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sabato 7 maggio 2022

Doctor Strange nel Multiverso della Follia

Doctor Strange in the Multiverse of Madness

di Sam Raimi.

con: Benedict Cumberbatch, Elizabeth Olsen, Benedict Wong, Chiwetel Ejiofor, Xochitl Gomez, Rachel McAdams, Michael Stuhlbarg.

Fantastico

Usa 2022














Esattamente venti anni fa, lo "Spider-Man" di Sam Raimi inaugurava l'era del comic-movie Marvel al cinema. Si potrebbe parlare dell'inizio di un'era, ma sarebbe corretto anche parlare della fine di un'altra, della fine del cinema di Raimi, che già all'epoca reduce da un paio di lavori sottotono ("Gioco d'Amore" e "The Gift"), avrebbe di li a poco finito per dirigere unicamente pellicole commerciali su commissione. O, per essere più precisi, giusto altri tre film, due dei quali sequel del blockbuster che ne ha ridefinito la carriera, uno quello che resterà il suo ultimo lavoro cinematografico per i successivi undici anni, ossia "Il Grande e potente OZ" ("Drag Me to Hell" è stata più che altro una parentesi isolata).
Sul fatto che nella trilogia sull'Arrampicamuri lo stile di Raimi risulta annacquato e incapace di sorprendere, sostituendo la sperimentazione visiva con un piattume estetico-stilistico sconsolante, si è scritto anche troppo. Meglio guardare i fatti: il cinema di Raimi non è esistito più e quel suo stile anarchico ha trovato una valvola di sfogo solo nel medium televisivo, con quel "Ash vs. Evil Dead" durato troppo poco.
Poi avviene l'impensabile: licenziato Scott Derrickson dal sequel di "Doctor Strange" per le canoniche "divergenze creative", ecco salire a bordo del progetto niente meno che il padre putativo del MCU, di ritorno in cabina di regia dopo una pausa durata anche troppo. E poi il paradosso nel paradosso: anche al netto degli evidenti difetti di scrittura, "Nel Multiverso della Follia" non solo è uno dei film migliori dei Marvel Studios, ma ha in sé più Sam Raimi in due ore che l'intera trilogia su Spider-Man in quasi nove.


E Raimi di certo non si risparmia. Complice un soggetto che gli permette più di quanto le avventure dell'Uomo Ragno avrebbe mai potuto concedergli, tira fuori dall'armadio il suo repertorio di inquadrature sghembe, soggettive demoniache e movimenti di macchina isterici. Lo stile di questa seconda avventura in solitario dello Stregone Supremo è puro Raimi, non filtrato, né annacquato. Tanto che i risvolti horror gli consentono anche di giocare con la tensione e di inserire richiami al suo cinema eccessivo e visionario: gustosissimi gli inserti splatter celati tra le righe di una messa in scena da film per ragazzini, con l'occhio cavato a Shuma Gorath che ci riporta direttamente ai tempi de "La Casa 2" e degli omaggi del nostro al cinema di Lucio Fulci. O, ancora, la visione del cadavere rianimato dello Strange "alternativo", gloriosamente creato con make-up fisico e dai movimenti goffi e dinoccolati, nonché circondato da demoni infernali che sembra debbano esclamare "I'll swallow your soul!" da un momento all'altro. Ma su tutto, sono gli scontri magici a stupire, con la regia pronta a immaginare i duelli tra maghi in modo sempre originale, senza mai scadere nelle "sparatorie magiche" simil film di Harry Potter.
Sono lontani, per fortuna, i tempi in cui Derrickson immaginava le avventure di Stephen Strange in un mondo ricopiato sulle visioni Nolan. Quello di Raimi è un multiverso vivo e ameno, dotato di un'identità marcata che lo distacca da un buon 90% della piatta produzione targata Kevin Feige.


Sul piano visivo, dunque, questo sequel non solo supera decisamente l'originale, come era lecito aspettarsi, ma riesce anche a riservare qualche gustosa sorpresa, con il pieno ritorno alla forma del suo autore. Sul piano narrativo le cose non sono altrettanto rosee.
Non che la  storia non funzioni, anzi. Solo che da un lato è di una semplicità talvolta disarmante, con lo Stregone Supremo chiamato unicamente a scortare l'imberbe America Chavez e a proteggere la sua capacità di muoversi nel Multiverso Marvel. Dall'altro, è ovviamente necessario aver visto praticamente tutte le incarnazioni del MCU cinematografiche e seriali per capirci qualcosa. Prima fra tutte, la serie di "WandaVision" per comprendere chi sia davvero Scarlet Witch e cosa sia il Darkhold, sorta di Necronomicon marvelliano. Cui si aggiungono ovviamente tutti i film sugli Avengers da "Age of Ultron" in poi e magari anche qualche altro vecchio comic movie Marvel pre-MCU. 



Paradossalmente, proprio quei capitoli che trattavano il tema del multiverso in modo diretto risultano i meno necessari: non c'è quasi nessun riferimento a "Spider-Man: No Way Home", tanto che persino il personaggio di Ned Leeds è del tutto assente; così come i rimandi alla serie "What if..." sono praticamente nulli. E viene persino da ridere se si tiene conto della mancanza di coerenza con i restanti film nei quali Strange è apparso: di certo, quello qui ritratto non è l'incapace che resta prigioniero della tela dell'Uomo Ragno per tre giorni, né lo smemorato che si dimentica dei suoi poteri dinanzi a Thanos.




Se i fan Marvel possono gioire nel vedere un'altra incarnazione spettacolare dei loro personaggi preferiti, i veri cinefili per una volta possono dirsi altrettanto soddisfatti: Sam Raimi è tornato ed è sempre in forma. E si spera continui così per il resto della sua carriera.

lunedì 11 maggio 2020

I 2 criminali più pazzi del mondo

Crimewave

di Sam Raimi.

con: Paul L.Smith, Brion James, Bruce Campbell, Sheree J.Wilson, Reed Birney, Edward R.Pressman, Louise Lasser.

Commedia

Usa 1985















Ottenuto il successo grazie a "The Evil Dead", Sam Raimi può dedicarsi finalmente al genere da lui prediletto, ossia la commedia demenziale; e "Crimewave", uscito nel 1985, si configura come il film più "strano" della sua carriera, una farsa scritta a sei mani con i fratelli Coen (i quali nel frattempo avevano esordito in solo con il bel "Blood Simple" nel 1984), prodotto assieme agli amici Robert Tapert e Bruce Campbell, nella quale i topoi della commedia vengono sovvertiti a suon di esagerazioni, con una storia convulsa che si fa subito canovaccio per delle gag sempre più surreali e folli.



L'incipit riprende il gusto dei Coen per il noir classico: il piccolo imprenditore Ernest Trend (interpretato dal produttore Edward R.Pressman) ingaggia due "derattizzatori" (Paul Smith e Brion James, semplicemente perfetti) per uccidere il proprio socio in affari; nel frattempo lo sfigato Vic (Reed Birmey), dipendente di Trend, si innamora della bella Nancy (Sheree J.Wilson), vicina di casa dello stesso Trend.



Una storia che viene usata come presupposto; ben presto, la trama va letteralmente a rotoli a causa di imprevisti e causalità che portano il mandante a morire come la vittima, il giovane innamorato a divenire eroe e i due killer due pasticcioni assatanati. Tutto, in "Crimewave", è votato all'eccesso, dallo stile barocco di Raimi, che usa e abusa crane e dolly per una messa in scena talmente cinetica da divenire simile a quella di un action, sopratutto nel finale, fino alle gag, distruttive e apocalittiche, pronte a distruggere set, oggetti di scena e gli stessi attori in un crescendo sempre più folle e scatenato, passando dalla fotografia, immersa nei colori e nei contrasti del gotico di Mario Bava..



In tal senso, "Crimewave" è il perfetto figlio dei suoi tre padri: il gusto per l'iperbole viene da Raimi, mentre dai Coen proviene il gusto del mettere al centro dell'azione un pugno di personaggi genuinamente idioti, omuncoli ingenui o pazzi che macinano tutto ciò che incontrano.
Non c'è volontà satirica in questo gioco al massacro, lontano è il folle esistenzialismo coeniano così come il cinismo del primo Raimi. Questa commedia demenziale è semmai un perfetto esercizio di stile, un'operetta volutamente minore all'interno della filmografia degli autori che serve loro a sfogare la propria passione per la slapstick comedy, con Stanlio e Ollio e i Tre Marmittoni a fare da numi tutelari ai personaggi e alle loro folli peripezie. In questo, gli autori non si risparmiano e creano gag talvolta irresistibili o sequenze nel loro piccolo memorabili, come il matto inseguimento finale.




Raimi riesce così nell'intento di creare una riuscita e folle commedia postmoderna, dove il classico rivive in modo stilizzato, fumettoso e cartoonesco, in una continua iperbole di gag e battute fulminanti. All'epoca non fu capito e oggi si fa presto a glissare su questo tassello della sua filmografia che, quando contestualizzato, si rivela essenziale: è da qui che l'autore riprenderà l'idea di contaminare con la commedia anche gli altri generi, cosa che farà, in modo più riuscito, con il successivo "Evil Dead II".

martedì 6 agosto 2013

Spider-Man 3

di Sam Raimi

con: Tobey Maguire, Kirsten Dunst, James Franco, Thomas Haden Church, Topher Grace, Bryce Dallas Howard, J.K.Simmons, Rosemary Harris, James Cromwell.

Commedia/Supereroistico

Usa (2007)














Quando un ex enfant prodige dirige uno dei film più stupidi che si siano mai visti, si può davvero continuare a conisderarlo come un grande artista? Domanda che diviene quasi un obbligo morale alla fine della visione di "Spider-Man 3", nel quale Raimi sfoggia una predilezione per l'idiozia gratuita che va ben oltre il limite di guardia. Perché "Spider-Man 3" è davvero un film stupido, non solo nella storia, ma anche nella caratterizazione dei personaggi, nella costuzione delle singole scene e, in genere, nell'approccio con cui l'autore si cimenta con il materiale.
Ora, il caos produttivo che ne ha segnato la lavorazione è cosa nota; il produttore Avi Arad, all'epoca timoniere capo presso la divisione filmica della Marvel, premeva affinché il film si concentrasse sullo scontro tra l'eroe e Venom, la sua nemesi più amata dal pubblico, ed avesse un tono più cupo; mentre a Raimi interessava di più cocnentrarsi sui nemici classici dell'Arrampicamuri e continuare ad avere un tono leggero, marchio di fabbrica della serie. Contrapposizione di visioni che ha finito per fondersi in uno script che, a fronte di infinite riscritture, è divenuto un vero e proprio fritto misto di situazioni e personaggi, spesso inseriti a forza. Il che, sommato ad una regia goffa, crea uno spettacolo delirante.
 


Ma in primis non si può che stigmatizzare i più basilari difetti di scrittura; per creare un conflitto iniziale, non si ha una effettiva crescita del protagonista neanche dopo ben due film; Peter è l'eterno ragazzo, quasi Pan nella sua eterna ingenuità travestita da innocenza, il quale non riesce a vedere il suo egoismo nei confronti dell'eterna fidanzata Mary Jane; il loro rapporto viene reso "tormentato" grazie a dialoghi ripetitivi, dove non si fa che riportare al centro di tutto la megalomania dell'eroe mal digerita dalla ragazza. Quando poi entrano in scena i potenziali "terzi", si comincia a scadere nel ridicolo.





Non si riesce a crede al personaggio di Gwen Stacy (Bryce Dallas Howard), la cui attrazione per Peter solo accennata non diviene mai centro narrativo, pur in teoria dovendo mettere in crisi il rapporto con Mary Jane; e come da tradizione, anche lei è confinata nel ruolo della "bella da salvare", aggravato dal fatto di essere caratterizzata come un'oca giuliva, tanto da far davvero sospettare una forma di misoginia sottesa alla visione di Raimi.






Ancora più ridicolo è il ruolo di Harry Osborn, la cui vendetta consiste nel far separare Peter da Mary Jane, il che per un villain armato fino ai denti è a dir poco stupido; ancora più stupida è l'esecuzione di questo piano, con Mary Jane che potrebbe tranquillamente rivelare la verità all'amato, ma decide chissà perché di non farlo. Se a questa claudicante formula si aggiunge una botta in testa che causa una temporanea amnesia ed una torta in grado di ridare i ricordi, la soglia del trash comincia davvero ad avvicinarsi.






Trash che esplode quando Raimi decide di infarcire una traccia narrativa dark con uno humor bambinesco, senza saper gestire il tutto. Vedere la versione "cattiva" di Peter Parker pavoneggiarsi per le strade di Manhattan a tempo di musica è uno spettacolo che fa cadere le braccia per le incredibili dosi di ridicolo involontario che vengono iniettate negli occhi del povero spettatore; ed il top lo si raggiunge nella sequenza del ballo seduttivo con la Stacy, da antologia del trash non voluto.
Il che fa tornare alla memoria il modo in cui invece lo stesso autore riusciva perfettamente a fondere il registro comico con quello splatter ne "La Casa 2" (1987); perché allora qui fallisce? Le risposte possibili sono tutte allo stesso modo avvilenti: è possibile che Raimi abbia perduto il suo smalto nel corso degli anni, che abbia volutamente diretto male una sequenza che non voleva all'interno di un film la cui paternità per certi versi non può essergli attribuita, che abbia ingenuamente perso di vista il limite tra humor e stupidità; o, ancora peggio, che la sua visione del personaggio sia limitata; d'altro canto, anche gli altri film non erano che puri divertissement che giocavano ad avere una morale, non, viceversa, racconti morali narrati con personaggi di carta. Una visione tipica di chi crede che dal mondo dei fumetti possono solo essere tratte storielle per bambini, ossia l'esatto opposto di quanto aveva dimostrato Tim Burton con lo splendido "Batman Returns" (1992) o di quanto avrebbe dimostrato di lì a poco Nolan con "The Dark Knight" (2008).




Regia e sceneggiatura si fondono così in un perfetto cocktail di personaggi idioti e sequenze malriuscite. La storia che le lega assieme è quanto di più frammentario possibile; da un lato c'è la scoperta del vero assassino di Zio Ben, ossia Flint Marko (Thomas Haden Church), presto tramutatosi nell'Uomo Sabbia, la cui caratterizzazione è simile al Doc Ock di "Spider-Man 2", ossia quella di un buon costretto al male, in una riproposizione di idee che forse cela la mancanza di una vera visione originale del personaggio; dall'altro il New Goblin che tormenta Peter per vendicare la morte del padre, che viene messo fuori gioco alla fine del primo atto, ritorna nel secondo e nel terzo decide di divenire buono. Ed infine lui, il tanto amato Venom, ridotto ad una comparsa nell'ultimo atto, è un personaggio a dir poco evanescente; la scelta di Topher Grace come interprete avrebbe in teoria dovuto trasformarlo in una sorta di doppio malvagio anche di Peter: laddove Parker è buono ed ingenuo, Eddie Brock è volitivo e scorretto. Ma il loro confronto è talmente basilare da scadere nella blandezza più totale.




Moltiplicazione di personaggi che si tramuta in uno script che è una vera e propria accozzaglia di scene; tutto il secondo atto è costituito da serie di sequenze che a stento si legano tra loro; il tutto per arrivare ad un terzo atto dove tutto sa di già visto: la bella è in pericolo per l'ennesima volta, l'Uomo Ragno vince tutte le sue battaglie, i cattivi si redimono ed il male viene eliminato. Ed anche qui il ridicolo si fa vivo, con le bombe del Goblin che a seconda dei casi si limitano a sfregiare volti o ad annichilire interi esseri umani quando la sceneggiatura lo richiede e con un maggiordomo-deus ex machina spuntato dal nulla.




Tentare di difendere un lavoro del genere è inutile: Raimi non ha saputo gestire il materiale datogli; la sua visione del personaggio, fin troppo naif, è scaduta nel ridicolo più puro ed il film è semplicemente brutto. E con il suo budget da 258 milioni di dollari e l'incasso globale di quasi 900, "Spider-Man 3" può davvero essere considerato come il più grande film trash mai realizzato.

venerdì 19 luglio 2013

Spider-Man 2

di Sam Raimi

con: Tobey Maguire, Kirsten Dunst, Alfred Molina, James Franco, Rosmary Harris, J.K. Simmons.

Supereroistico/Commedia

Usa (2004)
















Con un incasso di oltre 400 milioni di dollari, un sequel per il primo "Spider-Man" (2002) era inevitabile; ecco dunque che due anni dopo l'intero cast artistico e tecnico torna alla carica con questo "Spider-Man 2", pellicola che ripropone la medesima formula del suo predecessore elevandola al quadrato; ed il risultato, manco a dirlo, è lungi dal poter essere definito come "riuscito".




Concentrandosi ancora più marcatamente sul personaggio di Peter Parker, Raimi confeziona un film supereroistico dove, di fatto, di supereroistico c'è davvero poco: il 90% della durata è dedicata alle traversie del giovane Parker, al suo complesso rapporto con la bella Mary Jane e alle brutte sorprese che la vita gli riserva; decisione a dir poco inutile: a cosa serve spendere 200 milioni di dollari di budget in effetti speciali, se poi tutta l'enfasi finisce sulle disavventure di un comune fotoreporter? Ciò che è peggio è che la caratterizzazione del personaggio è totalmente sbagliata; forse per tentare un'immedesimazione più profonda tra il protagonista e lo spettatore medio, Parker viene descritto come un imbecille sfigato, una sorta di Fantozzi ventenne a cui davvero non ne va bene una; il ridicolo lo si tocca in una scena in particolare, ossia quando l'eroe decide di rinunciare ai suoi poteri e vivere una vita comune... muovendosi al ralenty sulle note di "Raindrops keep fallin' on my head"; scena che, a detto dello stesso regista, dovrebbe commuovere lo spettatore, ma che sembra uscita dritta dritta da una parodia dei trio Zucker-Abrhams-Zucker. 




Dal canto suo l'ex enfante prodige dirige tutto il film con il pilota automatico: dialoghi pretestuosi, fotografia dai colori talmente caldi che sembra uscita da Bollywood e azione a singhiozzo sono le caratteristiche principali di un film che non avvince né convince; lo stile di Raimi si ravvisa solo in due sequenze: il bello scontro tra il supereroe e il cattivo nella metropolitana, adrenalinico e drammatico come pochi e con un bel finale, e la nascita di Doc Ock, nel quale l'autore fa rivivere le sperimentazioni in soggettiva della trilogia di "Evil Dead", facendoci capire che sotto sotto qualcosa di buono sa ancora imbastirla, tant'è che si concede persino un cammeo assieme al collega e amico John Landis.




Non aiuta alla riuscita del film nemmeno la trama, divisa su due tronconi narrativi che si amalgamano malissimo: da un lato il confronto con il villian Dr. Octopus (interpretato da un Alfred Molina a dir poco sprecato), dall'altra, come accennato, le disavventure del nerd dietro la maschera rossa; e se la caratterizzazione del personaggio è bislacca, a dir poco improbabili sono le sue schermaglie romantiche con Mary Jane: per aggiungere un pò di pepe, i due intavolano una pretestuosa relazione con terzi, lei con il figlio di J.Jonah Jameson, che nei fumetti era ben altro personaggio, lui con l'anoressica figlia del padrone di casa, il Sig. Diktovic (!!!), finendo per tediare inutilmente i nervi dello spettatore, il quale ovviamente già conosce come la storia andrà a finire.




Quel che resta della narrazione si concentra sullo scontro tra Spidey e Doc Ock, oltre che su una sottotrama riguardante la vendetta di Harry Osborn; quest'ultima, in particolare, è poco più di un riempitivo e serve solo a concedere un piccolo climax a metà film e ad aggiungere un finale parzialmente aperto; lo scontro con il villain è invece a dir poco spiazzante; se il duello tra i due è, al solito, meccanico e scontato (con tanto di fanciulla in pericolo da salvare alla fine del terzo atto, come da tradizione), è la caratterizzazione del personaggio a lasciare basiti; nella peggiore tradizione del blockbuster buonista, Octopus non è più lo scienziato megalomane del fumetto, ma la vittima di un suo esperimento finito male, schiavo dei suoi stessi tentacoli e del rimorso per la perdita della sua bella moglie; la sua non è cattiveria, ma mancanza di libero arbitrio: paradossalmente, il vero eroe è lui poiché agisce sotto una forma di condizionamento che, nell'economia della sceneggiatura lo rende inutilmente buono, ma che grazie al carisma di Molina e alla pessima caratterizzazione dell'arrampicamuri, lo promuove a vera e propria figura drammatica; nel finale si assiste così ad un corto-circuito empatico senza pari: non si può non tifare per la vittoria del villain sull'odioso eroe e si resta purtroppo delusi quando è il primo a soccombere e ad essere successivamente dimenticato.





Lungo, noioso e malriuscito, "Spider-Man 2" rappresenta il perfetto esempio di comic-movie della prima metà del XXI secolo: costoso e inutile, sciatto e privo di sostanza alcuna, in cui le emozioni sono limitate ai titoli di testa e alla bella sequenza della metropolitana.



EXTRA:

Più emozioni in 3 minuti di titoli che in 2 film interi!


giovedì 4 luglio 2013

Spider-Man


di Sam Raimi

Con: Tobey Maguire, Willem Dafoe, Kirsten Dunst, James Franco, Cliff Robertson, Rosemary Harris.

Supereroistico

Usa (2002)

















Creato nel 1962 da Stan Lee e Steve Ditko, l'Uomo Ragno (o "Spider-Man", come ribattezzato nel decennio scorso anche in Italia) è, assieme a Batman e Superman, l'icona supereroistica per eccellenza, oltre che il simbolo e punta di diamante dei fumetti Marvel.





Divenuto ben presto un'icona pop vera e propria, l'Uomo Ragno continua a conquistare lettori vecchi e giovani grazie ad una formula azzeccata e poi divenuta celebre: un super-eroe per caso alle prese, oltre che con gli scontri con super-criminali sempre più bizzarri e pittoreschi, con problemi quotidiani, come il rapporto con la zia May, il rimpianto per la morte dell zio Ben, il turbolento rapporto di lavoro con il tirannico caporedattore J.Jonah Jameson, le complicate love-story con la fidanzata di turno, mutui, conto in banca scoperto, affitto arretrato e chi più ne ha più ne metta; formula  azzeccata perché permette un'immedesimazione totale con il personaggio, come da tradizione per la Marvel, che non vede nell'eroe un modello da dare al lettore, quanto un personaggio nel quale questi possa rivedersi, il cosidetto "supereroe con superproblemi" la cui formula decretò il successo di testate quali "X-Men" e, qualche anno dopo, "Iron Man"; personaggio, quello dell'Uomo Ragno, che conquista il suo pubblico anche grazie all'uso di un umorismo tagliente e burlesco, che spezza la tensione anche nelle scene di lotta più movimentate.




Nonostante la forte notorietà in tutto il mondo, il Ragno non trova strada semplice verso il Grande Schermo; se si escludono un breve serial televisivo americano alla fine degli anni '70, poi rimontato come una trilogia di film per la distribuzione europea, ed un tokusatsu prodotto in Giappone nello stesso periodo, un adattamento vero e proprio dell'albo non riesce a vedere la luce se non nel Nuovo Millennio. Negli anni '80, la Cannon di Menhaelm Golan riesce ad acquisirne i diritti, ma a causa dei problemi finanziari ed al flop di "Superman IV" (1987), non produrrà nulla di fatto, pur avendone pubblicizzato l'uscita sin dall' 86 sulle pagine di ogni singolo albo Marvel.
Negli anni '90 sembrava che la Carolco, reduce dal successo di "Terminator 2" (1991) puntasse ad una produzione di tutto rispetto per dar vita all'Arrampicamuri su celluloide: chiamato James Cameron alla regia, l'adattamento avrebbe visto l'eroe confrontarsi con un Electro riletto come novello pirata informatico, i cui poteri gli permettevano di interlacciarsi con la rete; progetto anch'esso naufragato a causa del cattivo stato delle finanze della compagnia, che priva, purtroppo, il grande pubblico di quella che ben avrebbe potuto essere la migliore incarnazione possibile del personaggio.
L'Arrampicamuri Rosso arriva sul Grande Schermo solo nel 2002, a seguito di un'ennesima travagliatissima storia produttiva che vede l'alternarsi di una decina di registi, produttori ed attori, tutti scoraggiati dall'impossibilità tecnica di riprodurre su schermo il complesso e spettacolare universo del fumetto di partenza.




Grande successo in tutto il mondo, “Spider-Man” segna non solo il ritorno dell’Uomo Ragno a icona pop, ma anche, purtroppo, la caduta di Sam Raimi dallo status di autore a quello di mero mestierante; davvero impossibile trovare nei  120 minuti di durata della pellicola qualcosa che ricordi il passato del regista: dalle sperimentazioni visive degli esordi alla passione genuina e pulsante per il mondo dei fumetti visto in “Darkman” (1990) tutto viene messo da parte in favore di una messa in scena scialba, piatta ed incolore; tolto l’uso della sky cam per simulare i virtuosismi dell’arrampicamuri scarlatto, Raimi appiattisce ogni inquadratura, le cuce addosso agli attori e agli (ottimi) effetti in CGI e le immerge in una fotografia dai colori talmente saturi da sembrare bruciati, per simulare malamente la ricchezza cromatica dei fumetti della Silver Age; il risultato, lungi dalla ricchezza fumettosa (nel senso migliore del termine) e visionaria di "Darkman", riesce solo a tediare e ad annoiare.
Noia dovuta anche alla piattezza dello script, dove in pratica non esiste un vero conflitto tra l'eroe e il villain: il piano del Green Goblin giunge al termine subito, non c'è motivo per fargli continuare le stragi, ma ovviamente deve farlo per ragioni di durata, quindi lo si immerge in sketch volti solo a portare in scena scialbi scontri copro a corpo, privi di tensione e mordente.




La piattezza nella costruzione delle sequenze d’azione è, tuttavia, il difetto minore della sceneggiatura di David Koepp (già autore dello script di “L’Uomo Ombra” del 1994 e, in seguito, dell’orripilante “Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo” del 2007), il quale schiaccia tutti i personaggi sotto il rullo compressore dello stereotipo; ecco dunque che Peter Parker, lungi dall'essere un ragazzo comune chiamato ad affrontare minacce più grandi di lui, diviene un secchione imbranato che acquista coscienza di sé solo a seguito della morte dello zio; caratterizzazione presa pari pari dal fumetto, è vero, ma che su schermo non riesce ad essere credibile quanto dovrebbe, complice anche la pessima performance di Tobey Maguire, vero e proprio stoccafisso in tuta rossa, il cui viso da bamboccio e le movenze da inetto sono perfette per creare una forma di empatia con un pubblico giovane, ma del tutto inadeguate a reggere la scena come protagonista assoluto; quanto al Green Goblin di Willem Dafoe vive, e pare anche scontato sottolinearlo, del solo carisma dell’attore, riducendosi a mero “cattivo di turno”, la cui doppia personalità e il relativo conflitto interiore vengono solo accennati in un paio di scene, tanto per dare un pretesto alle sue azioni; tutti gli altri personaggi sono mere macchiette: Mary Jane è la bella donzella in pericolo, Harry l’amicone bello e buono, zia May la vecchietta saggia e simpatica dispensatrice di monologhi ispiratori, zio Ben la figura paterna surrogata che vive unicamente per pronunciare il tormentone “da grandi poteri derivano grandi responsabilità” e Flash Thompson il bulletto scemo. Grande enfasi viene data, per fortuna, alla trasformazione di Peter Parker nell'ibrido uomo-insetto, descritta come lo sfociare della pubertà con le ragnatele al posto degli ormoni; peccato che la tarda età anagrafica del personaggio e dell'attore creino un'aura di ridicolo involontario intorno alla questione.




Il coinvolgimento viene azzerato definitivamente, infine, da una trama pretestuosa, che mette in scena unicamente le origini dell’eroe e lo scontro con la sua nemesi, infarcita di un umorismo infantile e che, nell'epilogo, pretende persino di essere anticonvenzionale negando un finale tutto rosa e fiori che, paradossalmente, è l’aspetto meglio riuscito di tutta la narrazione; narrazione, inutile dirlo, lineare e piatta: zero colpi di scena, zero inversioni, nessun ostacolo da superare, tutto è dato per scontato.




Alla fine della visione si è stupiti e storditi: nonostante la lunga durata, il budget considerevole e i nomi coinvolti, il risultato è inerte: “Spider-Man” non coinvolge, configurandosi come una pellicola piatta e tirata via, pensata e prodotta come se fosse destinata ad un pubblico di soli bambini; ed è un vero peccato: il carisma del personaggio, la forte empatia che può creare con il pubblico anche più smaliziato e la spettacolarità delle sue avventure ben si prestavano, in teoria, alla messa in scena cinematografica; si è deciso invece di vincere facile, di dare al pubblico ciò che chiede, ossia il personaggio nudo e crudo, effetti speciali, caratterizzazioni e storia basiche, forse per la paura che una narrazione troppo densa di eventi e significati avrebbe allontanato il pubblico dalle sale.




Malauguratamente, “Spider-Man” si pose, fino alla seconda metà degli anni 2000, come paradigma del cinema supereroistico, generando una serie infinita di pellicole scialbe e ridicole, la prima delle quale fu l’inguardabile “Daredevil” (2003); di fatto, è stato proprio il grande successo della pellicola di Raimi a genere l'ondata di film sui supereroi che tutt'ora perdura.

mercoledì 1 maggio 2013

L'Armata delle Tenebre

Army of Darkness

con: Bruce Campbell, Embeth Davidtz, Marcus Gilbert, Ian Abercrombie, Richard Grove, Bridget Fonda.

Fantastico

Usa (1992)

















Agli inizi degli anni '90, il nome di Sam Raimi è famoso sia ad Hollywood sia presso i moviegoers di tutto il mondo; è sinonimo di affidabilità, oltre che di stile: quei suoi piccoli film, girati a suon di intravision e stop-motion, costano poco e vendono benissimo. E riunitosi con Dino De Laurentiis, nel 1992, Raimi riesce a coronare quello che forse era il sogno di una vita, ossia un film d'avventura medioevale come continuazione dei suoi horror sul Necronomicon. Nasce così "L'Armata delle Tenebre", ad oggi la sua opera magna.



Una pellicola che può tranquillamente essere definita "lucasiana": così come Lucas è riuscito a rielaborare i vecchi serial di avventura e fantascienza nelle sue creature più famose, anche Raimi si rifà al cinema del passato per creare uno spettacolo moderno. Il punto di riferimento è dato dai film d'avventura degli anni '50 e '60, i cosiddetti "Sandaloni" della Hollywood sul Tevere, così come i vari "Robin Hood" e "Captain Blood"; in particolare, è alle opere del mitico Ray Harryhausen che Raimi pone omaggio, con gli scheletri de "Gli Argonauti" e "Scontro di Titani" che riprendono vita nell'armata del titolo.



Il cinema cappa e spada d'antan viene mischiato con lo splatter, anche se la quantità di sangue versata stavolta è decisamente minore rispetto ai capitoli precedenti.
Ash, dal canto suo, diventa una perfetta via di mezzo tra Errol Flynn e l'americani idiot: ha un quoziente intellettivo basso, fa discorsi da zotico americano standard, ma è sempre pronto all'azione, riuscendo a cavarsela in ogni situazione; anche se tutto il caos, questa volta, è colpa della sua stessa deficenza. Ash diviene, mai come ora, l'anti-eroe per eccellenza, ossia un uomo comune chiamato a porre rimedio ad un problema più grande di lui; diventa così il motore di tutta la vicenda, sia quando combatte, sia quando è semplice protagonista delle selvagge gag, quasi delle torture che subisce per il divertimento del pubblico.


Se nel precedente capitolo l'umorismo era fisico, basato sulle movenze fluide del corpo di Bruce Campbell, ora diviene distruttivo e talmente sopra le righe da finire subito nel grottesco. Stilisticamente, "L'Armata delle Tenebre" vive così di eccessi, di esplosioni di humor incontrollato, così come di sequenze action dove nessuna comparsa viene risparmiata. Raimi non solo cuce insieme registri eterogenei, ma riesce anche ad elevarli all'ennesima potenza in nome di uno spettacolo divertente e divertito.



Spettacolo che rivive su schermo in modo artigianale: al bando i moderni SFX, Raimi predilige l'uso del compositing con modellini, stop-motion e comparse in tuta di lattice. Il tutto riesce a donare un'aura di carisma a questa stramba avventura medioevale. La cui riuscita è totale: tra azione frenetica, umorismo slapstick, battute fulminanti e qualche brivido, Raimi muove il tutto con mano sicura.




L'esito è definitivo: un perfetto meccanismo di divertimento "d'autore", dove il passato rivive in modo glorioso in uno spettacolo ai limiti del postmoderno. Un'avventura scatenata che prova la versatilità di Raimi e di Bruce Campbell, mai più così bravi e ispirati come qui.

mercoledì 17 aprile 2013

Darkman

di Sam Raimi

con: Liam Neeson, Frances McDormand, Colin Friels, Larry Drake, Bruce Campbell.

Fantastico/Supereroistico/Azione

Usa (1990)





















Da sempre appassionato di comics (la citazione di Superman in "La Casa 2" del 1987 è sottile e gustosa), Raimi tenta, alla fine degli anni '80, di realizzare un piccolo sogno: l'adattamento cinematografico di "The Shadow", noto crime comic degli anni '30 conosciuto in Italia come "L'Uomo Ombra" (da non confondersi, però, con l'omonimo classico del giallo del 1934); progetto che però sfuma quasi subito a causa di problemi di diritti d'autore (la pellicola verrà di fatto realizzata più tardi, nel 1994 per la regia di Russell Mulcahy e con una produzione differente); rimasto con l'amaro in bocca, Raimi decide di tentare un progetto ardito e del tutto inedito: creare un supereroe cinematografico, privo di qualsisiasi matrice cartacea, ed immergerlo in una pellicola che sia un cinecomic vero e proprio: nasce "Darkman", primo esempio di pellicola cinematografica non tratta direttamente da un fumetto che riprende, però, il linguaggio visivo e lo adatta a quello filmico.


Protagonista assoluto è Peyton Westlake (Liam Neeson), scienziato che lavora ad un progetto ambizioso: creare una pelle sintetica per guarire le ustioni; fidanzato con Julie Hastings (Frances McDormand), Westlake viene attaccato e sfigurato da un gruppo di gangsters; creduto morto, è costretto a vivere come un reietto in cerca di vendetta; grazie alla sua pelle sintetica può però assumere diverse identità; l'incidente gli ha inoltre conferito una forza ed una resistenza superiori alla norma, tutte abilità che gli permetteranno di farsi giustizia.


Westlake, alias Darkman, altro non è che un attore: la pelle sintetica si disintregra dopo 90 minuti esatti, ossia la durata media di un film; durante questi 90 minuti, egli può essere chiunque e fare qualsiasi cosa, ma allo scadere del tempo deve necessariamente tornare nell'ombra, come una pellicola che viene rimessa in magazzino; la metafora extradiegetica del film è però solo una sottotraccia: quello che interessa a Raimi è, al solito, intrattenere il pubblico, farlo divertire e, al contempo, sperimentare nuove forme filmiche.


L'autore riesce qui nell'intento abizioso di fondere cinema e fumetto lavorando quasi esclusivamente su inquadrature fisse, che vengono costruite come vignette; i grandangoli forzati e le posizioni sghembe ed oblique riescono perfettamente ad imitare il linguaggio dei comics: ogni inquadratura sembra uscire direttamente da un albo a fumetti e, al contempo, a non essere statica, anche grazie all'uso del mitico effetto vertigo per aumentare l'enfasi.
La transizione tra una scena e l'altra, inoltre, non è data dai classici stacchi, ma da dissolvenze veloci, talvolta incorciate serratamente l'un l'altra, come a simulare il passagio dell'occhio del lettore da una vignetta all'altra; effetto straniante ed originale, che anticipa di ben 13 anni il lavoro, simile ma molto meno riuscito, che Ang Lee farà in "Hulk" (2003).
Nonostante la produzione di serie A, Raimi non rinuncia anche qui agli effetti artiginali: lo stop-motion, omaggio all'amato Ray Harryausen, viene usato perfino per le scene in cui sono gli attori a recitare, aumentando l'effetto straniante e creando un'atmosfera ancora più pop.


Lontano anni luce dalle atmosfere solari e naif della futura trilogia di Spider-Man (2002-2006), "Darkman" è un film cupo e violento: il volto orrendamente sfregiato dell'eroe è puramente rivoltante, il suo carattere mentale è instabile e ai limiti della pazzia pura, la sua vendetta truce e violenta; Raimi non rinuncia al sangue, si limita a contenerlo all'interno delle belle scene d'azione, in cui dimostra una maestria inedita per la plasticità e le coreografie (basta guardare il bel prologo per rendersene conto); inoltre, per la prima volta, Raimi usa un registro smaccatamente melodrammatico: Darkman non viene dipinto come un semplice antieroe, ma come un vero e proprio reietto, un poveraccio costretto a vivere per la strada e a soffrire della privazione di un corpo normale; l'empatia si trasforma quindi in commozione pura.


Con un budget più alto del solito, l'autore può permettersi qui un cast di tutto rispetto: Liam Nesson, non ancora divenuto una star, ma già famoso, presta voce e corpo al protagonista, in una performance singolare all'interno della sua carriera, se si tiene conto che per tutto il film recita con un pesantissimo trucco addosso; Frances McDormand, moglie dell'amico Joel Coen, recita per la prima volta in un horror, concedento anch'essa una prova credibile, anche se talvolta un pò troppo sopra le righe; da leccarsi i baffi, infine, il cameo del mitico Bruce Campbell, che appare nello splendido epilogo.


"Darkman" è un film interessante e riuscito: un vero e proprio luna park in cui si susseguono fumetti, horror, dramma, vendetta e love story perfettamente amalgamati; uno degli apici del cinema di Raimi ed un perfetto esempio di pellicola di genere coraggiosa ed originale.

sabato 30 marzo 2013

La Casa 2

Evil Dead II- Dead by Dawn

di Sam Raimi

con: Bruce Campbell, Sarah Berry, Dan Hicks, Kassie Wesley, Denise Bixler, Richard Domeier.

Horror/Splatter/Commedia/Slapstick

Usa (1987)















Il primo "The Evil Dead" è stato un esordio folgorante e, purtroppo, come spesso accade agli enfant prodige, Raimi non riesce a bissare il successo al suo secondo film, quel "I Due Criminali più Pazzi del Mondo" che voleva dirigere come esordio, rivelatosi un vero e proprio bagno di sangue al botteghino. A Raimi e ai suoi collaboratori Rob Tapert e Bruce Campbell (Joel Coen si distacca dal gruppo in questo periodo, inaugurando una carriera a dir poco sfolgorante), urge così tornare in carreggiata con un film facilmente vendibile al pubblico; decidono così di creare un sequel al loro fortunato esordio e, nella fase di finanziamento, trovano persino l'appoggio di Dino De Laurentiis, il quale è entusiasta di aiutare il team creativo. Con un budget di oltre 3 milioni di dollari, Raimi crea così una strana continuazione al cult dell'82, del quale funge persino da remake






Il primo atto, infatti, si apre con Ash (Bruce Campbell) diretto verso il cottage del film precedente, stavolta accompagnato dalla sola fidanzata Linda (Denise Bixler); risvegliati gli ectoplasmi sumeri tramite la lettura del Necronimicon, Ash uccide la ragazza posseduta, viene posseduto anch'egli da uno spirito e, miracolosamente, sopravvive alla notte; al cottage, però, presto arrivano nuovi ospiti: la dottoressa Nowby (Sarah Berry), figlia dell'archeologo che ha ritrovato il Libro dei Morti, il suo assistente (Richard Domeier) e due montanari (Dan Hicks e Kassie Wesley).



L'idea di rifare la trama del primo film pare sia stata dovuta a mere ragioni produttive: Raimi e la sua Renaissance Production pare non possedessero i diritti del prequel, quindi non potevano usarne le scene finali per agganciarsi a questo secondo film. Da qui l'idea di creare un piccolo remake come introduzione; il che, tra l'altro, ha causato confusione presso il pubblico: per alcuni Ash, dopo essere sopravvissuto a stento allo chalet maledetto, pare sia voluto tornarci per un'altra notte follia.



Con budget nettamente superiore all'originale, Raimi può davvero sbizzarrirsi: i suoi movimenti di macchina si fanno ancora più vertiginosi ed impossibili, la messa in scena ancora più folle e il livello dello splatter aumenta. "Evil Dead II", fortunatamente, non è la mera fotocopia dell'originale, quanto più una sua versione più amena: laddove il capostipite era un horror splatter puro, in cui gli elementi comici si affacciavano timidamente solo nel terzo atto, "Evil Dead II" è una vera e propria commedia horror; il personaggio di Ash, interpretato da un Bruce Campbell perfetto erede di Harold Lloyd, diviene una maschera comica vera e propria: per tutta la durata del film viene sbeffeggiato, percosso e scaraventato a destra e a manca dai demoni come se fosse il protagonista di una slapstick comedy degli anni '20; e infatti il punto di riferimento di Raimi qui non è più Lucio Fulci, bensì i cartoon di Tex Avery e Chuck Jones; la messa in scena diviene così smaccatamente grottesca: gazie all'uso di grandangoli che distorcono totalmente le prospettive, sembra di assistere ad un episodio di Tom & Jerry con Campbell al posto del povero gatto; l'umorismo è perennemente sopra le righe, con punte di gustosa volgarità che producono una serie di scene da antologia, su tutte il confronto tra Ash e la sua "mano posseduta", perfetto esempio di gag demenziale immerso in un'atmosfera orrorifica.


"Evil Dead II" è, però, anche un horror splatter perfettamente riuscito: la violenza è ai massimi livelli, con mutilazioni ed occhi volanti che si susseguono senza sosta; il gore viene intrecciato fin dalle prime scene all'umorismo demenziale, creando un mix spiazzante: si ride e ci si disgusta, al contempo, delle peripezie dei malcapitati, assistendo alla loro decimazione come se si fosse davanti ad un cartoon crudele e fuori controllo; fortunatamente Raimi non è un comune autore di B-Movie: il tasso di violenza è, si, elevato e l'atmosfera giocosa e divertita potrebbe ridurre il tutto ad una pellicola trash compiaciuta, ma il regista ha il perfetto controllo della messa in scena, sa perfettamente dove spingersi con la provocazione e dove fermarsi per non far scadere il tutto nella volgarità gratuita; anche  grazie a motivi di censura, che imposero un'assurda colorazione scura per il sangue, il gioco al massacro non scade mai nel futile: tutto quello che viene mostrato è sempre subordinato all'urgenza di divertire, più che di provocare gratuitamente le reazioni di pancia o di grana grossa; la maestria stilistica di Raimi, è inutile sottolinearlo, rende poi il film decisamente migliore rispetto alle ottuse e sgrammaticate commedie horror dell'epoca, rendendo "Evil Dead II" una pellicola sicuramente di cattivo gusto, ma mai stupida.



A tratti è tuttavia avvertibile una stanchezza nella regia, i cui picchi arrivano tutti nel secondo atto, il che rende palese la natura meramente commerciale dell'operazione; pare infatti che Raimi volesse creare come sequel diretto al primo film quello che poi sarebbe stato il capitolo finale, ossia il mitologico "L'Armata delle Tenebre", ma non abbia potuto farlo a causa della ritrosia di alcuni investitori.
Difetto che non inficia più di tanto la visione: "Evil Dead II" resta un sequel scoppiettante, estremamente divertente nella sua estrema ma controllata follia.