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martedì 21 marzo 2023

Siccità

di Paolo Virzì.

con: Silvio Orlando, Valerio Mastandrea, Claudia Pandolfi, Monica Bellucci, Vinicio Marchioni, Elena Lietti, Tommaso Ragno, Diego Ribon, Malich Cissè, Sara Serraiocco, Emma fasano, Max Tortora, Grabiel Montesi, Emanuela Fanelli, Emanuele Maria Di Stefano .

Italia 2022















Non capita praticamente mai che un film nato per essere profetico finisca per divenire un vero e proprio "istant movie" in grado di catturare un determinato stato delle cose, ma "Siccità" è riuscito (malauguratamente, vien da dire) a fare questo inusitato passo in avanti. Paolo Virzì aveva inteso questa sua visione di una capitale in preda alla crisi idrica come uno scenario possibile, il quale, tempo un pugno di mesi, ha finito non solo per verificarsi, ma anche per coinvolgere l'intera Penisola.
Peccato però che questo sia praticamente l'unico aspetto interessante di tutto il film.




Le immagini di una Roma riarsa dal sole e desertificata sono emblematiche e bellissime, racchiuse in belle inquadrature del sempre ottimo Luca Bigazzi.
A non funzionare per niente è invece lo script che nella più pura tradizione del cinema "impegnato" nostrano tenta di unire varie storyline di personaggi eterogenei per dare un quadro di un'umanità alla deriva, in preda non solo del terrore climatico quanto e soprattutto dei propri fatali difetti. Tutte storie che vanno dal trito allo sbagliato.
Loris (Valerio Mastandrea) è l'ex autista di un presidente del consiglio morto suicida dopo l'ennesimo scandalo, il quale si ritrova a fare da guidatore stile uber e che finisce per riappacificarsi con l'ex moglie Sara (Claudia Pandolfi) e la loro figlia adolescente Martina (Emma Fasano); story-arc visto e stravisto del quale si salvano giusto gli attori, con un Mastandrea che riesce davvero ad incarnare ottimamente il classico "esaurito cronico" italiota; e dove, vergognosamente, si tenta di rendere empatico l'ex braccio destro di un politico lestofante e falso, il quale dovrebbe risultare patetico perché vittima degli orrori della spending review.



Sara, a sua volta, è un medico la quale si ritrova a dover affrontare l'emergenza di un epidemia subsahariana che ha appestato la capitale; ma il suo ruolo è un puramente riempitivo che serve più che altro unire la storia la storia di Loris e figlia con quella del suo nuovo marito Luca (Vinicio Marchioni) che, come da copione, la tradisce con Mila (Elena Lietti), sua ex compagna di liceo; e spiace essere cattivi, ma viene davvero da chiedersi quale uomo dotato di un cervello funzionante cornificherebbe la Pandolfi per stare con la Lietti...
Mila è sposata con l'attoruncolo Alfredo (Tommaso Ragno), il quale cerca di ravvivare il proprio status tramite i social network e seguendo alla lettera lo stereotipo dell'intellettualoide è un pessimo padre per Sebastiano (Emanuele Maria Di Stefano), a sua volta il perfetto stereotipo del sedicenne finto-ribelle in una trama che davvero si commenta da sola e nella quale non ci viene risparmiata neanche la scena d'obbligo nella quale la madre/moglie quarantenne ha una crisi di nervi. A far specie, semmai, è il doppio ed incredibile errore di una scrittura che da una parte porta Sebastiano ad essere investito da Sara nelle primissime scene, fatto che poi viene stranamente dimenticato e mai più portato all'attenzione di nessuno, mentre dall'altra introduce una critica alla ribellione falso-impegnata dei sedicenni la quale anzicché risultare intelligente finisce per essere clamorosamente qualunquista, poiché orgogliosamente ferma alla superficie di fatti e personaggi.  




Antonio (Silvio Orlando) è un detenuto che ama stare dietro le sbarre (!) e che a causa di un errore si ritrova di nuovo libero; decide così di attraversare la città per incontrare la figlia Giulia (Sara Serraiocco), che aveva abbandonato praticamente in fasce dopo aver ucciso la madre. Classica storia di redenzione che poi redenzione non è nella quale, ancora, è solo Silvio Orlando a funzionare.
Giulia è poi sposata con il bruto Valerio (Gabriel Montesi), da poco assunto con bodyguard della figlia di un ricco imprenditore, Raffaella (Emanuela Fanelli). Una storiella strampalata, che si conclude similmente all'alleniano "Crimini e Misfatti" ma senza ovviamente averne né la grazia tantomeno la carica drammatica, dove si cerca di fare le pulci all'alta borghesia mettendo in fila tutti i luoghi comuni possibili senza mai riuscire a comunicare davvero nulla e nella quale l'unico personaggio interessante è quello di Raffaella, donna impacciata ma sotto sotto aggressiva e intelligente, il cui story-arc era anche interessante, ma che viene subito troncato in favore di un risvolto che lascia davvero il tempo che trova.



Tra questi drammi fin troppo umani ci sono poi la storia dell'idrologo Del Vecchio (Diego Ribon) e del senzatetto Jacopucci (Max Tortora).
Il primo è un racconto di "de-formazione", con uno scienziato serio e preoccupato il quale viene trasformato dalla celebrità in un involucro vuoto che finisce a letto con Monica Bellucci, in un arco anche riuscito, ma del tutto sbagliato in un momento storico nel quale l'anti-intelletuallismo e l'anti-scienza hanno davvero fatto troppi danni al tessuto sociale.
Il secondo è l'ennesimo apologo su di un uomo alla deriva che non va davvero da nessuna parte.
Proprio l'estrema incompiutezza è poi il difetto fatale di tutta la scrittura, l'ultimo chiodo su di una bara nella quale tutti i personaggi finiscono per essere macchiette, ogni trama non ha nerbo e non cattura finendo per risultare insipida e dove persino la siccità del titolo finisce per essere giusto un contorno inutile. Il tutto coronato da un lieto fine indigesto, che stona anche con le pretese apocalittiche del film.




Una sceneggiatura troppo sfilacciata che tiene malamente insieme delle storielle a dir poco mediocri, quindi. Per di più fatalmente mal servita da un brutto montaggio, che non sa come incastrare bene le singole sequenze e talvolta persino le singole inquadrature, arrivando anche ad infliggere qualche orrendo jump-cut che fa davvero storcere il naso. E se la brutta scrittura è imputabile anche allo zampino di Francesca Archibugi, non si capisce perché lo Jacopo Quadri collaboratore abituale di Bernardo Bertolucci, di Gianfranco Rosi e di Mario Martone abbia deciso di montare il tutto con la mano sinistra; la colpa forse è di Virzì, il quale il più delle volte decide di costruire le scene in modo anonimo e svogliato.




Un film che non funziona, questo "Siccità", che si trascina stancamente per oltre due ore senza riuscire a dire mai qualcosa di concreto o condivisibile anche quando affronta una tematica tristemente urgente e ignorata come quella del cambiamento climatico. E spiace davvero che l'autore livornese, tra prove poco ispirate e l'agghiacciante collaborazione con Checco Zalone, sembra davvero aver perso lo smalto che lo contraddistingueva in passato, persino durante quegli anni '90 dei quali è stato uno dei pochi cineasti italiani davvero meritevoli di interesse e lode.

sabato 18 gennaio 2014

Il Capitale Umano

di Paolo Virzì

con: Fabrizio Bentivoglio, Valeria Bruni Tedeschi, Matilde Giolì, Valeria Golino, Fabrizio Giufini, Luigi Lo Cascio, Giovanni Ansaldo, Guglielmo Pinelli, Bebo Storti.

Grottesco/Drammatico

Italia/Francia (2014)











---SPOILERS INSIDE---

Nel post su "La Mafia uccide solo d'Estate" si ricordava come la Commedia all'Italiana sia un "genere" oramai morto e sepolto a causa della mancanza di autori capaci di riprendere a dovere l'eredità del passato; forse a causa della fretta o accecati dalla rabbia, ci si dimenticava dell'unico vero regista in grado di far rivivere i fasti del filone in opere moderne, quel Paolo Virzì che, da livornese doc, riesce a dipingere con estrema efficacia i mali dell'Italia odierna in commedie acide e graffianti; basti pensare a pellicole quali "Caterina va in Città" (2003), nel quale l'autore smaschera lo squallore celato dietro il manicheismo politico e sociale, o a "Tutta la Vita Davanti" (2008) nel quale distrugge i miti del lavoro e della formazione; Virzì è tutt'ora l'unico vero autore italiano capace di ritrarre il buco nero nel quale il paese è precipitato da trent'anni a questa parte mediante un registro ironico, ma amaro, nella più pura tradizione del cinema del (mai troppo) compianto Monicelli.
Con "Il Capitale Umano", il regista toscano tenta un'operazione quasi impossibile: ritrarre l'apocalisse della crisi economica e lo sciacallaggio della grossa borghesia mediante un dramma grottesco, unendo caratterizzazioni iperboliche ad una narrazione fredda, lasciando i toni ironici circoscritti alla sola descrizione dei personaggi; esperimento ardito, che però riesce bene, anche se solo in parte.


Tra l'estate e l'inverno del 2010 si intrecciano le storie di due famiglie dell'interland milanese, gli Ossola, piccoli borghesi, e i Bernaschi, ricchi speculatori finanziari, unite dal fidanzamento dei due figli Massimiliano (Guglielmo Pinelli) e Serena (la rivelazione Matilde Giolì); Dario (Fabrizio Bentivoglio), patriarca degli Ossola e piccolo imprenditore edile, approfitta dell'amicizia con Giovanni Bernaschi (Fabrizio Giufini) per effettuare un'operazione speculativa nella quale coinvolge anche la figlia Serena; Carla Bernaschi (Valeria Bruni Tedeschi) tenta di far riaprire un vecchio teatro, accollandosene la gestione; nel frattempo Serena si allontana da Massimiliano ed intreccia un'appassionata storia d'amore con Luca (Giovanni Ansaldo), giovane povero e disfunzionale, con un turbolento passato alle spalle; le cose si complicano ulteriormente quando le due famiglie restano invischiate nella morte di un cameriere...


Basato in parte sull'omonimo libro di Stephen Amidon, "Il Capitale Umano" è la descrizione di una società sull'orlo dell'apocalisse popolata da veri e propri "freaks"; l'interland milanese sostituisce l'abituale provincia toscana come metafora di un intero paese nel quale ciò che conta è il denaro e nel quale alla lotta di classe si va pian piano sostituendo la cannibalizzazione delle nuove generazioni.
Nel primo capitolo, "Dario", Virzì ritrae la viscerale voglia ricchezza della classe media: volontà smodata e priva di freni che porta il protagonista a mettere in ballo la sicurezza della propria figlia pur di avere un guadagno; nel ritratto, non vi è di fatto alcuna differenza tra il piccolo piranha Ossola e il grande squalo Bernaschi: entrambi vivono solo per il guadagno, entrambi giocano ad un gioco più grande di loro incuranti delle potenziali vittime, tutto per un benessere edonista e smaccatamente distruttivo.
Nel secondo capitolo, "Carla", l'autore descrive la genuina idiozia degli esponenti dell'alta borghesia mediante il ritratto di una donna viziata e stupida, che con la cultura cerca di colmare i suoi fallimenti e il vuoto interiore; perchè di fatto Carla è un fallimento su tutta la linea: genitrice che non riesce a tenere a bada il proprio figlio, moglie ignorata dal marito, fedigrafa cacciata dall'amante ed amministratrice incapace di rilanciare le sorti del proprio teatro; e proprio la sottotrama sul teatro permette a Virzì di arrecare una stoccata forte e vibrante alla classe intellettuale: composta da critici radical chic buoni a nulla, politici ignoranti e vecchi bacucchi, essa rappresenta la più odiosa delle incrostazioni sociali che affliggono il nostro paese, incapace di affermare quanto di buono esista nel panorama culturale odierno, né di rilanciare la gloriosa tradizione del passato; da antologia, in merito, la battuta del deputato leghista, il quale afferma che anzicchè Pirandello o il teatro sperimentale bisognerebbe dar spazio ai più profondi ed intellettualmente appaganti "cori padani".


Dario e Carla rappresentano i due poli opposti e complementari delle brutture che insozzano l'Italia; il primo è un piazzista sgradevole ed arraffone, privo di qualsiasi qualità effettiva, si insinua (mal voluto) nella vita del patron Bernaschi solo per opportunità, per entrare a far parte della cerchia di "quelli che contano", ossia per affermarsi in un mondo fatto solo di soldi e sfarzo; un mondo edonista, si diceva, che distrugge qualsiasi cosa pur di sopravvivere; e non a caso, Dario arriva a sacrificare sua figlia e Luca pur di riavere i suoi soldi: come un moderno Saturno, il padre divora i più giovani, ne azzoppa sogni e speranze per il proprio benessere; Carla, d'altro canto, è la "madre inutile": una donna priva di ogni pregio capace solo di spendere i soldi ed assistere impotente agli eventi; un'ingenua, o meglio una vera e propria "cretina" che, lasciatasi alle spalle una promettente carriera d'attrice, sposa un ricco speculatore solo per l'amor del benessere. E nel descrivere personaggi, Virzì riversa tutto il suo disprezzo: i due sono caratterizzati in modo grottesco, accentuato dalle performance perennemente sopra le righe di Bentivoglio e della Bruni Tedeschi; Dario e Carla divengono così due maschere orrorifiche, deformate e deformati, ma che riescono perfettamente a rappresentare i difetti delle categorie di riferimento.


Nel terzo capitolo, "Serena", Virzì riprende il punto della nuova generazione mediante il personaggio della figlia di Ossola, splendidamente interpretato da Matilde Giolì; nel dipingere la sua storia con il giovane Luca, l'autore abbandona il registro grottesco per uno smaccatamente drammatico; i giovani, il "futuro del Paese", sono le vittime sacrificali dei vecchi; Serena deve continuare a frequentare il lascivo e stupido Massimiliano solo per far contento il padre, mentre deve tenere segreta la sua relazione con il più sensibile Luca perchè appartenente ad una classe sociale più bassa; proprio Luca, nell'economia della storia, è La vittima: manipolato dallo zio (figura paterna surrogata), schifato dai coetanei per i suoi problemi, è lui a dovere essere distrutto affinchè lo status quo persista; nell'egoismo più puro, il "parveneu" lo sacrificherà per i suoi interessi senza remore o rispetto per chi gli è affianco; Luca è la nuova generazione: spaesato perchè privo di qualsiasi punto di riferimento, sfruttato dai più anziani e ignorato dai più benestanti, può solo sopravvivere, persistere nella sua condizione di non-vita o autodistruggersi.


Se nei primi tre capitoli Virzì ben riesce a bilanciare l'atmosfera cupa con la caratterizzazione volgare dei personaggi più anziani e il dramma dei più giovani, nell'ultimo capitolo non riesce a tirare completamente le fila del discorso; la catarsi nel teatro ben rappresenta l'epilogo per la storia di Dario e Carla, ma il lieto di fine che regala a quella di Serena e Luca mal si adatta ai toni del resto della narrazione, anche se giustificabile per l'amore che l'autore prova verso la loro gategoria; sopratutto, la "festa finale" di casa Bernaschi non riesce davvero a rendere l'idea di una classe sociale di cannibali che si ingozzano a scapito degli altri, nè dell'ipocrisia che questi si rivolgono a vicenda.
Epilogo a parte, "Il Capitale Umano" riesce bene nel rappresentare la volgarità e la stupidità di un paese sull'orlo (o già dentro?) il baratro e la drammaticità di coloro costretti e subirne le conseguenze.