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lunedì 14 luglio 2025

Superman

di James Gunn.

con: David Corenswet, Rachel Brosnahan, Nicholas Hoult, Edi Gathegi, Skyler Gisondo, Nathan Fillion, Isabela Merced, Marìa Gabriel de Farìa, Anthony Carrigan, Pruitt Taylor Vince, Neva Hawell, Sara Sampaio, Fank Grillo, Mikaela Hoover.

Superoistico/Fantastico/Azione

Usa 2025













Il DC Extended Universe è morto. E, va detto, contrariamente agli auspici, spesso violenti, dei redditers fan di Zack Snyder, non tornerà mai in vita.
Circa dieci anni dopo l'esordio in sala de L'Uomo d'Acciaio, l'esperimento dell'universo supereroistico condiviso di Warner e DC Comics si è rivelato un tonfo che ha quasi affossato la prima e fa ridere vedere oggi quei fanboys che non vogliono rassegnarsi alla sconfitta, quando, ad ogni singola uscita, magari erano proprio loro che criticavano ferocemente la visione di Snyder e soci.
Il nuovo DCU di James Gunn e Peter Safran esordisce ora con Superman Legacy, ribattezzato subito semplicemente Superman. Per Gunn è la prova del nove, dopo essere stato acclamato per la bella trilogia sui Guardiani della Galassia in casa Marvel e aver creato l'altrettanto bello The Suicide Squad per lo Snyderverse.
Un esordio che ha scatenato le solite polemiche di paglia nel fandom, che come sempre non ci perde nulla a massacrare un film basandosi su pochi fotogrammi dei trailer, oltre che a scatenare la perplessità degli spettatori durante le proiezioni test, tanto che Gunn ha dovuto rimettere mano al montaggio più volte, pare arrivando addirittura a cambiare l'intera struttura del film. Uscito in sala, nonostante i molti pareri positivi, ha poi finito per dividere il pubblico. Ed è del tutto normale che un film del genere, che non vuole scendere praticamente mai a compromessi nella sua visione, divida tutto e tutti.


Gunn, in buona sostanza, unisce il classico al moderno, in questa sua lettura del personaggio.
Dal passato torna la visione coloratissima e un po' camp del mondo dei supereroi, che lui riesce a portare in scena in modo serio senza scadere nel ridicolo involontario o nel pretenzioso, come già faceva in The Suicide Squad. Al bando supertizi in abiti scuri e dal cipiglio depresso, ecco arrivare su schermo gli assistenti robot di Kal-El nella Fortezza della Solitudine o il simpatico cagnolino Krypto, ma anche quel Metamorpho il cui design è praticamente lo stesso dei fumetti della Silver Age, compreso il bizzarro accostamento di colori. Allo stesso modo, tornano tutti i concetti più strambi, come gli universi tasca e l'esistenza di molteplici forme di superpoteri e di forme di vita aliena, che Gunn introduce con nonchalance, senza aspettare seguiti o spin-off.
Nel mondo del Superman del 2025, i supereroi esistono da generazioni e il mondo si è abituato a crisi dimensionali e invasioni aliene. Gunn non insulta l'intelligenza dello spettatore, che al pari degli abitanti di Metropolis conosce concetti del genere da almeno 25 anni. Tanto che omette persino il solito racconto di origini per concentrarsi direttamente su storia e personaggi.



Proprio storia e personaggi rappresentano la parte moderna del film.
Tutta la trama prende le mosse dal fatto che Superman si permetta di interferire in un'invasione programmata di uno stato dell'est Europa ai danni di un altro e non c'è neanche bisogno di specificare a cosa in realtà Gunn si riferisca. Il personaggio di Superman diventa così il paladino degli oppressi, non solo dei deboli, un eroe che non ha confini e non si piega alle logiche moderne, non a quelle dell'inerzia politica, tantomeno quelle che vorrebbero gli eroi come dei semplici brand delle aziende, con la Justice League che diventa praticamente un esercito privato.
Un Superman che diventa qui ancora più umano, piegato dai sensi di colpa derivanti dalle sue azioni, insicuro sul fatto che il suo ruolo nel mondo sia effettivamente positivo, ma che nonostante tutto si batte per un ideale di giustizia che non conosce distinzioni, cosa che riporta il personaggio praticamente alle sue origini, persino quando si decide di rileggere il ruolo dei Kryptoniani (cosa che probabilmente verrà rettificata nei seguiti), un pacifista che sfida tutto e tutti in nome del suo ideale. Tanto che non si può reagire con un sorriso amaro quando questo Superman esclama che essere buoni in un mondo di cattivi è la cosa più punk possibile.
Laddove Superman incarna (nuovamente) il meglio dell'umanità, Lex Luthor anche al cinema diventa l'incarnazione del peggior lato dell'essere umano, un omuncolo che, nonostante l'intelligenza superlativa, è schiavo dei peggiori vizi umani, ossia la megalomania e l'invidia. Lo scontro tra i due diviene quello tra i due poli opposti dell'uomo, oltre che quello tra due persone dai grandi talenti, ma dall'insicurezza altrettanto grande. Entrambi restano sempre ancorati ai ruoli di superbuono e supercattivo, non ci sono scale di grigio, si tratta pur sempre di un racconto supereroistico, ma pur senza strafare, Gunn rende credibili queste due figurine, proprio perché fa leva sulla loro estrema umanità; che nel caso di Superman, diviene ancora più marcata, riportandolo alla visione che Donner e Reeve avevano del personaggio. E nonostante si odano anche le fanfare di John Williams, richiamate in servizio perché oramai indissolubilmente legate al personaggio, non siamo dalle parti di un Superman Returns: qui c'è il rispetto per il passato, ma non la sua feticizzazione.


Se nella scrittura Gunn crea così un perfetto distillato del personaggio, nella messa in scena fa anche di più e porta su schermo tutte le possibili situazioni nelle quali lo spettatore può immaginare l'Uomo d'Acciaio. Ecco dunque Superman combattere contro un kaiju nel centro di Metropolis, prendere a cazzotti una sua nemesi, volare tra gli universi e interagire con altri superuomini, oltre che ad intrattenere una tormentata storia d'amore con una Lois Lane agguerrita, perfettamente incarnata dalla bellissima Rachel Brosnahan. E persino l'amico Jimmy Olsen qui diventa parte attiva del racconto e sveste i panni del "simpatico sfigato" per divenire un vero e proprio tombeur des femmes, in un'inversione ironica che paradossalmente finisce per funzionare a dovere.
Gunn paga certamente quando si tratta di infilare tutti gli elementi possibili in una storia di poco più di due ore, con lo script che spesso risulta didascalico, soprattutto nei primi minuti; ma la sua visione è certamente coerente e spettacolare.


Tanto che alla fine, non sarebbe sbagliato definire quello di James Gunn come IL film di Superman: qui c'è tutto ciò che ha reso celebre e amato il personaggio, cucito in una confezione spettacolare dove però il racconto non cede mai passo agli effetti.
E' normale detestarlo: chi è abituato agli eroi DC come personaggi depressi e violenti non potrà che inorridire davanti ai colori sgargianti e al volto umano di David Corenswet. Chi invece conosce il personaggio dai fumetti o dal classico di Richard Donner, non può che apprezzare questa sua nuova lettura.

lunedì 8 maggio 2023

Guardiani della Galassia vol.3

Guardians of the Galaxy vol.3

di James Gunn.

con: Chris Pratt, Zoe Saldana, Bradley Cooper, Dave Bautista, Karen Gillan, Pom Klemetieff, Sean Gunn, Vin Diesel, Chukwudi Iwuji, Will Pulter, Elizabeth Debicki, Maria Bakalova, Nathan Fillion, Sylvester Stallone.

Fantastico/Avventura/Commedia

Usa 2023











Sembra strano, ma forse è proprio il caso di dirlo: povero James Gunn!
Dopo la persecuzione per i tweet, è ora di nuovo al centro della furia dei nerd perché si è permesso di distruggere lo Snyderverse... quello stesso universo narrativo che per anni è stato ignorato quando andava bene, insultato quando andava male, ma che ora, per qualche astruso motivo, si è scoperto amatissimo da quello stesso pubblico che aveva persino lanciato una petizione per sostituire Henry Cavill con Tyler Hoechlin come Superman cinematografico.
Mentre si appresta a ristrutturare l'universo cinematografico DC, Gunn è anche riuscito a ritornare alla Disney, a mezzo di un vero e proprio "perdono ufficiale", per dirigere la terza avventura del gruppo di cazzoni stellari che lo hanno reso famoso, quelle strambe creature che rappresentano la vera punta di diamante del MCU. E questo "vol.3" non poteva forse arrivare in un momento più propizio, vista la crisi che per la prima volta la Marvel Studios sta vivendo, tra serie televisive per lo più brutte, sonori tonfi al botteghino e persino l'arresto di Jonathan Majors che ha messo a repentaglio la continuazione della produzione filmica.
Di fatto, Gunn riesce a risollevare le sorti di uno studio in caduta e crea un'ennessima piccola lezione su come i blockbuster andrebbero concepiti e diretti.



New entry di questo terzo capitolo sono i villain Adam Warlock e l'Alto Evoluzionario, due personaggi che anche nei comic sono legati a doppio filo.
Warlock nasce, almeno inizialmente, dalla mente e dalla matita del dio Jack Kirby. Leggenda vuole che sia stato concepito per un motivo specifico e polemico, ossia sputtanare il collega Steve "Spider-Man" Ditko e la sua infatuazione per la filosofia oggettivista di Ayn Rand.
Warlock, inizialmente noto solo come "lui" viene creato da un manipolo di scienziati di indole randiana come "l'essere perfetto" oltre che perfetta incarnazione dell'oggetivismo. Talmente perfetto da essere la suprema incarnazione dell'egocentrismo connaturato a tale indirizzo di pensiero, al punto che uccide subito i suoi creatori. Sempre secondo la leggenda, fu Stan Lee in persona a modificare la storia cambiandone i dialoghi, per renderla più appetibile al pubblico, con "lui" che diventa un semplice giustiziere superumano.



Il personaggio passa così nelle mani di un altra leggenda della Casa delle Idee, ossia Roy Thomas, che ne cambia la caratterizzazione trasformandolo in un vero e proprio "Gesù galattico". "Lui" incontra l'Alto Evoluzionario, il quale lo ribattezza Warlock e lo accoglie come un amico, nel mentre è impegnato nella creazione di una seconda Terra, speculare a quella originaria, chimata Contro-Terra. Warlock giunge così su questo nuovo pianeta, dove prende il nome biblico di Adam, e ne diventa il protettore, finendo letteralmente in croce per salvarne il popolo.



Nel corso della sua vita editoriale, Warlock è poi divenuto la nemesi di Thanos, introdotto da Jim Starlin proprio in sua opposizione, oltre che del suo doppio oscuro Magus, incarnazione del male nell'universo.



L'Alto Evoluzionario è anch'esso una creatura di Jack Kirby, pensato inizialmente come nemico di Thor. Nei fumetti è uno scienziato terrestre che resta folgorato dalle posizioni sull'evoluzione di Nathaniel Essex, meglio conosciuto come Mr.Sinister, arcinemico degli X-Men. Dopo aver sviluppato una proteina in grado di fare evolvere gli animali in esseri senzienti, diventa un vero e proprio Dottor Moreau dell'universo Marvel, il cui intento è quello di creare una razza di esseri perfetti; il suo capolavoro è però la creazione di Contro-Terra, appunto, che popola delle sue creature.
Nello script di Gunn, l'Alto Evoluzionario è un essere cosmico che si sostituisce a Dio per creare una razza di esseri docili e che in passato ha creato i Sovereign, gli esseri dorati visti in "vol.2". Adam Warlock, creatura Sovereign, è così uno dei suoi esperimenti e nell'ottica della storia è un suo muscolo usato per dare il via agli eventi.



Tornato alla Marvel, Gunn ben avrebbe potuto puntare facile, dirigere un film facilmente vendibile nel quale si sarebbe potuto limitare ad imbastire una storia pretestuosa con il solo fine di incassare un lauto assegno, visto il trattamento riservatogli da Topolino. Invece con questo ultimo exploit nel MCU fa le cose in grande e dirige quello che forse è il suo miglior film, oltre che il miglior film sui Guardiani e forse persino il miglior film Marvel Studios di sempre.




Il cinema di Gunn ruota da sempre attorno al concetto di famiglia. Persino il cattivissimo "Super" altro non era se non la storia di un uomo pronto a tutto pur di riscostruire una relazione affettiva infranta. Il primo "Guardiani", al di là dell'avventura spaziale scanzonata, era la storia su come un gruppo di orfani e reietti si univa creando un nucleo famigliare vero e proprio. Il secondo capitolo rinsaldava il legame tra loro e questo terzo porta ad una conclusione, mettendo nero su bianco affetti e dipendenze.
Dopo quanto visto nello speciale di Natale, troviamo Peter Quill a pezzi per l'abbandono di Gamora. Una solitudine amorosa che prelude a quella affettiva: tempo un bel prologo sulle note dei Radiohead e Adam Warlock irrompe nel Knowhere lasciando Rocket in punto di morte. Star Lord e il resto dei Guardiani hanno così quarantantotto ore di tempo per salvare l'amico e capire chi ha davvero sguinzagliato contro di loro il superuomo dorato.




Se "vol.2" cercava di definire il rapporto padre-figlio, "vol.3" estende il tutto al concetto di famiglia, vista come insieme di amici, legati o meno dal sangue comune. In tal senso, l'Alto Evoluzionario di Chukwudi Iwuji è un padre-padrone persino più dispotico e diabolico di Ego, un essere che ricerca la sua creatura, ossia Rocket, solo per perseguire i propri fini personali; al pari del celestiale di Kurt Russell, ma a differenza di quest'ultimo non prova affetto verso il figlio, il quale è uno strumento nudo e puro.
Star Lord è così chiamato a salvare la vita del suo migliore amico, ma anche a maturare, a superare la perdita di un amore che non tornerà mai più. Come lui è chiamato a ritrovare sé stesso, anche gli altri personaggi sono chiamati verso una catarsi con i propri difetti ed il proprio ruolo nella galassia: Mantis deve capire cosa cerca davvero, Nebula deve comprendere il valore del prossimo e Drax deve accettare il suo ruolo di guida piuttosto che di distruttore.




La trama imbastita è quantomai lineare e serve solo a creare una serie di situazioni nelle quali far muovere i personaggi, ossia il vero cuore del film. Su tutto, l'Alto Evoluzionario, pur motore degli eventi, risulta l'elemento più debole, anche se solo in parte, visto che il suo piano eugenetico è trito; a renderlo un personaggio comunque riuscito è così l'unione data dall'impegno di Chukwudi Iwuji e il nuovo design, che, nelle parole del protagonista in persona, lo trasforma in un RoboCop in viola tanto affascinante quanto inquietante. Adam Warlock, d'altro canto, è un personaggio in (letterale) fase embrionale, che qui trova una prima emancipazione che è puro preludio a capitoli successivi nei quali il suo potenziale potrà essere pienamente sfruttato, risultando utile alla narrazione, ma non essenziale.




Il tono è un mix dei due capitoli precedenti, dove da un lato c'è la sensibilità del secondo, ma dall'altro anche e soprattutto un approccio scanzonato agli eventi, nel quale Gunn eleva all'ennesima potenza la dose di turpiloquio e splatter per creare un film Disney che film Disney a tratti davvero non sembra. Anche grazie alle citazioni colte: se le più riconoscibili rimandano a "2001: Odissea nello Spazio", decisamente più sottili sono quelle carpenteriare, con la testa di Groot che cammina via come "La Cosa".



In cabina di regia, Gunn risulta altrettanto ispirato, anche se lo stile a tratti vacilla: l'abuso di ralenty per enfatizzare le scene madri e un montaggio che nei primi minuti poteva certamente essere più curato fanno storcere il naso, ma il gusto per l'azione e il polso fermo per dirigerla, oltre che per dare il giusto ritmo ai dialoghi, ci sono ancora tutti.
Il suo addio al marchio che gli ha dato vera notorietà rappresenta così uno dei migliori film Marvel, con il suo connubio perfetto di umorismo e sensibilità e un gusto cinefilo inedito per prodotti del genere, in un periodo storico nel quale i giovani filmmaker sembrano davvero aver dimenticato il cinema vero e proprio. 
Se la fase 4 ha subito pesanti critiche dagli stessi fan pur presentando exploit decisamente riusciti, questa fase 5 può di certo vantare il miglior film Marvel Studios di sempre. E si spera che l'enfant prodige della Troma riesca a fare altrettanto in casa DC, adesso che è divento una vera e propria nemesi di Kevin Feige.

giovedì 5 agosto 2021

The Suicide Squad- Missione Suicida

The Suicide Squad

di James Gunn.

con: Idris Elba, Margot Robbie, John Cena, Viola Davis, Daniela Melchior, Jai Courtney, Joel Kinnaman, Michael Rooker, Peter Capaldi, Nathan Fillion, David Dastmalchian, Sylvester Stallone, Alice Braga, Mayling Ng, Pete Davidson, Taika Waititi.

Azione/Commedia

Usa 2021 










Scritto maluccio, girato alla bene e meglio e montato decisamente male; eppure, cinque anni fa, "Suicide Squad" non solo si rivelò quel successo commerciale che alla DC/Warner tanto serviva, ma riuscì persino ad imporsi nella memoria collettiva, trasformando la sexy Harley Quinn di Margot Robbie in una piccola icona pop. Inutile dire che un seguito era d'obbligo, ma forse nessuno si sarebbe aspettato un film come "Missione Suicida". Merito di un James Gunn che, libero dalle restrizioni del PG e del family friendly, riesce a sfogare quella sua vena distruttiva che teneva a bada dai tempi di "Super", confezionando una action comedy sboccata, sottilmente cattiva ed eccessiva, per questo maledettamente divertente.


Per la prima volta vediamo su grande schermo la repubblica del Corto Maltese, nominata già nel primo "Batman"; creata da Frank Miller in omaggio a Hugo Pratt, quest'isola del pacifico è l'ideale doppio di qualsiasi paese sudamericano, con tanto di rivoluzione annessa. La Task Force X è così chiamata ad insabbiare il coinvolgimento americano nello sviluppo del misterioso "Progetto Starfish" all'indomani di un colpo di stato che ha portato un regime antiamericano al potere; le cose, naturalmente, prenderanno subito una piega insapettata.


I riferimenti nella storia di fondo sono immediatamente chiari, ossia gli action di guerra degli anni '70 e '80. La Task Force X diviene l'ennesima ensamble di duri da sacrificare, i quali, come da copione, decideranno di fare "la cosa giusta" a missione inoltrata. Ma a Gunn questa volta non interessano più di tanto i personaggi. Il neo-incluso Bloodsport di Idris Elba, su tutti, altro non è che un sostituto del Deadshot di Will Smith, uscito dal progetto una volta chiarito che si sarebbe trattato di un film vietato ai minori, tanto che il suo conflitto risiede nel rapporto con la figlia problematica. Harley Quinn è una forza della natura che distrugge tutto quello che incontra e non ha un'evoluzione caratteriale vera e propria, restando la donna forte vista in "Birds of Prey"; l'arco caratteriale viene riservato al solo personaggio di Polka-Dot Man, vera sorpresa del film: villain di quart'ordine, creato quasi per scherzo, nelle mani di Gunn il personaggio viene riplasmato nella serietà più assoluta e anche grazie alla performance di David Dastmalchian riesce davvero a imporsi per empatia e simpatia. Empatia data anche al King Shark in versione "puccettosa" di Sylvester Stallone e alla Ratcatcher di Daniela Melchior, figlia surrogata in cerca dell'approvazione paterna. E una menzione speciale merita John Cena, che con il suo Peacemaker si diverte un mondo a fare a gara con gli altri maschi alfa a chi ha la pistola più grossa.


A Gunn, come detto, interessano i meccanismi della commedia e dell'azione. La prima è quasi ineccepibile, con i morti ammazzati che fioccano fin dal prologo, vera missione suicida che apre il film e massacra mezzo cast per il puro ludibrio del pubblico, in un concerto di splatter grottesco e azione concitata fin oltre l'iperbole, raggiungendo vette di demenzialità degne della Troma, ma dove il tutto viene condotto con una mano fermissima, attenta ai dettagli e alla coreografia.
La commedia viene cucita sulle situazioni paradossali e sugli sviamenti dello script, a partire dall'introduzione di personaggi che diverranno semplice carne da macello e dalla forza demenziale di alcuni tra i più folle del roaster DC, tra i quali va menzionato almeno il T.D.K. di Nathan Fillion, controparte burlesca del serissimo Polka-Dot Man.
Nello script e nell'esecuzione, Gunn non sbaglia il ritmo né delle scene, nè dell'intero film, lasciando che ogni sequenza abbia il suo respiro, regalando il giusto spazio a battute e azione e dimostrando un gusto per il gran finale in linea con i dettami del comic-movie, ma decisamente più spettacolare e calzante rispetto ad altre pellicole del filone.


"The Suicide Squad" riesce così laddove il suo predecessore falliva, imponendosi come una commedia demenziale folle e follemente divertente, un trip in un mondo demenziale che sembra davvero il risultato di uno script della Troma realizzato con un budget adeguato.

lunedì 8 luglio 2019

L'Angelo del Male- Brightburn

Brightburn

di David Yarovesky.

con: Elizabeth Banks, Jackson A.Dunn, David Denman, Abraham Clinkscales, Jennifer Holland, Emmie Hunter.

Horror/Supereroistico

Usa 2019













---CONTIENE SPOILER---


"Cosa sarebbe successo se..." è una domanda che rimbomba da sempre nella mente dei fan dei supereroi; cosa sarebbe successo se Matt Murdock fosse stato reclutato dallo S.H.I.E.L.D. in giovane età o se l'Uomo Ragno si fosse unito ai Fantastici Quattro? Domande che generano domanda, soddisfatta in casa Marvel dalla serie antologica "What if...", in casa DC dagli "Elseworld", altri mondi in cui in cui Batman è invecchiato e si è ritirato dallo scene, solo per effettuare un trionfale ritorno quando la società è sull'orlo del collasso; o, ancora meglio, in cui l'Ultimo Figlio di Krypton è atterrato in Unione Sovietica piuttosto che in Kansas.
E forse è stato proprio pensando agli Elseworld di Mark Millar o Grant Morrison che James Gunn, con il fratello Brian e il cugino Mark, ha concepito "Brighburn", vero e proprio Elseworld su Superman travestito da horror.



James Gunn, si sa, è uno che non lo da a dire a nessuno e sforna questo exploit nello spazio di incertezza (per fortuna durato poco) tra il suo ignobile licenziamento per i tweet volgari e il ritorno in pompa magna alla Marvel Studios e l'ingresso alla DC Warner; "Brightburn", nonostante sia stato diretto dall'amico e collaboratore David Yarovesky, è in tutto e per tutto un'opera di Gunn, che si inserisce nel solco tracciato dallo sfacciato e irresistibile "Super" (che appare anche di sfuggita nel finale, preannunciando un probabile multiverso fatto di supereroi psicopatici), che re-immagina il superuomo come un'entità malvagia; e lo fa con un registro horror tout court, fuso in maniera impeccabile con la trama di base delle origini di Superman.




Tutti i luoghi comuni di questa sono presenti: la cittadina del Kansas a fare da sfondo alla vicenda e a dare il titolo al film; i genitori amorevoli e preoccupati; la scoperta dei poteri come scoperta di sé che coincide con l'accesso alla pubertà; persino la love-interest simil Lana Lang. Tutti elementi declinati verso il macabro: Brandon Brayer è infatti inequivocabilmente malvagio, mandato sulla Terra da un altro mondo non per scampare alla catastrofe, ma per conquistarla. I suoi poteri divengono così abilità da villain, uno più spaventoso dell'altro; e su tutti, come ne "L'Uomo d'Acciaio", è lo sguardo calorifero ad essere il potere più spaventoso.




La struttura dello script è quello di uno slasher vero e proprio, con le vittime che si susseguono in modo seriale; e la regia non si tira indietro quando c'è bisogno di esagerare: lo splatter gronda in ogni sequenza di morte, virando spesso verso un body-horror talvolta incredibilmente disturbante, anche per la totale assenza di humor, sia nelle sequenze di morte che nel resto della narrazione.
Come horror, "Brightburn" funziona a dovere; come parodia riesce a sovvertire i canoni del padre dei supereroi, perdendosi però nella caratterizzazione del suo protagonista, che resta schiacciata sulla pura malvagità; Brandon nasce cattivo e riscopre meccanicamente la sua natura, non c'è conflitto tra questa e l'istruzione che gli è stata data nei dieci anni di vita sulla Terra, caratterizzandosi come un semplice "mostro", piuttosto che come un supereroe tormentato e collocandosi anni luce sia dal Superman di Christopher Reeve che da quello, più stratificato, di Henry Cavill.




Limite che lascia "Brightburn" prettamente confinato nei limiti del genere orrorifico; del quale è però degno esponente.

giovedì 27 aprile 2017

Guardiani della Galassia vol.2

Guardians of the Galaxy vol.2

di James Gunn.

con: Chris Pratt, Zoe Saldana, Kurt Russell, Bradley Cooper, Karen Gillan, Pom Klementieff, Dave Bautista, Vin Diesel, Michael Rooker, Sylvester Stallone,

Fantastico/Avventura/Azione

Usa 2017













Nell'arco di appena dieci anni, la Marvel Studios si è imposta come la major dei record ad Hollywood, sfornando blockbuster in grado di ridefinire i primati di incasso quali "The Avengers" (2012), solo dopo aver già ridefinito il modo di intendere la pianificazione produttiva; con l'introduzione del concetto di "Universo Cinematografico Condiviso", Kevin Feige e soci non solo hanno saputo creare un fandom affiatatissimo di "nerd" solo in parte ripreso da quei "true beliviers" che già si appassionavano alle avventure di Iron Man e soci su carta, ma sono anche riusciti nell'intento di farlo crescere a dismisura, rendendo alcune delle proprietà intellettuali Marvel meno note al pubblico generalista vere icone pop.
Eppure, al di là della pioggia di soldi in cui ora gli executives annegano, quanto di nuovo, memorabile e duraturo può essergli effettivamente attribuito?
Sicuramente non la trovata dell' "universo condiviso", di fatto già esistente da decenni nel mondo del cinema; si pensi ai film sui mostri della Golden Age del cinema horror della Universal, dove Dracula, la Mummia e l'Uomo Lupo si incontravano sovente in mash-up all'ultimo brivido e che ora la major sta disperatamente tentando di riproporre; o anche al "tarantinoverse", il mondo il cui sono ambientati tutti i film del cineasta di Knoxville.




L'opera più celebrata non è, purtroppo, quella più originale. Non restano dunque che i numerosi film, ma tra questi sono davvero in pochi a poter essere considerate come pellicole davvero memorabili.
E tra queste, il posto d'onore spetta sicuramente a quel "Guardiani della Galassia" che tre anni fa sorprese tutti: un film che si basava su di un fumetto sconosciuto, portando così in scena personaggi praticamente inediti, diretto da un ex mestierante della Troma promosso a regista di serie A dopo aver transitato attraverso esperienze indie, quel James Gunn che pur lontano da Lloyd Kaufman non aveva perso un grammo del gusto per l'esagerazione, aggiungendo alla formula un personale tocco di cattiveria per dar vita a due cult spiazzanti e divertenti quali "Slither " e "Super".
Un film che, non potendo contare sul traino generato dal hype dei fans, si affacciava quasi timidamente al cinema, solo per trionfare con milioni di dollari di incasso; e che si faceva notare per come la sua formula, mix tra commedia e space opera, rock e battutacce, personaggi improbabili ed un ancora più improbabile trama, riusciva perfettamente a funzionare grazie alla mano di Gunn e ad un cast affiatatissimo, perfettamente calato nei panni di un pugno di anti-eroi guasconi ed irresistibili. Un film che in pratica riprendeva quella formula affinata da Joss Whedon da anni nel circuito televisivo e la applicava trionfalmente al lungometraggio, quando lo stesso Whedon stentava a replicarla con successo.
Un seguito era quindi inevitabile e "Guardiani della Galassia vol.2" arriva così alla vigilia delle riprese di quel "Avengers Infinity War" che chiuderà il primo arco narrativo del "MCU" e che già si profila come una delle pellicole più costose ed attese di sempre.
Un seguito più ameno, che tenta una strada inedita per un film Marvel, riuscendo in molti dei suoi propositi.




Torna ovviamente il mix di gag sopra le righe e personaggi buffi alla Joss Whedon del primo film; ma tolto l'ingombro di doverli presentare al pubblico, Gunn parte subito in quarta con le gag: fin dal primo minuto, "Guardiani della Galassia vol.2" è un susseguirsi di battute scorrette dalla perfetta tempistica, azione ben eseguita, personaggi talmente sopra le righe da essere irresistibili, musica retrò e colori sgargianti. La riproposizione, in sostanza, di quell' "awesome mix" che garantì il successo e l'amore del pubblico tre anni fa.
La prima scena è in tal senso essenziale, tutta giocata sul fuori schermo e sulla tempistica perfetta delle azioni dei personaggi; un meccanismo che non deve incepparsi e che Gunn muove con fare sicuro.
Poi però qualcosa muta, il film cambia pelle alla chiusura del primo atto e con l'introduzione del personaggio di Ego, quel Kurt Russell conciato come un Charlton Heston cosmico che rivela la sua paternità allo scapestrato Peter Quill. E "Guardiani della Galassia vol.2" diviene qualcos'altro: al mix del precedente film, a ciò che il pubblico poteva (e forse doveva) aspettarsi, si affianca un registro intimista, in parte inedito nel cinema di Feige e soci.




Le battute scorrette, l'umorismo sopra le righe, la musica d'antan e gli splendidi colori da trip in acido ereditati dalle stravaganti visioni di Jack Kirby cominciano a fare da sfondo alla ricerca dell'io dei personaggi. Ego, pianeta vivente, diviene il luogo dove Quill affronta i suoi complessi paterni, Drax le sue emozioni (pur primeggiando come linea comica, anche grazie ad un Dave Bautista dalle inedite qualità ritmiche), Gamora e Nebula elaborano il loro conflitto. E Rocket e Yondu, ora promosso a personaggio principale, scoprono la loro vera natura.




La trama cede il passo alla descrizione e Gunn riesce davvero a farci amare la parte più sensibile del suo stralunato gruppo di personaggi. Al centro di tutto, la ricerca di quella "famiglia" tanto sbandierata nel mondo Marvel, ma che qui trova per la prima volta una sua declinazione convincente: i Guardiani sono davvero i membri di un nucleo familiare disfunzionale, cazzone, privo della coscienza di sé, eppure pur sempre nucleo familiare che ora è chiamato a comprendere ed assimilare le proprie dinamiche interne.
L'importanza della figura patera diviene così il nodo centrale. Ego e Yondu divengono le due facce di una stessa medaglia, mentre Quill è dilaniato tra i due. Traccia narrativa che, malauguratamente, viene risolta nel più ovvio dei modi.




Nel terzo atto, purtroppo, tutta la buona costruzione precedente viene rovinata dall'innesto di un conflitto sin troppo forzato; la narrazione finisce così per schiantarsi sul sentiero dell'ovvio e del prevedibile, dove persino le immagini spettacolari finiscono per divenire noiose. La complessità, pur basica, del secondo atto viene distrutta, quasi come se Gunn e soci non sapessero come chiudere il film.





Tanto che persino il finale, in teoria commovente, lascia un pò freddi a causa della sua prevedibilità. Il che è un peccato, perché per ritmo ed inventiva, il resto della pellicola è un degno successore di quel "caso" generatosi tre anni fa. Restano le gag e la passione per i personaggi, nonché una serie di finali che annunciano faville per il possibile "vol.3", che si spera mantenga alto il tono della serie.

giovedì 13 novembre 2014

Guardiani della Galassia

Guardians of the Galaxy

di James Gunn

con: Chris Pratt, Zoe Saldana, Dave Baoutista, Bradley Cooper, Vin Diesel, Micahel Rooker, Lee Pace, Karen Gillan, Benicio Del Toro.

Fantastico/Commedia

Usa (2014)












La Marvel Studios si è ormai definitivamente imposta come la major più agguerrita e spietata di Hollywood; tra produzioni stratosferiche, set blindati, programmazione quinquennale dei film neanche si fosse in Unione Sovietica, autori coartati a lavorare con contratti capestro a confronto dei quali quelli dello Studio System degli anni '50 sembravano figli del liberalismo più puro ed un margine di libertà per i registi pari allo 0%, lo studio di Kevin Feige e soci ha praticamente trasferito la politica strozza-creatività intrapresa nell'editoria sulla produzione filmica, con esiti talvolta disastrosi, come il "Thor" di Branagh, quasi rinnegato dallo stesso autore, o i pessimi exploit dei primi due "Iron Man".
La parola d'ordine dei Marvel sembra essere quella di "successo ad ogni costo": dare al pubblico ciò che vuole vedere in produzioni grosse e roboanti, ma afflitte da un'anoressia stilistica e narrativa atroce, dove nelle canoniche due ore di durata stentano a trovare spazio sia la storia che l'azione, lasciando che tutta l'attenzione sia rivolta solo al cast di nomi noti e ai costumi sgargianti che indossano.
In un contesto del genere, un film come "Guardiani della Galassia" appare come una scheggia impazzita, una creatura che stona nel mare magnum di mediocrità propria delle produzioni standardizzate e omologate a causa di tutti i suoi punti di forza; è spiazzante, anzi tutto, il fatto che Feige decida di investire ben 170 milioni di dollari per una produzione dedicata al gruppo di "eroi" meno conosciuto di tutta la produzione editoriale Marvel; è ancora più spiazzante che a dirigere questo blockbuster estivo sia stato ingaggiato James Gunn, nato tra le produzioni orgogliosamente trash e anti-commerciali della Troma e che ha trovato successo ad Hollywood con l'irriverente "Slither" (2006) e soprattutto con l'acidissimo "Super" (2010), vero e proprio manifesto dell'anti-supereroismo infarcito di una cattiveria goliardica e iconoclastica unica. Spiazza ancora maggiormente come Gunn riesca ad impadronirsi totalmente del materiale di origine e a riplasmarlo in uno spettacolo di intrattenimento spensierato perfettamente riuscito, che, nonostante i compromessi necessari per rendere il film accessibile alle famiglie, riesce davvero a compiacere anche il cinefilo più incallito.


Che Feige abbia deciso di dare una virata più credibile alle sue produzioni lo si era già capito con "Iron Man 3" (2013), con l'abbandono del ridicolo involontario a favore di un'ironia più riuscita, e soprattutto con "Captain America: The Winter Soldier" (2014), ideale contraltare del film di Gunn; laddove il film dei fratelli Russo era un remake de "I Tre Giorni del Condor" (1975) in chiave fumettistica, "Guardiani della Galassia" altro non è se non una rielaborazione della fantascienza ironica e sarcastica di Joss Whedon; non il Joss Whedon sottotono e mainstream che la Marvel ha ghermito in "The Avengers" (2012), ma quello visionario ed ispirato dell'amatissimo "Serenity" (2006); l'avventura cosmica di natura "seria" si colora così di uno humor goliardico irresistibile, di un sarcasmo distruttivo, ma mai ridicolo o compiaciuto, in un equilibrio tra narrazione e ammiccamenti che regge bene per tutta la durata del film; merito della mano di Gunn, ovviamente, qui nelle vesti sia di regista che di co-sceneggiatore, riuscendo ad imprimere il suo tocco a tutta la pellicola.


Riprendendo i personaggi ri-creati da Dan Abnett e Andy Lenning nel 2008, e non l'originale team creato da Steve "Howard the Duck" Gerber negli anni '70 sulla scorta delle prime storie dedicate loro già nel '69, Gunn porta in scena un gruppo di anti-eroi stereotipati ma simpatici. Protagonista, l'immancabile umano tutto muscoli e battuta pronta, Peter "Star Lord" Quill (Chris Pratt), razziatore guascone e playboy; la parte femminile viene ricoperta da Gamora (Zoe Saldana, che si toglie di dosso la pelle blu di "Avatar" per un ancora più amena epidermide verde), assassina ninja e interesse amoroso di Quill, una sorta di Vedova Nera dello spazio; il possente Drax (Dave Bautista), golem spaccatutto ma dallo sguardo umano; e soprattutto i personaggi più strambi mai apparsi in una pellicola fantastica: il procione-cyborg armiere e boccalone Rocket (Bradley Cooper) e il simpatico e poetico uomo albero Groot (Vin Diesel).
L'intuizione vincente di Gunn sta nel concentrarsi proprio sul rapporto complicato e beffardo tra personaggi; la trama, in fin dei conti, altro non è se non l'ennesima "quest" alla ricerca del canonico McGuffin, in questo caso una delle Gemme dell'Infinito tanto care ai lettori Marvel più scafati; tutta la narrazione si sviluppa sul canone tracciato da mille altre commedie fantastiche, da "Ghostbusters" (1984) allo stesso "Serenity", passando per "Men in Black" (1997), con il gruppo di improbabili eroi all'inseguimento dell'artefatto prima dell'arrivo del villain di turno, qui incarnato da Roanan l'Accusatore, ennesimo megalomane in cerca di vendetta.


Il rapporto tra personaggi, pur non propriamente originale, resta comunque divertente data la loro amenità, i loro caratteri antitetici, l'impegno degli attori chiamati a recitare in motion capture o sotto chili di trucco; e persino i personaggi più improbabili come Groot o Rocket restano sempre simpatici, senza mai scadere nell'idiozia; impresa che Gunn mantiene anche nel tono generale del film, infarcito di un umorismo spinto ma mai stupido, inedito persino per il suo cinema: più leggero, mai volgare o acido, perfettamente calzante. Incalcolabili, poi, le citazioni e i rimandi con cui l'autore riempie la pellicola: dai film di Spielberg e Lucas alle visioni future di Philip K.Dick, passando per la musica pop della già mitica "Awsome Mix" e il walkman squisitamente retrò, il tutto dona, paradossalmente, un'identità forte e decisa ad un film altrimenti anonimo.


Ma per essere apprezzato appieno, "Guardiani della Galassia" necessita di uno sforzo immaginativo non facile per lo spettatore; bisogna abbandonare la parte più adulta del proprio carattere, credere che un cattivo dotato del più grande potere dell'Universo non riesca a tenere testa a cinque disperati o che delle forme di vita organiche  riescano a sopravvivere nello spazio aperto, anche quando la sospensione dell'incredulità ci urla nella testa il contrario. Perché alla fin fine, tra una battuta riuscita ed una no, tra una serie di citazioni azzeccate (su tutte l'incipit ripreso da "I Predatori dell'Arca Perduta") e altre meno (il finale preso pari pari da "Ghostbusters", ma privo della sua carica apocalittica), vale davvero la pena scorrazzare per la galassia al fianco di questi strambi "Guardiani", sulla loro astronave battezzata in onore di Alyssa Milano mentre si ascoltano bombe del rock d'antan come "Moonage Daydream" o "Cherry Bomb".




EXTRA

Il cameo post-crediti è ormai diventato un must; questa volta è il turno di Howard the Duck, che intrattiene uno spassoso dialogo con Benicio Del Toro, omaggio a Steve Gerber.





Molto più difficile da notare è invece il cameo di un personaggio ancora più strambo:


Lloyd Kaufamn, fondatore, presidente regista principale della Troma, nonché mentore di Gunn, appare nella scena della prigione come uno dei reclusi; se infilare il re dello splatter trash in una produzione hollywoodiana da 170 milioni di dollari destinata al divertimento delle famiglie non è un colpo di genio, allora i colpi di genio non esistono.

giovedì 19 settembre 2013

Super- Attento Crimine!!!

Super

di James Gunn

con: Rainn Wilson, Ellen Page, Kevin Bacon, Liv Tyler, Michael Rooker, Nathan Fillion, Linda Cardellini.

Grottesco

Usa (2010)















Quando un genere, una corrente o un filone artistico viene "parodizzato", vuol dire che esso ha raggiunto la maturità o, quanto meno, l'apice di interesse che può suscitare; il filone supereroistico al cinema è stato oggetto di parodia a partire dalla seconda metà degli anni '00, con "Superhero- Il Più dotato degli Eroi", rilettura comica di "Spider-Man" (2002) sulla falsariga degli spoof del trio ZAZ; tuttavia, più che la rilettura in chiave comica della figura del supereroe, è stata un'altro tipo di visione parodistica ad affermarsi nel corso degli anni, ossia quella tesa a rileggere in chiave "realista" le gesta di eroi e superuomini, svelandone i lati più cattivi ed oscuri, talvolta finanche imbarazzanti; i tentativi più conosciuti si devono a pellicole come "Hancock" (2008) e "Kick-Ass" (2010), senza contare il mitico "Zebraman" (2004), pellicole mainstream pensate per il grande pubblico, che finiscono fatalmente per somigliare all'oggetto del loro stesso attacco (fatta eccezione naturalmente per il cult di Miike); è così nel solo cinema indie americano che la parodia grottesca trova la sua fortuna, con due piccoli film, veri e propri gioielli del genere: "Defendor" (2009) e sopratutto "Super" (2010).




"Super" riprende la classica storia delle origini da supereroe e la rilegge in chiave verosimile: Frank Darbo (Rainn Wilson) è un cuoco di fast-food felicemente sposato con la bellissima Sarah (Liv Tyler); quest'ultima nasconde un vizio fatale: è una tossicodipendente irredenta; per soddisfare la sua dipendenza, Sarah abbandona Frank e scappa da Jacques (Kevin Bacon), grosso spacciatore locale; per Frank sarà il viatico della follia: dopo una serie di visioni deliranti, decide di mascherarsi come "Crimson Bolt" e pattugliare le strade della città per ripulirle dal crimine e per salvare sua moglie dalle grinfie del boss; ben presto a lui si unirà Libby (Ellen Page) adolescente affascinata dalle sue gesta.




Come in "Watchmen" (2009) e "Kick-Ass" (2010), il supereroe viene posto sotto una luce verosimile, ai limiti dell'ordinario: Frank è un uomo qualsiasi, la cui vocazione viene innescata da un atto malvagio che subisce e che ne sprona la sete di giustizia; tuttavia, Gunn non idealizza mai il suo personaggio: Frank non ha lati positivi e non risulta mai simpatetico; non è un eroe, nè un idealista: è solo uno psicopatico, un individuo che crede di poter aggiustare i mali e i torti con la violenza; di conseguenza il film non scade mai nel supereroistico puro e rimane compatto sulla via del grottesco per tutta la sua durata; grottesco che si sostanza, oltre nelle scene di pattuglia, sopratutto nelle visioni demenziali del protagonista, su tutte quella della "creazione", misto delirante di visioni religiose e reminiscenze tentacle rape.
Al pari di Frank, anche gli altri personaggi sono sporchi e scomodi: Libby, novella Robin, non è una macchina da guerra plasmata da un folle, ma una semplice adolescente annoiata ed irrequieta che sfoga i suoi istinti repressi mediante la violenza metropolitana; Sarah, lungi dall'essere la Mary Jane di turno, è solo una tossica persa, a cui ogni forma di redenzione viene negata; Jacques, infine, è un villain ordinario, un comune spacciatore, emblema di quella criminalità vera e disturbante di solito ignorata nelle storie di supereroi.




James Gunn, qui al suo secondo lungometraggio dopo la commedia horror "Slither" (2006), viene dritto dritto dalla factory della Troma e si vede: il suo stile è diretto e crudo, mostra la violenza senza filtri e in modo iperrealistico; il suo stile grottesco è crudele e il cattivo gusto non manca, ma viene subordinato alla narrazione, mai messo in mezzo per il solo piacere di disgustare; riesce persino nell'impresa di scioccare proprio grazie all'iperrealismo della violenza, che quindi non è mai davvero ludica, nonostante i toni apparentemente leggeri. Il risultato è una pellicola forte, che picchia duro alla testa e sopratutto allo stomaco, garantendo emozioni dall'inizio alla fine.
Da manuale è inoltre il suo gusto per il cast: il comico Rainn Wilson è semplicemente perfetto nei panni del giustiziere psicopatico, mentre Ellen Page sfoggia un'inedita versione sexy del suo solito personaggio, la nerd sottomessa.




Non tutto però fila per il verso giusto la critica verso le istituzioni religiose è scialba e non graffia come dovrebbe; così come il confronto tra l'eroe e il villain, che si risolve si n un vortice di violenza e cattiveria, ma che manca di una catarsi efficace per descrivere lo stato di psicopatologia di Frank, di fatto cattivo quanto il suo avversario. Nonostante questi difetti, "Super" rappresenta la parodia più efficace del filone supereroistico degli anni '00: crudo, cattivo ai limiti dello spietato e per questo dannatamente divertente.