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martedì 3 settembre 2013

I Diabolici

Les Diaboliques

di Henri-George Clouzot

con: Vera Clouzot, Simone Signoret, Paul Meurisse, Charles Vanel, Jean Brochard, Therese Dony.

Thriller

Francia (1955)

















Ogni qual volta che un critico, sia esso riverito o meno, stila un'ideale lista dei cineasti più influenti del secolo scorso, chissà per quale astruso ed imperscrutabile motivo dimentica sempre il nome di Henri-George Clouzot; eppure, guardando anche solo una minima frazione della filmografia del grande regista francese, ci si può stupire di quanto i suoi stilemi narrativi abbiano dato vita ad una serie infinita di cloni ed epigoni, sopratutto negli ultimi 10-15 anni; "Les Diabolique" (malamente tradotto in italiano come "I Diabolici", quasi a voler mutare il sesso delle due protagoniste) è la pellicola più influente del grande autore, saccheggiata in lungo e in largo in più di cinquant'anni dalla sua uscita: un esempio magistrale di thriller che fa della suspanse e del colpo di scena i suoi punti di forza.



Ambientato in un collegio nel mezzo della campagna francese, il film segue un vicenda di sangue ambigua ed originale; Nicole (Simone Signoret) e Christina (Vera Clouzot), rispettivamente insegnante e direttrice dell'istituto, sono due giovani donne accomunate da una tormentata relazione con il preside Michel (Paul Meurisse), del quale sono rispettivamente amante e moglie; la relazione extra-coniugale dell'uomo non è però un segreto, al punto che entrambe le donne si conoscono e sono in uno strano rapporto di complice amicizia a causa del pessimo carattere dell'uomo, che si diverte a dominarle; in particolare, Michel si diverte a sottomettere la moglie, a causa della salute cagionevole della donna. Dopo l'ennesimo sopruso, le due decidono, di comune accordo, di uccidere Michel e farne sparire il cadavere; eseguito il misfatto, dovranno però avere a che fare con una serie di strani eventi, quali la sparizione del cadavere e le testimonianze degli alunni che affermano di vedere il defunto preside.




Clouzot costruisce l'intera prima parte della vicenda come un normalissimo thriller di stampo hitchcockiano: seguiamo le vicende delle due protagoniste nell'organizzazione dell'omicidio tramite il loro duplice punto di vista; la tensione viene creata grazie agli elementi casuali che arrivano ad ostacolare il loro operato: i vicini impiccioni, un soldato ubriaco, il cesto per il trasporto del cadavere che si rompe, ecc....; l'autore però predilige la descrizione della psicologia dei due personaggi all'intreccio vero e proprio: valorizza dialoghi e situazioni volte a dar corpo ai caratteri, opposti e complementari, di Nicole e Christina; la prima, cinica e risoluta, è però incapace di uccidere, mentre la seconda, fragile e timorata di Dio, è l'unica ad avere la forza d'animo necessaria per eseguire l'omicidio.




Una volta morto Michel, il film prende una nuova piega: da thriller classico diventa un mistery nel quale la sparizione del cadavere e l'apparente "resurrezione" di Michel divengono il centro della narrazione; la tensione viene ora creata sia dalla paranoia delle protagoniste, impaurite per un'eventuale scoperta del corpo da parte delle autorità, incarnate dal personaggio del commissario Fichet, grazie al mistero della scomparsa del cadavere, che fa presumere una pista sovrannaturale; magistrale, in questa parte, la scena della piscina, nella quale Clouzot crea una tensione insostenibile mediante un semplicissimo montaggio di campo/controcampo.




E' però nel terzo atto, in particolare con il climax, che il film deflagra in tutta la sua originalità; con un colpo di scena da manuale, Clouzot mette in discussione tutto ciò che lo spettatore ha visto (o creduto di aver visto) nei due atti precedenti: ribalta totalmente la storia, i personaggi e il loro ruolo nella vicenda; ed in un epilogo da antologia, mette in discussione persino il colpo di scena appena mostrato, in un gioco di specchi spiazzante ed evocativo.




Prima ancora di De Palma o di Nolan, è Clouzot a riflettere sul meccanismo del colpo di scena come ribaltamento totale della narrazione; il "twist" diviene così mezzo per distruggere la presunta onniscenza dello spettatore e per enfatizzare la relatività del punto di vista all'interno della narrazione; il narratore, il regista in questo caso, diviene così un vero e proprio illusionista (o "prestigiatore" come sottolineerà Nolan in "The Prestige", nel 2006, pellicola in cui l'influenza della lezione del maestro francese è immensa), che distrae l'attenzione del pubblico durante il secondo atto per poterlo stupire, spiazzare e sconvolgere con rivelazioni shock, le quali celano una verità mille volte più semplice di quanto egli abbia voluto far credere.




Ed il gusto estetico dell'autore in questa sua celebre prova si fa ancora più radicale: il contrasto tra luce ed ombra è ancora più netto che in passato, con sfondi talvolta totalmente neri e luci stroboscopiche puntate sui centri d'interesse, come lo sguardo del morto o le reazioni di Chistina; le sue inquadrature si fanno ancora più raffinate ed espressive, come nel finale; e l'intero film viene immerso in un silenzio assoluto, privo di musica o di rumori ambientali, a rimarcarne l'atmosfera sinistra.




Capolavoro assoluto del thriller e pietra miliare del cinema tout court, "Les Diaboliques" è una pellicola che DEVE essere riscoperta ed apprezzata, sopratutto dal pubblico più giovane, quello che esalta J.J. Abrams e soci per i loro improbabili colpi di scena, al fine di capire quanto moderno ed avanguardista fosse il cinema europeo del secolo scorso.

martedì 20 agosto 2013

Vite Vendute

Le Salair de la Peur

di Henri-George Clouzot

con: Yves Montad, Charles Vanel, Folco Lulli, Peter Van Eyck, Vera Clouzot, William Tubbs.

Drammatico/Noir

Francia, Italia (1953)









---CONTIENE SPOILER---

A guerra finita, cessate (in parte) le polemiche sul collaborazionismo dovute alla produzione de "Il Corvo" (1943), Clouzot ottiene finalmente il riconoscimento della critica e dei produttori; al pari di Melville, Clouzot comincia così a sperimentare nuove vie estetico-narrative, anticipando la Novelle Vague ancora di là da venire; "Vite Vendute" è il perfetto esempio della nuova cifra stilistica dell'autore, a metà strada tra innovazione e tradizione; oltre a rappresentare la sua ennesima incursione  nel buio dell'anima umana.


L'intera narrazione ruota attorno ad un tema preciso: il lavoro, o, per meglio dire, il massacro che si cela dietro la bieca logica produttiva capitalista; il racconto, poi, viene spezzato in due parti distinte: la prima è puramente descrittiva, la seconda, con il viaggio, totalmente narrativa; teatro della prima parte della vicenda è un imprecisato paesino dell'America centrale, Las Piedras, ideale luogo di incontro di tutte le culture ed etnie.
Las Piedras è un inferno in Terra: battuto da un sole impietoso, immerso nella polvere del deserto, è un limbo in cui il poco lavoro concesso agli abitanti è dato dalla Southern Oil Company, multinazionale petrolifera americana che sfrutta i reietti del villaggio per pochi soldi fino a consumarli; il villaggio è, nelle parole degli stessi protagonisti, un carcere senza sbarre: entrare è facile, andarsene impossibile visti i prezzi esorbitanti per i biglietti aerei, unici mezzi di trasporto disponibili; agli abitanti, immigrati ed indigeni, non resta quindi che arrabattarsi alla meglio, tra lavoretti sottopagati ed espedienti vari.


Proprio in una giornata di magra come mille altre, comincia la narrazione: Mario (Yves Montad), immigrato corso, ammazza il tempo alla locanda, assieme alla bella serva Linda (Vera Clouzot, moglie del regista); il suo amico Luigi (Folco Lulli) continua a lavorare come muratore, nonostante la sua salute risenta delle pessime condizioni di lavoro; e lo scanzonato norvegese Bimba (Peter Van Eyck) tira avanti come autista per il locandiere. Il limbo di Las Piedras viene in parte scosso dall'arrivo di uno straniero, il francese Jo (Charles Vaniel), gangster in fuga che attira subito l'attenzione di Mario, il quale vede nell'uomo una possibilità di riscatto; Jo si scopre ben presto amico di O'Brien (William Tubbs), amministratore della S.O.C. con il quale condivide un passato da contrabbandiere, e spinge Mario a litigare con Luigi e Linda. Il riscatto vero e proprio, però, avrà una forma ben più sinistra di quella del piccolo criminale in fuga: a seguito di un esplosione in un pozzo petrolifero, viene offerto un lavoro di 2.000 dollari per un ingaggio suicida, ossia trasportare due camion pieni di nitroglicerina per un percorso impervio di oltre 500 Km; Mario, Luigi, Bimba e Jo accettano nella speranza di poter fuggire dal limbo, ma ad attenderli vi sarà un inferno ben peggiore.


Ed è con l'inizio del viaggio che lo sguardo imperterrito di Clouzot si fa più acuto e tagliente; la descrizione dei personaggi si fa tridimensionale e vengono palesati tutti i loro difetti; Mario, in apparenza uomo tutto d'un pezzo, altro non è che un disperato in cerca di una via di fuga, cinico al punto da sacrificare la vita dei compagni pur di raggiungere il salario promesso; Jo, che nella prima parte castigava Luigi con la sua rivoltella, si rivela ben presto come un vecchio codardo, i cui nervi saltano subito dopo la partenza, tanto che il suo rapporto con Mario si ribalta: ora è quest'ultimo ad essere sempre più cinico e coraggioso; Bimba è invece insensibile: non sente la paura a causa dei traumi subiti nel suo nebuloso passato; Luigi, infine, è l'archetipo dello schiavo, buono solo con il lavoro manuale. 
Tutti e quattro i personaggi, privi di un passato preciso, si confrontano con un'impresa suicida, ossia un presente ostile, su cui aleggia un fatalismo imponente fin dalle prime battute; ma a farla da padrone, e non è un gioco di parole, è il meccanismo perverso dello sfruttamento: tutti e quattro non sono che strumenti pagati a poco prezzo dal padrone per compiere un lavoro folle, la cui vita o morte non fa differenza purché il lavoro sia concluso; non a caso, alla fine nessuno piangerà i caduti: quel che conta è finire l'impiego, incassare e tornare a casa come se nulla fosse; chi non trova lavoro è destinato a morire, come il giovane Bernardo verso la fine della prima parte; chi lo trova è destinato a consumarsi per il danaro, nella vana speranza di un futuro migliore


Oltre ad un cinismo crudo, Clouzot riesce anche a costruire una tensione unica ed avvolgente; il viaggio viene spezzettato in una serie di episodi nei quali i quattro autisti devono confrontarsi con il più crudele dei nemici: il caso; ogni episodio sprizza paura e fatalismo da ogni fotogramma, tra i quali è magistrale, in particolare, quello della roccia: una lunga descrizione del metodo per disfarsene, perfettamente saldata alla tensione dovuta all'uso dell'esplosivo, cui viene giustapposto, nel capitolo successivo, la morte improvvisa di due dei protagonisti, descritta senza enfasi né tragicità, solo con un'esplosione vista da lontano. Magnifica anche la scena del climax, nel quale il protagonisti affondano in un mare di greggio e finiscono per farsi del male a vicenda, perfetto emblema della logica dello sfruttamento e della cattiveria intrinseca all'arrivismo.


La tensione dilaga fin dall'inizio del viaggio: ogni episodio presenta una serie di pericoli crescenti, abilmente sottolineati dalle splendide inquadrature, tutte giocate sui dettagli; per la prima volta, inoltre, le scene di pericolo vengono girate con un mix di riprese in studio e stunt in esterni, con risultati straordinari per l'epoca e spettacolari tutt'oggi; nel costruire la tensione di ogni scena, Clouzot fa un uso magistrale del montaggio, come nella sequenza del mancato tamponamento o, meglio ancora, in quella della sfida tra Jo e Luigi, dove lo scontro tra i due viene costruito sui dettagli dei passi e degli oggetti rovesciati. L'unico momento leggero viene relegato dall'autore alle primissime sequenze, nelle quali introduce i personaggi di Mario e Linda, insistendo sulle forme di sua moglie Vera con una serie di inquadrature davvero piccanti per l'epoca.


Nell'elogiare quello che è l'ennesimo capolavoro di un maestro del cinema, non ci si può certo dimenticare del finale: sardonico oltre i limiti dell'umorismo nero, vede la morte dell'unico superstite avvenire per caso, mentre festeggia la riuscita dell'impresa, perfetto simbolo della fatalità imprescindibile, dalla quale non si può sfuggire nemmeno quando il pericolo più grande è ormai cessato.

mercoledì 1 maggio 2013

Il Corvo

Le Corbeau

di Henri-Georges Clouzot

con: Pierre Fresnay, Ginette Leclerc, Pierre Larquey, Héléna Manson, Micheline FranceyLiliane Maigné.

Francia (1943)









 



Mentre in America Alfred Hitchcock terrorizzava le platee con i suoi thriller dalla tensione crescente, nella vecchia Europa,  nella Francia occupata dai nazisti, un giovane cineasta, al suo secondo film, creava il più incisivo saggio sulla paranoia e l'ipocrisia che mente umana possa ricordare: "Il Corvo" di Henri-Georges Clouzot. 


In un paesino della provincia francese, uno scrittore anonimo, che si identifica con lo pseudonimo de "il corvo", comincia ad inviare lettere minatorie agli abitanti, nelle quali rivela tutti i loro segreti più incoffessabili; obiettivo principale del corvo è il medico Remy Germain (Pierre Fresnay), del quale rende pubblica la relazione extraconiugale e, sopratutto, le sue pratiche abortiste.


Anche se strutturato come un giallo (il colpevole viene rivelato solo nell'ultima scena, mentre per tutta la pellicola  i sospetti vengono via via gettati su ogni singolo personaggio), "Il Corvo" non è e non vuole essere una semplice pellicola di genere, quanto uno spaccato dell'ipocrisia della piccola società dell'epoca; in un racconto d'ansamble vero e proprio (i punti di vista sono molteplici, anche se quello prevalente resta quello del dr.Germain), Clouzot smaschera i vizi e le idiosincrasie dei personaggi: la libidine di Denise, le pratiche abortiste del dottore, la dipendenza da droga del dr. Vorzet, i furti della piccola Rolande, ecc....; il racconto diviene ben presto un girotondo di sospetti e calunnie, che culmina dapprima nella caccia spietata al presunto colpevole (l'inseguimento dell'infermiera, magistrale per esecuzione e potenza visiva), poi nella confessione del dr.Germain.



L'intento effettivo di Clouzot viene esemplificato, però, in un'altra (magnifica) sequenza, verso la fine del II atto: dimostrare come il bene e il male assoluti non esistano, come nel mondo nulla sia davvero bianco o nero, come ognuno abbia dei segreti nascosti che ne minano la credibilità; lo smascheramento del segreto, per Clouzot, non è una mera pratica iconoclasta fine a sè stessa, quanto una rivendicazione di veridicità; l'intento del corvo non è quello di distruggere la credibilità delle sue vittime, ma quello di "ripulire" la società dall'ipocrisia regnante, costi quello che costi; e di fatto la forza della veridicità dei suoi scritti causerà un suicidio: quello di un malato terminale che, però, sappiamo spacciato fin dall'inizio, ennesiama riprova della fluidità dei concetti di Bene e Male nel mondo.



All'epoca della sua uscita, "Il Corvo" generò un vero e proprio scandalo in patria: Clouzot produsse il film grazie ai proventi della Continental, casa di produzione fondata dai nazisti in Francia; il ritratto impietoso della società francese, inoltre, costò al grande regista un'accusa di collaborazionismo con le forze occupanti, avvallata, disgraziatamente, dal favore che il film riscosse presso Goebbles e il suo enturagè; solo dopo la guerra, e grazie all difesa a spada tratta di grandi cineasti quali Marcel Carnè, Clouzot riuscì a scrollarsi di dosso l'onta subita; vergogna dovuta, però, anche alla miopia della critica dell'epoca: impossibile non leggere nella figura della madre vendicativa una metafora della resistenza contro l'invasore che mette i francesi gli uni contro gli altri, o nella figura del medico, libero pensatore distrutto dall forza manipolatrice del corvo, una metafora dell'intellettuale costretto ad abiurare le proprie posizioni in favore della posizione della classe dominante.



Ancora oggi incisivo e visivamente affascinatne (la tonalità grigia dominante che si scontra con le forti e contrastate ombre sugli sfondi, come se si fosse in un film espressionista), "Il Corvo" è il primo capolavoro di un grandissimo cineasta, oggi purtroppo poco conosciuto dai più, ma che ha saputo influenzare pesantemente anche gli autori contemporanei, sopratutto con i successivi "Vite Vendute" (1953) e, sopratutto, con "I Diabolici" (1955), tant'è che Tarantino lo omeggierà nel suo splendido "Bastardi senza Gloria" (2009).