di avventura esotica, mistero ed azione è perfetto per il suo cinema rocambolesco e genuinamente escapista; ma vi è un problema, ossia come trasporre le avventure del reporter dai capelli rossi senza creare una pellicola manierista, una sorta di inutile variazione de "I Predatori". Ed è questo l'inizio di un progetto che si realizzerà solo 30 anni dopo, con l'aiuto di Peter Jackson e, in sede di script, di Edgar Wright, Joe Cornish e Steven "Doctor Who" Moffat. Una trasposizione rispettosa del materiale di partenza, che riesce perfettamente nell'essere un ottimo film di avventura, dal ritmo sempre alto e dall'inventiva, sia visiva che narrativa, stupefacente.



Creato dal belga Georges Remi, in arte Hergè, già nel 1929, il personaggio di TinTin è protagonista di una serie regolare che dura sino al 1983, anno della morte del suo autore. Reporter integerrimo, vive una serie costante di avventure che lo portano ad intrecciare sovente il cammino con personaggi ed eventi reali, in contesti storici sempre credibili, anche quando finisce sulla luna prima di Armstrong.
Il tono picaresco, spensierato ed il ritmo veloce conquistano da subito il pubblico francofono prima, europeo in un secondo momento, dove i libri di Hergè conoscono un successo sempre crescente. Merito anche della bella caratterizzazione dei personaggi: TinTin è un idealista pronto a tutto pur di svelare il mistero di turno, il suo migliore amico, il capitano Haddock, un burbero lupo di mare dall'imprecazione sempre pronta, il duo Dupond e Dupont, gemelli mancati, due poliziotti un pò imbranati, perennemente in giacca e bombetta, o lo stralunato professor Girasole, uno scienziato un pò toccato; senza dimenticare il fido Milù, cagnolino dall'intelligenza spiccata e perfetta spalla, che spesso si rivela essenziale per uscire dai guai.


Già trasposte in una bella serie televisiva a cartoni dei primi anni '90 e prima ancora in un film del 1961, le avventure di TinTin arrivano per la seconda volta sul grande schermo nel 2011, come un film d'animazione in performing capture, quella tecnologia che negli stessi anni ossessionava Robert Zemeckis, ma che Spielberg riesce ad usare in modo decisamente più convincente.
Chiusi gli attori nel volume, usando una macchina da presa radiocomandata e forte di un budget di quasi 100 milioni di dollari, Spielberg crea movimenti di macchina funambolici ed impossibili da replicare nella realtà, interi piani sequenza che seguono costantemente il protagonista nelle sue corse e capriole, in movimenti velocissimi, quasi sincopati, che donano un ritmo unico alla pellicola. Il controllo totale sull'inquadratura, data dallo strumento dell'animazione con cui si cimenta per la prima volta, lo porta anche a creare immagini più plastiche del solito, che divengono veri e propri quadri nei passaggi di scena, con dissolvenze analogiche che giocano sulle forme degli oggetti e paesaggi. Il che, mixato con una storia di ampio respiro, rende questa trasposizione come un vero e proprio nuovo capitolo di Indiana Jones: il senso dell'avventura e della velocità proprio dei film con l'archeologo armato di frusta e fedora si ritrovano più qui che nell'orrendo "Il Regno del Teschio di Cristallo", tanto che il reporter belga di Hergè può davvero essere considerato come il suo perfetto erede cinematografico.




Un plauso fa fatto all'intero team degli effetti speciali (circa 900 animatori) per essere riusciti a ricreare con credibilità i lineamenti e le espressioni degli attori senza far scadere la percezione dei personaggi in quell' "uncanny valley" che li renderebbe mostruosi, cosa che invece accadeva sia in "Polar Express" che nel successivo "Mars needs Moms".
Ma la riuscita definitiva è dovuta ad uno script che fonde con gusto ben tre delle storie di Hergè, per creare un'avventura dal ritmo indiavolato, dove il mystery e l'azione si inseguono sino alla risoluzione.




Spielberg dal canto suo riesce perfettamente a mischiare i due registri; il ritmo è sempre alto, ma quando c'è bisogno di dar spazio alla storia, questo rallenta senza incepparsi. Sopratutto, capisce quando il tono necessita serietà e quando no: incredibile vedere TinTin impugnare una pistola per difendersi, come se si fosse ancora il quel bel cinema per ragazzi anni '80, dove le maglie della censura permettevano un tono adulto alla narrazione; e quando arriva lo splapstick, lo fa in grande stile e senza far scadere il tutto nella farsa, persino quando la gag di turno consiste nel vedere il capitano Haddock ruttare nel serbatoio di un aeroplano.




Un'avventura dal gusto retrò perfettamente riuscita, questa prima trasposizione di TinTin da parte di Spielberg; il vero erede del suo miglior cinema d'avventura, uno spettacolo incredibile ed ammaliante, puro e magnifico cinema di intrattenimento, quello della miglior specie.

mercoledì 7 febbraio 2018

The Post

di Steven Spielberg.

con: Meryl Streep, Tom Hanks, Matthew Rhys, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Bruce Greenwood, Tracy Letts, Allison Brie, Jesse Plemons.

Storico/Drammatico

Usa, Inghilterra 2017
















Sembrava che Spielberg fosse l'ultimo regista al mondo a poter parlare con efficacia dello scandalo dei "Pentagon Papers"; eppure, con "The Post" è riuscito a stupire, a creare una ricostruzione attenta ai dettagli, esteticamente appagante, rifacendosi al miglior cinema di Alan J.Pakula e in generale al filone impegnato del cinema americano anni '70, scadendo qualche volta nei clichè, ma tenendo sempre alta l'asticella della tensione morale.




"The Post" è la storia della Storia, di come il Washington Post (e prima il New York Times) siano riusciti, nei primi anni '70, a pubblicare i dossier dei famosi "Pentagon Papers", commissionati da Robert McNamara e contenenti un reportage completo sull'impegno militare americano in Indocina sin dalla fine degli anni '40. Uno scandalo che tocca solo marginalmente l'amministrazione Nixon (pur essendo quest'ultimo il principale avversario alla loro pubblicazione) e che travolge le figure di Kennedy ed Eisenhower, sopratutto con riguardo alla coscienza dell'impossibilità di vincere la Guerra del Vietnam ed il relativo sacrificio di oltre il 70% delle truppe mobilitate al solo fine di "salvare la faccia".




Una cronaca che parte e finisce come un thriller, con il furto dei documenti e l'incipit del caso Watergate e la successiva caduta del "cattivo", ma che si sviluppa appoggiandosi sul conflitto interno al Post, sulle responsabilità dell'editore e del padrone della testata, sulle pressioni dovute all'imminente lancio sul mercato borsistico della testata e, ancora maggiori, quelle relative al peso delle notizie ricevute.
Conflitto tra etica giornalistica, devozione patriottica e, sopratutto, immanenti necessità editoriali. Non ci sono eroi nello script di Josh Singer (già autore de "Il Caso Spotlight"), tutti i personaggi sono come ingranaggi di una gigantesca macchina organizzativa, devota a riportare non la Verità, ma i fatti. Un approccio al giornalismo meno idealizzato di quanto il cinema americano ci abbia abituato (e per questo lontano dalle corde degli stilemi spielberghiani), più vicino alla realtà, costantemente alla ricerca di una verosomiglianza anche quando porta in scena sequenze utili al solo fine narrativo (su tutte, l'incontro tra Kay Graham e McNamara o l'immancabile monologo ispiratore finale). Una visione dove la pubblicazione dei dossier diviene atto di rivolta con un establishment bugiardo e manipolatore e la figura del giornalista, come nella prima visione di Tocqueville, un contrappeso necessario ai fini del corretto funzionamento della macchina democratica.




La regia di Spielberg si adegua di conseguenza; pur non sparendo, il suo tocco è sempre messo al servizio della storia; e riesce a non scadere nell'arido o nel manieristico grazie ad una serie di tocchi eleganti, come l'uso della steady con inquadrature dal basso per le sequenze nella redazione, o il riflesso di Bob Odenkirk nella scena del telefono pubblico, o ancora le soggettive nervose.
Il risultato è compatto e mai piatto, un'opera piccola, ma efficace, uno Spielberg minore, che non ha certo la forza dirompente del cinema a cui si rifà, ma riesce lo stesso a portare in scena con convinzione una storia scomoda e non semplice da trattare.