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venerdì 5 maggio 2023

Il Sol dell'Avvenire

di Nanni Moretti.

con: Nanni Moretti, Margherita Buy, Silvio Orlando, Barbora Bobulova, Mathieu Amalric, Valentina Romani, Flavio Furno, Zsolt Anger, Jerzy Sthur, Teco Celio.

Italia, Francia 2023














---CONTIENE SPOILER---

Chissà se "Il Sol dell'Avvenire" finirà davvero per rappresentare il congedo di Nanni Moretti dal cinema, come quella sfilata finale di volti storici della sua filmografia lascia presagire nell'epilogo.
Forse il buon Nanni si è stancato, forse non ha davvero niente più da dire, forse non ha più voglia di rappresentare umori e malumori della società contemporanea (ma anche una trentina d'anni fa sembrava non averne più di tanto). Forse, visto che con lui nulla è mai certo, tutto cambia dalla sera alla mattina, come il suo umore, in un continuo girotondo.
Fatto sta che questa sua ultima fatica è al solito un film morettiano al 100%, che fortunatamente lava via il sudiciume lasciato dal pessimo "Tre Piani" e per paradosso puro finisce per essere il suo film più curato sul piano stilistico-estetico.




I piani narrativi, come al solito, si intersecano e intercalano a vicenda: Giovanni (Moretti) è un regista di lungo corso, sposato con la produttrice Paola (Margherita Buy), e alle prese con la produzione di un film che tratta del recepimento della notizia dell'invasione dell'Ungheria da parte dell'Unione Sovietica del 1956 da una sezione del PCI italiana guidata da Silvio (Silvio Orlando), volenteroso leader comunista. Nel mentre, il produttore del film Pierre (Mathieu Almaric) sembra avere qualche segreto da nascondere e nella mente dell'ormai attempato regista cominciano a tornare i ricordi dell'inizio della relazione con la moglie, ora in crisi.




Il tutto è ovviamente un pretesto per permettere a Moretti di dissertare sul cinema, la politica, la politica nel e del cinema, oltre che del rapporto di coppia. Il suo tono e come sempre quello di un papa che parla ex cathedra, non ammette dubbi, non ammette eccezioni, né ripensamenti, al pari di quel dittatore la cui effige stralcia perché, letteralmente, nel suo film i comunisti italiani non veneravano Stalin. E le sue posizioni, nuovamente, sono talvolta a dir poco questionabili.




La più fastidiosa è questa volta affidata ad una polemica sulla rappresentazione della violenza nel cinema. Moretti punta il dito contro i giovani filmmaker italiani, a suo dire troppo affascinati dalla crudezza grafica; ridicolizza quelle giovani leve che sgomitando e combattendo con le unghie e con i denti cercano di riportare in auge il genere in Italia, pontificando su come la violenza deve essere rappresentata sempre e comunque sul modello di quanto fatto da Kieslowski ne "Il Decalogo". Chiama persino in causa Martin Scorsese e il Coppola di "Apocalypse Now", senza rendersi conto di come paragonare la violenza pulp dei cineasti alla Tarantino a quella mostrata dal grande autore polacco è come lamentarsi con John Landis perché il suo umorismo è diverso da quello di Ernst Lubitsch. Ma Moretti è Moretti, è colui che si divertiva a stroncare le opere di David Lynch e John McNaughton (oltre che di Kathryn Biegelow) perché non incontravano il suo totalizzante gusto personale, quindi forse non si rende neanche conto di scambiare fischi per fiaschi.
Quel che urta di più di quella lunga e sfiancante sequenza è però altro, ossia il ricorso che fa all'autoironia; mai come ora il suo gioco è chiaro, ossia ridicolizzarsi non per sottolineare l'assurdità delle sue posizione, cosa che può sembrare ad un'analisi superficiale del discorso, quanto per prevenire eventuali contestazioni, contro le quali potrebbe ben rispondere che si trattava di ironia, appunto. Peccato però che il suo monologo sia incorniciato in un serissimo primo piano e che la sequenza si chiuda con una sua triste passeggiata con la quale si allontana da un cinema che non comprende e che non riconosce più. Forse perché non ha mai conosciuto, tantomeno compreso per davvero.



La furia del Moretti contro lo stato del cinema si rivolge poi a Netflix e alla mercificazione dell'arte. Dimostrando nuovamente di vivere in un mondo tutto suo. Perché se è assolutamente vero che la cultura dello streaming ha influenzato negativamente la produzione e distribuzione filmica, il buon Nanni punta invece il dito sulle ingerenze che la grande N avrebbe verso i suoi autori. Dimostrando di non aver visto l'ultimo film del citato Scorsese, né quello di Iñàrritu, o di Fincher, Sorrentino o Cuaròn, solo per citarne alcuni.
Per lo meno guarda con amore verso la Corea, vista come ultimo baluardo del cinema d'autore... verità come al solito incompleta e relativa venduta come assoluta e inconfutabile.




Dei tre livelli narrativi, la storia di Giovanni è, come da copione, la più completa. Del "film nel film" vediamo solo singole scene, le quali non riescono a comunicare nulla di davvero concreto, non le contraddizioni del PCI negli anni d'oro (cosa che pur riusciva bene a Moretti quando anche il suo cinema era negli anni d'oro), non l'incapacità dei comunisti di distaccarsi dalla morale borghese predominante, nulla.
Ancora peggio è la traccia narrativa riguardante la crisi di coppia, che, pur introdotta a dovere, viene letteralmente abbandonata di punto in bianco, non si sa per quale motivo. E allo stesso modo, i flashback risultano posticci, non aggiungendo nulla al racconto, benché il modo in cui Giovanni diriga se stesso nel passato, come l'attore della sua medesima vita, è sicuramente un'immagine simpatica.



E poi c'è quel finale, già divenuto celebre e che forse sostituirà nell'immaginario collettivo come finale morettiano DOC anche quelli di "Palombella Rossa" e "Il Caimano"; una chiusa che risulta ironica soprattutto perché smaccatamente "tarantiniana", con un autore che riscrive la storia per celebrare la forza del cinema. Ovviamente a Moretti non interessa più di tanto il trionfo della storia sulla Storia, interessa più che altro statuire la sua posizione di deus ex machina definitivo, far trionfare il suo narcisismo su tutto e tutti. E in un certo senso va anche bene così.



Perché ne "Il Sol dell'Avvenire", per la prima volta dopo anni (forse decenni) esiste una dimensione del Moretti-pensiero per una volta totalmente e incondizionabilmente condivisibile, ossia il rigetto della morte, il rifiuto della fine, la repulsione per la sconfitta, per quella disfatta che invece in passato il buon Nanni guardava quasi con orgoglio e invidia. La morte viene schivata e schifata, ad essa si preferisce la fantasia, il trionfo dell'arte su tutto e su tutti. Preferenza accordata sempre in base al principio di egocentrismo, certo, ma che trasmette una forza d'animo insperata e rinfrescante, al giorno d'oggi. E che si sposa bene con un'altra novità nel cinema di Moretti, ossia un'inedita cura estetica.



Non si era davvero mai visto un film di Moretti con tanti movimenti di macchina, usati persino nei primi piani, o con un montaggio funzionale ma buono, con delle inquadrature per una volta ricercate e non buttate a caso e con una fotografia che inaspettatamente non tende a piallare i volti dei personaggi, arrivando a dare diverse gradazioni di luce tra questi e lo sfondo. Non è dato sapere, ovviamente, quanto ciò sia dovuto ad una scelta consapevole dell'autore e quanto sia invece dovuto al mestiere del direttore della fotografia Michele Attanasio, collaboratore di Mainetti per "Freaks Out" e incredibilmente dello stesso Moretti per l'ingardabile film precedente.



Che il "Sol dell'Avvenire" sia dunque l'ultima opera di Moretti?
Tutto fa presagire in questo senso. Oltre la sfilata finale, tornano infatti tutti quei feticci divenuti famosi nel suo cinema: la coperta con una fantasia come quella di "Sogni d'Oro", i sabot e le pantofole da "Bianca", il film sul nuoto da "Palombella Rossa", le strade di Roma percorse su due ruote come in "Caro Diario", con la sola differenza che l'iconica vespa bianca è qui sostituita da uno squallido monopattino in omaggio ai tempi che corrono, oltre che l'attore famoso impegnato in un ruolo marginale e ironico, qui Mathieu Amalric al posto del John Turturro di "Mia Madre"; persino la vergognosa esperienza para-politica dei girotondi trova una (pur blanda) rappresentazione
Come finale di carriera non sarebbe neanche male, con il suo mix di pedanteria d'artista e piacevole innovazione stilistica. Ma sarebbe triste se Moretti si ritirasse davvero: benché il suo cinema da troppo tempo sia un vuoto esercizio di egocentrismo impazzito, sentire la sua voce è in un certo senso sempre interessante, non per altro per capire, per contrasto, cosa un intellettuale dovrebbe fare. E in questo, il buon Nanni è sempre riuscito a farci riflettere.

lunedì 14 febbraio 2022

Tre Piani

di Nanni Moretti.

con: Riccardo Scamarcio, Alba Rohrwacher, Margherita Buy, Adriano Giannini, Nanni Moretti, Elena Lietti, Denise Tantucci, Stefano Dionisi, Anna Bonaiuto, Paolo Graziosi, Tommaso Ragno.

Italia, Francia 2021
















---CONTIENE SPOILER---

Nanni Moretti è sempre stato narcisista. E la superbia è solo un altro nome del narcisismo. L'arroganza, poi, è connaturata ad entrambe. E ci vogliono davvero dosi massicce di narcisismo, superbia e arroganza allo stato puro per indignarsi dinanzi al mancato riconoscimento del valore di un film come "Tre Piani"; un film al quale può essere davvero riconosciuto solo di essere banale, scialbo nella messa in scena e, quel che è peggio, decisamente noioso, una specie di feuilletion mascherato da analisi psicologica di un'umanità il cui senso di famiglia viene distrutto e ricreato, ma che si ferma sempre, clamorosamente, sulla superficie di fatti e personaggi. Come tanto, troppo pessimo cinema italiano moderno insegna.


Basandosi sull'omonimo romanzo di Eshkol Nevo, Moretti trasporta l'azione da Tel Aviv a Roma, ma l'uso delle location non riesce a restituire l'anima dei luoghi, tanto che si potrebbe tranquillamente pensare ad una qualsiasi città italiana. In una palazzina bene, tre famiglie lottano per la coesione: Lucio (Riccardo Scamarcio) cade nell'ossessione di un possibile abuso ai danni della figlioletta da parte di un anziano vicino; i coniugi Dora (Margherita Buy) e Vittorio (Nanni Moretti), entrambi magistrati, sono alle prese con un orrendo omicidio stradale commesso dal giovane figlio; infine Monica (Alba Rohrawacher) si districa tra una figlia neonata e l'assenza del marito.


Tre storie diverse, accomunate dal crollo psicologico dei personaggi e dalla conseguente crisi famigliare. Quella di Lucio è una storia di castigo divino, un karma che lo ripaga della paranoia con la persecuzione: da potenziale vittima degli abusi diventa carnefice quando causa indirettamente la morte del presunto colpevole e, quel che è peggio, finisce egli stesso con il commettere il medesimo crimine andando a letto con la di lui nipote, la minorenne Charlotte. Dora e Vittorio sono due genitori divisi tra il senso di giustizia e un amore impossibile per un figlio che ha sofferto per la loro educazione rigorosa, mentre la storia di Monica è uno spaccato sulle conseguenze della solitudine.
Materiale a dir poco scottante, che forniva all'autore argomenti interessanti su cui riflettere. E che questi getta magistralmente alle ortiche grazie ad un'esecuzione ai limiti del dilettantesco.


La costruzione delle scene appiattisce tutto il narrato. L'esempio più illuminante è dato dalla scena in cui Charlotte seduce Lucio, piatta al punto da dare l'impressione che questi decida di andare a letto con una minorenne solo perché ne ha la possibilità. 
Per un buon 90%, come da tradizione nel cinema di Moretti, tutto viene cucito sui dialoghi, lasciando pochissimo spazio alle sole immagini. E quando queste arrivano sotto la forma di simbolismi, non è che le cose migliorino: un corvone imperiale che fa le boccacce alla macchina da presa che non si capisce cosa debba rappresentare (la paura della morte? L'incdere della malattia?) e una mazurka itinerante che fa da catarsi ridicola a tutto il percorso dei personaggi, il che è tutto dire.


Percorso che, manco a dirlo, è prevedibile e scandagliato in modo superficiale. Si parte dal disfacimento del nucleo famigliare della coppia di giudici, il quale si basa sul doppio binario di un figlio scapestrato e della sua cattiveria come reazione alla loro soffocante educazione. Lasciando tutto ancorato ai dialoghi, a confronti dialogici costruiti su battute insipide e stereotipate, il dramma non colpisce mai come dovrebbe, non si avverte mai davvero la sofferenza di un figlio che vorrebbe essere amato ma che dai genitori riceve solo rimproveri, così come quella di due figure genitoriali convinte di aver educato al meglio il proprio figlio ma che sono chiamate a confrontarsi con il suo comportamento. Quel che è peggio è che quel poco di empatia che si potrebbe riservare per questo sfortunato terzetto di personaggi viene azzerato dalla recitazione di Nanni Moretti, per la quale l'unico aggettivo possibile è "cagnesca": ogni sua battuta è recitata in modo spento e robotico, senza che alcuna emozione traspaia dalle stesse, come un ragazzino chiamato a prendere parte suo malgrado alla recita scolastica. L'unica eccezione è data dalla sentita scena della segreteria telefonica, ma è il classico caso di "troppo poco e troppo tardi", che non redime una performance imbarazzante, alla faccia dei suoi quaranta e passa anni di attore e regista.


Quello di Lucio, d'altro canto, dovrebbe essere una sorta di "Delitto e Castigo" ambiguo, ma l'esecuzione è talmente debole da non far provare alcuna vera emozione, né quando questi scade nella paranoia, nè quando commette il peccato che persegue e il lieto fine davvero non aiuta alla riuscita della storia. Unica nota positiva: di tutto il cast, Scamarcio è l'unico a salvarsi, anzi per la prima volta sfoggia una tecnica recitativa impressionante, risultando sempre credibile, sempre perfettamente calato in un ruolo non facile e che riesce a fare davvero suo, unico pregio di un disastro colossale.
Disastro che arriva puntualmente nella storia di Monica, ennesima donna emotiva e isterica che il cinema nostrano si diverte a dipingere in modo sempre, categoricamente e incontrovertibilmente approssimativo. Una donna che di punto in bianco comincia a cadere verso il fondo della pazzia, coartata dalla solitudine e dalla paura di una malattia genetica che le ha già tolto la madre; ma il suo percorso è fatto come sempre di dialoghi piatti e interazioni fantasmatiche trite, che non fanno altro che statuire l'ovvio; non c'è mai la ricerca di una forma espressiva, narrativa o di messa in scena, originale o anche solo azzeccata, tutto è frustrato da una mancanza di verve a tratti davvero inquietante, che raggiunge l'apice a causa della solita, sciatta recitazione della Rohrwacher, che come sempre passa da un'espressione vacua e tediosa ai suoi soliti sorrisini che, appiccicati sul viso di un personaggio che dovrebbe soffrire di depressione, risultano anche più fuori luogo del solito.



E come sempre, come era lecito aspettarsi da lui, a Moretti non interessa un fico secco della messa in scena, costruisce ogni singola scena nel modo più convenzionale possibile e ammanta il tutto in una fotografia televisiva, fatta di luci sparate a mille nel caso in cui anche l'ultimo oggetto di scena sullo sfondo non fosse visibile agli spettatori in ultima fila. Se le immagini dei suoi film sono quasi sempre state poco ricercate o poco incisive, qui sono tutte orgogliosamente brutte, come pensate per la peggiore fiction di Rai Uno e invece appiccicate a forza sul grande schermo. Di nuovo, vien da chiedersi cosa (non) abbia imparato il buon Nanni in oltre quarant'anni di acclamata carriera da regista.



"Tre Piani" è un film genuinamente brutto, scialbo, a tratti talmente disdicevole da divenire patetico. Un'operaccia piatta, sbrigativa, recitata male (per fortuna non da tutti) e portata in scena peggio. Per Moretti, è purtroppo il caso di dirlo, forse è arrivato il momento di ripensare davvero al suo modo di concepire la Settima Arte, se preferisce davvero questo suo lavoro a tanto altro cinema d'autore che si è visto nel 2021.

mercoledì 20 novembre 2019

Mia Madre

di Nanni Moretti.

con: Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti, Beatrice Mancini, Stefano Abbati.

Drammatico

Italia, Francia, Germania 2015

















Dopo la parentesi di "Habemus Papam", Moretti decide di tornare ad un racconto più intimista, più vicino alle corde del suo cinema post "Caro Diario", che sappia mettere a nudo i suoi sentimenti per il tramite di un avatar, questa volte femminile e interpretato da Margherita Buy. Ma se le intenzioni sono buone, l'esecuzione è carente, rendendo questo "Mia Madre" come un film in cui il cuore è accordato, ma il cervello no.



Il personaggio di Margheita è Moretti, o almeno il suo lato più sensibile, più vulnerabile e, al contempo, irrazionale. Un personaggio chiamato a vivere una profonda crisi interiore quando la propria madre si avvia verso il capezzale, nel bel mezzo delle riprese di un film sulla lotta di classe e mentre la propria vita sentimentale va a rotoli.



Un personaggio in teoria complesso, stretto tra le necessità lavorative e artistiche, il ruolo di genitore, di figlia e, non ultimo, di donna, inteso nel senso universale di persona. Margherita è colta all'improvviso dalla malattia della figura materna proprio come avveniva con il protagonista de "La Stanza del Figlio". Ma, laddove nel film del 2001 il lutto giungeva immediato e senza preavviso, qui si consuma un po' alla volta, con una persona che si spegne lentamente, perdendo, di volta in volta, ogni capacità cognitiva.
La descrizione degli stati d'animo è credibile e condivisibile, con gli incubi sulla morte improvvisa a fare sovente capolino nella storia e con il complesso intreccio di affetti che viene messo costantemente alla prova. Moretti porta su schermo un'esperienza personale e lo fa, al solito, con dovizia e, questa volta, con una sensibilità inedita, lontana da ogni possibile polemica per farsi genuinamente umana. Peccato che il resto della narrazione non funzioni altrettanto bene.



La storia del film nel film appare pretestuosa, volta unicamente a dare una nota di colore ad un personaggio che, altrimenti, vivrebbe solo in funzione della madre; alternativa che forse calzava troppo stretta al Nanni nazionale, il quale decide di allungare il brodo andando dietro le quinte di un film che, sulla carta, è forse più interessante di quello nel quale viene raccontato. La figura di John Turturro, divo capriccioso e affetto da amnesia cronica, appare così inutile, una mezza caricatura messa in mezzo al racconto per cercare di concedergli più aria, ma che finisce per arenarlo nella spiaggia dell'inutile. Almeno Turturro, nei panni di questo strambo divo mezzo cane, si diverte un mondo e regala una performance incisiva.



Laddove Moretti inciampa clamorosamente, invece, è nell'alternanza tra il piano reale e quello onirico; tralasciando i casi in cui la confusione è voluta, non c'è davvero differenza tra i due sul piano stilistico, tant'è che gli inserti finiscono così per non aggiungere mai davvero nulla né alla narrazione, nè alla caratterizzazione di un personaggio le cui falle e paure sono perfettamente avvertibile anche senza simbolismi e neanche ad un racconto talmente asciutto da funzionare benissimo anche senza.



Proprio l'estrema asciuttezza del racconto finisce, poi, per essere un limite, fallendo nel trasmettere talvolta i sentimenti più vivi e facendosi, incontrovertibilmente, freddo, in uno stoicismo ostentato come distanza autoriale verso una materia che, alla fine, non può essere distante più di tanto dai sentimenti.
"Mia Madre" finisce così per essere incolore, esangue, privo di stile e dai contenuti ovvi; un esercizio di stile utile più al suo autore che a qualsiasi altro spettatore, il quale difficilmente si lascerà catturare da un racconto privo di verve e di vera forza drammatica.

martedì 22 ottobre 2019

Habemus Papam

di Nanni Moretti.

con: Michel Piccoli, Nanni Moretti, Margherita Buy, Jerzy Sthur, Renato Scarpa, Franco Graziosi, Camillo Milli. Gianluca Gobbi, Leonardo Della Bianca.

Italia, Francia 2011


















Chissà cosa ha fatto scattare in Nanni Moretti la molla per scrivere e dirigere un film come "Habemus Papam". Forse l'esperienza collettiva della morte di Giovanni Paolo II e della successione avutasi con il più rigido Ratzinger. Forse una riflessione personale, sbocciata come un'epifania, davanti all'ennesima visione di "Studio di un ritratto di Innocenzo X" di Bacon. Non è dato saperlo. Quel che è certo è che il buon Moretti è riuscito a dare uno spaccato impietoso dell'ambiente religioso in una pellicola ricca di spunti interessanti, purtroppo non sempre sviluppati a dovere.



Duplice è la traccia narrativa. Da una parte abbiamo il neoeletto papa Melville, interpretato da un immenso Michel Piccoli, che dona una espressività incredibile al personaggio. Dalla'altre c'è ovviamente lui, Nanni Moretti, nei panni di uno psichiatra che nella più pura tradizione narcisistica è "il migliore al mondo". Nel mezzo, l'ambiente vaticano perso in una forma di follia data dall'indeterminatezza, con cardinali provenienti da tutto il mondo in preda al panico.



Partendo da Melville, Moretti descrive un personaggio incredibilmente umano e, per questo, incredibilmente fragile. Un uomo chiamato suo malgrado a ricoprire una delle massime cariche di potere al mondo, perso nel panico da prestazione che, per la prima volta, lo porta a confrontarsi con la sua finitezza, con i suoi difetti reali e presunti.
Melville è, letteralmente, l'uomo dietro la carica, la mente singola chiamata ad essere collettiva, a rappresentare in modo definitivo l'istituzione. Una mente che si frantuma, scoprendo il limite del suo stesso ufficio: non c'è, forse, differenza tra un papa chiamato a parlare con i fedeli ed un attore chiamato a salire su di un palco per intrattenere il pubblico. Entrambi rivestono un ruolo preciso nell'economia degli eventi, entrambi usano storie per veicolare una verità, effettiva o anche solo presunta che sia.



Il personaggio di Melville diviene così uno specchio del reale preciso e profondo, nonostante non abbia, di fatto, una caratterizzazione che lo renda indipendente dal simbolismo cucitogli addosso; troppo minimale è la sola backstory sulla sua fallita carriera d'attore; piattezza caratteriale che, fortunatamente, non inificia più di tanto il suo ruolo nella narrazione, perfettamente riuscita.
Se la descrizione di questo protagonista, vera colonna portante del film, è precisa e riuscita, del tutto inefficace è la parte relativa al caos generatosi in Vaticano.



Moretti tenta in ogni scena di rilanciare gli affondi più blandi verso un conclave fatto da persone più interessate al sollazzo che ad altro. Prova persino a buttare il tutto nella pura allegoria, con una stramba partita di pallavolo tra prelati. Ma ogni sua forma di critica e di simbolismo, questa volta, cade a vuoto, non riesce a restituire la carica corrosiva che vorrebbe trasmettere, né a creare immagini davvero memorabili, complice anche l'ormai classica incapacità di Moretti nell'utilizzare il mezzo audiovisivo. In questo, il buon Nanni avrebbe forse dovuto riguardare con attenzione le opere di Ciprì e Maresco, che, letteralmente, giocano nel medesimo campo vincendo in maniera schiacciante.



"Habemus Papam" diviene così, da circa metà in poi, un'opera ai limiti del pretenzioso, che sembra rincorrere a vuoti significati su significati, senza mai riuscire a raccontare altro se non la deriva del protagonista, che, alla lunga, si fa facile e sin troppo insistita. Un'opera nella quale Moretti ben avrebbe fatto a lasciare la sceneggiatura ad altri, sempre ammesso che possa esserne capace.

lunedì 2 settembre 2019

Caos Calmo

 di Antonello Grimaldi.

con: Nanni Moretti, Valeria Golino, Isabella Ferrari, Roman Polanski, Alessandro Gassman, Blu Yoshimi, Silvio Orlando, Hippolyute Girardot, Kasia Smitniak.

Drammatico

Italia, Inghilterra 2008
















Una perdita che colpisce all'improvviso, una vita, interiore quanto esteriore, che crolla su sè stessa, alla costante ricerca di un nuovo centro di equilibrio. In queste poche parole è riassumibile "Caos Calmo", la cui costruzione ed incipit riportano alla mente un'altra opera di Moretti, ossia "La Stanza del Figlio"; e se lì l'assenza era data dalla progenie, qui è invece data dal coniuge, personaggio fantasma che non vediamo mai davvero in scena ma la cui perdita sconvolge tutto.
Moretti, ritagliatosi il ruolo di protagonista e co-sceneggiatore, lascia l'onere della regia ad Antonello Grimaldi, ma il risultato è purtroppo castrato da uno sviluppo narrativo troppo chiuso in sé stesso.




Il caos del titolo è, ovviamente, quello emozionale, riprodotto non attraverso la violenta furia interiore, ma tramite l'assenza totale di empatia verso la propria e l'altrui esistenza. Pietro Paladini si distacca da tutti gli aspetti non essenziali della sua vita, dal lavoro, dal rapporto di colleganza, dagli affetti non necessari, che divengono così corpi morti che gli ruotano attorno, senza riuscire mai ad intaccarne lo stoicismo. Unica eccezione è l'affetto della figlia, che diviene l'unico appiglio in un mondo oramai privo di significato.




Se il soggetto è intrigante, lo sviluppo è del tutto piatto. Non c'è una vera catarsi nella vicenda, la risoluzione è sterile e non colpisce davvero. Allo stesso modo, i drammi e gli orrori che circondano il protagonista, sulla carta ai limiti del grottesco, finiscono per essere inconsistenti: dalla moglie del collega con la sindrome di Tourette a Valeria Golino rimasta incinta dell'amante, passando per il solito Silvio Orlando ritratto come sempre nei panni dell'insicuro, ora alle prese con una grossa fusione aziendale e con il contorno di una Kasia Smutniak che fa la bella a spasso, i piccoli-grandi drammi di questi piccoli-grandi personaggi non hanno la minima consistenza, non intaccano l'emozione dello spettatore al pari di come non intaccano quella del protagonista.




Il dramma diviene così una parata di sketch talvolta priva di continuità, dove l'unica enfasi è riservata alla scena di sesso tra Moretti e Isabella Ferrari, in teoria liberatoria e provocante, nella pratica solo semplice pornografia d'autore.
Fortunatamente, Antonello Grimaldi ha un occhio più attento per la costruzione delle scene e usa volentieri crane e dolly per enfatizzare il momento. La piattezza stilistica tipica del cinema di Moretti viene così in parte arginata.



Stile a parte, "Caos Calmo" è l'inconsistenza fatta narrazione, un dramma che vuole essere umano e crudo ma finisce solo per essere insipido e vuoto.

domenica 30 giugno 2019

Il Caimano

di Nanni Moretti.

con: Silvio Orlando, Margherita Buy, Jasmine Trinca, Nanni Moretti, Valerio Mastandrea, Michele Placido, Giuliano Montaldo, Antonello Grimaldi, Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, Tatti Sanguinetti.

Italia, Francia 2006















Qual'è il modo migliore per descrivere il rapporto tra Nanni Moretti e il sistema politico italiano degli ultimi 15/20 anni?
Domanda dalla non facile risposta, poiché se in precedenza il buon Nanni era l'esponente di punta di quella generazione nata e cresciuta nei dettami del PCI e che a vent'anni già si scopriva parte attiva di quella borghesia che tanto dileggiava, per poi ritrovarsi, nel decennio successivo, in preda allo smarrimento totale per la trasformazione della sinistra, dalla caduta della Prima Repubblica sino all'avvento dell'Era Berlusconiana, non è facile capire quanto ci sia di sincero nelle sue posizioni e dichiarazioni a partire dal 2001, ossia nel periodo di massimo splendore del governo di centrodestra, sino alle recentissime elezioni politiche del 2018.
Perché se il Nanni Moretti il cui ritratto fuoriusciva da "Aprile" era un intellettuale deluso e sconfortato dall'intero sistema-paese, che si rifugiava nel privato per fuggire dagli orrori cosmici fuoriusciti nella Penisola, il Moretti la cui figura emerge da "Il Caimano", dai cosiddetti "girotondi" e dalle dichiarazioni rilasciate di recente sul PD appare quanto mai ambiguo nelle prese di posizione, quasi confuso sulla linea di pensiero da seguire.




Tralasciando, per il momento, quanto fatto in quello che è il film più celebre della sua filmografia recente, è bene concentrarsi per un attimo sul fenomeno dei girotondi. Nati nel 2002 per contrastare la politica antigiudiziaria del secondo governo Berlusconi, questi erano una manifestazione di piazza, ma anche di pura pancia, utilizzati solo per gridare il disappunto di chi non si riconosceva nel governo, ma che non per forza credeva nelle istituzioni. Ed è stato proprio questo il loro grande limite, quello di essere pura e semplice protesta compiaciuta e mai accompagnata da un decalogo ideologico vero e proprio, sia esso quello del centrosinistra in generale che di un possibile altro manifesto ideologico ad esso parallelo ed eventualmente connesso. Difetto che si riscontrerà in tutta la politica del centrosinistra, a partire da primi anni del PD sino all'avvento del governo Monti del 2011: in tutto questo periodo, la sinistra si è compattata unicamente in una funzione anti-berlusconiana che non ha retto la prova dei fatti, non riuscendo mai nell'intento di demolire l'avversario perché priva di veri valori, ideali o semplici idee; basti pensare alla battaglia persa per la questione morale e il conflitto di interessi, fattori che ancora oggi portano scompiglio sulla scena politica e istituzionale.




Nanni Moretti, dal canto suo, in un'intervista di qualche tempo fa, ha minimizzato il tutto con un semplice: "L'unica vera battaglia persa del PD è stata la questione dello ius soli", senza neanche accennare al fatto che, poco prima, il PD aveva rifiutato di allearsi con i 5 Stelle, garantendo l'ascesa al potere di Salvini, le cui conseguenze sono, oggi come oggi, sotto gli occhi di tutti; tale incapacità di prendersi la responsabilità per quel grande fallimento che è stato (ed è tutt'ora) il centro-sinistra cozza con quella sincerità spavalda che dimostrava nei primi lavori. Forse anche lui è invecchiato? Forse. O, molto più probabilmente, si ritrova nella situazione di non poter più davvero criticare un partito che, volente o nolente, lo ha sempre difeso e appoggiato.




Tenendo conto di tale situazione ideologica, un film come "Il Caimano", sia esso inserito nel contesto storico che lo ha visto uscire in sala, sia rivisto oggi con la coscienza di ciò che sarebbe poi avvenuto, rappresenta una visione a dir poco strana, bizzarra, che alterna momenti di estremo coraggio e veridicità ad altri di pura codardia, trovate estetiche geniali alla solita incapacità di messa in scena propria di tutto il cinema morettiano, configurandosi, quantomeno, come l'opera più complessa di tutta la filmografia del regista romano.




Scisso in tre piani narrativi quasi antitetici, "Il Caimano" non è un film su Berlusconi, né sull'effetto che questi ha avuto sull'Italia sino al 2006, quanto un film sullo stato delle cose nel cinema italiano, sull'impossibilità per lo stesso di poter esprimere qualcosa di sensato e attuale o anche più semplicemente di non eclissarsi a causa della sciatteria dilagante.
Centro nevralgico della narrazione è la figura di Paolo Bonomo, un Silvio Orlando chiamato a riversare tutti i suoi tic e la sua classica espressione da cane bastonato su di un personaggio ai limiti della macchietta. Bonomo è un ex produttore d'oro, fautore di cult quali "Maciste contro Freud" e "Mocassini Assassini", oramai caduto in disgrazia; e già con lui, non è davvero chiaro ciò Moretti voglia dire in merito al passato (glorioso?) del cinema italiano: c'è una sorta di fascinazione verso quei film popolari e sanguigni, che venivano etichettati come "fascisti" dalla critica sinistrorsa con fin troppa facilità, veri e proprio doppi dei cult di Lucio Fulci, Sergio Leone e Mario Bava. Eppure, l'iperbole adoperata per dar loro corpo appare sin troppo caricaturale, quasi beffarda, confondendo sull'effettiva visione che Moretti ha del cinema pop italiano: vi è davvero del buono in quel cinema "focoso" o è esso mera espressione di una libertà creativa perduta? Moretti gioca costantemente a nascondere le sue vere intenzioni, tanto che alla fine si resta spaesati.




Secondo piano narrativo è il film nel film, la ricostruzione di quelle pagine di sceneggiatura in cui si ripercorre l'ascesa al potere del Berlusconi imprenditore tra la fine degli anni '60 sino alla vigilia della "discesa in campo"; ed è qui che Moretti adopera uno stile più ricercato, più attento all'estetica, per dare vita alle vicende giudiziarie e non del Cav, alternando la fiction con i veri estratti delle figuracce rimediate al Parlamento Europeo, per creare un effetto straniante questa volta voluto e pungente; che nel finale si fa apocalittico, ma anche ai limiti dell'elegiaco, quasi come se Moretti volesse inginocchiarsi dinanzi al trionfo di un personaggio talmente negativo da aver distrutto un intero paese pur di farla franca. Il che fa calare una luce sinistra sull'intera opera, anche e sopratutto quando si considera il terzo piano narrativo.




E' di fatto in quest'ultimo piano che vive il cuore del film, o quantomeno la sua spina dorsale; si diceva come esso in realtà fosse la storia di un uomo alle prese con la creazione di un film, metafora dell'impossibilità di creare un effettivo film su Berlusconi in un paese che di Berlusconi ne ha piene le tasche. Da qui l'impossibilità di dare una lettura seria del personaggio: giacché le sue malefatte sono di dominio pubblico, le sue figure fecali internazionali vengono trasmesse in diretta televisiva e i suoi legami con la malavita sono ai limiti del cristallino, non ci sarebbe, di fatto, un pubblico per un film che già tutti conoscono a menadito. Posizione in parte condivisibile, in parte altamente controversa.



Con un j'accuse verso un pubblico dimentico di cosa il cinema sia (anche quello popolare) e incantato dalle nefandezze della politica, Moretti si vorrebbe schierare contro un popolo anestetizzato dalla tv spazzatura e da quell'edonismo anni '80 proprio del berlusconismo oramai entrato sottopelle a qualsiasi italiano. E lo fa mettendo in scena le difficoltà di Bonomo e della giovane regista Teresa, dando corpo alla disperazione creativa e alla povertà di mezzi e idee in cui il cinema italiano (ora come allora) sguazza. Ed è così che cade nella sua stessa trappola, creando un controsenso inquietante.
Poiché è lo stesso Moretti a non voler prendere posizione, a non volersi schierare davvero contro il tanto odiato Caimano, a non voler reagire a muso duro contro un establishment decadente e corrotto fin nel midollo; ciò nel momento in cui decide di non creare un film sulla figura di Berlusconi, ma sulla difficoltà di parlare di Berlusconi; tanto che il vero quesito è insito e nascosto in quella volontà di portare in scena una storia del genere: paura della censura politica? Paura di offendere qualche potente? Paura di essere frainteso dal proprio pubblico? Paura di divenire il volto di quell'antiberlusconismo della sinistra italiana dell'epoca? Quesiti senza risposta.
Resta tuttavia il paradosso di un autore che lamenta la difficoltà di creare un film libero, salvo poi fare quello che gli pare, senza alzare mai troppo il tiro e senza volersi assumere responsabilità alcuna.



Se l'intento di Moretti era quello di confessare una sua ritrosia a volersi inimicare l'ex premier, il risultato è riuscito; se l'intento era quello di mettere alla berlina il sistema produttivo cinematografico italiano del XXI secolo, è altrettanto riuscito; se l'intento era quello di sbeffeggiare il pubblico, anche così l'intento è riuscito. Ma se l'intento era quello di portare ad una forma di riflessione sullo stato delle cose, l'intento è del tutto malriuscito, incrostato com'è di quella paura di alzare la voce che troppo spesso la sinistra italiana dimostra. "Il Caimano" è, in buona sostanza, un girotondo di celluloide, ossia un atto totalmente compiaciuto, che vorrebbe essere eversivo, ma si sostanzia come puramente ludico.




Finiscono così per venire alla mente quei cineasti della Prima Repubblica che, contrariamente a Moretti, mettevano verve e vero e proprio sangue nei loro j'accuse (su tutti Elio Petri, che lo stesso Moretti cita), esponendosi in prima persona agli attacchi (talvolta persino fisici) della classe dirigente, senza mai cedere di un passo e, anzi, spesso rincarando la dose a ogni nuovo film. Ma, come ci confessa in "Aprile", al confronto politico a viso aperto e ai ritratti impietosi, Moretti spesso preferisce il caffelatte.

martedì 12 marzo 2019

La Stanza del Figlio

di Nanni Moretti.

con: Nanni Moretti, Laura Morante, Jasmine Trinca, Giuseppe Sanfelice, Silvio Orlando, Renato Scarpa, Roberto Sanfelice, Stefano Accorsi.

Drammatico

Italia, Francia 2001
















A rivederlo oggi, inserito nel corpus dell'opera intera di Moretti, "La Stanza del Figlio" appare quasi come un film estraneo, lontano anni luce sia dall'autocitazionismo compiaciuto del Moretti anni '90 che dalla codardia retorica e ideologica de "Il Caimano". Un film "piccolo", che fa dell'interiorità il suo setting totalizzante, nel quale nessuna riflessione politica, né strettamente personale del "Moretti-uomo" trova spazio, almeno nel senso convenzionale al quale ci ha da sempre abituati.
Eppure, al contempo, "La Stanza del Figlio" non poteva che essere il passo successivo ad "Aprile": laddove, in quest'ultimo, il tema della paternità era centrale, nonché dipinto come perfetto controaltare alla crisi di valori generalizzata. Moretti fa così un passo più avanti per concretizzare, su schermo, una paura inconscia, eppure tangibile per ogni genitore, ossia quella della perdita.




La perdita del figlio arriva infatti all'improvviso ed è devastante. L'alter ego di Moretti, Giovanni Sermonti, è un uomo che, in teoria, dovrebbe essere razionale, ossia uno psicoanalista; lo vediamo alle prese con i pazienti, campionario umano di insicurezze: da Silvio Orlando (causa, in parte, della perdita), insicuro cronico (come da copione) che poi si scoprirà affetto da tumore, ad uno Stefano Accorsi che istrioneggia nei panni di un pervertito. Giovanni è un uomo chiamato a razionalizzare dolore e insicurezze altrui, che si trova, di punto in bianco, al centro di un tornado interiore che ne distrugge ogni stabilità.




Il ritratto del dolore è diretto, quasi cinico nella sua costruzione, eppure distaccato: Moretti non cerca l'emozione facile, quanto una forma di empatia verso quell'interiorità ora esposta. Ed il percorso di Giovanni è, in senso lato, esemplare: alla notizia della morte resta distrutto, cerca da subito un modo per scrollarsi di dosso quel dolore, di provare qualcosa di diverso per sentirsi vivo (la scena del luna park, stretta tra la notizia della morte e le ultime esequie), fino ad interiorizzarlo, lasciando che lo consumi da dentro, esplodendo talvolta nella quotidianità (la rabbia per le parole del prete, i litigi pretestuosi con la moglie).
Il ritratto che viene dato del dolore del distacco è credibile, Moretti dimostra una sensibilità inedita nel ritrarre il personaggio, così come nella costruzione del suo viaggio interiore.




Se il dolore all'inizio è devastante, esso viene via via assimilato, sino a divenire ossessione; tanto che non è la perdita in sé a distruggere davvero il personaggio, quanto la destabilizzazione che ne segue, sublimata nel rimpianto per ciò che non è stato (il fantasticare su come gli eventi avrebbero potuto svolgersi). Sino ad un ideale superamento, che si ha solo nella chiusa finale: le note di Brian Eno sottolineano l'impasse del personaggio, impanatosi nella sua stessa incapacità di razionalizzare l'accaduto, solo per poi lasciare che un ultimo sguardo suggerisca una possibile risoluzione, lasciata magnificamente tra le righe, più suggerita che effettivamente raccontata.
Se il ritratto coniato da Moretti è quindi, da un punto di vista della scrittura, impeccabile, non si può non tacere come "La Stanza del Figlio" sia anche l'opera nella quale l'egocentrismo e la genuina incapacità tecnica dell'autore si fanno davvero insostenibili.



Le immagini create da Moretti sono, qui come non mai, incredibilmente sciatte, sia a causa di una fotografia piattissima, che sfigurerebbe persino in un prodotto televisivo, sia per una scelta delle inquadrature semplicemente debole, dove ogni frame è incredibilmente arbitrario, ogni movimento di macchina privo di spessore e talvolta persino di giustificazione.
Immagini genuinamente brutte a cui fa il paio con la solita voglia di protagonismo di Moretti, il quale compare praticamente in ogni scena, lascia che siano i suoi dialoghi (o comunque quelli lo coinvolgono) a portare avanti storia ed intenzioni, si mette prepotentemente sempre al centro dell'attenzione, lasciando talvolta gli altri personaggi, in teoria anch'essi importanti, fatalmente sullo sfondo (basti vedere la scena di pianto della madre, inserita quasi a forza nel montaggio). L'esito è talvolta anche controproduttivo, basti vedere, su tutte, la scena in cui il personaggio di Giovanni sbotta sottolineando come tutto in casa sia "sbeccato", che da sola avrebbe fatto gridare allo scandalo in un dramma diretto da Ozpetek o della Comencini.
E' in un certo senso illuminante tracciare un paragone, nei limiti ovviamente di quanto possibile, con un altro dramma sulla perdita: "Bullet Ballet" di Tsukamoto; in quest'ultimo, il regista e interprete si metteva sempre a favore dell'immagine, lasciando che fosse questa a trasmettere l'emozione e sopratutto senza mai costruirla a sua misura, mettendo anzi il suo corpo a disposizione della stessa; Moretti, in verso opposto, concepisce tutte le immagini a suo favore, usando spesso i soli dialoghi a fare da significante; stile molto meno cinematografico, decisamente teatrale, che, appaiato alle immagini blande, fa capire come il buon Nanni forse meglio avrebbe fatto a lasciare il cinema ad altri, dedicandosi magari alla letteratura.




Difetti di messa in scena a parte, "La Stanza del Figlio" resta lo stesso un dramma incisivo e potente, prova della sensibilità di un autore talvolta troppo frettolosamente ed ingiustamente etichettato come cerebrale.