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lunedì 8 aprile 2024

Godzilla e Kong- Il Nuovo Impero

Godzilla x Kong: the new empire

di Adam Wingard.

con: Rebecca Hall, Brian Tyree Henry, Dan Stevens, Kaylee Hottle, Fala Chen, Alex Ferns, Rachel House, Ron Smyck, Chantelle Jamieson.

Fantastico/Azione

Usa 2024















Tra l'Oscar vinto per "Godzilla- Minus One" e gli ottimi incassi di questo secondo cross-over con Kong, il 2024 sembra proprio essere l'anno del ritorno in auge del godzillosauro di Ishiro Honda, che giusto settant'anni fa portava la sua ventata distruttiva per la prima volta al cinema.
"Il Nuovo Impero" è in un certo senso una perfetta rappresentazione di una delle versioni più amate di Godzilla, quella dell'era Showa, dove il rettilone è poco più di un gigantesco supereroe chiamato a combattere i cattivi che di volta in volta minacciano la pace. Un versione infantile e giocattolosa, senza dubbio, ma che se ben declinata può portare ottime e sane dosi di divertimento. Come in questo caso.




Ma il titolo non tragga in inganno: qui il vero protagonista è Kong, mentre Godzilla è giusto un comprimario di extralusso. Tutto il film è incentrato su di lui, quasi a farsi perdonare il ruolo marginale che, all'opposto, aveva nel precedente capitolo.
Per praticamente la prima volta, un kaiju non è solo oggetto della narrazione, quanto soggetto attivo, con la storia si svolge dal suo punto di vista, con lui al centro di tutto, mentre la traccia narrativa sui soliti umani risulta un puro contorno, utile a chiarificare la posta in gioco. E sembra più che legittimo che questo record sia affidato al vero re dei mostri giganti.




Adam Wingard, di nuovo in cabina di regia e nuovamente coadiuvato dall'amico di sempre Simon Barrett allo script, si diverte così a creare una storia per la maggior parte priva di dialoghi, dove sono solo le immagini a raccontare gli avvenimenti, cosa rarissima in un kolossal di Hollywood. E dà a Kong il ruolo da star affidandosi alle sue espressioni digitali, alla sua espressività simpatica e ovviamente alla carica spettacolare che una storia del genere può riservare.
Storia che lo vede diventare il "king" del titolo originario, con la scoperta di un intera nazione abitata da scimmie giganti, sorta di "Pianeta delle Scimmie" sotterraneo governato col pugno di ferro da un rivale che ha al guinzaglio un altro godzillosauro, in una simpatica simmetria tra vere star del kaiju-eiga e imitazioni a buon mercato che vengono prese a ceffoni senza ritegno.



Wingard riesce di nuovo a portare avanti una storia assurda restando perennemente in equilibrio tra il serio e il faceto. Sa quando usare un tono più serioso, senza però mai scadere nel ridicolo involontario o nel tedioso (a differenza di Garreth Edwards) e quando dare spazio all'umorismo goliardico, senza mai scadere, neanche da questa sponda, verso l'ironia ridicola.
Il suo blockbusterone risulta così sempre simpatico e intrattiene bene grazie alla spettacolarità ben congegnata, oltre che, nuovamente, grazie ad una durata esigua. E strappa persino un grosso sorriso di soddisfazione quando percula il cinema muscolare di Michael Bay, ricreando la celebre inquadratura degli eroi che si imbarcano verso l'ignoto (che Bay a sua volta rubò da "Uomini Veri", giusto per essere precisi) parodizzandola, scambiando i super machi con una donna, una ragazzina e un hippie.

lunedì 12 aprile 2021

Godzilla vs Kong

di Adam Wingard. 

con: Millie Bobby Brown, Alexander Skarsgaard, Rebecca Hall, Brian Tyree Henry, Shun Ogura, Eiza Gonzalez, Julian Dennison, Demiàn Bichir, Kyle Chandler, Kylee Hottle.

Fantastico/Azione/Catastrofico

Usa, Australia, Canada, India 2021















E si arriva allo scontro tra pesi massimi anche nel Monsterverse della Warner. Come in "Batman v Superman" e "Captain America: Civil War", anche "Godzilla vs Kong" porta le due icone del titolo ad un confronto senza esclusione di colpi. Il quale, come i più attente già sapranno, non è il primo match tra i due bestioni, ma, al contempo, non è neanche un remake di quel primo scontro datato 1962.


"King Kong vs Godzilla" (o "Il Trionfo di Kong" come conosciuto nel Bel Paese) è a suo modo un film importante. E' il terzo film dedicato al godzillosauro di Ishiro Honda, quarto per il gorilla di Cooper e Schoesdak, il primo nel quale ciascuno dei due si confronta con un avversario famoso (ma non il primo scontro tra kaiju in assoluto, primato ascrivibile a "Godzilla Raids Again", secondo film di Godzilla) nonché il primo film del franchise di Godzilla dove il tono da serio si fa faceto, vicino alle coordinate del cinema fantastico e della commedia, piuttosto che del dramma catastrofico. Resta, ad oggi, il film di Godzilla più visto e il suo status di cult è innegabile, nonostante sia invecchiato in modo orribile. e, per la cronaca, ha dato vita ad uno dei miti cinematografici più famosi, ossia quello del doppio finale: secondo la tradizione, esistevano due finali distinti allo scontro tra titani, uno, destinato alla distribuzione occidentale, dove è Kong a trionfare, un secondo, distribuito in Asia, dove invece è Godzilla ad uscire vincitore. Mito sfatato dopo quasi 40 anni, grazie alla circolazione dei dvd nipponici in Occidente: il vincitore è sempre Kong, all'epoca mostro decisamente più famoso rispetto al lucertolone radioattivo.


Il nuovo "Godzilla vs. Kong" riprende il racconto lasciato in sospeso nel precedente "Godzilla: King of the Monsters", con la sua Terra cava e i kaiju visti come forze della natura. Al timone, troviamo Adam Wingard, per la prima volta alla regia di un blockbuster vero e proprio e intenzionato a lavare l'onta lasciata sulla sua carriera dal poco memorabile adattamento di "Death Note". Operazione riuscita?


Wingard ha le idee chiare: in un film del genere non puoi né prenderti troppo sul serio, né troppo poco e, sopratutto, devi avere un occhio di riguardo per l'estetica. Per prima cosa, trasforma i personaggi umani in meri veicoli per far procedere i kaiju verso lo scontro. La trama, di fatto, è di quanto più scontato si possa immaginare: Godzilla e Kong sono vecchi rivali, pronti a scannarsi per la supremazia di re dei mostri; un multimilionario (Demiàn Bichir) convince uno scienziato (Skarsgaard) a portare Kong all'ingresso della cavità che attraversa la Terra per poterne esplorare gli anfratti. Godzilla li insegue, i due mostri si scontrano. Stop, questo è quanto serve, ossia un campo di battaglia su cui far muovere i due mostri. Tant'è che anche gli altri personaggi (il cospirazionista, Millie Bobby Brown e il suo aspirante fidanzato Julian Dennison) sono semplici motori degli scarni eventi.
Il tono è a tratti volutamente canzonatorio, tanto che la prima e l'ultima scena vedono Kong muoversi sulle note di canzoni spensierate, mentre si alza da letto e si fa la doccia! Al contempo, quando si tratta di prendersi sul serio, la situazione non mai davvero drammatica, rimanendo ancorata sui confini della spensieratezza. E quando si tratta di ritrarre le battaglie tra mostri, Wingard non si tira indietro, dando tutto se stesso.


Con un occhio al Del Toro di "Pacific Rim" e in coerenza con i suoi precedenti lavori, Wingard immerge l'azione in luci al neon e musica synth. Se il primo incontro tra Godzilla e Kong è spettacolare, quello principale ad Hong Kong è un vero e proprio trip allucinogeno, tra titani incavolati e palazzi avvolti dai neon che crollano. Sopratutto, Wingard sa quando ritrarre l'azione dal punto di vista umano e quando allargare il campo per riprendere i mostri nella loro intera grandezza e, con coreografie vivaci e precise, lo spettacolo è a dir poco imponente.


Uno spettacolo perfetto, gustoso sul piano estetico, ben congegnato su quello stilistico. E su tutto, Wingard azzecca anche la perfetta durata, ossia meno di due ore, creando un pop-corn movie sublime.

sabato 26 agosto 2017

Death Note- Il Quaderno della Morte

Death Note

di Adam Wingard.

con: Nat Wolff, Willem Dafoe, Lakeith Stanfield, Margaret Qualley, Shea Wigham, Masi Oka, Paul Nakauchi, Micahel Shemus Wiles.

Thriller/Fantastico

Usa 2017















---CONTIENE SPOILER---


Che piaccia o meno, bisogna ammettere come "Death Note" sia stato un fenomeno mediatico globale, in grado di rinverdire i fasti del fumetto nipponico in Occidente, il quale non vedeva un tale livello di apprezzamento dai tempi del primo "Ghost in the Shell". Un manga, scritto da Tsugumi Oba e disegnato da Takeshi Obata , basato su di un'idea semplice: un quaderno in grado di uccidere il soggetto il cui nome viene scritto sulle sue pagine e che, finendo nelle mani sbagliate, diviene il mezzo per riplasmare il mondo.



Strutturato come un thriller dapprima, poi come uno scontro ideale tra i personaggi, combattuto a colpi di intelligenza, il manga originale poneva al centro della vicenda Light Yagami, studente modello delle superiori che trova per caso il "Death Note" del dio della morte Ryuk, il quale, annoiandosi nel suo mondo, ha deciso di gettarlo sulla Terra per vedere che effetti avrebbe provocato; carpitone il potere ed affiancato dallo stesso Ryuk, Light decide di adoperarlo per sradicare il male dal pianeta, per creare un mondo nel quale non esistano malvagi; la sua azione diviene presto di pubblico dominio ed il mondo comincia a venerare questa "forza oscura" che castiga i malvagi chiamandola "Kira" (traslitterazione della pronuncia giapponese di "Killer") e venerandola come un vero e proprio dio. Light, dall'intelligenza fuori dal comune e dotato di un ego che si ingrandirà sempre di più, sarà ben presto chiamato a confrontarsi con le forze dell'ordine, le quali, spiazzate, si rivolgeranno ad un altro genio adolescente che si fa chiamare semplicemente"L", per evitare di cadere vittima del misterioso potere.




Tralasciando l'aspetto morale della vicenda, ovvero se sia giusto uccidere per creare un'utopia dove il male non esiste e se un uomo possa davvero divenire supremo giudice della Razza Umana solo perché ne ha i mezzi ed una capacità intellettiva fuori dal comune, il fumetto riusciva ad avvincere per il ritmo serrato, per la narrazione densa e fluida dove lo scontro tra Light ed L era combattuto a colpi di sagacia ed intelligenza, una vera e propria partita a scacchi con un dio della morte in grado di tenere incollato il lettore al tankobon.
E questo nonostante il fatto che gli autori, ebbri del forte successo, abbiano deciso di allungare il brodo con una sottotrama inutile (la parte dove il Death Note finisce nelle mani di una grossa zaibatsu) e modificare il finale originale per creare una sorta di seconda parte alla storia; la trama, infatti, si sarebbe dovuta concludere nel momento in cui, invece, L viene sconfitto: in origine avrebbe solo fatto finta di morire, adoperando uno stratagemma in realtà scontato, ossia scrivere da solo il proprio nome sul quaderno per evitare di essere manipolato dal nemico, che gli avrebbe garantito di smascherare Light, divenuto nel frattempo suo collaboratore. Finale semplicemente perfetto, ma che purtroppo è stato modificato per esigenze prettamente commerciali.





Il successo del brand "Death Note" è però dovuto sopratutto alla bella serie anime prodotta da Shueisha, che ben traspone in animazione lo scontro tra Light e L, aggiungendo quella dose di spettacolarità che solo l'animazione può garantire.
Successo che ha portato da subito alla produzione di tre film, due per la televisione ed uno per il cinema, in patria.





"Death Note" e "Death Note 2: The Last Name" sono due deboli riassunti della prima parte della storia originale, che vale la pena guardare solo perché riprendono il finale originariamente concepito dagli autori; più interessante lo spin-off  "L- Change the World", diretto da Hideo Nakata, che si configura come una storia originale con protagonista L, ben interpretato da Ken'Ichi Matsuyama.




Anche a distanza di anni, la storia del quaderno assassino non sembra aver perso la sua presa sul grande pubblico, tanto che nel 2015 viene prodotta, sempre in Giappone, una serie live-action basata sul manga; e nel 2016 esce nei cinema giapponesi un lungometraggio che ne fa da sequel: "Death Note: Light up the new world".




Successo che ovviamente non passa inosservato ad Hollywood; i progetti per un adattamento occidentale del manga si susseguono forsennati nel corso degli anni, ma a differenza di quanto accade in Giappone, un film dal vivo non vede la luce se non dopo 14 anni dopo l'uscita del manga originale; a spuntarla è Netflix, che chiama a dirigere il progetto Adam Wingard, scelta tutto sommato spiazzante se si tiene conto della poca notorietà del suo nome presso il grande pubblico, ma che si spiega in ragione dei suoi lavori passati, dove la cattiveria anche grafica non mancava di certo.
Un adattamento, questo diretto da Wingard, dove molte dei punti di forza dell'opera originale vanno perduti, un pò a causa della differente cultura che l'ha generato, un pò a causa di alcune inescusabili sciatterie di scrittura.



Era normale attendersi una diversa caratterizzazione per Light: un adolescente da Q.I. stratosferico e dotato di un deviato senso di giustizia del tutto innato è un archetipo che mal si adatta alla cultura americana, essendo nato e rifinito in quella società nipponica ossessionata dalla perfezione sociale e lavorativa; non deve quindi meravigliare il fatto il fatto che, nel film, Light Turner (anche il cambiamento anagrafico è d'obbligo) sia un adolescente del tutto normale, intelligente ma non geniale, dotato anche di forti difetti e debolezze caratteriali e il cui senso di giustizia è dovuto ai traumi subiti. Così come non deve meravigliare il fatto che il personaggio di Misa Amane sia divenuto Mia Sutton, cheerleader e non più popstar, il cui ruolo nella narrazione non è più quello di mero strumento usa e getta. Diverso è anche il peso che ha lo shinigami Ryuk, magistralmente interpretato da Willem Dafoe, più attivo (almeno inizialmente) rispetto alla sua controparte cartacea, oltre che estremamente inquietante: il simpatico dio della morte con gli atteggiamenti da sbevazzone divertito è su schermo un mostro dal ghigno satanico perennemente avvolto nelle ombre.
Pur tuttavia, resta dubbia la scelta del cast; tolti Dafoe e la bella Margaret Qualley, perfetti nei loro ruoli, ci si chiede perché Wingard e Netflix abbiano deciso di affidare il ruolo di protagonista ad un attore come Nat Wolff, vistosamente incapace di reggere la scena, di donare una vera tridimensionalità al personaggio, privo del carisma necessario e finanche ridicolo quando fa gridare il suo Light come una donnicciola isterica.
I dubbi, invece, sulla scelta di Lakeith Stanflield come "L" si sciolgono come neve al sole una volta che questi appare su schermo: pur passando la maggior parte del film bardato dietro un cappuccio, la sua performance, anche quando strettamente vocale, è del tutto convincente; e perfino il suo fisico emaciato ricorda quello del personaggio del manga.




L'adattamento della storia cerca di essere il più fedele possibile alla prima parte del manga; dove per "possibile" si intende "cercare di comprimerlo in poco più di 100 minuti"; la restrizione degli eventi, la riscrittura dei personaggi ed il cambio dell'ambientazione bene o male funzionano, anche se a tratti la storia risulta sin troppo scontata e tirata via; ben più enfasi avrebbero meritato, su tutti, il concetto del culto di Kira ed il modo in cui l'opinione pubblica è manipolata dalla sua azione.
Ma il vero difetto di scrittura risiede nella mancanza di quell'intelligenza che invece accompagnava lo sviluppo della storia nel manga e nella serie televisiva: lo scontro tra Light ed "L" è molto più diretto e scontato, mancano i colpi di scena e le inversioni di marcia, gli ostacoli e le sottotrame; tutto è bene o male lineare, almeno sino all'ultimo atto (curioso come la divisioni in atti ne conti 4 e non 3, come solitamente avviene nel cinema orientale), ove vengono relegati tutti i colpi di scena possibili e la cattiveria vera e propria. Manca quel gusto per la strategia e la tattica di raziocinio che invece traspariva in ogni capitolo del manga ed in ogni episodio dell'anime, cosicché la storia diviene irrimediabilmente piatta.




A rendere interessante la visione resta così il solo stile di Wingard, qui ancora più affinato e spettacolare, forse a causa dell'ottimo budget; le monocromie blu e rosse, l'uso dei neon come e meglio che in "The Guest" e della musica synth curata da niente meno che Atticus Ross, contribuiscono alla creazione di un'atmosfera plumbea ed opprimente, che purtroppo non sempre trova riscontro nello script; così come l'uso di uno splatter esagerato, solitamente sopra le righe, qui si fa a tratti squisitamente disturbante, anche se fine a sé stesso.




Il "Death Note" yankee è così puro cinema escapista privo di vero mordente, che intrattiene per i 100 minuti di durata, ma che non riesce davvero a coinvolgere. Un filmino un pò freddo e lontano anni luce dai punti di forza del fumetto al quale si ispira, che ha dalla sua un cast in parte buono e le visioni del suo autore; alla fine dei conti, davvero troppo poco.

domenica 25 settembre 2016

Blair Witch

di Adam Wingard.

con: James Allen McCune, Callie Hernandez, Corbin Reid, Brandon Scott, Wes Robinson, Valorie Curry.

Horror

Usa 2016
















Fino a qualche mese fa, nessuno sospettava l'esistenza di un terzo capitolo della saga di Blair Witch. Il motivo è presto detto: Adam Wingard e i creatori dell'originale Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez ne hanno tenuto segreta l'esistenza sin dall'inizio della pre-produzione, ossia per ben cinque anni, prima ancora che Wingard e lo sceneggiatore Simon Barrett creassero sempre insieme a Sanchèz "V/H/S 2" (2013). Un segreto trattenuto persino al momento di rilasciare il primo teaser, pubblicizzato semplicemente come il nuovo horror di Wingard, nome ormai conosciuto anche presso il grande pubblico, grazie al suo coinvolgimento con il rifacimento americano di "Death Note" targato Netflix di prossima uscita. Quello che era stato inizialmente pubblicizzato come "The Woods" si è scoperto essere un sequel del cult del 1999 solamente durante l'ultimo Comic-Con, ossia a pochissimi mesi dall'uscita in sala.
Strategia di ben facile comprensione: a 17 anni dall'uscita del primo film, il "fenomeno Blair Witch" è stato ampiamente somatizzato dal grande pubblico, sino ad una rivalutazione negativa di quel piccolissimo horror che tanto spaventò le platee del 1999. Questo a causa dell'uscita di un sequel a dir poco dimenticabile (che infatti viene bellamente ignorato in questo nuovo film) e sopratutto dalla sovraesposizione del filone found-footage, che ha tirato la corda già da molti anni.
I tre autori e la Lionsgate hanno voluto saggiamente cogliere di sorpresa il pubblico per evitare eventuali feedback negativi; neanche la figura di Wingard poteva infatti garantire un effettivo interesse verso un franchise che non è mai decollato e i cui motivi di interesse potrebbero essere ad oggi nulli.
Eppure, quell'originario "The Blair Witch Project" meriterebbe davvero di essere riscoperto, o quanto meno di essere apprezzato per ciò che è: un piccolo esperimento di cinema horror che all'epoca distruggeva tutte le convenzioni del cinema mainstream riuscendo davvero a spaventare.




"The Blair Witch Project" nasce come reazione al desertico panorama del horror anni '90. Il filone splatter si era esaurito e già dall'inizio del decennio era stato confinato nel circuito dello straight-to-video, in produzioni da quattro soldi che di certo non riuscivano ad incutere timore, ne, spesso, a suscitare vero interesse. Tutte le conquiste estetiche e contenutistiche che la New Wave post-romeriana aveva imposto si erano perse nei meandri della ripetizione ad oltranza dei clichè dello slasher post "Venerdì 13"; i quali sarebbero stati sbeffeggiati a partire dal 1996 dallo "Scream" di Craven, pellicola che piuttosto che svecchiare il genere, finì paradossalmente per acuirne la mancanza di contenuti; laddove vi era bisogno di infrangere la tradizione, i cloni e gli epigoni di "Scream" si limitavano a riprendere luoghi comuni già vecchi e ad annaffiarli con dosi massicce di humor e metareferenzialità gratuita, usati giusto per dare una parvenza di intelligenza a prodotti privi di anima e mordente. Sanchez e Myrick operano invece in modo del tutto antitetico e anzicchè rifarsi al cinema contemporaneo, tornano indietro di oltre vent'anni e ripescano il leggendario "Cannibal Holocaust" (1980) di Deaodato.




Dal cult maledetto dell'autore di origine potentina ritorna l'idea del gruppo di giovani filmmakers scomparsi e il gusto per la fusione insistita tra realtà e fantasia. E' ormai inutile ribadirlo: "The Blair Witch Project" non ha creato il found-footage e tantomeno il mockumentary (la cui originare risale a "Las Hurdes" di Luis Bunel), ha solo permesso di coniarne il termine di riferimento. Praticamente ogni intuizione narrativa, estetica e di marketing è stata ripresa dal lavoro di Deodato o anche da un'altro piccolo horror indipendente, quel "The Last Broadcast" che già nel 1996 riprendeva la storia di un gruppo di cineoperatori scomparsi per creare un finto documentario, che anzicchè essere semplicemente proiettato nei cinema, veniva letteralmente trasmesso in contemporanea su più schermi sparsi per gli Usa, in un anticipazione di quanto avverrà nei 15 anni successivi con gli esperimenti teatrali della Royal Shakespeare Academy. Ma la genialità del duo di giovani registi americani risiede nell'essere riusciti ad elevare tutte queste fonti di ispirazione ad un livello più grande.




Particolare è, prima di tutto, il metodo di messa in scena utilizzato: non ci sono inserti di fiction, solo spezzoni di finte interviste che accrescono il senso di verosomiglianza. Non c'è una forma di regia diretta: i tre attori protagonisti sono davvero soli nei boschi e le immagini sono registrate effettivamente da loro per il tramite delle videocamere e macchine da presa che impugnano. Sanchez e Myrick hanno escogitato un modo originale ed inedito per dirigerli: abbandonati gli attori a loro stessi, veniva comunicato loro tramite coordinate GPS un percorso da seguire; in caso di emergenza, potevano comunicare con il campo base con dei walkie-talkie; alla fine di ogni percorso, i due registi lasciavano una cassa con i viveri (sempre più scarsi man mano che gli otto giorni di riprese trascorrevano) e delle istruzioni su come far comportare i personaggi; tutti i dialoghi sono stati improvvisati; per aumentare il senso di spossatezza e paura, ogni notte gli attori venivano disturbati dagli autori con schiamazzi e suoni improvvisi. Il risultato è un curioso ed azzeccato esempio di cinema-veritèe: pur interpretando dei personaggi in un contesto sovrannaturale, gli attori vivono sulla loro pelle le esperienze stressanti delle loto controparti, regalando reazioni ed emozioni dalla massima genuinità.




Fusione tra messa in scena e realtà che continua anche durante la fase promozionale del film. Per cercare di attirare l'attenzione del pubblico già da parecchi mesi prima dell'uscita del film (e al contempo per stuzzicare l'attenzione di possibili investitori), Sanchez ed Myrick confezionano una campagna pubblicitaria "virale" prima ancora che il termine esistesse. Riprendono l'imput di base sempre da quanto fatto da Deodato con il suo film cercando di vendere il prodotto come reale; costringono gli attori a tenere un basso profilo e ad apparire il meno possibile in modo da far credere di essere davvero spariti nel nulla. Durante il Sundance Film Festival, tappezzano le strade di Park City con finti manifesti sulla scomparsa dei tre personaggi. E sopratutto usano uno strumento allora inedito per creare interesse: Internet.





Sanchez ha curato da solo la creazione del sito omonimo del film. All'interno dello stesso era possibile visionare spezzoni delle finte interviste e pezzi del film, oltre che informarsi su tutta la storia riguardante la strega del Maryland e sui tre ragazzi partiti per girare un documentario e mai ritornati. Esperimento all'epoca senza precedenti: un sito-bufala creato per pubblicizzare un'opera di finzione. E funzionò: agli albori della massificazione della Rete, centinaia di migliaia di utenti cascarono nella trappola del marketing; si sparse presto la voce sull'effettiva esistenza dei fatti raccontanti e su come il film di prossima uscita fosse un vero e proprio documentario basato sui materiali recuperati nel bosco.
Tanto che alla presentazione del film al Sundance e alla successiva uscita in sala, il film fu un successo senza pari: a fronte di un bduget miserevole di appena 60 mila di dollari, l'incasso totale solo su suolo americano fu di oltre 140 milioni, un record senza pari ancora oggi insuperato, che rese "The Blair Witch Project" la produzione indipendente di maggior successo della storia del cinema sul fronte del rapporto tra costi e guadagno, superando persino "La Notte dei Morti Viventi" (1968), "Halloween" (1978) e "Caligola" (1979).





Già da questo resoconto è facile realizzare l'importanza del lavoro svolto dai due filmmakers: l'aver instaurato un trend di successo, una forma di marketing in grado di stuzzicare l'attenzione del grande pubblico sul fenomeno prima ancora che sul film in sé. Pratica che in molti hanno cercato di replicare; basti vedere quanto fatto da J.J. Arbams con "Cloverfield" (2008): anch'egli ha creato un film pubblicizzato per il solo tramite di un sito internet e scarsissime risorse video, creando un'aurea di mistero intorno al contenuto effettivo, rendendo i contenuti virali mediante forme di interattivittà con l'utente, il tutto per destare l'attenzione verso una pellicola found-footage. Ma laddove la creazione del "Re dei Pacchi" era, inutile negarlo, una "sola", un film brutto e genuinamente stupido, afflitto da uno script privo di logica e da una regia che usava l'escamotage della ripresa in prima persona solo per rendere il tutto più spettacolare, l'esito dell'exploit di Sanchez e Hale è invece perfettamente riuscito: "The Blair Witch Project" è un film che, al netto di difetti ovvi, fa paura, che riesce ad incutere timore con poco. E', in sostanza, un "arrosto" abbastanza sostanzioso celato dietro una coltre di fumo ormai dissipato che non ha fatto che renderlo più appetitoso.



Non stiamo parlando di certo del miglior film horror della Storia, né del film più spaventoso mai concepito, come titolavano articoli fin troppo entusiastici redatti alla fine degli anni '90; anzi: a volte lo spavento viene a mancare a causa di sequenze sin troppo dilatate, di inserti noiosi o inutili; e per tutta la durata del film, la sospensione dell'incredulità rischia sempre di infrangersi per il solito motivo che affligge tutti i found footage, ossia il quesito sul perché i personaggi non abbandonino le telecamere nei momenti clou.
Eppure, l'atmosfera desolata del bosco riesce davvero ad inquietare. Così come l'uso degli effetti audio. Tutta la tensione deriva, come nella migliore tradizione orrorifica, da ciò che non viene mostrato, ma suggerito: le urla dei bambini durante la notte, gli schiamazzi, le apparizioni notturne rimaste fuori campo. Si è spaventati, nelle sequenze di tensione, dall'impossibilità della via di fuga dovuta all'ambientazione e dall'atmosfera che vi si respira; oltre che per il tramite delle permormnce dei tre attori, che contribuiscono ad un'immersione totale nel mondo del film.
Ed è questo che fa la differenza con altri esponenti del filone, primo fra tutti il mai troppo detestato "Paranormal Activity" (2007): non ci sono jump-scare a tradimento, né falsi spaventi. La tensione è sempre, costantemente genuina, mai artefatta; non ci si sente, in sostanza, presi in giro, neanche quando, per forza di cose, questa scema e ci si accorge di come di fatto non sia accaduto nulla su schermo.


Tanto che le polemiche che nel corso degli anni sono state sollevate, appaiono gonfiate e fuori luogo, forse frutto della delusione di molti spettatori dovuta ad una campagna pubblicitaria davvero troppo sensazionalistica. Fatto sta che, alla fin fine, il successo ottenuto dalla creatura di Sanchez e Myrick è stato tutto sommato meritato: le loro intuizioni, ben condotte, si sono rivelate vincenti non solo sul piano dei numeri.
Numeri che hanno reso immortale la loro opera, fino al punto di meritarsi un sequel; ed è qui che arrivano i problemi per il duo. La Artisan Pictures, alla quale avevano venduto i diritti per la distribuzione, voleva un seguito del film che ne riproponesse le tematiche, ma i due cineasti erano più interessati ad un prequel che esplorasse il passato dei boschi di Blair e delle misteriosi morti che ne hanno costellato la storia. Diversità di vedute che ha portato alla loro esclusione dal progetto. Il quale, in un primo momento, risultava su carta anche molto interessante: la regia venne affidata a Joe Berlinger, autore dell'interessante serie di documentari "Paradise Lost", che esploravano veri casi di omicidi.
Ma alla fine qualcosa è andato storto: uscito ad appena un anno di distanza dall'originale, "Book of Shadows: Blair Witch 2" è un film che non ha nulla a che vedere con il suo predecessore; non ha la forma di un found footage né di un mockumentary, riprende in pieno tutti i cliché più stupidi del cinema horror dell'epoca fondendoli con quelli del thriller sovrannaturale che in quegli tanto furoreggiava a causa del successo di "The Sixth Sense" (1999), per creare una storia che non sta in piedi, non appassiona, non spaventa, non stupisce e che risulta afflitta da passaggi idioti e personaggi caricaturali.



"Book of Shadows- Blair Witch 2" è un caso da manuale, su questo non ci sono dubbi; ma contrariamente a quanto si possa pensare dopo la sua visione, non andrebbe catalogato sotto l'indice "seguiti brutti e inutili", ma sotto il ben più inquietante "pellicole distrutte a causa dell'ingerenza degli studios". Il vedere dietro al progetto un autore come Berlinger può far intuire come le cose si sono svolte: Berlinger ha creato un film diverso dall'originale e da ogni possibile fotocopia, ma la Artisan non ha apprezzato i suoi sforzi e ne ha ampiamente modificato i risultati.
Era stata dello stesso Berlinger l'idea di abbandonare il formato finto-documentaristico; la sua valutazione alla base era dovuta ad un biasimo verso la campagna di marketing del primo film, che aveva finito per raggirare il pubblico convincendolo della veridicità delle immagini. Berlinger, d'altro canto, aveva intenzione di creare una pellicola di fiction incentrata sul potere manipolativo dei mass media, tematica ovviamente correlata al "caso Blair Witch"; tanto che gli eventi di "Book of Shadows"  non avvenivano nel mondo dei tre studenti scomparsi, ma in quello, più vicino alla realtà, nel quale il film "The Blair Witch Project" era stato distribuito al cinema, venduto come storia reale, solo per rivelarsi come un incredibile gioco di fiction in grado di creare un fenomeno di culto. L'intento era di creare una satira sul fenomeno, che sarebbe iniziata con toni da commedia per virare, da metà in poi, verso il thriller vero e proprio. Non un horror convenzionale, quanto appunto un thrilling basato sulla paranoia e sull'incapacità di scindere il reale dall'immaginifico e sulla conseguente isteria di massa.
Per i personaggi, l'ispirazione era a dir poco aulica: rifacendosi a "Sei Personaggi in cerca d'autore" di Pirandello, Berlinger poneva al centro della vicenda un gruppo di ragazzi che personificavano le diverse reazioni che il pubblico aveva esternato a seguito del film; in un gioco di specchi, ognuno veniva ribattezzato con il nome del proprio interprete e fungeva a sua volta da specchio per il pubblico; si avevano così una patita dei culti Wiccan preoccupata per il modo in cui la stregoneria veniva dipinta nel film, una ragazza goth affascinata dalle tematiche della pellicola, due ragazzi "intellettuali" che dibattevano sull'effettiva linea di discrimine tra realtà e finzione ed un ultimo personaggio, un filmmaker, che intraprende con i suoi compagni un viaggio sui luoghi del film per motivi prettamente economici.




La vicenda avrebbe riguardato una storia semplice ma, almeno sulla carta, interessante: il gruppo si sarebbe recato nel bosco di Burkitvislle per documentare i veri luoghi del film e capire quanto di vero ci sia sulle leggende create ad hoc per venderlo. Dopo una notte di baldoria, avrebbero trovato le attrezzature per le riprese vandalizzate da ignoti; durante tutta la seconda parte del film, avrebbero cercato di ricostruire i fatti sulla scorta dei materiali video sopravvissuti.
Finite le riprese, Berlinger sottopose il suo cut allo studio, che come da copione non gradì affatto il risultato: troppo poco violento, troppo ambiguo nella narrazione, persino troppo complesso. Bocciatura che costrinse il regista a girare nuove sequenze da aggiungere al montato giusto per aumentare il tasso di violenza esplicita; oltretutto, i produttori aggiunsero ulteriori sequenze non filmate dal regista che ponevano uno dei protagonisti come un vero e proprio villain già all'inizio del film; scene caratterizzate da una bruttezza estetica unica e da una messa in scena semplicemente ridicola (perchè nella cella imbottita di un manicomio c'è una finestra in bella mostra, peraltro non protetta da sbarre?); colpo di grazia: tutte le sequenze furono rimontate in modo da alterare la progressione sia nella narrazione che nell'atmosfera. Non è abbastanza? Dopo il danno, la beffa: il titolo "Book of Shadows" fu incluso solo per motivi di marketing; per tutto il film, il famigerato "libro segreto delle streghe" non viene neanche menzionato.
Era chiaro, in sostanza, come ai produttori non interessasse creare un degno seguito per il film fenomeno che li aveva resi ricchi, ma solo avere un filmino dell'orrore da vendere per il periodo di Halloween (l'uscita in sala era prevista per il 27 ottobre 2000, giusto in tempo per il week-end di Ognissanti), attirando il pubblico con il marchio di "Blair Witch". Ed i risultati si vedono.




Scompaginati totalmente sceneggiatura e montaggio, "Blair Witch 2" è stato trasformato nella fiera del cliché condita con dosi elefantiache di idiozia e ridicolo involontario. Persa la natura metatestuale dei personaggi, questi finiscono per divenire delle figurine piatte e ridicole nei gesti e nell'apparenza. Non si può che ridere di pancia dinanzi alla visione della ragazza goth perennemente sommersa da chili di cerone e rossetto nero anche quando si aggira per boschi sperduti; così come davanti ai discorsi della wicca e ai suoi balletti al chiaro di luna che sembrano usciti da una riunione di un gruppo di hippie da due soldi. L'uso di jump-scares. falsi spaventi e finte visioni rende l'esperienza irritante ed anche stupida se si tiene conto di come l'intenzione originaria di Berlinger e, prima ancora, di Myerick e Sanchez fosse proprio quella di creare qualcosa di originale e lontano dagli stanchi canoni del cinema di paura degli anni '90. Ma poco importa: il successo globale di questo seguito garantì introiti alla Artisan. Tuttavia la pessima accoglienza da parte della critica e dagli stessi spettatori bloccarono ogni possibile continuazione per quello che nelle intenzioni degli stessi autori dell'originale poteva essere una nuova serie di pellicole horror.





Il pubblico si era stancato degli "scherzi" che circondavano il mito di Blair, era rimasto deluso da un sequel stupido e difficilmente sarebbe tornato per la terza volta nei cinema per vedere una nuova escursione tra i boschi di Burkitsville. Tanto che il filone found-footage resto il stand-by per circa otto anni, finché Abrams non avrebbe ripreso dal cult del '99 ogni singolo aspetto per creare il suo monster-movie/fregatura.
Il film di Wingard arriva così in un periodo in cui il found-footage ha persino sorpassato il momento di sovraesposizione, affossando (o per meglio dire, affossando ancora più in profondità) il genere horror. "Blair Witch", di suo, non è affatto un brutto film, anzi: Wingard riesce a creare un'ottima tensione sopratutto nell'ultimo atto, ma l'impianto falso-amatoriale finisce per stritolare molte delle sue ambizioni.





L'idea di ambientare il tutto nel 2014 e non all'indomani dei fatti del primo film, consente di utilizzare le nuove tecnologie per la messa in scena. Trovata non puramente estetica, ma anche stilistica: l'uso degli auricolari con camera incorporata porta a soluzioni grammaticali inedite, dove la differenza tra ripresa soggettiva e oggettiva talvolta scompare; sopratutto, risolve l'annoso quesito sul perchè i personaggi continuino a riprendere gli avvenimenti anche in punto di morte; l'uso dello strumento di ripresa diviene, nel finale, persino mezzo di sopravvivenza, in una delle trovate migliori del film. La creatività di certo non manca, d'altro canto Wingard e Bennet sono pur sempre due dei nomi migliori del panorama horror indie.
Ma nel momento stesso in cui partono i titoli di testa, allo spettatore viene già servito il finale della storia; lo svolgimento è poi facilmente intuibile, ricalcando per forza di cose lo schema "in crescendo" del filone. La mano di Wingard finisce per notarsi, oltre che le trovate stilistiche, solo per l'inserimento di inserti body horror e per l'ottima conduzione dell'ultimo atto, ispirata al punto di far dimenticare l'abuso di jump-scare.





"Blair Witch" si rivela quindi come un sequel riuscito, che riesce a riprendere i punti di forza del capostipite ed a gonfiarli; ma che per forza di cose non riesce ad essere sorprendente o spiazzante. Un horror nella media, un prodotto che se fosse uscito una quindicina d'anni prima avrebbe certo lasciato un segno, ma che oggi come oggi ha poco senso.







EXTRA

Un interessantissimo approfondimento riguardante il caos dietro le quinte a "Book of Shadows- Blair Witch 2" può essere visionato sul canale YouTube "GoodBad Flicks":


venerdì 23 ottobre 2015

V/H/S 2

di: Adam Wingard, Greg Hale, Eduardo Sanchez, Gareth Evans, Timo Tjhajanto, Jason Eisner, Simon Barrett.

con: Adam Wingard, Lawrance Micahel Devine, Kelsy Abbott, Hannah Hughes, Casey Adams, Fachry Albar, Oka Antara, Samantha Gracie.

Horror/Episodico

Usa, 2013














---CONTIENE SPOILERS---


Il primo "V/H/S" (2012) nasceva dalla necessità di strappare il filone del found footage dall'idea di cinema sciatto e stereotipato che Oren Peli aveva imposto con la serie di "Paranormal Activity". Il successo, forse insperato, che aveva ottenuto al Sundance e al successivo Frightfest ha di sicuro rincuorato gli autori, che un anno dopo tornano con una nuova antologia, questa volta coadiuvati da delle guest-star di eccezione.
Oltre al mastermind della serie Brad Miska e ai veterani Adam Wingard e Simon Barrett, suo sceneggiatore di fiducia, "V/H/S 2" può contare sul contributo del duo Greg Hale/Eduardo Sanchez,già autori di "The Blair Witch Project" (1999), ossia coloro che per primi riportarono in auge lo stile finto-documentarista in chiave horror. Oltre che di un altro incredibile duo composto dal geniale Gareth Edwards, creatore del bellissimo "The Raid" (2011), e Timo Tjhajanto, regista indonesiano e guru dell'horror in patria.
Il risultato, seppur non perfetto, va oltre il solo intento dignitoso per farsi celebrazione della forza creativa del mezzo filmico. Con pochi soldi, molte idee e talento talvolta immane, il gruppo crea una nuova serie di corti in grado davvero di spaventare e sorprendere.




TAPE 49

Episodio cornice, diretto da Barrett, che riprende la traccia narrativa del precedente "Tape 56" e la rielabora. Questa volta gli avventori della strana magione sono due detective, sempre in cerca della misteriosa VHS. Quello che non sanno è di non essere soli... oltre che maledetti.
Corto che setta l'atmosfera e che riesce davvero ad inquietare nell'epilogo, dove lo stile amatoriale ben riesce a creare tensione. Gli effetti splatter sono ottimi e l'ultima scena riesce così a lasciare addosso un senso di disagio unico.




PHASE I CLINICAL TRIALS

Adam Wingard dirige quello che è il peggior esito della sua carriera, oltre che il corto meno riuscito dell'intero film, talmente brutto da sembrare una parodia.
Un uomo, ferito ad un occhio, si fa impiantare un rivoluzionario congegno bionico, che però riesce a captare anche i fantasmi.
Wingard non va oltre il concept di base. La tensione viene stranamente mantenuta con tutti i trucchetti del manuale dello spaventarello e, caso unico, manca il gore. I dialoghi sono forzati e la sceneggiatura è talmente basica da sembrare una bozza mai sviluppata. Davvero un peccato, visto il talento dell'autore.






A RIDE IN THE PARK

Hale e Sanchez creano una geniale variante del found footage e riescono nel miracolo di dire qualcosa di nuovo tirando in mezzo l'inflazionatissima figura dello zombi cannibale.
Attraverso la GoPro montata sul casco del malcapitato protagonista, assistiamo alla sua trasformazione in morto vivente e al conseguente attacco ai vivi. Per la prima volta il punto di vista della vicenda è quella del mostro antropofago, con cui lo spettatore deve identificarsi anche quando ciò si traduce in intestini lanciatigli in faccia. Con tale meccanismo l'orrore assume una nuova valenza, data dall'impossibilità di farlo cessare o di obliarlo. Lo spettatore divora le vittime, sublimando il desiderio inconscio di vedere sangue e sbudellamenti, ma viene castrato dall'insostenibile visceralità dell'atto violento, non potendo questa essere filtrata dalla messa in scena.



SAFE HAVEN

L'episodio migliore, piccolo capolavoro di messa in scena e tensione, diretto da Evans e Tjhajanto. In Indonesia, un gruppo di giovani giornalisti investiga su di uno strano culto, il quale si rivelerà dedito al satanismo e al suicidio di massa.
Tesissimo e scioccante. Comincia come un semplice horror d'atmosfera per trasformarsi in una forsennata sarabanda di orrori. Lo stile ipercinetico di Evans si sposa perfettamente con le riprese in soggettiva e l'uso di multipli punti di vista infrange il solo scopo sperimentale per farsi nuovo stile visionario. Il crescendo di orrori è incredibile: ad ogni sequenza l'efferratezza viene rilanciata costantemente, passando dal semplice disturbante sino all'insostenibile. La scena del parto del demone è da antologia dell' horror demoniaco, così come le incredibile sequenze dei suicidi, fortemente ispirate dai culti di Heavens' Gate e del massacro di Jonestown. Mentre il finale, a dir poco spiazzante, aggiunge una nota macabra e beffarda difficile da scrollarsi di dosso.



SLUMBER PARTY ALIEN ABDUCTION

Jason Eisner, regista dello sgangherato ma amorevole "Hobo with a Shotgun" (2011) dirige un corto a metà strada tra il nostalgico ed il provocatorio. Come in "Super 8"(2011),un gruppo di ragazzini è alle prese con un'invasione aliena. Ma questa volta i ragazzi sono degli sporcaccioni che si divertono a guardare porno e a filmare i flirt della sorella maggiore di turno, mentre gli alieni sono dei mostruosi grigi. Buona la tensione, ma a salvare tutto è come sempre l'indole sperimentale, che porta a filmare quasi tutto il corto con una piccola videocamera attacca sul dorso di un cane.

domenica 18 ottobre 2015

V/H/S

di: Adam Wingard, Ti West, Joe Swanberg, David Bruckner, Glenn McQuaid, "Radio Silence".

con: Adam Wingard, Andrew Droz Palermo, Hannah Fierman, Joe Swanberg, Sophia Takal, Helen Rogers, Daniel Kaufman.

Horror/Episodico

Usa, 2012














Quando nel 2012 "V/H/S" fu presentato al Sundance Film Festival, il found footage era già giunto al punto di saturazione; forse anche per questo fu facile per questa piccola antologia spiccare tra le decine di finto-documentari horror che infestavano (e infestano tutt'oggi) le sale.
Perchè sebbene il lavoro del gruppo di affiatati registi underground capitanati dalle superstars Adam Wingard e Ti West non sia sicuramente originale (e neanche vuole esserlo), il suo intento di scioccare e svecchiare il registro di riferimento è perfettamente riuscito, con sei episodi, al solito altalenanti, che riescono sempre e comunque ad intrigare o a terrorizzare con poco.
Dove quel "poco" non è la solita sarabanda di falsi spaventi, rumori fuori scena, colpi improvvisi ed impennate dell'audio, ma la creazione di un'atmosfera sottilmente inquietante che riesce a crescere sottopelle sino a scoppiare in un gore reso ancora più disturbante proprio dalla tecnica "amatoriale". Ben si farebbe, dunque, a guardare con attenzione questa piccola perla e a lasciar perdere la serie di "Paranormal Activity", vera e propria truffa legalizzata dei grandi studios travestita da piccolo film sperimentale.



TAPE 56

Episodio cornice, scritto diretto ed interpretato dall'enfant prodige dell'horror underground Adam Wingard. 
Un gruppo di scapestrati, patiti per la videoripresa ed il vandalismo, si introduce in una casa, forse abbandonata, per recuperare una videocassetta. Una volta dentro, si troveranno dinanzi al cadavere del vecchio proprietario e ad una pila di snuff movies su VHS.
Assieme a quello di Ti West, l'episodio più blando; difetto scusabile se si tiene conto del fatto di come la sua unica funzione sia quella di introdurre gli altri corti. L'atmosfera sporca è introdotta a dovere, la cattiveria dei ragazzi, come al solito nel cinema di Wingard, li fa odiare al punto che la loro eliminazione diventa catartica. Non manca lo splatter, ma è l'ambientazione buia e squallida a regalare i veri brividi.



AMATEUR NIGHT

Primo episodio dell'antologia, diretto da David Bruckner, nonchè uno dei migliori. 
Tre amici si abbandonano ad una serata all'insegna di alcool e sesso, filmando tutto con una microcamera nascosta in un paio di occhiali.
Il vouyerismo si fonde con lo splatter. La mania di riprendere ogni singola azione stupida, esplosa con la "generazione youtube" unita all'orrore della sessualità. Il demone interpretato dalla bella Hannah Fierman è un mix di sensualità e repulsione, l'incarnazione della libido sublimata e punita. 
Bruckner sa gestire alla perfezione la tempistica dell'horror e alcuni passaggi sono da antologia. Su tutti, l'immagine con cui il demone si rivela allo spettatore, talmente riuscita da far letteralmente saltare sulla sedia.




SECOND HONEYMOON

Diretto da Ti West ed interpretato da Joe Seanberg, autore del corto "The Sick thing that happened to Emily when she was younger". Un piccolo thriller che vive della sola costruzione della tensione, un crescendo che esplode nel finale. A tratti decisamente noioso, si riscatta per la bella sequenza dello stalking nel sonno.




TUESDAY THE 17TH

Diretto da Glenn McQuaid, una divertente variazione sullo slasher americano classico. Un gruppo di ragazzi decide di passare un pomeriggio al lago, dove un serial killer si aggira impunito. La tensione è alta, così come lo splatter, ma il vero motivo di interesse resta nel colpo di scena finale e nella caratterizzazione grafica del "mostro", originale ed inquietante.




THE SICK THING THAT HAPPENED TO EMILY WHEN SHE WAS YOUNGER


Swanberg dirige l'episodio più semplice e più disturbante. Due anni prima di "Unfriended" (2014), l'autore anticipa una messa in scena totalmente virtuale, costruita tramite due portatili connessi in videoripresa e due attori in un'unica location. La casa infestata da poltergeist bambini mette i brividi, così come le loro apparizione, che, a differenza di "Paranormal Activity" (2007), non sono costruite solamente sullo spavento immediato. L'apice viene raggiunto nello sconvolgente climax, con un richiamo al body horror cronenberghiano a tratti insostenibile per la brutalità.




31/10/98

Ultimo episodio, diretto dal gruppo di filmmakers"Radio Silence". Altra variazione sul tema "casa infestata", questa volta più compatto stilisticamente. La prima parte, piatta, serve solo a far esplodere la tensione negli ultimi, in una corsa folle nel quale né i personaggi, né lo spettatore hanno scampo.


Esperimento riuscito, quello di "V/H/S" che riesce davvero a dare dignità al found footage sperimentando, fondendo ispirazioni e registri per creare qualcosa di incredibilmente spaventoso e per questo estremamente divertente.