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giovedì 31 ottobre 2024

Bad Biology

di Frank Henenlotter.

con: Charlee Danielson, Anthony Sneed, Remedy, R.A. The Rugged Man, Eleonore Hendricks, Tina Krause, Vickie Wiese, James Glickenhaus, Beverly Bonner

Commedia/Demenziale/Horror

Usa 2008














A partire dal 1990, la carriera di Frank Henenlotter subisce una svolta totale o quasi. Se i suoi primi due film Basket Case e Brain Damage erano sostanzialmente degli horror allegorici che utilizzavano l'estetica trash e sleazesploitation per raccontare storie fin troppo umane, l'incontro con James Glickenhaus lo porta a trasformare il suo stile in un puro gioco grottesco votato al semplice intrattenimento. Così che Frankenhooker altro non è se non una semplice commedia demenziale, mentre i due sequel di Basket Case abbandonano ogni volontà drammaturgica per abbracciare il camp spicciolo.
Cambiamento dovuto sicuramente al fattore economico. Dopotutto, i suoi film sono sempre stati apprezzati solo per la loro carica grottesca e dissacrante. Ma, forse, c'è anche altro: la pessima esperienza avuto con Basket Case 3 ha certamente rivelato la sua mancanza di ispirazione. Quando infatti Glickehaus gli ha chiesto di trovare un soggetto per un secondo sequel, ha accettato per soli motivi economici, rivelando solo in seguito come non avesse la minima idea di cosa stesse portando in scena.
Forse è per questo che fino al 2008 non ha diretto altro, ritirandosi praticamente a vita privata. 
L'occasione per un nuovo film arriva grazie all'incontro con un altro produttore, ossia R.A. The Rugged Man, anch'egli un personaggio sui generis. Rapper bianco attivo fin dai primi anni '90, entrato persino nella factory di Notorious B.I.G. e centro di un intero gruppo di altri artisti rap, si avvicina ad Henenlotter con l'idea di fargli dirigere un nuovo film e partecipa anche alla stesura dello script. Per il regista è l'occasione di tornare a dirigere, ma il risultato, ossia Bad Biology, non è certo il ritorno alla forma che in tanti speravano.


















Jennifer (Charlee Danielson) è una giovane donna afflitta da una terribile mutazione: è nata con ben sette clitoridi che la tengono in un perenne stato di sovraeccitazione. Invece Batz (Anthony Sneed) è un giovane uomo dotato di un abnorme pene mutante e senziente.
La trama è tutta qui, ossia ci sono solo due personaggi dotati di organi riproduttivi che sembrano usciti da un trip in acido di David Cronenberg. Non c'è storia, non c'è evoluzione dei personaggi, tutte le scene sono mere descrizioni della loro bizzarra situazione, le quali però non portano mai davvero a nulla.
Il paragone con il cinema di Cronenberg è d'obbligo, visto che anche Henenlotter ha sempre parlato di corpi impazziti che finiscono per fagocitare mente e spirito. E i corpi di Jennifer e Batz non sono certo da meno, ma vengono usati al solo fine di portare in scena situazioni demenziali.





















Più che al primo cinema di Henenlotter (o anche a quello post Frankenhooker), Bad Biology è vicino alla commedia horror trash che furoreggiava nella seconda metà degli anni '00. Non siamo dalle parti di un clone de La Casa 2, quanto di un prodotto nato per essere simile ad un Killer Condom o ad un One Eyed Monster; e proprio il delirante film in cui il pene di Ron Jeremy prende vita e fa stragi sembra null'altro che un'imitazione del film di Henenlotter e The Rugger Man, visto che tutta l'ultima parte è dedicata al pene di Batz che si stacca per possedere un'intera villa piena di procaci studentesse.
Il livello, dunque, è quello del goliardico spinto, reso ancora più smorto da una messa in scena da low budget di quel periodo, che fa sembrare tutta la produzione ai limiti dell'amatoriale.


















Per carità, non si può certo rimproverare a Bad Biology di non essere ciò che si vorrebbe. Il problema è semmai la mancanza di vero mordente, di una vera anima anarchica che renda tutto davvero folle, davvero irresistibile. Se già Frankenhooker soffriva di un tale difetto, qui il tutto viene acuito. Non che Henenlotter e soci non ci provino, anzi: tutto il film è costellato di sketch spinti e dialoghi scurrili e provocatori, come i monologhi con cui Jennifer rompe la quarta parete durante tutta la prima prima o il discorso su come il suo corpo mutante le sia stato donato da Dio per mettere al mondo un nuovo salvatore. Ma anche quando si cerca di sbattere in faccia allo spettatore un po' di blasfemia spicciola, tutto sembra forzato, come se regia e sceneggiatura si dovessero sforzare di essere irritanti e taglienti senza riuscirci mai davvero.


















Alla fine della fiera, bisogna essere onesti: se si rientra nel pubblico di riferimento, ossia il cultori del trash senza pretese, Bad Biology finirà certamente per piacere. Se invece si è in cerca di una commedia demenziale e grottesca davvero provocatoria, divertente e anarchica, tanto vale rivolgersi alla buona vecchia Troma.
Quanto ad Henenlotter, ad oggi questo è il suo ultimo film di fiction, tutti i suoi lavori successivi sono stati dei documentari con i quali ha portato in scena la storia della censura e del cinema exploitation americano. Opere come That's Sexploitation!, Herschell Gordon Lewis: The Godfather of Gore, Chasing Bansky e Boiled Angels sono certamente delle visioni interessanti anche oltre il loro valore di testimonianza sul passato (anche recente), ma si spera che prima o poi possa tornare a dirigere un film che riporti in auge i fasti dei suoi inizi.

giovedì 24 ottobre 2024

Frankenhooker

di Frank Henenlotter.

con: James Lorinz, Patty Mullen,  Joseph Gonzalez, Charlotte Helmkamp, Joanna Ritchie, J.J.Clark, Carissa Channing, Louise Lasser, Shirley Stoler, Beverly Bonner, Helmar Augustus Cooper.

Commedia/Demenziale/Splatter

Usa 1990















"Se dovete guardare un film quest'anno, fate che sia Frankenhooker". Parole di Bill Murray, che in quel 1990 sembra sia davvero stato colpito dalla genuina follia dell'allora ultima fatica di Frank Henenlotter.
Una fatica in parte lontana da quella che fino ad allora era stata la sua filmografia, ma che ne era la perfetta continuazione: con Basket Case aveva intessuto un racconto drammatico e umano immergendolo in un'atmosfera fetida, mentre con Brain Damage aveva fuso la metafora sulla tossicodipendenza con un gusto spiccato per il grottesco. Frankenhooker, invece, abbandona ogni velleità per abbracciare totalmente il lato più camp del suo cinema, finendo per essere una semplice commedia splatter demenziale.


















Un progetto che nasce dall'incontro tra Henenlotter e James Glickenhous, ossia lo specialista in sleazesploitation regista del cult del filone revenge movie Executioner e produttore del Maniac Cop di William Lustig.
Il progetto iniziale di Henenlotter è però quello di ottenere i fondi per il purtroppo mai concretizzatosi Insect City, cosa che per l'appunto non avverrà mai; in compenso Glickenhous è interessato a creare un seguito di Basket Case, il quale entra in produzione sempre nel 1990, assieme proprio a Frankenhooker; l'idea per la stralunata commedia pare che girasse per la testa a Henenlotter già da qualche anno, ma la sviluppa per davvero, a quanto pare, solo durante il pitch meeting con Glickenhous, tanto che ottenuto il via libera ha dovuto scrivere in fretta e furia una bozza di sceneggiatura.
Questo forse spiega la struttura sbilenca del film, con la maggior parte del minutaggio spesa dietro al giovane protagonista Jeffrey Franken, nomen omen in quanto "neuroelettricista", che piange la morte della bella fidanzata Elizabeth; il piano per riportarla in vita rianimando la testa con un fulmine e ottenendo un corpo usando parti di prostitute morte copre praticamente tutto il film, con la vera carne della storia, ossia le gag con protagonista la "frankenbattona" del titolo, che finisce per occuparne solo una timida porzione.




Volendo aguzzare lo sguardo, in Frankenhooker si potrebbe anche scorgere il gusto per la sleazesploitation presente nei precedenti film, con alcune delle scene ambientate a Times Square girate in stile guerriglia che finiscono per portare su schermo le vere prostituite newyorkesi di fine anni '80. E volendo aguzzare davvero molto lo sguardo, si potrebbe vedere in tutto il film una critica all'industria del sesso e persino all'ossessione maschile di possedere il corpo della donna, di farlo suo smontandolo e ricostruendolo a piacimento, con tanto di beffarda giustizia karmica stile Tales from the Crypt nel finale. Ma sarebbe davvero una lettura generosa: Frankenhooker essenzialmente è e vuole essere una commedia demenziale. Il suo valore alla fin fine è tutto qui.


Come commedia horror demenziale tutto sommato funziona anche, visto che inanella almeno un paio di scene simpatiche. La prima, che oggi sarebbe impossible anche solo da pensare, è quella nella quale il gruppo di prostitute strafatte di "supercrack" inizia ad esplodere di punto in bianco, sorta di omaggio di Henenlotter al collega Jim Muro e ai suoi barboni che si squagliano di Street Trash. La seconda è ovviamente la lunga sequenza di "passeggio" che vede protagonista la rinata Elizabeth, la quale lascia dietro di sé una scia di morti arrapati.



















Frankehooker non è niente più di questo, ossia una commedia horror che risulta bizzarra persino per gli standard dell'epoca, con un tono sempre sopra le righe e sempre virato verso l'assurdo spinto e il volgare, quasi come se fosse un prodotto della mitica Troma.
La sensazione di trovarsi davanti ad un film di Lloyd Kaufman prodotto con qualche milione anziché con qualche centinaia di dollari è purtroppo acuita anche dagli effetti speciali, talvolta palesemente finti. Qualche tocco di classe c'è sicuramente nel ricreare gli arti smembrati nel finale, ma quella testa mozzata ottenuta con un semplice manichino fa davvero cadere la sospensione dell'incredulità, aumentando di converso il tasso di bizzarria della visione.



















Il valore effettivo di Frankenhooker, bisogna sempre sottolinearlo, risiede proprio nel tono eccessivo usato in ogni suo singolo aspetto. Non per niente, esce nei cinema nel 1990, ossia alla fine del decennio in cui la commedia splatter di impianto orrorifico ha trovato vera fortuna. Il lavoro di Henenlotter racchiude in sé tutti i topoi del filone: c'è il gusto per la citazione colta, ossia l'immortale Frankenstein di James Whale; c'è la carica splatter priva di freni; c'è la tematica dell'erotismo spinto; ci sono scene di nudo e di efferatezze in abbondanza, il tutto elevato all'ennesima potenza. 
Un perfetto compendio del genere? Assolutamente si. Certo, non siamo dinanzi ad un lavoro di fino come La Casa 2 e L'Armata delle Tenebre, ma chi è in cerca di sano e semplice divertimento di certo lo troverà qui. Chi invece vuole qualcosa di più, può sempre guardare Povere Creature!, che, pur tratto dal romanzo omonimo, sembra quasi un remake artsy di questo exploit privo di pretese.

venerdì 11 ottobre 2024

Brain Damage (La Maledizione di Elmer)

Brain Damage

di Frank Henenlotter.

con: Rick Herbst, Jennifer Lowry, Gordon MacDonald, Theo Barnes, Lucille Saint-Peter, Beverly Bonner.

Horror

Usa 1988


















Basket Case trasformò in poco tempo Frank Henenlotter in una vera e propria leggenda del cinema underground newyorkese, ma questo suo status non si tradusse in una automatica facilità nel recuperare i fondi necessari per le sue produzioni. Difatti, già a metà degli anni '80 iniziò un circolo vizioso nel quale ogni sua sceneggiatura veniva cassata per un motivo o per l'altro, tra le quali la più celebre resta Insect City, storia di un'invasione di scarafaggi giganti in quel di Manhattan.
Bisogna quindi aspettare la fine del decennio per ritrovare una sua opera in sala e quando questa arriva, nelle forme di Brain Damage, di certo non delude.



















Come Basket Case, anche Brain Damage è la storia del rapporto tossico tra un ragazzo e una creatura mostruosa (similitudine non casuale, visto anche il simpatico cameo di Duane verso la fine); ma a differenza dell'esordio, Henenlotter non declina questa opera seconda come un dramma, quanto un racconto fantastico virato al grottesco con finalità metaforiche; metafora facilmente intuibile dalla trama: il giovane Brian (Rick Hearst) vive un'esistenza tranquilla assieme al fratello Mike (Gordon MacDonald) e alla fidanzata Barbara (Jennifer Lowry); esistenza che viene sconvolta dall'arrivo improvviso di Elmer, parassita senziente con il quale intreccia una simbiosi particolare: lo scambio di un fluido stimolante di colore azzurro, che gli inietta direttamente nel cervello, contro la possibilità di nutrirsi di cervelli; ovverosia, la più semplice rappresentazione figurata della tossicodipendenza che ci possa essere.



















Anche sul piano visivo, Henenlotter sembra voler portare in scena quel famoso spot americano su come la droga "frigge" il cervello: innumerevoli sono i dettagli della materia cerebrale che sfrigola al contatto con il liquido blu secerno dal parassita. La sua mano è qui pesante fino ai limiti del pedante, ma non bisogna stupirsene, né lamentarsene: egli stesso ha più volte ammesso come lo script sia nato come catarsi verso la sua dipendenza da cocaina, la quale lo ha portato a riflettere sugli effetti che la tossicodipendenza vera e propria finisce per avere soprattutto sui giovani. Il periodo in cui film viene prodotto è poi essenziale, ossia quegli anni '80 dove, come mai prima, il problema della tossicodipendenza giovanile diventa di pubblico dominio.



















Come metafora, Brain Damage funziona dannatamente bene, ritraendo a dovere tutti gli stadi della tossicodipendenza e della successiva astinenza. Si parte ovviamente dall'euforia data dallo squilibrio chimico che la dose porta al cervello, con le belle visioni psichedeliche che arricchiscono un comparto visivo quanto mai curato; si arriva subito alla dipendenza, con la vita del giovane Brian che viene letteralmente mutata dall'ossessione verso il narcotico, enfatizzata dal bell'uso della luce blu per gli ambienti; si arriva alla crisi di astinenza, al body horror conseguente alla mancanza della tossina della quale i tessuti non riescono a fare a meno.
Quest'ultima fase è il cuore dell'intero film, con l'intera sequenza dell'hotel a fare da perno a tutta la metafora, dove troviamo un Brian che perde progressivamente la sanità mentale in contemporanea ad un decadimento fisico inarrestabile. E se il tutto funziona, lo si deve anche al "cattivo" del film, il parassita Elmer.



















Un mostro preistorico, in precedenza conosciuto come Aylmer, Elmer vive grazie alla voce suadente di John Zacherle (famoso conduttore televisivo di un noto contenitore horror degli anni '50 e '60), la voce di un amico carismatico che seduce la propria vittima prima che renderla schiava. Ma la cui forma finisce ovviamente per disvelarne la natura sinistra; una forma che non è tanto mostruosa, quanto grottesca, costituita da elementi dissonanti che accostati che finiscono per funzionare: in parte fallo, in parte escremento, in parte cervello e con un paio di occhi da cartone animato, Elmer è un essere ripugnante eppure simpatico, credibile come simbionte pronto a distruggere la propria preda, ma anche come essere in grado di convincere il proprio ospite a lasciargli commettere gli omicidi necessari a saziare la propria fame di cervelli (che sia stato proprio lui l'ispirazione per i fumetti Marvel?).
La perfetta riuscita dell'impianto metaforico non deve però trarre in inganno: Brain Damage è anche un excursus in un cinema di serie B il quale vuole anche divertire.

























Se in Basket Case il lato più genuinamente ludico si amalgamava piuttosto male con il tono serioso (con le scene delle uccisioni che risultavano fuori luogo), in Brain Damage l'elemento grottesco è amalgamato decisamente meglio con la narrazione, ma è anche più marcato. Il perfetto esempio di una tale ibridazione è la celebre sequenza della fellatio letale, squisito mix di orrore splatter e ironia grottesca, la quale potrebbe essere il parto della mente di un Lloyd Kaufaman se non fosse messa all'interno di una narrazione che non vuole essere intrattenimento di grana grossa puro e semplice.
La mano di Henenlotter è più sicura anche nella messa in scena in scena: complice un budget decisamente più elevato, può ricostruire parte degli interni in un set vero e proprio e trovare soluzioni visive decisamente più interessanti.
Gli effetti speciali pratici trovano l'ovvio limite di un intento fin troppo ambizioso: l'animatronico di Elmer è vistosamente finto, ma anche con un budget da blockbuster hollywoodiano sarebbe stato difficile fare di meglio, all'epoca. Di ottima caratura, invece, sono gli effetti di trucco, perfetti nel ritrarre il deperimento fisico dovuto alla crisi di astinenza.














Brain Damage funziona così sia sul piano del puro divertimento che su quello più "intellettuale" di testimonianza sulla tossicodipendenza. Un'opera seconda visionaria che conferma in pieno le doti del suo autore.

venerdì 4 ottobre 2024

Basket Case

di Frank Henenlotter.

con: Kevin VanHentenryck, Terri Susan Smith,Beverly Bonner, Robert Vogel, Diana Browne, Lloyd Pace, Joe Clarke, Bill Freeman.

Usa 1982 




















Alcuni film cult appartengono ad una vera e propria zona grigia nella quale è impossibile discernere a quale registro possono essere davvero associati, conseguenza dell'estrema creatività e del talento di chi li ha diretti. Basket Case è uno di questi. 
Un film solitamente associato al cinema trash che di trash vero e proprio non ha davvero nulla. Altre volte viene associato al genere horror e, benché presenti sequenze di omicidio splatter, parlare di film dell'orrore nel senso proprio del termine appare forzato. Basket Case è qualcosa di originale e bizzarro, un'opera prima che sfugge a definizioni e categorizzazioni e che rappresenta una perfetta introduzione al cinema del suo altrettanto bizzarro autore: Frank Henenlotter.





















Un cineasta che in una quarantina d'anni ha diretto giusto un pugno di film, ma la cui filmografia esigua non è un limite né per il segno che è riuscito a lasciare nel cuore dei fan, tantomeno per lui come autore, che ha più volte affermato come il cinema rappresenti non un business nel quale ha voluto cimentarsi, quanto una forma di genuina espressione artistica.
Un pugno di film caratterizzati da budget talvolta inesistenti e la più totale libertà creativa (ridimensionata praticamente solo nel caso di Basket Case 3, il suo exploit peggio riuscito), i quali ancora oggi sono apprezzabilissimi per la loro carica dissacrante, ma anche talvolta profondamente umana.
Basket Case, che nel 1982 ne rivelò il talento, fonde queste due tendenze in modo praticamente perfetto, anche se talvolta discordante. Un lungometraggio che arriva dopo una serie di corti ai limiti dell'amatoriale e che si caratterizza anch'esso come una produzione ai limiti dell'amatoriale: con il miserabile capitale di circa 35 mila dollari dell'epoca, Henenlotter gira molte scene in stile guerriglia per le strade di Manhattan e con una troupe di pochissimi amici, i quali ricoprono ruoli multipli firmandosi con vari pseudonimi per far finta di essere una vera crew cinematografica; tra questi, l'unico ad avere una formazione effettiva è Jim Muro, che qualche anno dopo esordirà alla regia con il cult Street Trash dimostrando anche lui un'indole creativa incredibile, la quale lo porterà a diventare collaboratore abituale di registi del calibro di Martin Scorsese, Oliver Stone, James Cameron e Michael Mann.
Qui, d'altro canto, è la passione a supplire a tutti i limiti del caso. Con la conseguenza che Basket Case si configura come un'opera tanto ruvida quanto convincente.













Una trama, quella del film, che mischia dramma, revenge-movie e body horror. Il protagonista è Duane, giovane di provincia che si aggira per le strade di New York con una strana cesta di vimini. Quello che custodisce all'interno è semplicemente folle: suo fratello Belial.
I due erano infatti gemelli siamesi, ma Belial è nato deforme, causando la morte della madre. Il padre, reso pazzo dalla perdita e dalla repulsione per il figlio, ha così deciso di farli dividere per concedere almeno a Duane una vita normale. Belial, d'altro canto, finisce gettato nei rifiuti, dai quali viene salvato solo dall'amore del fratello, con il quale condivide un legame psichico, oltre che della zia, l'unica altra persona al mondo che gli dimostra amore incondizionato. Alla morte della quale, i due decidono di imbarcarsi in una vendetta verso i tre medici che hanno eseguito l'operazione di divisione.






















Una vendetta che non ha catarsi perché non ha in realtà motivo di esistere. Non c'è vera colpa nei chirurghi, i quali hanno semplicemente fatto il loro lavoro. La colpa, semmai, è quella del genitore che ha deciso di abbandonare un figlio solo a causa del suo aspetto mostruoso. La vendetta è così null'altro che un grido di dolore causato dall'abbandono ingiustificato. Tanto che spesso, il pupazzo usato per dar vita al personaggio (la cui cura è stupefacente visto il budget a disposizione) ha uno sguardo umano, quello di un bambino triste, non quello di un assassino demoniaco.
Una morale sull'accettazione dell'altro che è la pietra angolare di tutto il film, ma che non rappresenta l'unico centro tematico. Tuttavia, la morte del padre dei due ragazzi, la prima vittima in ordine cronologico, è l'unica uccisione che porta ad una forma di sollievo nei due protagonisti, che garantisce loro qualche anno di pace; l'unico omicidio che come spettatori riusciamo a percepire come meritevole. Perché per il resto, la missione di vendetta dei fratelli assume più che altro le forme di una sinistra ricerca di affermazione.
Basket Case in fondo non è altro che la storia di un diverso che cerca di riscattarsi dal dolore per l'isolamento dovuto alla sua forma che si intreccia con quella di un altro "diverso" la cui vita è resa impossibile dal rapporto di co-dipendenza che ha con il fratello.

















Laddove la storia di Belial è quella, né più né meno, di quel tipo di personaggio che nel decennio successivo verrà conosciuto come "freak burtoniono", quella di Duane rappresenta il dramma di un fratello che sa di non poter aver una vita normale a causa del "peso" che incombe su di lui. Un uomo che sa di non poter avere una relazione affettiva se non con il fratello e proprio a causa del fratello, dal quale si distingue e il quale non riesce a comprendere nonostante il legame psichico. Belial non è un lato oscuro della psiche di Duane, non è un suo doppio cattivo, ma un personaggio vero e proprio, anch'egli in cerca di un affetto che sa di non poter avere. Il loro rapporto, indissolubile e indissolubilmente distruttivo, così come la tematica del body horror, configurano Basket Case come un vero e proprio antesignano del cronenberghiano Inseparabili.
Un affetto che ai due fratelli viene costantemente negato; le uniche persone nelle quali trovano conforto sono i due surrogati materni, ossia la zia e la prostituta Casey (interpretata da Beverly Bonner, che poi apparirà in praticamente tutti gli altri film di Henenlotter). Quando si tratta di avere un rapporto più complesso, un rapporto amoroso, questo viene annullato a causa della menomazione fisica di Belial, il quale lo porta a surrogare il sesso (ma anche l'affetto) con la violenza, come nelle scene di aggressione che chiudono la storia. Basket Case è così, in buona sostanza, nient'altro che un dramma sull'ansia da separazione e sulla solitudine filtrato attraverso il registro orrorifico e il suo valore sta proprio nel risultare credibile in quanto tale.
























Credibilità che vacilla solo quando Henenlotter decide di calcare la mano sul grottesco; le scene di omicidio sono spesso virate al farsesco, con la morte della dottoressa Kutter in particolare che diventa un vero e proprio inno alla violenza cartoonesca; la quale, nel contesto della storia e del tono usato per il resto della narrazione, finisce per stonare. Per paradosso puro, Henenlotter riesce invece a non far scadere nel ridicolo involontario una scena che invece aveva tutti i numeri per esserla, ossia quella in cui Duane ha un dialogo con il fratello nascostosi nel tazza del gabinetto.
Il vero valore della messa in scena resta tuttavia nella sua estrema crudezza; tutti gli interni sono location reali e Hennenlotter è davvero riuscito a catturare l'anima sudicia della Grande Mela dei primi anni '80, con quel look da sleazesploitation che oggi assume persino un valore da documento storico. Tutto nella città di Basket Case è sporco, tutto è decadente e sudicio, quindi privo di speranza. Tutti i personaggi sono disperati, spiantati privi di prospettive persi in un girone dantesco dove ogni forma di salvezza è puramente temporanea, pronta ad essere strappata via con la forza. Un mondo disperato dove la disperazione porta le persone a commettere atrocità e dove i pochi che hanno ancora una fibra morale si dimenano in cerca di qualcosa a cui appigliarsi.



















Lo status di cult di Basket Case è così ben comprensibile, come sovente accade. Come poi lo sia diventato, è una storia bizzarra quasi quanto il film stesso.
Finite le riprese, Henenlotter trova una prima distribuzione con  , la quale decide di rimontare il film e trasformarlo in una commedia grottesca. Il flop è servito e sembrava che la carriera di Henenlotter dovesse finire nello scarico prima ancora di iniziare. 
A salvare tutto fu il critico e conduttore televisivo Joe Bob Briggs, il quale aveva visionato la versione integrale del film ad una proiezione in un piccolo festival di cinema di genere e ne era rimasto piacevolmente colpito. Grazie a lui, i diritti di distribuzione furono recuperati e il film poté uscire in tutto il mondo nella versione director's cut. Henenlotter, che mai si sarebbe aspettato così tanto interesse per un film girato praticamente per sfizio personale, anni dopo si sarebbe detto schifato del successo che riscosse ai botteghini. Fortunatamente per lui, quello fu l'inizio di una carriera stramba e simpatica.