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domenica 25 febbraio 2018

Mute

di Duncan Jones.

con: Alexander Skarsgaard, Paul Rudd, Justin Theroux, Seyneb Saleh, Noel Clarke, Dominic Monaghan, Nikki Lamborn, Anja Kaminski.

Noir/Cyberpunk

Inghilterra, Germania 2018

















Un progetto a lungo inseguito, quello di "Mute", che Duncan Jones mise in cantiere già all'indomani dell'uscita del suo esordio "Moon"; un progetto che doveva essere il riscatto di un autore che con "Warcraft" ha fallito nell'avviare un franchise e, ancora prima, nel creare un fantasy credibile.
Un film personalissimo, che Jones dedica ai genitori, in cui torna la figura paterna come martire predestinato, segno del suo rapporto difficile con il padre David Jones, alias David Bowie.
Un'opera che, come purtroppo spesso accade con i progetti più personali ed ambiziosi, scivola verso il baratro del malriuscito, senza mai riuscire a rialzarsi, schiacciata da una mole di ambizioni che restano sempre totalmente inespresse.




Se con "Moon" il punto di riferimento era il "Solaris" di Tarkovsky, in "Mute" Jones segue il tragitto di "Blade Runner" (anche se l'uso di auto d'epoca lo fa somigliare più ad "Innocence- Ghost in the Shell 2"); l'impianto è quello di un noir classico, che richiama alla mente anche il "Frantic" di Polanski: in un futuro cyberpunk, a Berlino, l'amish Leo (Skarsgaard) deve ritrovare l'amata Naadirah (Sayneb Saleh) e nella sua ricerca incrocerà Cactus Bill (un baffutissimo Paul Rudd), medico dell'esercito disertore che cerca con tutti i mezzi di lasciare il paese.




Una trama classica, cui si affianca uno svolgimento del tutto lineare, con un unico e duplice colpo di scena per tenere alta la tensione verso il finale.
L'enfasi viene posta più che altro sui personaggi. Da una parte Bill, sboccato ed irriverente genio della chirurgia, ammanicato con il sottobosco criminale berlinese, in grado di compiere ogni gesto malsano pur di dare un futuro alla propria figlioletta. Assieme a lui, lo stralunato Duck (Theroux), ingegnere della bionica nonchè pedofilo irredento, a formare una strana coppia di folli a spasso per la metropoli distopica.




Se lo spassoso duo Rudd-Theroux regge bene la scena, del tutto fuori luogo si rivela la scelta di Alexander Skarsgaard per il ruolo di Leo; un amish che si lascia tentare dalla modernità pur di ritrovare il grande amore della sua vita, che lo statuario interprete finisce per cementificare in giusto un paio di espressioni, una vera e propria maschera di cera che non riesce a comunicare quelle emozioni che si celano nel profondo del personaggio.
Miscasting a parte, è l'esecuzione della storia a lasciare davvero perplessi.




L'ambientazione futuribile non aggiunge nulla alla trama, anzi non si capisce come mai una storia del genere non sia stata ambientata in epoca contemporanea: tutti i temi che tocca non hanno nulla a che vedere con il cyberpunk o la fantascienza in generale e la scelta si rivela puramente derivativa, giusto per dare un tono ancora più cupo alla vicenda.
Trama che già dopo pochi minuti si rivela esilissima. Dopo una prima parte intimista (la più riuscita), Jones tenta malamente di costruire un mistery accumulando personaggi e situazioni viste e straviste, sino ad una forzatura ridicola quando si tratta di unire la storyline di Leo con quella di Bill: non  paga davvero quel punto di giunzione del tutto improbabile, così come ancora più improbabile è tutto l'ultimo atto, con una risoluzione degli eventi a dir poco convenzionale.




Ed anche al di là di uno script fallace, ci si accorge sin da subito come vi sia qualcosa di profondamente sbagliato in "Mute", attribuibile alla produzione targata Netflix: tutto il film ha il look di un episodio di una serie televisiva. La fotografia, pur curata, dona a tutte le immagini le sembianze di un prodotto smaccatamente televisivo, un video a 1080p piuttosto che un lungometraggio che ha mancato la sala solo per questioni distributive, difetto che non avveniva di certo con altre produzioni del colosso dello streaming, su tutte il bel "Okja" di Bong Joon-Oh. E come se non fosse abbastanza, a tratti gli effetti in CGI scadono nel trash, risultano vistosamente finti (come nel caso del robot lap dancer), come se non fossero stati ultimati.




Praticamente nulla risulta riuscito in questo strambo esperimento di sci-fi un pò nostalgica e parecchio derivativa. Un'occasione sprecata, un film piatto, improbabile e freddo che finisce inevitabilmente per scadere nel noioso.

lunedì 18 febbraio 2013

Moon


di Duncan Jones

Con: Sam Rockwell, Kevin Spacey, Dominique McElligott, Kaya Scodelario.

Fantascienza

Inghilterra (2009)

 


















Da qualche decennio a questa parte la fantascienza nel cinema ha subito un processo di ibridazione con altri generi che, a differenza di quanto accaduto anche in letteratura, ha portato la stessa ad una metamorfosi completa e alla perdita della sua intrinseca originalità; si pensi ad esempio agli innumerevoli fanta-horror usciti dalla fine degli anni '70 ad oggi (la saga di "Alien" in primis), o agli action con ambientazione futuribile ("Interceptor" o i terribili adattamenti di classici letterari quali "Io, Robot" e "Io sono Leggenda") o, sopratutto, ai fantasy con navi spaziali (l'infinita saga di Star Wars, che, per intenderci, con la fantascienza vera e propria non ha nulla ha che spartire); in sintesi: quello che era un genere strettamente codificato è divenuto l'emblema stesso del postmodernismo nell'accezione peggiore del termine; per fortuna Duncan Jones, figlio del mitologico David Bowie e al suo esordio nel lungometraggio, ci dimostra come la fantascienza "classica" abbia ancora molto da dire.


Ambientato interamente in una stazione mineraria lunare, "Moon" segue le vicende di Sam Bell (Sam Rockwell), unico operio sul satellite; giunto quasi alla fine del suo contratto di lavoro, Sam comincia ad essere preda di attacchi di panico e strane allucinazioni: sta impazzendo o non è davvero solo lassù?
Su una storyline da thriller, Jones innesta una trama totalmente introspettiva: il mistero alla base della storia è svelato nei primi minuti della pellicola; quello che interessa davvero all'autore non è spaventare o intrigare lo spettatore con i soliti mezzucci o con l'originalità dell'ambientazione: Jones scava nella mente del protagonista e nelle sue angosce tramite un percorso che porta lo stesso a confrontarsi con le sue certezze ed i suoi limiti; non ci sono mostri da sconfiggere, nè veri colpi di scena: tutto la vicenda poggia sulle azioni e reazioni del personaggio; Jones, in pratica, ripulisce il genere di partenza da ogni influenza postmoderna: la fantascienza torna ad occuparsi di scenari futuri credibili (la crisi energetica che porta a cercare nuove fonti di risorse) e, sopratutto, dei misteri dell'uomo, della sua natura e della sua identità; la bravura del regista sta anche nell'evitare ogni forma di derivatività: non si rifà mai totalmente ai classici del passato; sebbene possano siano forti le influenze di "2001: Odissea nello Spazio" e sopratutto "Solaris" (quello di Tarkosky, non l'orrido remake con George Clooney), Jones si distacca dai modelli evitando di ragionare per massimi sistemi e restando ancorato alla vita privata del protagonista, ai suoi sogni e alle sue aspettative individuali.



"Moon" è un film coraggioso e riuscito, purtroppo poco conosciuto dal grande pubblico e che per questo merita di essere (ri)scoperto da tutti quello che pensano che la fantascienza al cinema possa generare solo film con robottoni ritardati che fanno battutacce a caso o horror con mostri assortiti.