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mercoledì 5 ottobre 2022

The Munsters

di Rob Zombie.

con: Sheri Moon Zombie, Jeff Daniel Phillips, Daniel Roebuck, Richard Brake, Jorge Garcia, Cassandra Peterson, Sylvester McCoy, Tomas Boykin, Catherine Schell, Dee Wallace.

Commedia/Fantastico

Usa 2022













Il povero Rob Zombie non ha davvero pace. Ritenuto in patria come un regista a dir poco pessimo (su YouTube si sprecano i video d'odio verso "Halloween II" in particolare), costretto a lavorare con budget ridicoli raccolti solo grazie al crowfounding e reduce dal suo film peggiore, sta davvero attraversando una fase della sua carriera che definire straziante è riduttivo.
Poi arriva la Universal e gli affida il progetto di un adattamento cinematografico della mitica sit-com "The Munsters", della quale pare lui sia anche un fan sfegatato. Una manna dal cielo vera e propria, troppo bella per essere vera. E infatti non lo è: la produzione avviene per il tramite della succursale "Universal 1440 Entartainement", specializzata in produzioni low-budget e straight-to-video o streaming; e infatti il film salta la sala e arriva direttamente su Netflix e in home video, come un B-Movie d'accatto qualsiasi. E questo dopo una produzione prolungatasi per parecchi mesi, anche a causa delle riprese svoltesi in Ungheria per salvare soldi, a causa di un budget al solito miserevole.
Come se questo non fosse abbastanza, le reazioni del pubblico al primo trailer sono state a dir poco disastrose, accusando il film di essere una "poverata"... quando di fatto lo è, tanto che persino Zombie è dovuto intervenire spiegando come la voce secondo la quale il budget fosse di oltre quaranta milioni di dollari è in realtà una bufala, ecco il perché del look povero del film. Anche se la ragione è anche un'altra: il film era stato pensato per essere girato in bianco e nero e solo in un secondo momento si è deciso di aumentare artificialmente l'intensità dei colori per citare l'estetica degli horror in technicolor della Hammer, piuttosto che la monocromia dei classici della Universal. Il che non ha pagato visto la natura digitale delle immagini.
Ad oggi, telecomando alla mano, occorre dunque essere sinceri e chiedersi: questo omaggio ai mostri più simpatici della tv è davvero malriuscito?




"The Munsters" arriva sulle tv americane nel 1964 (in Italia a partire dalla fine del decennio) e conquista subito le platee. Un progetto che nasce da due fonti di ispirazioni ovvie: da un lato, il successo dell'adattamento televisivo de  "La Famiglia Addams", dall'atro di quello delle trasmissioni dei classici horror della Universal degli anni '30 e '40. La famiglia Munster (in Italia simpaticamente riabattezzata "De Mostri") altro non è se non un nucleo famigliare composto dalle classiche maschere del horror gotico: Herman è il mostro di Frankenstein, il nonno altri non è se non il conte Dracula in persona, la mamma Lilly una vampira e il figlioletto Eddie un licantropo dal make-up classico. Oltre ovviamente all'inserimento, forse geniale, del personaggio di Marilyn, la nipote che incarna la tipica bellezza della fidanzatina d'America, bionda e dolce, ma che viene considerata dai consanguinei come una povera creatura deforme.




La riuscita è dovuta tanto ad una scrittura brillante, quanto ad un cast affiatato: Fred Gwynne nei panni di Herman Munster è semplicemente irresistibile con il suo sorriso candido da eterno bambino, Yvonne De Carlo dimostra un'ottima tempistica comica che si sposa magnificamente con la sua bellezza, mentre Al Lewis, già in coppia con Gwynne in "Car 54, where are you?", è una macchietta di inarrestabile comicità. Tanto che alla fine, da prodotto derivativo nato sulla scia di successi altrui, "The Munsters" diventa un legittimo cult dotato di una propria identità precisa e le maschere che ripropone diventano a loro volta dei personaggi autonomi, con i loro tic ed una caratterizzazione originale, finendo per incantare praticamente ogni tipo di spettatore.
Tanto che, nonostante la cancellazione dopo 70 episodi e appena due stagioni, i Munster non sono mai scomparsi davvero scomparsi dagli schermi americani: del 1966 arriva un primo film televisivo, "Munsters Go Home!", nel 1970 è il turno dello special a cartoni "The Mini-Munsters", nel 1988 arriva un sequel, "The Munsters Today", che trasporta i personaggi originali negli anni '80 e va avanti per ben tre stagioni, mentre negli anni '90 arrivano due special televisivi "Here Comes the Munsters" e "The Munsters' Scary Little Christmas". 
Questo fino ad arrivare al 2013, quando un primo tentativo di reboot viene provato da Bryan Fuller con "Mockinbird Lane"... fallendo miseramente. Se in origine i Munster erano i volti del cinema horror classico, qui diventano dei fotomodelli dai volti perfetti e dai fisici mozzafiato; Herman in particolare è un Jerry O'Connell che sfoggia unicamente uno sfregio sul collo, alla faccia dell'iconografia del personaggio, mentre Marilyn da dolce ragazza normale diventa una sorta di Mercoledì Addams bionda. E come se questo non bastasse, il tono è schizofrenico, alternando sequenze comiche (comunque poco riuscite) ad una sottotrama serissima sul piccolo Eddie alle prese con l'accettazione della sua natura mostruosa. Non stupisce che a questo pilot non sia seguita una serie e ad oggi l'unico vero motivo di interesse verso questa stramba operazione risiede nell'ottima performance di Eddie Izzard nei panni del nonno, ma si sa che Izzard è uno di quegli attori in grado di salvare qualsiasi cosa.
Tanto che, forse, alla fin fine parte dello scetticismo verso il film di Zombie deriva anche da questo fallimento, che ha in parte leso l'eredità della sit-com. Oltre ovviamente al grosso scetticismo che si porta dietro da solo. Quindi urge ancora chiedersi: questo reboot è davvero così orrendo come si vuole fare credere?
Fortunatamente no, ma il fatto che sia così odiato è comprensibile.




Bloccato dal divieto di girare il film in bianco e nero, Zombie decide di calcare la mano ed elevare l'atmosfera leggera della serie al livello successivo, ossia dritto nel camp più puro. Tutto è esagerato, urlato a mille, dalla recitazione alla fotografia tutto è ammantato in uno stile eccesivo e kitsch. La fotografia riprende l'estetica del gotico baviano e della Hammer e la porta alle estreme conseguenze: la Tansylvania dei Munsters è un caleidoscopio di colori tra trip di LSD nel quale si muovono personaggi caricaturali, il cui look è al contempo elaborato e cheap. E Zombie riscopre anche l'uso del front projection in intravision che abusava nei suoi vecchi videoclip per creare sfondi palesemente finti, che fanno somigliare il tutto ad un sogno demenziale.




Il cast segue a ruota l'indirzzo camp e regala performance caricaturali sino al cartoonesco; Sheri Moon, in particolare, è una Lily Munster che sembra uscita da uno spot pubblicitario d'epoca, fatta di mossette e vocetta; il che non è un difetto, anzi rende questo strambo ensamble di maschere ancora più adorabili; mentre Jeff Daniel Phillips e Daniel Roebuck non fanno rimpiangere Fred Gwynne e Al Lewis, soprattutto a causa della differenza tra questi personaggi e quelli della serie.
Padroneggiare a dovere il camp non è facile (Joel Schumacher ne sapeva qualcosa) e spesso può portare al ridicolo involontario piuttosto che all'umoristico legittimo. Zombie riesce a restare sempre in bilico tra i due, ma la scelta di caricare a mille l'umorismo e di creare una visione esagerata può tranquillamente risultare indigesto. Anche se di fatto i veri difetti di questo revival sono altri, ossia lo script e il ritmo.




Zombie decide di creare un ideale prequel alla serie, raccontando come Herman e Lily si sono conosciuti, sposati e trasferiti al 1313 di Mockinbird Lane a Los Angeles; assistiamo così alla creazione di Herman, al suo incontro con la futura consorte e ad un'inedita rivalità con il futuro suocero. E la storia finisce praticamente qui: non ci sono veri ostacoli, non ci sono veri antagonisti, né veri conflitti. La sottotrama sui guai combinati da Lester (Tomas Boykin), licantropo figlio reietto del Conte e casinista irredento, non porta davvero a nulla e serve solo come scusa per far trasferire il trio di personaggi in America; così come la rivalità tra Herman e il nonno si dissolve di punto in bianco. Poco o nulla viene raccontato, tanto che alla fine sembra di assistere a dei canovacci pensati per singoli episodi da venti minuti l'uno cuciti insieme per formare un lungometraggio.
Il che non sarebbe neanche male se il ritmo fosse adeguato. Purtroppo la regia inciampa nella costruzione della narrazione sia generale che delle singole scene, le quali sembrano dilatate sino all'inverosimile, mancando del brio necessario per colpire e tenera alta l'attenzione.




Tutto sommato questo revival non è il disastro che in molti credono. Lo stile può non piacere, ma è adatto alla materia; e nonostante i difetti obiettivi, l'amore dell'autore verso la serie originale trasuda da ogni fotogramma, rendendo "The Munsters" un film poco riuscito, ma estremamente genuino.

giovedì 10 ottobre 2019

3 from Hell

di Rob Zombie.

con: Sheri Moon Zombie, Bill Moseley, Sid Haig, Richard Brake, Danny Trejo, Jeff Daniel Phillips, Pancho Moler, Dee Wallace, Clint Howard, Kevin Jackson, Tracey Leigh, Sylvia Jeffries, Emilio Riviera, Austin Stocker.

Usa 2019
















Avevamo lasciato i Devil's Rejects 14 anni fa, su una stradina di campagna, fiondati a mille kilometri all'ora verso il mito, in un'elegia del cinema horror reminiscenza de "Il Mucchio Selvaggio". Una morte che li elevava a icone di un cinema oramai e per la prima volta crepuscolare, ultimi eroi di un "genere" già allora morente. E nel frattempo molte cose sono cambiate: il successo della Blumhouse e della sua filosofia di horror a basso budget è riuscito a ridare linfa vitale al cinema d'orrore americano, almeno su di un piano squisitamente produttivo. Rob Zombie, dal canto suo, ha avuto una carriera di tutto rispetto, imponendosi come l'ultimo vero autore del cinema di tale genere. Ma la nostalgia verso quel branco di cannibali sboccati era forse troppa per resistere. Bruciata l'opportunità di trasportali nel simil torture porn "31", Zombie riesuma i suoi eroi per un ultima cavalcata, divertente ma, purtroppo, non all'altezza delle aspettative.



Crivellati da decine di colpi a testa, Baby (Sheri Moon Zombie), Otis (Bill Moseley) e il capofamiglia Capitan Spaulding (Sid Haig, nella sua ultima apparizione) riescono miracolosamente a sopravvivere alla loro cattura da parte delle forze dell'ordine. Otis e Spaulding vengono condannati a morte, sentenza eseguita però solo verso quest'ultimo; Baby è invece dichiarata folle e rinchiusa a vita in un manicomio criminale.
Dopo dieci anni dietro le sbarre, Otis riesce a fuggire grazie all'intervento del fratellastro Wilson "Wolfman" Coltrane (Richard Brake). I due riescono poi a liberare la sorella e fuggono in Messico, dove un altro confronto li attende...



Se con il capitolo precedente Zombie glorificava i suoi personaggi, ora si scontra con il lascito di quel mito. Scoperti i loro crimini, saliti alla ribalta durante il processo, i Firefly divengono celebrità, come successo con Charles Manson e Ted Bundy. Sapulding, in particolare, diviene perfetta maschera del circo mediatico che trasforma gli assassini in superstar, recitando un monologo che riporta alla mente quelli dei coniugi Knox di "Natural Born Killers", ma anche quelli di Amanda Knox.
Ma la critica, sottile e mai furibonda, verso una popolazione ammaliata dalla figura del male viene relegata al solo primo atto, in un film diviso in tre capitoli quasi a sé stanti.
Il secondo concerne solo la vendetta dei "3 dall'Inferno" verso i loro carcerieri, ed è qui che Zombie mostra il suo lato più anticonvenzionale. Le scene del massacro presso l'abitazione del direttore del carcere e della fuga dall'ospedale psichiatrico, così come quella del pestaggio fallito, vengono letteralmente smontate e rimontate in fase di montaggio, spezzettate in vere e proprie "schegge di follia omicida" che esplodono improvvisamente su schermo, per poi essere contestualizzate solo in un secondo momento. L'effetto è straniante e riesce a rendere la cattiveria dei personaggi ancora più feroce.
Peccato che, nel terzo atto, storia e messa in scena scadano nel convenzionale.



Come i pistoleri di Peckinpah, anche i cannibali di Zombie si spostano verso sud, oltre quel confine con il Messico che promette salvezza e libertà, solo per rivelarsi anch'esso ispido di violenza. Ma il confronto con una nemesi simile allo sceriffo Wydell del film precedente appare puramente pretestuosa, balzando fuori all'improvviso in una chiara carenza di idee. E l'esecuzione del massacro finale è meccanica e priva dell'ispirazione, nonché priva della brutalità che ha sempre contraddistinto i personaggi. Persino l'epilogo è fuori luogo, con quella camminata sgraziata in teoria trionfante, in realtà frettolosa conclusione degli eventi.



Anche a causa del budget ristretto, lo stile di Zombie si fa più secco; al bando lunghi e sinuosi movimenti di macchina, ora la messa in scena si compone esclusivamente di inquadrature sghembe, primi piani strettissimi e campi medi che incorniciano solo i corpi dei personaggi, tutti ottenuti con camera multipla; la plasticità cede il posto definitivamente al montaggio spezzato, il quale si rivela scelta felice quando si tratta di ritrarre l'efferatezza degli omicidi, ma decisamente anticlimatica durante la scena d'azione finale, la quale risulta si brutale, ma anche priva di vera tensione, divenendo subito fredda.



Manca, in definitiva, la vera ispirazione, come se Zombie avesse perso il feeling verso le sue amate creature, richiamate solo per un'ultima (ma si spera non ultima in definitiva) avventura, decisamente non altezza dei capitoli precedenti, né dei migliori esiti di un autore ancora oggi sin troppo sottovalutato.

lunedì 31 ottobre 2016

31

di Rob Zombie.

con: Sheri Moon Zombie, Jeff Daniel Phillips, Richard Brake, Malcolm McDowell, Meg Foster, Larence Hilton- Jacobs, Kevin Jackson, E.G. Daily, Jane Carr, Pancho Moler.

Horror/Splatter

Usa, Inghilterra 2016















Gli exploit di "Halloween" e "Halloween II" non hanno di certo giovato alla carriera di Rob Zombie: più che ricreare il mito di Michael Myers, hanno generato una reazione violenta da parte dei fanboys del killer con la maschera bianca, furiosi per il trattamento riservato al loro beniamino. E per quanto in parte riusciti (sopratutto il secondo film), rappresentano in un certo senso un passo indietro per un autore il cui stile è basato sulla rielaborazione personale di modelli classici piuttosto che nella riproposizione di stilemi ormai usurati.
Per questo con "Le Streghe di Salem" (2013), Zombie ha voluto cercare di fare qualcosa di nuovo: un horror più classico, lontano dalle derive splatter e disturbanti di "The Devil's Rejects" (2005), più concentrato sulle atmosfere sinistre e sul personaggio della protagonista. Esito riuscito e decisamente interessante, prova della sua versatilità.
Ma con "31", Zombie ritorna al suo cinema più viscerale, riprende in mano il registro splatter per elevarlo ad un gore ancora più efferato di quanto visto in passato e aggiunge alcune nuove influenze al suo stile. Il tutto in un film piccolo, costato appena un milione e mezzo di dollari (racimolati grazie al crowdfounding) e girato in 20 giorni; una pellicola volutamente poco ambiziosa, scarna fino alla scarnificazione, che gli permette di giocare in piena libertà con alcune mode moderne.




A fornire la base, questa volta, sono due serie in parte lontane dalle corde di Zombie; da un lato, quella di "Saw", l'unica vera saga horror generatasi nel corso degli anni '00, dal quale viene ripresa l'idea di un gruppo di persone intrappolate dentro un "dungeon" infestato di pericoli; mentre dall'altro vi è il fenomeno transmediale di "Hunger Games", dal quale viene ripresa l'idea di un gruppo di ricconi che assiste al massacro per il proprio ludibrio. Entrambi gli spunti vengono naturalmente rielaborati e calati in un contesto ancora più sinistro e disperato, lontano dalle derive umanizzanti che le hanno caratterizzate.
Vittime sacrificali sono cinque artisti itineranti, tra i quali figurano Meg Foster e ovviamente Sheri Moon, moglie e musa. La loro caratterizzazione è basilare e non aiuta al coinvolgimento: come i ragazzetti di "House of 1000 Corpses" (2001), non hanno tratti caratteriali forti; ma se nell'esordio Zombie lasciava volutamente i suoi personaggi su di un piano bidimensionale in quanto pura carne da macello, il ruolo da veri protagonisti qui giocato dalle vittime rende la visione fredda; non si riesce a parteggiare per loro, né si è più di tanto scossi dalla loro dipartita. "31" finisce così per essere una visione puramente intellettiva, dove il divertimento deriva più che altro dalla messa in scena.




Sempre dal passato torna il setting settentiano, il white trash e il gusto per la secchezza. Abbandonate le geometrie rigorose di "Le Streghe di Salem", Zombie torna a costruire le sequenze in modo brutale, con inquadrature strette e sghembe e montaggio serratissimo per accentuare l'atmosfera malata e sporca.
Il suo immaginario è simile a quello di "House of 1000 Corpses", con clown assassini e rifiuti umani folli, ma si colora anche di una nota inedita: un rimando, doppio, alle fantasmagorie felliniane e al nazisploitation con la figura di Sick-Head (Pancho Moler), nano nazista che apre le danze del massacro. Ma la sua creatura più riuscita è qui Doom-Head, sorta di "boss finale" del gioco, incarnato dal ghigno storto di Richard Brake, una specie di Joker del white trash e nuova icona del cinema di Zombie dopo Capitan Spaulding.
Nulla di nuovo sotto il sole, quindi: la trama basilare è puro pretesto per dar vita a sequenze macabre e crude, a dar sfogo al gore e alla cattiveria. I cattivi sadici e beffardi e le vittime brutalizzate fanno il loro gioco, nulla più nulla meno. Il tutto è quasi piatto, ravvivato dall'occhio dell'autore e dall'affiatamento del cast.




Ma pur puntando basso e sul sicuro, Zombie riesce a convincere grazie alla sua fantasia sadica e all'uso di un registro ancora più violento. Pur freddo e privo di sorprese, "31" è un film tutto sommato riuscito, folle e privo di speranza, cattivo e per questo estremamente divertente da guardare.




EXTRA


La critica gratuita, l'incapacità di un'analisi obiettiva, l'odio viscerale per tutto ciò che sia anticonvenzionale e lontano dai canoni: la mente dei fanboys è davvero un luogo ristretto e triste. Che finisce per sfociare nel ridicolo involontario quando decide di prendere di mira autori dotati di talento senza riuscire ad imbastire un discorso completo sul perchè dei loro fallimenti. E a Rob Zombie, in tal senso, è andata malissimo.
Basti vedere, in proposito, il canale YouTube di Horror Is Dead, dove l'utente dedica un'intero video di ben 30 minuti per distruggerne il lavoro. Senza riuscire mai a tirare fuori un ragionamento convincente che vada al di là del blando "fa tutto per soldi".



venerdì 21 ottobre 2016

Halloween II

di Rob Zombie.

con: Scout Taylor-Compton, Tyler Mane, Malcolm McDowell, Sheri Moon Zombie, Danielle Harris, Brad Dourif, Margot Kidder, Chase Vanek.

Usa 2009


















---CONTIENE SPOILER---

Molto probabilmente, Rob Zombie passerà alla Storia come uno degli autori più fraintesi dei suoi tempi. Perchè, malgrado lo status di cult di alcuni suoi film (almeno "The Devil's Reject" e si spera "31"), sono davvero in pochi, anche sul piano della critica specializzata, a comprenderne ed apprezzarne lo stile e la "filosofia". Il che lo accomuna ad un altro regista americano, il re dei cult John Carpenter, proprio lui, che anni dopo la creazione del remake di "Halloween- La Notte delle Streghe", bollerà Zombie come uno "stronzo", malcelando una forma di rabbia verso quell'operazione.
Remake che tutt'ora rappresenta la prova meno convincente del regista ex frontman dei White Zombie; e che nonostante questo fu un buon successo di pubblico, tanto da meritare un sequel, arrivato nel 2009 e diretto sempre da Zombie, nonostante la sua iniziale ritrosia ad un coinvolgimento diretto. "Halloween II", a differenza di quanto si possa immaginare, non è un remake di quel "Il Signore della Morte" (1981) che continuava le imprese di Michael Myers in modo diretto, ma una continuazione di quanto fatto da Zombie nel suo remake: un approccio più personale alla materia data che, nuovamente, né la critica né i fans del killer dalla maschera bianca hanno apprezzato, stroncandolo in pompa magna.
Eppure, questo bizzarro sequel, a scanso di equivoci, fraintendimenti ed aspettative tradite, è uno dei lavori più interessanti dell'autore, dove lo spaccato psicologico si fonde con istanze visionarie per creare un che di unico, imperfetto ma di ottimo impatto.





Dall'origjnario seguito "Il Signore della Morte" torna l'idea dell'incipit, quella di far cominciare il tutto nel momento esattamente successivo alla chiusura del primo film; in maniera analoga a quanto accadeva in "Halloween- The Beginning", una parte del film è dedicata a "rifare" l'originale, in questo caso il primo atto, remake, appunto, del sequel del 1981. Tolto l'ingombrante fardello di ricreare qualcosa di già visto unicamente per dare il via alla narrazione, Zombie ha questa volta carta bianca sul resto (anche se la versione del film uscita al cinema non è la Director's Cut, reperibile sono in Home Video ed il Italia fuori catalogo da anni) e decide subito di disfarsi di quanto visto: la maggior parte di quanto accaduto nel primo atto è un sogno febbricitante; le uniche cose realmente accadute sono la sopravvivenza di Laurie e il fatto che Michael Myers sia ancora vivo.
Questo perchè "Halloween II" non è uno slasher, né un horror; epiteti di generi che calzerebbero stretto al lavoro qui svolto. Di fatto, non c'è una progressione lineare nelle uccisioni (ancora meno che in "The Devil's Rejects"), né la ricerca di una forma di tensione orrorifica vera e propria.
Al centro di tutto ci sono i due protagonisti, Laurie e Michael, con la loro psiche deviata e sconvolta. Lo sguardo di Zombie si addentra così nelle loro menti, scandagliandone le visioni e le paure, finendo per lasciare sullo sfondo ogni contorno convenzionale.






Ed in modo ancora meno convenzionale, apre il film con la spiegazione del simbolismo: il cavallo bianco, forse ripreso dal Lynch di "Twin Peaks", è sinonimo di innocenza e ferocia. Due facce della stessa medaglia, come i due fratelli.
Michael ha ora un duplice aspetto, uno adulto, poco più di un mezzo, un involucro dentro il quale si agita il bambino, che adesso ha il volto pulito di Chase Vanek, dalle fattezze angeliche che sostituiscono lo sguardo malefico di Daeg Faerch. Un bambino che segue le istruzioni del fantasma della madre (ancora interpretata dalla bella Sheri Moon), alla ricerca di una congiunzione letale con la sorella. Michael è ora più che in precedenza mostro e vittima, io perduto in un limbo creato dalla privazione della figura di riferimento, la madre appunto, che nella sua visione finisce per incarnare la sua ferocia e il suo senso di affetto perso.




Laurie, d'altro canto, vive negli isterismi di una Scout Taylor-Compton quanto mai credibile; una ragazza la cui mente è stata fatta a pezzi dalla violenza e alla quale la rivelazione della parentela con il suo incubo concede un colpo finale verso la follia definitiva. Punto d'arrivo che diverge a seconda della versione del film alla quale si fa riferimento: nella Theatrical Cut la sua violenza si riversa su Michael, finendo per abbracciare essa stessa la devianza indossandone i panni per precipitare nella pazzia più pura tramite una ricongiunzione simile a quella perseguita dal fratello; mentre nella Director's Cut l'atto distruttivo si rivolge verso un esanime dottor Loomis, causa della rivelazione sulla parentela, ma non si consuma del tutto e negli ultimi istanti di vita la sua psiche va definitivamente in pezzi. In entrambe le versioni, è l'immagine finale a coronare l'arco distruttivo: la madre con il cavallo bianco fa visita anche a lei, chiudendo il cerchio e riunendola al fratello in modo indiretto, per il tramite di quella pazzia che il sangue ha permesso di condividere. Meno riuscita è invece la trovata di sottolinearne la caduta in disgrazia agghindandola come una rocker sudicia, che sembra uscita da una fiction della RAI.






Centro narrativo rivolto alla psicologia dei personaggi che non impedisce a Zombie di eccedere nella violenza: la brutalità delle uccisioni, la maggior parte gratuite, è incredibile; Michael ora distrugge le vittime con colpi ripetuti sino alla nausea per disintegrarne i corpi; la violenza è brutale, ma spesso lasciata fuori scena. Così come brutale è lo stile: ancora più secco rispetto a "The Devil's Rejects" e più sporco, grazie all'uso della pellicola 16mm gonfiata in post-produzione a 32 mm ed all'uso di un montaggio ancora più serrato e claustrofobico.






Le visioni di Michael e Laurie sono puro surrealismo visionario applicato all'horror; andando oltre la contemplazione del cinema di Tim Burton, Zombie riprende le istanze del gotico e le libera dai riferimenti baviani per dar loro nuova forma: purgate dal simbolismo più criptico, si fanno pura estetica goth applicata al cinema, veri e propri incubi rock nel quale far perdere i personaggi; e nel quale Zombie comincia a sperimentare il gusto per la geometricità che poi esibirà in quelle di "Le Streghe di Salem" (2012)







Gusto estetico e profondità di scrittura che non impediscono a Zombie di cadere in un paio di trappole: troppo ovvio il ruolo svolto da Loomis, tanto da essere in parte inutile; e troppo scontata la scena dell'incidente con l'ambulanza, quasi ridicola nella sua esecuzione.
Difetti di scrittura che però non spiegano l'incredibile astio riservato al film. La spiegazione è forse molto basica, pur nella sua eccentricità: "Halloween II" è un film troppo poco convenzionale per essere davvero apprezzato da chi si aspetta poco da un film di genere. Non concede nulla agli spettatori meno esigenti, se non gli inserti splatter. Devia totalmente da ogni forma di schematismo che ci si potrebbe aspettare dal sequel di uno slasher, filone del quale ignora quasi tutti gli elementi. Si concentra totalmente sugli archi narrativi interiori dei personaggi e non fa ricorso a trucchetti per aumentare la tensione.
Viene in mente, a tal proposito, la metafora sulle "divinità incazzate" coniata da Joss Wheadon in "Quella Casa nel Bosco" (2012): quando non si dà il giusto rituale in pasto agli spettatori, questi si adirano. Successe nel 1982 con il sottovalutato "Halloween III- Il Signore della Notte", è successo nuovamente nel 2009 con questo nuovo exploit sulla Notte di Ognissanti. Forse è anche per questo che da allora Michael Myers è finito in pensione: era impossibile riprendere la narrazione da dove Zombie l'ha lasciata, è del tutto impensabile rifare da capo l'ennesimo slasher uguale a mille altri. E forse è bene così: è meglio chiudere la serie con l'immagine di Laurie che fissa lo spettatore e ghigna, apice che difficilmente sarà doppiato.

venerdì 14 ottobre 2016

Halloween- The Beginning

Halloween

di Rob Zombie.

con: Tyler Mane, Scout Taylor-Compton, Malcolm McDowell, Sheri Moon Zombie, Daeg Faerch, William Forsythe, Danielle Harris, Brad Dourif.

Horror/Thriller

Usa 2007














Buffa sorte quella toccata alle icone della New Wave del horror americano; nate come strumenti per terrorizzare i benpensanti, inondando con fiumi di violenza grafica un genere stantio, si sono ritrovate, nel giro di pochi anni, ad essere non solo icone pop, ma anche perfetti marchi da rivendere al pubblico.
In questo senso, appare del tutto normale come a partire dai primi anni '00, ogni singolo film di quel periodo sia stato rifatto, in remake che si allontanavano totalmente dallo spirito dell'originale. Dopotutto, le condizioni sociali ed artistiche che avevano portato alla creazione di classici come "L'Ultima Casa a Sinistra" (1972), "The Texas Chainsaw Massacre" (1974) o "Nightmare- Dal Profondo della Notte" (1984) erano profondamente mutate nel corso dei decenni e non si poteva, di conseguenza, pretendere che pellicole nate con il solo scopo di capitalizzare sul nome di un successo passato fossero al pari dell'originale.




Se la Platinum Dunes di Michael Bay aveva già ricreato Leatherface nel 2003, con buoni esiti di pubblico ed in parte anche di critica, era solo una questione di tempo prima che anche l'imprescindibile "Halloween- La Notte delle Streghe" (1978) fosse sottoposto ad un restyling che lo privasse dell'anima. Dopotutto, già nel 2000 la serie era giunta ad un punto morto, con un settimo capitolo a dir poco disastroso, dopo che anni di sequel stanchi, storyline piatte e persino dopo che lo stesso John Carpenter aveva fallito nel tentativo di ridare linfa vitale alla saga con "Halloween III- Il Signore della Notte" (1982), con il quale si sarebbe dovuta trasformare in un'antologia dell'orrore. Resettare il tutto era la scelta più azzeccata dal punto di vista dei produttori e Malik Akkadd, subentrato al padre Moustapha che aveva finanziato l'exploit di Carpenter negli anni '70, decise di fare le cose in grande, affidando il progetto a Rob Zombie, autore che, a discapito dell'odio viscerale che la critica statunitense riversava sui suoi film, si era fatto un buon nome nel settore.
D'altro canto, la rielaborazione di modelli classici è tutt'ora alla base dello stile di Zombie; anche se, forse, il modello stra-abusato dello slasher era davvero troppo lontano dalle sue corde, così come la mitologia carpenteriana fatta di forze maligne incontrollabili e mitologia celtica. Zombie ha però carta bianca: ricrea da zero il mito di Michael Myers, rendendolo più terreno, vicino al suo mondo sudicio fatto di relitti umani sboccati e scorretti. E finché si limita a ricreare, il film funziona.




Tutta la prima metà può essere ribattezzata "Rob Zombie's Halloween" ed è un un suo film a tutti gli effetti. Ritorna il white trash, i personaggi lerci e sboccati, immersi ora nella quotidianità della suburbia americana. La famiglia Myers diviene il perfetto coacervo di tutti gli orrori familiari possibili ed immaginabili: un patrigno idiota e violento che vorrebbe allungare le mani sulla figliastra, una madre premurosa ma ridotta ai minimi termini, un'ambiente sporco, intriso nel cattivo gusto, in cui il "fuck" è un intercalare d'obbligo. E poi c'è Michael, al quale il piccolo Daeg Faerch dona uno sguardo finemente inquietante. Michael viene ripensato da zero: non più l'incarnazione del Male sceso in terra, ma un comune ragazzino logorato dall'ambiente in cui vive, il cui comportamento rispecchia quello di un ideale prototipo di devianza: la violenza è parte integrante della sua vita, forma di escapismo dallo squallore quotidiano; lo vediamo per prima cosa uccidere senza ritegno dei cuccioli, per poi avventarsi contro i bulli che lo perseguitano. La caratterizzazione diviene terrena, realistica, attenta a creare una parabola disgregativa verso la sua psiche, che cederà un pò alla volta verso la devianza totale.
L'omicidio della sorella Judith, centro nodale di tutta la vicenda, diviene ancora più sinistro, quasi una forma di reazione alla noia nel quale affoga; non è un sacrificio rituale, né una punizione per il libertinaggio (Michael non assiste agli amplessi con il ragazzo), ma pura estrinsecazione del male che lo divora.




La parte centrale, il ricovero di Michael presso l'ospedale psichiatrico, è poco più di un ponte verso la seconda metà del film, ma presenta lo stesso soluzioni interessanti. Il Dr. Loomis fa la sua comparsa e sveste i panni del lunatico uomo di scienza che ha ceduto dinanzi all'assoluto per raccogliere quelli più terreni di un medico incapace di scrutare la mente del suo paziente. Il volto di Malcolm McDowell è perfetto per il ruolo: un ex hippie, totalmente convinto che la medicina psichiatrica possa essere la chiave per scandagliare ogni parte dell'esistenza, fronteggia un fallimento, una caduta dinanzi alla più terrena delle infermità.
Vediamo per la prima volta Michael consumarsi, chiudersi nel mutismo della ragione, costruirsi nuovi volti per tenere alla larga lo sguardo indagatore di Loomis dal suo subconscio, fino alla crisi finale: la morte della madre (Sheri Moon Zombie, che dimostra doti drammatiche incredibili), l'unico punto di riferimento nel mondo, distrugge ogni appiglio verso la sanità e lo reclude definitivamente alla mercé del suo Io più distruttivo.






Ed è qui che la visione di Zombie si esaurisce, si arresta sul terreno del nuovo per retrocedere a quello del già visto. Il "Rob Zombie's Halloween" cambia pelle e diviene il più classico e trito remake dell'originale. Tornano tutti i punti dello script di Carpenter e Debra Hill, condensati in appena 50 minuti di pellicola, rendendo impossibile per qualsiasi spettatore affezionarsi davvero a personaggi ed eventi.
Torna Laurie Strode, che ha ora il volta da bambina di Scout Taylor-Compton, così come l'improbabile storyline di una sua parentela con l'assassino, ripresa da "Halloween II- Il Signore della Morte" (1981). Torna la sua amica Annie, che ha il volto di quella Danielle Harris che da bambina fu la vittima dei vari ritorni e maledizioni di Michael Myers. Torna lo sceriffo Brackett, che ha ora il volto del veterano Brad Dourif, in scena per una manciata minuti ed in coppia nuovamente con Loomis, il cui ruolo di Van Helsing di provincia questa volta con convince più di tanto. Torna la maschera di William Shatner, resa più sporca e polverosa. Tornano persino le location californiane a fare da "body double" per l'Illinois, le stesse del 1978. Ma questi ritorni non sono che ombre, quasi semplici easter-egg che tolgono ogni profondità alla narrazione.
Lo schematismo dello slasher più puro calza stretto a Zombie, il quale non sa come muoversi al suo interno. Deve percorrere un sentiero pre-tracciato dal quale non può virare: la "notte delle babysitter" deve fare il suo corso, deve aversi la medesima successione nelle morti, deve aversi il medesimo confronto finale tra la final girl ed il mostro. Ogni variazione è minima, ogni volo pindarico, rielaborazione o variazione bandita.
E come in una sorta di crisi di ispirazione, Zombie, forse nel tentativo di dare una forma di personalità ad un prodotto industriale, fa parlare anche i personaggi della classe media come degli zotici sboccati: Laurie confessa scherzosamente alla madre le attenzioni erotiche di un professore e con le amiche si diverte a riempire di insulti lo stalker Michael, ammazzando la sospensione dell'incredulità.







Il remake fa il suo corso; le variazioni sono minime: il Dr. Loomis trova una morte temporanea in una sequenza a dir poco ridicola, Laurie viene inseguita forsennatamente dal babau per poi essere lei ad infliggergli il colpo fatale. Il Michael di Tyler Mane, a discapito dell'ingombrante presenza fisica, esegue il cerimoniale delle morti in modo ordinario, privo di originalità nell'esecuzione delle uccisioni, un pò in ossequio allo spirito realista del film, un pò in omaggio a quanto visto in passato. E Zombie non controlla la narrazione, né l'estetica: l'uso della camera a mano e del montaggio veloce non paga; questa volta le gesta del killer non sono inscenate negli assolati deserti del Texas, ma nei bui anfratti di una villa in decadenza; l'effetto è straniante: sembra di assistere ad un action di Michael Bay immerso in un contesto horror, tanto è la goffaggine grammaticale.






E alla fine, questo remake di "Halloween" finisce per fare il suo sporco lavoro: rivendere il marchio al pubblico per il tramite di un film che è l'ombra del suo originale; pallido, esangue, privo di mordente, si caratterizza per il solo tramite di quei primi 50 minuti davvero sorprendenti. Per il resto è pura routine, nonché l'esito peggiore nella carriera di Rob Zombie.

sabato 8 ottobre 2016

La Casa del Diavolo

The Devil's Rejects

di Rob Zombie.

con: Sid Haig, Bill Moseley, Sheri Moon Zombie, William Forsythe, Ken Foree, Leslie Easterbrook, Matthew McGrory, Michael Berryman, Danny Trejo.

Usa, Germania 2005


















Il successo de "La Casa dei 1000 Corpi" (2003) ripagò in pieno l'esiguo investimento della Lionsgate. Rob Zombie, al suo primo film, ottenne un buon riscontro di cassetta e riuscì ad assicurarsi il beneplacito di uno studio che, pur lontano dai fasti odierni, ben poteva giovare alla sua carriera. Tanto che il suo secondo film "The Devil's Rejects", arriva ad appena due anni dal suo esordio, in quell'estate del 2005 aridissima per il genere orrorifico.
Secondo lungometraggio che riprende i personaggi di quel buon esordio, la folle famiglia Firefly, per espandere il discorso para-nostalgico del cinema dell'orrore che fu verso territori nuovi, inediti. Laddove ne "La Casa dei 1000 Corpi" i punti di riferimento erano totalmente interni al "genere" orrorifico, in "The Devil's Rejects" Zombie si rifà ad un altro "genere" prettamente americano, il western, in particolare a quello di un autore che sulla carta non aveva nulla della sua poetica: Sam Packinpah. Il risultato è il suo film più originale, pur nei limiti della sua operazione di assimilazione di fonti esterne, nonchè, ad oggi, il più riuscito.






Ma prima di virare verso il western, "The Devil's Reject" parte proprio dal medesimo spunto del suo predecessore, il capolavoro di Tobe Hooper "The Texas Chainsaw Massacre" (1974), in particolare il suo stralunato (ed oggi fin troppo apprezzato) sequel del 1986; da qui viene ripresa l'idea di partenza, quella di uno sceriffo matto che da la caccia alla famiglia di killer; lo sceriffo Wydell (Forsythe) e la sua vendetta per l'uccisione del fratello (interpretato da Tom Towels, che qui torna nelle vesti di una visione) rappresentano l'incipit nonché l'unico vero punto di collegamento tra il film e il cinema horror tout court.
Tolta la premessa, è già dalla prima scena che l'attenzione di Zombie si sposta nei territori del western crepuscolare; prologo ed epilogo sono riproposizioni virate all'eccesso dei due capolavori di Peckinpah: l'assalto alla casa dei banditi con cui si apriva l'elegiaco "Pat Garrett & Billy the Kid" (1973), nonchè il massacro finale degli eroi de "Il Mucchio Selvaggio" (1969). Tutto quello che c'è in mezzo è pura sperimentazione, scompaginazione volontaria di ogni schematismo immerso in un'atmosfera ancora più sporca e lurida.




Il "white trash" di "The Devil's Rejects" non è dato dalla sola ambientazione e dai personaggi, ma sopratutto dalla fotografia. Al bando i movimenti di macchina fluidi (presenti in appena qualche raccordo) e la composizione geometrica dell'inquadratura, tutto il film è girato quasi esclusivamente con camera a mano e costruito con un montaggio spezzato, a tratti schizofrenico; mentre la fotografia si sgrana e si riempe di colori slavati, come quelli di una vecchia pellicola da due soldi invecchiata male. Due anni prima del tarantiniano "Grindhouse" (2007), Zombie riprende il look dei vecchi horror da drive-in, ma anzicchè ricrearne artificiosamente la patina a fini nostalgico-omaggistici, lo trasforma in strumento per rendere la visione più lurida, per aumentare lo squallore dell'atmosfera decadente, trasformando gli esterni texani in un vero e proprio immondezzaio a cielo aperto nel quale far muovere i suoi folli personaggi.






Personaggi che divengono ancora più malati e disturbanti. Lasciatosi alle spalle le leggende urbane del Dr.Satana e i riti satanici crawleyani del suo esordio, Zombie riplasma le sue icone in assassini psicopatici senza redenzione alcuna. L'intera sequenza centrale, con il sequestro del gruppo country, è una vera e propria antologia di bassezze e cattiverie spicciole in grado di disturbare in modo genuino anche lo spettatore meno sensibile. Il tutto lasciando lo splatter confinato in pochissimi fotogrammi: a far da padrone è qui la cattiveria più basica e terrena.






Ma dopo un'ora passata ad intessere questa cattiveria pura e manichea, Zombie decide di cambiare registro ed invertire i ruoli. Lo sceriffo Wydell passa idealmente dall'altro lato della barricata trasformandosi in un vigilante violento e pazzo come gli assassini che persegue. Mentre i Firefly vengono elevati ad icona sacra; non si tratta di idealizzare il male, né di cercare un che di buono in pugno di personaggi lerci, quanto quello di creare un'epica con al centro un gruppo di cattivi, di perfette maschere del cinema horror, al fine di cantarne la distruzione.
Il massacro finale, l'omaggio al Peckinpah più disperato e pessimista, è elogio funebre per un modo di intendere il cinema del terrore scomparso, una veglia funerea per un mondo distrutto da una modernità blanda e priva di ispirazione. Un'uscita di scena esplosiva al pari di quella del modello di riferimento, in grado di smuovere ad una forma di commozione intellettuale inusitata.






"The Devil's Rejects" in fondo è questo: un omaggio viscerale e pulsante ad un genere che il tempo ha distrutto, che la poca fantasia e la mancanza di ispirazione hanno seppellito sotto la mediocrità. Un omaggio lontano dalle derive più facili, più inutilmente nostalgiche, che colpisce gli spettatori in faccia in modo duro e diretto al pari di quanto facevano quelle pellicole che tanto rimpiange. Un omaggio di una compattezza stilistica inusitata, totalmente libero nella forma, scevro da ogni facile moralizzazione e mai compiaciuto. In un certo senso, un vero esempio da seguire.

sabato 1 ottobre 2016

La Casa dei 1000 Corpi

House of 1000 Corpses

di Rob Zombie.

con: Sid Haig, Sheri Moon Zombie, Karen Black, Bill Moseley, Erin Daniels, Matthew McGrory, Rainn Wilson, Tom Towles, William Bassett, Walton Goggins, Dennis Fimple.

Horror

Usa 2003














Quando un giovane filmmaker esordisce al cinema sfoggiando uno stile proprio, basato sulla citazione di stili e stilemi del cinema di genere passato, lo si etichetta sovente e non senza un malriposto entusiasmo come "il nuovo Quentin Tarantino"; epiteto spesso usato a sproposito, verso registi che si limitano a riprendere gli aspetti più superficiali dello stile del cineasta di Knoxville nella speranza di venire osannati nei festival. Pochi sono stati davvero in grado di riprendere il "non-stile" tarantiniano, ossia di rielaborare in modo personale influenze eterogenee per creare uno stile proprio, immediatamente riconoscibile, in grado di spezzare le convenzioni estetico-narrative della cinematografia contemporanea e che vada, di conseguenza, al di là del semplice post-modernismo citazionista di facciata. Di fatto, uno dei pochi cosi in cui l'aver appioppato tale epiteto ad un regista risulta azzeccato è stato (nel bene e nel male) quello di Robert Rodriguez, con il quale Tarantino tanto ha avuto a che fare.
In pochi, tuttavia, si sono accorti che l'unico vero "nuovo Tarantino" emerso nel corso dei decenni sia stato un altro, un filmmaker che davvero non bada a compromessi, fautore di una poetica colta, post-moderna e del tutto personale e se non proprio originalissima, quanto meno lontana dai blandi standard odierni: Robert Cummings, meglio conosciuto come Rob Zombie.




Cineasta che nasce come rocker, frontman dei White Zombi (nome che già riecheggia la sua viscerale passione per la Settima Arte) e artista indiscusso nel panorama del industrial metal e del post punk. Dagli esordi nel 1985 sino ai primissimi anni del 2000, Zombie era semplicemente un apprezzato sperimentatore musicale che si dilettava ad omaggiare i classici del horror nei suoi concerti, come l'inclusione del mostro di "The Phantom Creeps" (1939) sul palco durante l'esecuzione di alcuni suoi brani. Questo finchè nel 2001 non è riuscito a dirigere il suo primo lungometraggio, "House of 1000 Corpses", distribuito solo a partire dal 2003.
Ritardo distributivo tutto sommato comprensibile: la Universal, che deteneva i diritti per la release, davvero non sapeva come vendere questo strambo horror, troppo truce, cattivo e spiazzante per far leva su di un pubblico generalista anestetizzato da slasher ripetitivi e privi di anima e che di lì a poco si sarebbe fatto conquistare dall'esausta ripresa degli stilemi dello j-horror negli infiniti remake americani di originali nipponici. Sorte migliore è toccata alla Lionsgate, che acquisì i diritti di distribuzione per pochi dollari riuscì a venderlo a seguito dell'immenso successo del remake di "The Texas Chainsaw Massacre" del duo Niespel-Bay; il che è un paradosso se si tiene conto che il film di Zombie era già di per sé una specie di remake del capolavoro di Tobe Hooper, fatto prima e stilisticamente più interessante.




Ma l'etichetta di "remake" è quantomai fuorviante: proprio come Tarantino, Zombie assimila i punti di riferimento e li reinventa in modo personale. Partendo dal palinsesto della storia del film di Hooper, vi innesta influenze burtoniane e condisce il tutto con reminiscenze del suo passato da musicista. Il risultato è imperfetto ma strabiliante: un viaggio acido ed iperviolento nei meandri di quel horror viscerale, cattivo e sporco della Golden Age anni '70, filtrato da un occhio divertito, che non si fa scrupoli a preferire le figure dei cattivi su quelli delle vittime.
Quello di "House of 1000 Corpses" è un vero e proprio tour in un universo filmico altro, in un mondo perduto rievocato per il tramite di un moderno imbonitore. La scena nel quale il gruppo di ragazzetti entra nel tunnel degli orrori di Capitan Spaulding è emblematica: un Bianconiglio dell'orrore ci accompagna in un viaggio allucinante che rievoca in modo spettacolare e spettacolarizzato un cinema perduto nei meandri dello spaziotempo, Un cinema dimenticato, talmente assimilato nella coscienza collettiva da aver perso quella visceralità che lo connotava.






Per questo Zombi parteggia per i suoi villain, per quella disgustosa e sudicia famiglia di assassini seriali texani folle ed irredenta che incarna a dovere lo spirito iconoclasta dei '70s. E lo dimostra in modo diretto: il prologo è tutto incentrato sulla sua creazione più celebre, quel Capitan Spaulding che è puro atto di amore verso il cinema tutto; un assassino uscito dritto dall'immaginario horror anni '70, il cui nome deriva dagli sketch dei fratelli Marx, interpretato da quel Sid Haig che era figura fissa dell'exploitation e che qui diviene emblema stesso di quel cinema, elevato per la prima volta ad icona vera e propria. La narrazione viene introdotta prima dal punto di vista di Spaulding, affaccendato in una sequenza volutamente distaccata dal resto della storia, utile a settare atmosfera e caratteri. Lui, il cattivo, figura sinistra e vagamente inquietante, sbeffeggia due rapinatori zotici prima di freddarli. La cattiveria diviene forma espressiva predominante: lo spettatore sa già cosa aspettarsi per il resto della pellicola.





Spaulding è però sono il primo "mostro" ad essere presentato e neanche il più inquietante. Questo ruolo spetta di fatto a Otis, interpretato dal Bill Moseley di "Non Aprite quella Porta 2" (1986) che da qui diverrà anch'egli icona horror. Il suo personaggio è quello più spiazzante: un assassino seriale che trasforma le sue vittime in grottesche opere d'arte, omaggio a quel body horror settentiano che introduce un aspetto ancora più disturbante; killer che al pari del Leatherface hooperiano, si rifà ad Ed Gein per la predilezione necrofila.




Non meno inquietanti sono le due donne della famiglia Firefly, la bellissima Baby, interpretata con trasporto da Sheri Moon, all'epoca già consorte del regista, e la Mamma, folle capofamiglia che ha il volto della compianta Karen Black. Due donne belle eppure genuinamente pazze, che rappresentano il volto più conturbante di quel "white trash" americano che nelle mani di Zombie diviene cifra estetica.
A completare la collezione di rifiuti sociali troviamo lo sboccatissimo Nonno (Dennis Fimple) e il figlio più piccolo, il gigantesco Tiny (Matthew McGrory), gigante semiritardato dalla presenza opprimente nonostante la sua funzione di "coscienza" parziale.
Una gallery di personaggi semplicemente perfetta. La famiglia Firefly è al contempo omaggio sentito al passato e, appunto, rielaborazione dello stesso in una forma diversa, ancora più acida e perversa eppure incredibilmente vicina a quella realtà fatta di freaks sfatti e brutture sociali che tanto ispirarono l'orrore americano.




I "normali" sono invece le figure volutamente più piatte, trasformati in veri e propri "sacrificabili", carne da macello utile solo al massacro. Nessuno di loro ha una vera caratterizzazione e si adagiano sui luoghi comuni dello slasher. Non quelli, più secchi e immediatamente riconoscibili, della tradizione anni '80, bensì di quella anni '70: non ci sono figure quali il nerd o il fattone, solo ragazzotti un pò stupidi ed allupati.
Unica eccezione è il personaggio di Denise, la final girl, vittima preferita delle cattiverie di Otis, che nel terzo atto si tramuta in una Alice nel paese degli incubi, precipitando nella proverbiale tana del Bianconiglio, che ha la forma di una tomba. Denise è la ragazza più sveglia e furba del gruppo, ha il maggior screen-time, ma anche lei viene volutamente modellata sulle forme della tradizione.




E Rob Zombie conduce il tutto con divertimento. Il gusto per la citazione è sottile, gli elementi di riferimento non sono sbandierati, ma assimilati totalmente. L'uso delle luci dai colori accesi ed irreali è un chiaro riferimento all'immortale cinema di Mario Bava, mentre la simpatia verso gli outsider e l'uso di un registro para-fantastico nell'ultima parte sono ripresi da quello di Tim Burton. I freaks di Zombie, inutile sottolinearlo, non hanno qualità redimenti di sorta, sono mostri a tutto tondo, sporchi, feroci, violenti e volgari. La differenza con quelli di Burton è in fondo tutto qui e nella differente descrizione dei "normali", semplici persone noiose o antipatiche, mai veri cattivi.




Laddove l'autore tentenna è nell'uso di uno stile (narrativo ed estetico) talvolta troppo gratuitamente virato verso il musicale, che ammazza in parte l'atmosfera malata. L'alternanza con sequenze di repertorio, vecchi film, l'uso di grandangoli stroposcopici ed inserti inutili (il predicatore armato di fucile) si coniliano male con l'anima cattiva del resto del film. Così come del tutto estraneo è quell'epilogo sotterraneo, con inquadrature che ricordano davvero i videoclip death metal più inventivi, nel quale l'immaginario si fa troppo sopra le righe, troppo fantastico, fino a sfociare nell'improbabile.




Ma la riuscita del film è d'altro canto innegabile: Zombie crea un esordio ammaliante e malato, spiazzante ed a suo modo coraggioso. Una pellicola fuori dal tempo, volutamente retrò, ma mai compiaciuta, dove ogni volo estetico riesce quasi sempre ad essere al servizio della narrazione.

lunedì 29 aprile 2013

Le Streghe di Salem

The Lords of Salem

di Rob Zombie

con: Sheri Moon Zombie, Bruce Davison, Jeffrey Daniel Phillips, Ken Foree, Meg Foster, Dee Wallace.

Horror

Usa, Inghilterra, Canada (2012)















Horror americano, ovvero: Slasher Movie e Torture Porn, due filoni triti, ritriti e forieri di pellicole noiose o, peggio, spocchiose (si, "Hostel"), di visioni vecchie di trent'anni e di brividi che latitano; il genere sovversivo per antonomasia, in pratica, si è fossilizzato, negli States, divenendo emblema della massificazione e del conformismo estetico; almeno da venti anni a questa parte: negli anni'70, l'horror americano, che all'epoca viveva la sua "Golden Age", era duro, coraggioso ed impietoso verso il suo pubblico, poichè visto dagli autori dell'epoca come mezzo per la sperimentazione tecnica e per la critica politica (basti vedere capolavori quali "La Notte dei Morti Viventi" del 1968 o "Non Aprite quella Porta" per accorgersene), non come mero espediente per raggranellare soldi facili.
Nel decennio scorso un solo regista è riuscito a riprendere la tradizione estetico-contenutistica della "Golden Age" e a creare pellicole di certo non originali, ma interessanti: Rob Zombie, ex rocker (dapprima come front-man dei White Zombie, poi come solista) passato al cinema, in realtà sua passione primigenea; Zombie è un cultore dell'horror anni'70, in particolare della pellicola di Hooper: il suo esordio, "La Casa dei 1000 Corpi" (2003) ne è in tutto e per tutto un remake gonfiato ed immerso in una interessante atmosfera visionaria (altro che quella schifezza, ad esso coeva, diretta dal videoclipparo Marcus Niespel).
Al suo sesto lungometraggio Rob Zombie conferma le sue doti di visionario dell'horror e dimostra di aver quasi acquisito la padronanza piena del mezzo filmico: "Le Streghe di Salem", pur non essendo una pellicola riuscitissima, è un vero e proprio manifesto artistico dell'autore.


Già a partire dalla trama, Zombie riprende un topos dell'horror gotico e lo reinterpreta in chiave moderna: un disco industrial rock che richiama forze demoniache nella città di Salem (citazione di "Murderrock" del 1984, diretto da Lucio Fulci, oltre che famosa leggenda metropolitana americana), famosa per la caccia alle streghe nel XVII secolo; ascoltato il pezzo, la dj locale Heidi LaRoc (Sheri Moon Zombie, moglie dell'autore) comincia a precipitare in un incubo ad occhi aperti che la porterà a scoprire la verità sulle forze malefiche che ancora infestano il luogo.


Se nei lavori precedenti Zombie si rifaceva al cinema di Hooper, Carpenter e di Tim Burton (le visioni gotiche di "Halloween II" del 2009) e Sam Peckinpah (dal quale riprende il tono crepuscolare ed elegiaco nello splendido "La Casa del Diavolo" del 2005), questa volta pesca a piene mani da altri tre grandissimi autori: Stanley Kubrick, Roman Polanski e, sopratutto, Lucio Fulci.
Impossibile non notare le somiglianze tra le mitiche steady all'interno dell'Overlook Hotel di "Shining" (1980) e il modo in cui Zombi inquadra l'appartamento n°5, i corpi nudi e grinzosi delle steghe e, soprattutto, il cerimoniale nella parte finale, la cui geometricità delle inquadrature e le cui scenografie sembrano uscite dritte dritte dal capolavoro di Kubrick; il tema dell'avvento dell'Anticristo concepito da una donna manipolata da una combricola di satanisti viene invece da un altro pilastro dell'horror moderno, "Rosemary's Baby" (1968) di Polanski, dal quale Zombie riprende anche il finale disperato e non consolotario; ma l'influenza maggiore, si diceva, è quella di Lucio Fulci, in particolare del cult "...E tu vivrai nel Terrore! L'Aldilà" (1981): Zombie si rifà apertamente al prologo del film del regista romano per la fotografia delle visioni del sabbath, anche qui virata al seppia, in una splendida monocromia che fa davvvero sembrare il film come un prodotto vecchia scuola, uscito nei mitici '70.


Zombie imbastisce una mitologia satanica classica: tutti i simboli del male vengono ripresi certosinamente e riportati su schermo; nelle visioni apocalittiche, in particolare nello scioccante finale, il regista dà il meglio di sè: barocco, eccessivo disturbante, ma mai autocompiaciuto, Zombie riesce davvero ad infastidire con sabbath malefici, parti osceni e rinascite maligne come forse non se ne sono mai viste in un film di serie A; l'universo del film è malato e decadente: Zombie non celebra il satanismo, ma lo mostra per quello che è, ossia la sovversione completa e totale della cosmogonia cattolica, riuscendo davvero a spiazzare anche lo spettatore meno credente; da antologia, in particlare, i costumi del cerimoniale della nascita, dove i personaggi non hanno volto e venerano il caprone, simbolo del male assoluto.


Riducendo l'uso del montaggio quasi a zero (tant'è che per la maggior parte del film si può parlare di mero assemblaggio delle inquadrature), l'autore si concentra sulle singole inquadrature sia per le scene visionarie, che per quelle di pura tensione naturalistica; Zombie dimostra così una padronanza maggiore della grammatica filmica rispetto al passato, riuscendo a costruire le singole scene con poche inquadrature e dando loro il giusto ritmo. Più acerba è, invece, la narrazione generale: troppo lenta la prima parte, quasi noiosa, come se l'autore aveese paura di mostrare subito le sue carte migliori; arrivare al terzo atto è davvero un'impresa, tra personaggi inutili e scene puramente didascaliche (la spiegazione della maledizione) che nulla aggiungono alla narrazione e che anzi la ingolfano inutilmente.


Pur nella sua lentezza, "Le Streghe di Salem" è una pellicola affascinante e sconvolgente, il punto d'arrivo imperfetto ma visionario di un autore che dimostra un talento inusuale in un panorama desolante quale quello del cinema horror made in U.S.A..