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mercoledì 27 novembre 2024

Il Gladiatore II

Gladiator II 

di Ridley Scott.

con: Denzel Washington, Paul Mescal, Pedro Pascal, Connie Nielsen, Joseph Quinn, Fred Hechinger, Derek Jacobi, Rory McCann, Peter Menash, Matt Lucas.

Azione

Usa, Regno Unito, Marocco, Canada 2024







---CONTIENE SPOILER---

E' giusto liquidare Il Gladiatore II come un sequel inutile. Quello che forse sfugge è come un'operazione del genere abbia più senso di quanto appaia. Perché l'originale altro non era se non una riesumazione del peplum classico hollywoodiano, quindi una pellicola spettacolare fatta e finita, senza ulteriori pretese o ambizioni. E' sbagliato criticare sia l'originale che questo seguito per la scarsa verosimiglianza storica, visto che questa non è mai stata né una prerogativa del genere, tantomeno del cinema di Ridley Scott, che già ai tempi del suo esordio con I Duellanti si prendeva più di una licenza poetica in nome della pura spettacolarità (tutto questo senza voler neanche provare a citare il disastro di Napoleon). Il Gladiatore II non è che una continuazione di quel discorso filmico, che vanta tra l'altro anche un "illustre" predecessore ne Il Figlio di Spartacus di Corbucci, sequel "ufficiale" del cult di Kubrick che qui viene letteralmente saccheggiato sul piano narrativo.
Messi quindi da parte tutti i pregiudizi di sorta, si può così guardare in modo obiettivo a questo legacy sequel; solo per accorgersi lo stesso della sua inusitata pochezza.



La perfetta incarnazione del film è data dal suo stesso protagonista, Paul Mescal, un attore che ha sicuramente la faccia giusta e il giusto talento, ma che si sforza costantemente per essere un eroe para-mitologico senza però avere il carisma necessario per riuscirci. Allo stesso modo, Il Gladiatore II vuole essere un sequel tanto degno quanto più grande del suo amatissimo predecessore, ma ci riesce solo sulla carta.
La storiella imbastita da Scott e soci per il ritorno nella sua Roma del II secolo dopo Cristo tutto sommato è lodevole, anche per come si riconnette al primo film; certo, è poco più di una fotocopia di quella del predecessore nel quale tutti dimenticano anche solo di accennare a come Geta e Caracalla abbiano preso il potere, ma è tutto sommato un difetto scusabile.
Il problema è come questa storiella viene portata in scena, ossia con il pilota automatico.




Tutte le scene d'azione, siano esse le battaglie che gli scontri nell'arena, mancano sempre di enfasi. Fortunatamente Scott ha superato la moda dei primi anni '00 dove tutto veniva costruito in montaggio, con macchina multipla, inquadrature strette e otturatore chiuso, quindi si possono finalmente seguire i movimenti dei suoi gladiatori, ma questi sono quanto mai robotici, rendendo gli scontri freddi, vanificando ogni forma di tensione possibile e immaginabile.
Non conta quindi che questa volta sia riuscito finalmente ad infilare un rinoceronte nel Colosseo e persino quella battaglia navale tanto fantasiosa quanto storicamente reale (squali a parte), ogni volta che i personaggi estraggono le spade non si ha il mino sussulto. Con la conseguenza che tutta la storia perde di mordente e di coinvolgimento. Si è scossi, semmai, per l'alto tasso di violenza, anch'essa superiore al primo film, ma talvolta fuori luogo.




Se poi proprio si vuole cercare il pelo nell'uovo ed essere anche un po' scorretti, si può sottolineare come molte delle inesattezze storiche questa volta sembrano più figlie della sciatteria che di una precisa scelta artistica. Perché passino pure gli squali nel Colosseo e le soldatesse numide (neanche fossero Pitte...), ma quando spuntano scritte in inglese, babbuini selvaggi in CGI sedati con la cerbottana e un senatore romano che legge un giornale su carta stampata, la sospensione dell'incredulità crolla miserabilmente senza però avere nulla in cambio.




A salvare la visione ci pensa quindi Denzel Washington nei panni del villain Macrino, che in quanto a carisma divora sia Mescal che il pur sempre affidabile Pedro Pascal, qui quanto mai sottotono. Washington, d'altro canto, non si risparmia e plasma il suo cattivone sovversivo e nichilista con la giusta dose di determinazione e divertimento; tanto che si potrebbe scherzare su come il vero gladiatore del titolo sia lui, non il protagonista Annone.




Il Gladiatore II stupisce dunque per il suo essere inspiegabilmente dignitoso. Delude, ovviamente, come pellicola di puro intrattenimento, prova di come Scott forse sia davvero invecchiato, davvero incapace di creare un film all'anno senza scadere nella mediocrità più totale.

lunedì 4 dicembre 2023

Napoleon

di Ridley Scott.

con: Joaquin Phoenix, Vanessa Kirby, Tahar Rahim, Rupert Everett, Mark Bonnar, Paul Rhys, Ludivine Sagnier, Eduard Phillipponnat, Abubakar Salim.

Biografico

Regno Unito, Usa 2023














Ogni volta che Ridley Scott si è confrontato con la Storia, gli esiti sono stati disastrosi. L'esempio più rappresentativo è il pessimo "Kingdom of Heaven", che anche in quella sua versione director's cut pur superiore alla theatrical, presenta inesattezze e facilonerie ridicole e non solo sul piano della verosimiglianza storica; o anche quel "1492- La Conquista del Paradiso" che trasformava la rievocazione storica in pallido racconto di genere. E se "Il Gladiatore" non è, né ha la pretesa di essere un film storico, l'unico vero exploit in costume credibile da lui diretto resta l'esordio "I Duellanti", il quale è pur sempre basato su di un romanzo storico, quindi in teoria più facile da adattare in modo credibile su grande schermo.
La figura di Bonaparte, poi, non ha mai avuto particolare fortuna al cinema. L'exploit migliore e più famoso è il "Napoleone" di Abel Gance, di quasi cento anni fa, il quale all'epoca fu un flop clamoroso; così come un flop furono il pur bello "Waterloo" e lo stralunato "Désirée", con Napoleone interpretato dal marcantonio Marlon Brando; senza contare il mitologico biopic di Stanley Kubrick, passato davvero alla storia come il più grande capolavoro giammai girato e il cui script pare sia stato fonte di ispirazione per Scott.
Le aspettative per "Napoleon" erano quindi basse e la poca fede che si poteva riservare nel progetto riguardava solo l'ovvia componente spettacolare. Da questo punto di vista, il film non è affatto una delusione, visto che si è rivelato un kolossal bello da vedere, ma genuinamente ridicolo.




Si parte da una considerazione ovvia ma non scontata: la versione cinematografica, di 140 minuti circa, è solo una parte dell'intero film, la cui versione integrale di circa quattro ore è rimandata all'anno prossimo, direttamente sulla piattaforma streaming di Apple. Raccontare ascesa al potere, affermazione e caduta di Napoleone Bonaparte in neanche tre ore è un'impresa semplicemente folle e Scott se ne infischia, tanto che questo montaggio è palesemente monco, passa di palo in frasca da un evento all'altro mischiando vita pubblica e priva del personaggio a tratti senza soluzione di continuità, saltando anche eventi importantissimi, come la campagna in Italia.
Anche il carattere di Napoleone viene maciullato dalla scure del montatore, basti vedere la ricostruzione della battaglia di Austerlitz, dove la geniale strategia del condottiero viene ridotta ad un trucchetto riuscito solo perché l'armata nemica è talmente stupida da non essersi accorta di aver ripiegato su di un fiume ghiacciato.




Ed è proprio il ritratto che Scott fa del personaggio a lasciare perplessi. Nelle sue stesse parole, è sempre stato affascinato dal fatto che un uomo venuto dal nulla e che ha ottenuto tutto fosse sottomesso al sentimento amoroso verso una donna che non poteva controllare. Una chiave di lettura interessante, tanto che se tutto il film si fosse concentrato unicamente sulla storia d'amore e passione con Giuseppina, forse "Napoleon" sarebbe riuscito davvero a rompere la maledizione dei film sul personaggio. Ma l'autore, fatalmente, decide di mischiare tutto, creando un pastrocchio dove il minutaggio dedicato agli andirivieni tra i due amanti finisce per fagocitare le parti più interessanti e importanti, causando cadute di ritmo e di tono paurose.




Il Napoleone che ne esce fuori è un uomo ambizioso, ma neanche troppo, un soldato che vuole ottenere il potere senza che allo spettatore sia dato sapere davvero il perché; non il condottiero famelico e guerrafondaio della Storia, quanto un uomo in cerca di riscatto dalle umili origini e dal suo status di corso francese, che a causa degli eventi finisce per diventare imperatore di Francia. In pratica, un omuncolo che si crede geniale, ma che ottiene il potere per puro caso, più interessato all'amore che all'affermazione personale.
Anche qui si è di fronte ad una lettura che sarebbe anche stata interessante, se solo Scott non avesse avuto la pretesa di creare un biopic vero e proprio; se "Napoleon" fosse stato un ritratto d'autore (à la Sokurov, per intenderci), non gli si sarebbe potuto rimproverare più di tanto, ma la volontà di raccontare tutta o quasi la storia di Bonaparte affossa ogni possibile verosimiglianza e credibilità del ritratto che ne emerge.
Il quale, tra l'altro, non funziona neanche se preso a sé: Phoenix è stranamente stoico in ogni singola scena, mentre la scelta di far interpretare Giuseppina a Vanessa Kirby, di quasi quindici anni più giovane del protagonista, è semplicemente ridicola, tanto che anche nel racconto è diventata più giovane e il rapporto tra i due è stato praticamente invertito: non è più Napoleone ad usarla per farsi strada negli ambienti altolocati, quanto lei ad usarlo per salvarsi dalla miseria. La loro diventa così una semplice storia di amore e gelosia.



Se si guarda alla ricostruzione della storia bellica, le cose si fanno ridicole, a dir poco. Napoleone non vuole conquistare nuovi territori ed espandere la sua influenza sul resto d'Europa come un condottiero dell'antichità, quanto farsi improbabile difensore della pace; tant'è che la battaglia di Austerlitz viene combattuta per lesa maestà e la campagna in Russia per pura ripicca, in una lettura degli eventi che non sta né in cielo, né in terra. E se la ferocia degli scontri è sempre presente (oltre allo splatter, è anche lo spettacolo a fare capolino, con quella cannonata contro le piramidi tanto improbabile quanto fantasmagorica), il fatto che le battaglie ritratte siano poche non fa filtrare lo stato degli eventi che furono, al punto che, nell'ambito del racconto, non si può neanche parlare di Guerre Napoleoniche vere e proprie; con l'ovvia conseguenza che quella conta dei morti che appare a fine film risulta davvero straniante.




Il mestiere di Scott come artigiano delle immagini perlomeno continua ad essere presente. La bellissima fotografia del sempre bravo Dariusz Wolski immerge gli eventi in colori autunnali, trasformando il racconto in una storia crepuscolare decisamente ammaliante; e le immagini, ricostruite sulla scorta dei quadri del XIX secolo, sono a tratti genuinamente belle.
Le scene di guerra sono fortunatamente ben coreografate e montate (sono lontani, per fortuna, gli orrori de "Il Gladiatore", "Kingdom of Heaven" e "Black Hawk Down", con quel maledetto otturatore chiuso e il montaggio subliminale che ammazzava ogni possibile intelligibilità); su tutte, è la battaglia di Waterloo, per ovvi motivi, a ricevere il trattamento migliore, con scene di massa così ben enfatizzate da far sembrare il frutto un'opera degli anni d'oro del cinema bellico.
Se c'è un rimprovero da fare alla messa in scena, riguarda un unico aspetto, benché sia anche il più bizzarro: il racconto abbraccia vent'anni di vita dei personaggi, ma questi non invecchiano praticamente mai, come si avesse voluto risparmiare sul make-up necessario.



Tolto l'aspetto estetico-stilistico, che vale anche al netto di questa strana ingenuità, "Napoleon" è un film sbagliato, che sfoggia tutta la sbruffonaggine di Scott quando si tratta di raccontare la realtà; o, per lo meno, lo è in questa versione, dalla quale il ritratto del personaggio che emerge è talmente fantasioso da oltrepassare i limiti della parodia.

giovedì 9 dicembre 2021

The Last Duel

di Ridley Scott.

con: Jodie Comer, Adam Driver, Matt Damon, Ben Affleck, Alex Lawther, William Houston, Marton Csokas, Tallulah Haddon.

Usa, Regno Unito 2021
















Dinanzi al flop di "The Last Duel", Ridley Scott ha commentato, stizzito, come sia colpa dei giovani e dei loro smartphone; il che, sommato alla polemica contro i film Marvel d'ordinanza, non ha certo giovato alla reputazione del filmmaker, il quale, per non farsi mancare nulla, ha anche inveito contro un critico reo di averlo stroncato. Un comportamento che di certo è criticabile, ma forse comprensibile, visto come quest'ultima fatica del cineasta inglese è una delle sue più riuscite, elegante, affascinante e caustica.


Nella seconda metà del XIV secolo, il nobile Jean De Garrouges (Matt Damon) prende in sposa la bellissima Marguerite de Thibouville (Jodi Comer), la quale affascina l'amico/nemico Jacques Le Gris (Adam Driver); alle accuse di stupro mosse dalla donna verso quest'ultimo, viene istituito un duello per stabilire la verità, la quale muta in base al punto di vista dei personaggi.


Il punto di ispirazione è il capolavoro di Akira Kurosawa "Rashomon": anche lì al centro di tutto c'erano tre differenti versioni di un'accusa di stupro, solo che qui il punto di vista sui fatti non è narrato dai personaggi, ma ripreso direttamente dalla loro esperienza. Ma a Scott (e all'autore del romanzo di base Eric Jager) non interessa tanto la verità sui fatti per sè stessi. L'atto dello stupro non viene negato neanche nella versione dell'accusato, né addolcito. Ciò che conta è il modo in cui ciascuno vede la donna: Jean come moglie, Jacques come preda, Marguerite, custode della verità, come vittima.


La donna è ancella di supporto per il marito, angelo del focolare, supporto morale che lo aiuta a sopportare i doveri dell'uomo e i suoi doveri di perno su cui la società si basa.
La donna è preda da concupire, da sottomettere, da conquistare con la forza anche quando oggetto degli amorosi sensi. Nell'atto della congiunzione, non c'è differenza tra una dama ed una puttana.
La donna è la vittima per eccellenza, l'ultima ruota del carro in una società governata dagli uomini, ma di fatto gestita dalle donne, le quali attendono i doveri lavorativi in assenza del "padrone" e quelli coniugali, anche quando non ne hanno volontà.


Nei confronti, soprattutto durante il capitolo dedicato a Jacques, Scott si sofferma sulle reazioni di chi circonda i protagonisti, quei testimoni silenziosi chiamati ad assistere allo scontro ideale e fisico tra i personaggi, lasciando alle loro espressioni esterrefatte ogni commento sullo stesso. Se già durante i primi capitoli il messaggio femminista è forte, nel terzo diventa dirompente. Limitandosi a mostrare il ruolo che la società del Basso Medioevo riservava alle moglie, si riflette il ruolo che queste hanno nella società odierna. Qualche metafora risulta forzata, come quella della giumenta, ma in generale si riesce davvero ad empatizzare per una categoria che, all'epoca, viveva in subalternità, priva di una propria voce e di importanza effettiva sul piano politico-sociale.
Una forma di femminismo che riesce a non essere mai petulante o pretenzioso, sicuramente poco originale, ma quantomai efficace.


Nella messa in scena, Scott abbandona gli anacronismo che lo hanno reso famoso ed usa un registro classico e realistico. La ricercatezza dei costumi è incredibile, così come la riproposizione delle usanze e dei modi. L'uso di scenografie naturale, con location al posto dei set con green screen, concede un'aura tangibile alle immagini, splendidamente immortalate dalla fotografia del sempre bravo Dariusz Wolski.
La costruzione delle scene d'azione è meno caotica di quanto fatto dall'autore in passato; il duello, cuore del film, non ha certo la perfezione formale di quelli visti nell'esordio "I Duellanti", ma ha comunque una forza unica, data dalla forte fisicità e dalla coreografia puntuale, ottimamente trasposta grazie ad un montaggio più lineare di quanto era lecito aspettarsi.
Il tocco di classe definitivo lo da il cast: Adam Driver è solido come sempre, Ben Affleck si diverte un mondo a giogioneggiare, mentre Matt Damon si riscopre quanto mai espressivo e ispirato. Ma su tutti domina Jodie Comer, in una performance forte e sentita.


Inutile dire che il flop sia stato immeritato. E' vero che Scott ha diretto un film antispettacolare, del tutto lontano dalla sensibilità del pubblico moderno, ma la capacità espressiva che qui dimostra non si vedeva nel suo cinema da anni. Senza contare come la messa in scena verosimile e quadrata fa dimenticare le orride ricostruzione para-storiche di "Le Crociate" e "Robin Hood".

sabato 7 ottobre 2017

Blade Runner 2049

di Denis Villeneuve.

con: Ryan Gosling, Harrison Ford, Jared Leto, Robin Wright, Sylvia Hoeks, Dave Bautista, Ana De Armas, Edward James Olmos, Mackenzie Davis, Hiam Abbass.

Fantascienza

Usa, Inghilterra, Canada 2017

















---CONTIENE SPOILER---


Era davvero necessario? "Blade Runner", il capolavoro di Ridley Scott, l'epinomo di film cult e di fantascienza post-moderna, l'apripista del filone cyberpunk al cinema (e non solo), la pellicola più influente ed importante degli ultimi 40 anni necessitava davvero di un seguito? Per di più prodotto a 35 anni dalla sua uscita in sala?
Ovviamente no. I motivi che hanno portato alla produzione di questo "Blade Runner 2049" sono come sempre strettamente commerciali: rivendere un marchio che nel corso degli anni è divenuto sinonimo di successo, grazie alla riscoperta di un film che fu flop solo alla sua uscita in sala.
Continuare una storia come quella di Deckard, Rachel e Roy Batty non aveva senso; anzi, era del tutto superfluo: tutto finiva in quel duplice (o triplice, a seconda delle versioni) finale, con il rude detective e la bella replicante che fuggivano dall'incubo metropolitano, verso un futuro incerto ma verde.
35 anni dopo, arriva nelle sale un sequel ambientato 30 anni dopo, dove quel mondo fatto di torri di metallo fiammeggianti, ziggurat futuribili, auto volanti ed esseri artificiali più umani dell'umano ha subito anch'esso una metamorfosi, non è rimasto cristallizzato in sé stesso, si è evoluto, forse.
Una nuova visione creata per far soldi, ma partorita da menti di indubbio talento. La Sony ha voluto di certo fare le cose in grande, non limitarsi ad un semplice revival nostalgico stile "Il Risveglio della Forza"; ecco dunque tornare Hampton Fancher in veste di sceneggiatore, ma purtroppo non David Webb Peoples, vero padre putativo dello script del primo film; così come ritorna Ridley Scott nelle vesti di solo produttore, il che è un bene, data la sua triste caduta in disgrazia. Al posto della fotografia di Jordan Cronenwerth, quella di Roger Deakins, al solito magistrale. Ed in cabina di regia niente meno che Denis Villeneuve, ossia uno dei cineasti più sorprendenti e visionari degli ultimi anni. Tutti impegnati in un compito ai limiti dell'impossibile: creare un prodotto che sia anche un'opera; sopratutto, un'opera degna dell'originale. Compito che risulta compiuto: Villeneuve è riuscito ha fare sua l'idea di base, a creare un film spettacolare ed intrigante; ma che, come intuibile, non ha il peso né la raffinatezza del suo inarrivabile modello.




2049; sono passati 30 anni da quando Deckard (Harrison Ford) e la replicante Rachel (Sean Young) sono fuggiti dalla megalopoli di Los Angeles. Nel frattempo tutto è cambiato; la produzione dei replicanti si è perfezionata: il nuovo modello Nexus 8 è dotato di una longevità indefinita; il confine tra l'umano e l'artificiale tende così sempre più a scomparire. Ma l'uomo non può sopportare di essere soppiantato dalla nuova umanità: feroci rivolte portano al divieto di creazione di nuovi replicanti, mentre un gigantesco blackout cancella tutte le informazioni virtuali, facendo scomparire i registri contenenti le identità dei sintetici. Il lavoro dei Blade Runner diviene così ancora più necessario.
La Tyrell Corporation, fallita dopo il bando dei replicanti, viene acquisita da Niander Wallace (Jared Leto), il quale convince le autorità a riprendere la produzione grazie ad un nuovo modello di androide, privo di vero libero arbitrio. Il ritiro dei vecchi modelli, ancora in fuga, diviene così un imperativo categorico.
Il Blade Runner K (Ryan Gosling), un replicante cosciente della propria natura sintetica, rintraccia nell'entroterra californiano Sutter Morton (Dave Bautista), uno degli ultimi Nexus 8 rimasti e, dopo una feroce battaglia, lo "ritira". Ma Morton nasconde uno scioccante segreto: le ossa di un vecchio replicante che sembra sia riuscito a generare la vita, a riprodursi come un essere vivente vero e proprio.




L'esistenzialismo dell'opera di Scott cede il passo a nuove tematiche. Prima fra tutte la questione identitaria, il concetto di reale e la differenza con il virtuale; il che, paradossalmente, rende "2049" più vicino alla letteratura di Philip K. Dick del suo predecessore.
Centro nevralgico, non solo della storia, è K (forse così chiamato proprio in omaggio al padre putativo del film), personaggio che è una sorta di "altra faccia" di Rachel: un replicante cosciente della propria natura, che ha un'identità definita data, appunto, dalla coscienza della sua non-esistenza. Tutto, nella vita di K, è fasullo, artefatto, privo di fondamento; un androide che per vivere uccide i suoi simili, ossia distrugge la sua stessa natura, come in un rifiuto del sé che però lo caratterizza come individuo. Un uomo che cela i propri sentimenti, li inabissa in un subconscio che si rivela solo dinanzi ad un altro essere, Joi (la bellissima Ana De Armas); ma Joy è un non-essere, un'intelligenza artificiale che ha un corpo olografico, ossia un essere puramente virtuale; laddove i replicanti sono esseri artificiali più autentici dei loro creatori, le I.A. altro non sono che un puro vezzo, creature messe al mondo e programmate per vendere l'illusione di un'emozione. L'amore di Joy (al pari di quello di un'altra I.A. del recente cinema americano, la Samantha di "Her") non è che un riflesso condizionato, un vero e proprio videogioco nel quale agli imput del giocatore corrisponde una reazione vera solo in apparenza.
La crisi identitaria di K viene innescata quando in lui si fa strada il sospetto di non essere un artificiale, quando si affaccia la possibilità che quei ricordi che lui sa essere artefatti potrebbero essere reali: un'identità vacua, fasulla e puramente apparente è pur sempre un'identità; il sospetto di essere qualcosa di reale, non creato, ingenera quella crisi del sé provata dalla stessa Rachel, anche se in termini opposti.




Il viaggio di K è quello di un essere che cerca le risposte più basiche, al pari di quello di Roy Batty; non tanto il "quanto mi resta?", ma il più angosciante "chi sono?" in un mondo dove davvero nulla è ciò che sembra.
Un mondo dove la perfezione tecnica nella riproduzione dell'essere artificiale è ad un passo dal compimento. Come già affermava Mamoru Oshii in un altro dei figli del capolavoro di Scott, "Ghost in the Shell", i tratti caratteriali di un vero essere vivente sono la capacità di riprodursi e morire; ed il replicante ora può riprodursi, forse.
Ma il mondo di "Blade Runner" è pur sempre quello in cui l'essere umano ambisce a divenire un dio in Terra. Ecco dunque Niander Wallace, erede del pontefice Tyrell, caratterizzato come un profeta della conquista, cieco come Tiresia ma dotato di mille occhi, che letteralmente cammina sulle acque come un Cristo che non predica il perdono e la fratellanza, ma il dominio. Laddove la nuova umanità vuole divenire uguale ai creatori, i creatori vogliono letteralmente ascendere al cielo. E per farlo necessitano di quella forza lavoro più forte e resistente, di quei figli creati solo per essere sfruttati.
Una figura paterna, quella di Wallace, che fa del dominio totale il suo scopo; e che trova in un invecchiato Deckard il suo controaltare: colui che, invece, ha deciso di prendere l'esilio, di perdersi nel deserto in totale solitudine per difendere ciò che a lui è più caro.




Tre uomini, un padre, un creatore ed una duplice figura filiale sfuggente, che cercano un futuro. Intorno a loro, sopratutto intorno a K, ruotano invece solo figure femminili; la donna in tutte le sue vesti: la madre, ossia Rachel, l'amante putativa, Joy, la vera amante e figura quasi salvifica, la bella replicante Mariette (Mackenzie Davis) o la venere distruttrice Luv (Sylvia Hoeks), tutti volti diversi di una stessa donna, sia essa generatrice di vita che portatrice di morte, in un viaggio dove la creazione della vita e la scoperta di sé stessi sono l'obiettivo finale.





L'universo di "2049" è al contempo uguale e diverso a quello di "Blade Runner"; sia Villeneuve che Roger Deakins, coadiuvati tra gli altri da Dennis Gassner e Paul Inglis, riescono a creare immagini di un mondo che non è la fotocopia dell'originale, ma vive di vita propria pur essendo con esso in perfetta continuità. Laddove Scott e Syd Mead creavano un mondo barocco e post-moderno, fondendo visioni futuristiche avanguardiste con reminiscenze art nuveau degli anni '30 e '40, Villenuve, opta per un'estetica più sottile: gli interni non grondano di dettagli, ma sono spesso vuoti, essenziali e freddi nelle loro linee parallele che creano una profondità di immagine talvolta sbalorditiva; a farla da padrone è l'oscurità, lo spazio negativo dato dal buio o dal vuoto, illuminato da neon ed ologrammi in esterni; mentre negli interni, i forti contrasti da film noir cedono il posto a luci diffuse e fredde, per creare ambienti alienanti persino quando si tratta di una zona sicura come l'appartamento di K o il rifugio di Deckard.
La forza delle immagini è incredibile; Villeneuve e Deakins riescono a creare in ogni singola inquadratura veri e propri quadri in movimento, nei quali l'estetica data dalle scenografie si fonde perfettamente con le scelte cromatiche, merito anche dell'uso di effetti speciali per lo più analogici, con miniature e props al posto dei soliti green-screen. La metropoli di "2049" è un incubo ancora più cupo di quella del 2019, dove le tenebre hanno ammantato la maggior parte delle infinite strade; mentre una Las Vegas post-atomica è immersa in un crepuscolo perenne ed ornata con ciclopiche statue femminili, un deserto dove forse è tornata la vita e dove la luce calda potrebbe al contempo essere quella dell'alba.





Nel raccontare la storia di K, Villeneuve sceglie uno stile più diretto rispetto a quanto fatto da Scott; "Blade Runner" era narrazione classica, di stampo noir, che al contempo declinava le tematiche identitarie ed esistenzialistiche mediante una forma narrativa totalmente visiva, fatta di simboli e metafore; una narrazione complessa e profonda, che grazie alla forza delle immagini e alla carica drammatica riusciva ad imprimersi a fuoco nella mente dello spettatore.
"2049", d'altro canto, è un'opera più diretta e semplice, priva della profondità anche filosofica del modello di riferimento; tutta la narrazione è secca, non ci sono simbolismi, né allegorie, tutto inizia e finisce con i personaggi e le loro interazioni; nulla viene aggiunto a quanto fatto da Scott, persino la questione sulla vera identità di Deckard viene coscientemente ignorata, né è possibile una duplice o triplice lettura del personaggio di K; così come anche tutti i personaggi secondari sono quasi esclusivamente al servizio della storia. Manca, in sostanza, quella visione stratificata che fa la differenza tra un ottimo film di fantascienza ed un'opera d'arte completa. Ed è in questo che il paragone con l'originale risulta davvero ingeneroso.




Ma a Villeneuve va lo stesso riconosciuto il merito di aver creato un sequel che si riaggancia perfettamente al modello, che non si limita ad esserne una replica, ma che ha una propria identità forte; una pellicola di fantascienza dove il registro di genere viene spesso lasciato da parte per dar spazio ai personaggi, che intrattiene con la forza delle immagini, che non annoia mai davvero nonostante qualche lungaggine inutile ed una durata pachidermica che, se accorciata in sede di montaggio, non avrebbe fatto altro che giovare all'intera esperienza.
"Blade Runner 2049" non ha e non vuole avere né la profondità, nè la complessità estetica di "Blade Runner"; vuole essere un'opera a sè pur se derivata da un'altra fonte. Ed in questo risulta perfettamente riuscita.

sabato 13 maggio 2017

Alien: Covenant

di Ridley Scott.

con: Michael Fassbender, Katherine Waterson, Billy Crudup, Démian Bichir, Danny McBride, Carmen Ejogo.

Fantascienza/Horror

Usa, Inghilterra, Australia, Nuova Zelanda 2017


















---CONTIENE SPOILER---

Una serie che non deve finire, quella di "Alien". Perché la Fox ha bisogno di vendere un marchio riconoscibile, adesso che il brand di "Star Wars" è passato alla Disney. Ecco quindi giungere l'Alien Day, celebrato qualche giorno prima dello Star Wars Day, occasione ghiotta per vendere più merchandise possibile, per dare al pubblico quel prodotto che forse neanche sa più di volere.
Perché quella di "Alien" è una saga che si avvia al quarantesimo anniversario e che ne ha viste di cotte e di crude si dai primi anni '90. Dalle controversie sul terzo capitolo allo stop dopo la pessima riuscita di "Alien- La Clonazione" nel '97, passando per gli orrendi cross-over con la serie di "Predator", per finire a "Prometheus", quell'operazione partita come remake, poi divenuta prequel, poi ancora storia quasi inedita e distaccata solo per rivelarsi come un deludente e claudicante remake travestito da sequel ed imbellettato da ambizioni filosofiche da discount.
E poi arriva "Alien: Covenant", seguito diretto di "Prometheus", creato ad hoc al solo fine di rimpinguare la cassa; che si dimostra per fortuna lontano anni luce da quel coacervo di trash involontario e situazioni derivative che era il suo predecessore; ma che, lo stesso, si dimostra come una pellicola dal fiato cortissimo.


A cominciare dalle basi della storia: un gruppo di colonizzatori viaggia nello spazio a bordo della nave "Covenant", trasportando oltre duemila anime ed un migliaio di embrioni; l'obiettivo è quello di avviare una colonia extraterrestre, la prima nella storia umana. Un guasto casuale porta al risveglio anticipato di parte dell'equipaggio, mentre per puro caso viene captato un segnale di soccorso che li porterà al pianeta al solito infestato dagli xenomorfi, ossia la patria degli Ingegneri cercata nel film prcedente, dove rispunta il personaggio di David.
E già a leggerla, ci si rende conto dell'estrema pochezza dell'assunto, uguale non solo a quanto visto nel primo "Alien" ma anche nelle decine di cloni ed epigoni che ne sono susseguiti.
Quel che è peggio, "Alien; Covenant" dimentica totalmente di caratterizzare il proprio cast; la maggior parte dei personaggi che si muovono su schermo sono carne da macello; un minimo di spessore viene dato solo ad un pugno di personaggi: quello di Daniels (Katherine Waterson), ennesimo clone di Ripley, questa volta più evanescente del solito; il capitano Oram (Billy Crudup), capo-missione suo malgrado ed afflitto da dubbi esistenzilistico-religiosi che restano sempre e comunque sullo sfondo; il pilota Tennessee (Danny McBride) rude ed innamorato; e tanto basta: poche facce riconoscibili, pochi tratti caratteriali giusto per associare un volto ad una sensazione.
E ne consegue la totale freddezza delle immagini e delle sequenze. Scott dimostra mestiere ed occhio per le inquadrature, non si affida troppo al montaggio del fido Pietro Scalia ed esegue ogni azione con gusto sia estetico che stilistico. Ma a causa della disconnessione con i personaggi, non ci si riesce mai ad emozionare al loro cammino, né alla loro sorte. Tanto che le pur belle immagini (incredibile la fotografia di Dariusz Wolski, tutta basata sull'assenza di luce e lo spazio negativo) restano appiccicate su schermo senza mai fissarsi nella mente dello spettatore.



Vero centro di interesse è il personaggio di David, contrapposto al nuovo androide Walter, che Fassbender interpreta "sdoppiandosi" ma senza riuscire a stupire: per quanto i loro caratteri siano opposti, il modo in cui si muovono e parlano è del tutto simile, annullando la possibile specularità di caratteri.
David diviene deus ex machina e vero villain, al posto del pur presente xenomorfo gigeriano, che qui torna trionfalmente su schermo. Ma l'idea di trasformarlo in un cattivo sadico, in una specie di artista folle votato al genocidio, non sta in piedi.
In un prologo inserito ad hoc nel quale ritorna il personaggio di Weyland (con un cameo a sorpresa di Guy Pearce) viene introdotto il tema dell'opposizione tra la creatura artificiale ed il suo creatore; David aborra il suo status di subordinazione e decide di ribellarsi. Ma perché distruggere l'intera progenie degli Ingegneri? Come sommo atto di ribellione verso il tanto odiato creatore? Come definitivo atto di creazione distruttiva? Non è dato saperlo, come se in sala di montaggio molte battute e sequenze chiave siano state amputate appositamente.




Allo stesso modo, non è dato capire il perchè David abbia voluto perfezionare l'arma biologica sino a creare lo xenomorfo; atto creativo? Vendetta? E sopratutto: perché vuole far estinguere anche gli umani?Sadismo incontrollato? Coscienza dell'aver creato una razza suprema pronta a soppiantarli?
Buchi di sceneggiatura che non possono essere colmati nemmeno con la più sfrenata fantasia e dimostrano la frettolosità con cui tutta l'operazione è stata messa in piedi.
Quando poi si arriva all'ultimo atto, che si divide tra l'ennesimo rifacimento del primo film ed un colpo di scena pregno di errori di continuità, si capisce come davvero né Scott, né gli sceneggiatori badassero a molto durante la lavorazione di un film che, per quanto dignitoso, è incommensurabilmente blando e vuoto.





Ancora peggio, a proiezione finita ci si rende conto di come tutti gli eventi mostrati non coincidano con il primo atto del primo "Alien": che fine ha fatto l'astronave alieno con il cadavere dello "Space Jockey" riempita di uova?
Ci si chiede se sia una svista idiota o l'indizio per un ulteriore seguito; ma in entrambi i casi la sensazione è la medesima: il fastidio di aver assistito ad un film inutile e freddo.

venerdì 3 aprile 2015

Exodus- Dei e Re

 Exodus- Gods and Kings

di Ridley Scott

con: Christian Bale, Joel Edgerton, John Turturro, Aaron Paul, Ben Mendelshon, Sigourney Weaver, Ben Kingsley, Maria Valverde.

Usa, Inghilterra, Spagna (2014)

















Il revival del kolossal in costume non ha mai attecchito ad Hollywood; nonostante i forti incassi de "Il Gladiatore" (2000) o "Le Crociate" (2006), la priorità per gli studios sono ancor'oggi i supereoi e le graphic novel; ciò non ha impedito che la produzione di peplum venisse interrotta, come testimonia la presenza di "Exodus", diretta proprio da quel Ridley Scott che sembrava avesse peconizzato un ritorno in auge del "sandalone".
Perchè pur sempre di "sandalone" si tratta: Scott non è Darren Aaronkfsky e la sua rievocazione dell'Esodo non ha nulla a che vedere con i motivi della Fede o con l'esegesi dei Testi Sacri.


Va detto che la mano di Scott qui è più ferma e posata del solito; al bando scene d'azione create con il solo montaggio e inquadrature strette nelle sequenze di massa, "Exodus" è in perfetta antitesi agli scempi visivi de "Il Gladiatore" e "Le Crociate", mostrando scene di battaglia senza tagli veloci né ritmi schizofrenici.
Il ritmo della narrazione è sempre posato, ma talvolta tale scelta si rivela controproducente, arrivando alla piattezza, sinanche alla noia, vanificando ogni volontà di intrattenimento. Lo spettacolo resta così ancorato totalmente alle trovate visive, allo sfarzo di costumi e scenografie, proprio come nella classica tradizione del peplum.


La storia di Mosè viene traslata su schermo senza guizzi né impegno; la lotta interna al personaggio, dilaniato tra un ateismo sentito e il suo ruolo di profeta viene sintetizzato solo mediante qualche scarno dialogo e lasciato totalmente sulle spalle dell'interpretazione di Christian Bale, che con il suo sguardo perso ben impersona lo spaesamento del personaggio; mentre il confronto con il fratello Ramses si affossa fin da subito a causa della caratterizzazione del personaggio, semplicemente sbagliata; l'aver tratteggiato il faraone come un semplice adolescente in cerca di affermazione, un pò come il Commodo di Joaquin Phoenix, non paga poichè non solo affloscia il confronto con la sua presunta "nemesi", ma arriva a distruggerne ogni credibilità. Ancor meno paga la scelta di far impersonare Dio ad un bambino capriccioso ed arrogante: lo spettatore si trova così spiazzato dinanzi ad una schizofrenia totale, dove alle parole del popolo ebraico si contrappone una visione divina a dir poco orrorifica. Scelta che fa sorgere un interrogativo privo di risposta: che questa sia una rilettura agnostica ed iconoclasta della Bibbia?


Inutile porsi domande del genere; "Exodus" è puro cinema di intrattenimento vecchio stile, privo di ambizioni storico-religiose e per questo di contenuto; un'operazione fatta solo per fare cassa, forte della tradizione del cinema in costume e dei nomi coinvolti. Nient'altro.

sabato 21 marzo 2015

Prometheus

di Ridley Scott.

con: Noomi Rapace, Michael Fassbender, Charlize Theron, Guy Pearce, Logan Marshall-Green, Idris Elba.

Fantascienza

Usa, Inghilterra (2012)
















Quanto successo a Ridley Scott nel corso degli anni 2000 può essere semplicemente descritto come una parabola discente, che ha portato uno degli autori di culto per antonomasia del cinema americano a trasformarsi in un mestierante senza né arte né parte.
Riconquistato il consenso del pubblico con il successo a sorpresa de "Il Gladiatore" (2000), il regista britannico si imbarca in una serie di progetti sempre più strambi e malriusciti, che ne decostruiscono definitivamente lo stile; il primo film di questo suo nuovo corso è "Hannibal"(2001), horror dalle aspirazioni gotiche e thrilling che mischia malissimo i due registri, permette ai due protagonisti Anthony Hopkins e Julianne Moore di creare le performances più imbarazzanti delle loro carriere e si fa ricordare solo per la splendida fotografia, che trasforma l'assolata Firenze in una cupa città gotica. Con "Black Hawk Down" (2001), Scott effettua la sua prima (e sinora unica) incursione nel cinema di guerra a tutto tondo, ricostruendo e reimmaginando i fatti successivi all'abbattimento dell'elicottero americano black hawk in Somalia nel 1993; mischiando veri resoconti di guerra a caratterizzazioni inventate di sana pianta ed unendo il registro del cinema di guerra con quello dell'action movie, Scott crea un pastrocchio senza né capo né coda, dove momenti emozionanti e toccanti sprofondano nel ridicolo più puro; e sopratutto dove tutta l'azione viene restituita per il solo tramite di immagini sconnesse e sgrammaticate, come se a dirigere il film fosse stato un semplice clone di Michael Bay.
Nel 2005 è la volta di "Le Crociate", nuova incursione del regista nei territori della Storia; se già con "1492" aveva raggiunto esiti ridicoli ed anacronistici, con "Le Crociate" va oltre e crea uno spaccato del periodo tra la I e la II Crociata semplificato e basato su caratterizzazioni e mentalità moderne, che nelle sue intenzioni avrebbero dovuto mimare i contrasti tra le odierne culture Orientali ed Occidentali, ma il cui esito è semplicemente ridicolo.
Proprio a partire da quest'ultimo disastroso esito, Scott perde definitivamente ogni volontà autoriale e decide di regredire a mero mestierante a buon prezzo, dirigendo esclusivamente pellicole su commissione, arrivando ad eclissare i fasti del suo passato con film ridicoli e immorali del calibro di "American Gangster" (2007) e "Nessuna Verità" (2008) o con brutti kolossal come "Robin Hood" (2010).
L'unica eccezione meritevole in questo marasma di filmucoli è il piccolo "Il Genio della Truffa" (2003): riuscita commedia nel quale Scott dirige uno scatenato Nicolas Cage, il cui overacting cartoonesco viene ben sfruttato dalla caratterizzazione ossessivo-compulsiva del suo personaggio.
Nel frattempo, il cinema americano non ha dimenticato il suo primo exploit fantascientifico: quell' "Alien" che nel lontano 1979 aveva sconvolto ed incantato le platee di tutto il globo, con il suo riuscito mix di fantascienza hardcore e body-horror; e di fatto, non sono mancati seguiti, quasi tutti ben riusciti, e finanche il duplice corss-over "Aliens vs Predator", dagli esiti tuttavia dimeticabili.
Esaruritosi così il canonico ciclo di sequel e spin-off, la fox decide di mettere in cantiere un prequel per il capolavoro del '79, volto a svelare le origini della razza aliena che ha creato il famoso "ottavo passeggero della Nostomo"; pellicola che inizialmente doveva essere solo prodotta da Scott e fungere la mero prequel, ma che si trasforma in qualcosa di più ambizioso quando l'autore britannico decide di salire in cabina di regia e trasformarlo in un film di fantascienza tout court; nasce così "Prometheus" (2012), prequel di "Alien" che vorrebbe al contempo distanziarsi dal suo predecessore introducendo una componente mistico-filosofica nella serie.
Sfortunatamente per Scott, anche questa volta alle buone intenzioni iniziali non consegue un risultato all'altezza delle aspettative; colpa non solo di una pessima sceneggiatura, ma anche della sua regia svogliata e ormai totalmente bollita.


Non si può certo bollare "Prometheus" come un film "brutto"nel senso più genuino del termine, in parte a causa della buona volontà dei suoi autori di cercare di distaccarsi in parte dalla corrente fanta-horror che oramai impregna il genere fantascientifico, un pò a causa degli standard hollywoodiani, bassi al punto che finanche una pellicola malriuscita può emergere come "interessante". Eppure, la serie di difetti, talvolta macroscopici, che lo affliggono non può essere taciuta ed arriva ad inificiarne totalmente il valore.
Bisogna ribadirlo: va dato merito a Scott di aver cercato di non fare una semplice copia-carbone del suo film del 1979, introducendo elementi inediti come il concetto di Dio, la ricerca della Conoscenza e la brama di vivere in quello che alla fin fine resta pur sempre un film di genere. Per i primi due atti, sembra di essere tornati indietro nel tempo: due anni prima di "Interstellar", "Prometheus" ripercorre i sentieri della fantascienza classica con una storia di esplorazione e di contatto con altri mondi, con altre civiltà volta a far chiarezza sulle origini dell'Uomo. E su tutto, Scott azzecca almeno una scena se non memorabile, quanto meno evocativa: il prologo con l'ingegnere che crea la vita sulla Terra; scena volutamente priva di un significato univoco, che lascia allo spettatore la decisione sulle azioni e sulla natura del personaggio, andando ad intrecciarsi con il tema della fede come motore della conoscenza più volte ribadito nei dialoghi.
Sfortunatamente, i meriti di "Prometheus" finiscono qui.


La sceneggiatura del film è un ibrido impazzito di aspirazioni fantascientifiche adulte mischiate con un'esecuzione a dir poco infantile; scritta inizialmente da John Spaihts, autore del sopravvalutato "L'Ora Nera" (2011), viene rimaneggiata nientemeno che da Damien Lindelof, personaggio il cui curriculum parla da sé: co-sceneggiatore di "Lost", ossia la serie televisiva più pretenziosa e vuota mai creata, e autore degli indicibili script di "Star Trek: Into Darkness" (2012)  "Cowboys & Aliens" (2011) e di "World War Z" (2013).
Ecco dunque passare da un universo fantascientifico ben delineato dalla pellicola originale e credibile nella sua visione di un futuro cupo e claustrofobico, ad un futuro blando, nel quale l'avanzamento tecnologico viene sottolineato da dialoghi didascalici e situazioni poco credibili. Sopratutto, cascano letteralmente le braccia dinanzi alla puerile caratterizzazione dei personaggi.
Gli unici due a salvarsi sono la protagonista, Shaw, e l'androide David; la prima è uno scienziato illuminato, che tenta di ricercare le origini della Vita senza avere la presunzione di comprenderne tutti gli aspetti; il fatto che sia donna ma non possa procreare ne appiattisce in parte le motivazioni, ma i suoi dialoghi e il suo punto di vista sono sicuramente i più interessanti e riusciti di tutta la pellicola; David, d'altro canto, è il perfetto prototipo dell'Ash di "Alien": servizievole e onesto, è incuriosito dal concetto di vita e creazione poichè forma di vita totalmente logica creato da una forma di vita che, a differenza sua, non conosce tutte le risposte ai quesiti sulla propria esistenza. Aggiunge valore alla riuscita dei personaggi la scelta del cast: Noomi Rapace è la perfetta erede di Sigourney Weaver, con la sua bellezza un pò androgina e la sua recitazione ferma e forte; mentre Michael Fassbender si riconferma interprete versatile, in grado di dar vita ad un "uomo artificiale" sottilmente inquietante anche quando esegue le mansioni più comuni.


Ttutti gli altri personaggi sono rigorosamente stereotipati e poco credibili.
Si parte con il capo-spedizione Vickers, interpretata da una Charlize Theron sprecatissima; stereotipo del "comandante di ferro", glaciale nei rapporti, monocorde e sempre, costantemente arrabbiata; personaggio misantropo nel midollo e falsamente emancipato, dà vita assieme al pilota Janeck di Idris Elba (personaggio semplicemente riempitivo) alla scena di lotta tra sessi più genuinamente ridicola mai apparsa su schermo; e non aiuta alla riuscita del personaggio l'inclusione, nel terzo atto, di una figura paterna ingombrante, che appiattisce la appiattisce ancora più sullo stereotipo della "figlia frustrata" già usato da Lindelof in "Lost".
Il punto più basso lo si raggiunge con la caratterizzazione dei tre dei cinque scienziati del gruppo (la Ford di Katie Dickie è anch'esso un personaggio puramente riempitivo); Holloway dovrebbe rappresentare il lato più volitivo della scienza, che come da manuale non si ferma dinanzi a nulla pur di acquisire le risposte che cerca; ma quando di dimostra deluso di non aver trovato nessun alieno in vita, pur avendo scoperto quella che è di fatto l'origine della vita sulla Terra, la sua credibilità va a rotoli: è mai possibile che uno scienziato che ha effettuato la più grande scoperta nella Storia dell'Uomo possa essere deluso e triste?
Ancora meno credibili sono i personaggi di Fifield e Milburn; ricavati su due degli stereotipi più stupidi dello slasher-horror anni '80, altro non sono che la versione "spaziale" del nerd e del punk, ossia della più bassa carne da macello introdotta nei film di genere; e non si riesce a credere che due personaggi così fuori posto e visibilmente inutili possano essere scienziati scelti da una grossa multinazionale per ricercare nientemeno che la razza creatrice dell'Umanità; quando poi Fifield comincia a fumare marjuana su di un pianeta alieno nel bel mezzo di un'emergenza, allora si comincia davvero a pensare che Lindelof non abbia capito nulla del concetto di credibilità e sospensione dell'incredulità.


Sospensione dell'incredulità che viene definitivamente distrutta dalle azioni degli stessi personaggi; non si capisce perchè David decida di infettare Holloway con la sostanza aliena, se non che per giocarli un "brutto tiro"; non si capisce perchè Vickers non riesca a correre di lato per evitare gli ostacoli, quando invece sembra avere una forza ed una resistenza non umane; non ci capisce davvero cosa il signor Weyland si aspettasse di trovare sul pianeta degli Ingegneri una volta scoperte le sue vere intenzioni. In sostanza, la maggior parte delle azioni dei personaggi sono prive di logica o fondamento alcuno.
Non si può poi che rimanere basiti dinanzi al confronto stilistico ed estetico tra "Prometheus" e "Alien"; laddove il film del 1979 usava le visoni di artisti del calibro di H.R. Giger e Moebius per dar vita ad un mondo vivo e credibile, "Prometheus" si limita a riarrangiare quanto visto in precedenza, senza aggiungere nulla di nuovo o inedito; lo stacco tra le visioni create nel primo film e quelle atte appositamente in questo prequel è netto: le prime sono vivide e viscerali, le seconde derivative e prive di mordente, caratterizzandosi come meri omaggi o strizzatine d'occhio al lavoro dei vecchi artisti.
Chiude il cerchio la regia stanca di Scott, che oramai non sperimenta né torna ad utilizzare i marchi di fabbrica che lo resero famoso: niente più montaggio usato come metodo narrativo, niente più movimenti di macchina vivi e pulsanti e niente più scenografie e componenti estetici usati per scopi non puramente decorativi; quello di Scott è uno stile puramente accademico, fatto di master e primi piani che privano ogni scena di enfasi e tensione.


In un certo senso, "Prometheus" può essere utilizzato come vera e propria cartina di tornasole per capire quanto il cinema di genere sia regredito negli ultimi due decenni: il paragone con "Alien" è scontato non solo data la sua natura di prequel, ma anche e sopratutto quando ci si accorge che, di fatto, esso altro non è che un remake, sulla scia di quanto già fatto con il prequel de "La Cosa"; un remake privo di mordente e a tratti di idee, di stile ed estetica; quando un film del 1979 prodotto con 110 milioni di dollari in meno riusciva a fare lo stesso discorso, ma centomila volte meglio.



EXTRA

La mancanza di stile del film è ravvisabile sopratutto nella scelta di usare come design per la Piramide uno dei lavori preparatori che Giger aveva creato per il "Dune" di Jodorowsky, il Palazzo degli Harkonnen:






Bulimia di idee coperta come citazione che qui diventa davvero imbarazzante.


Grande scompiglio ha portato tra i fans la notizia che "Prometheus" e "Blade Runner" (1982) potessero essere ambientati nello stesso universo; stando al materiale visionabile sul sito ufficiale del film e in alcune edizioni Blu-Ray, la Weyland Corporation sarebbe una costola della Tyrell Corporation, e di conseguenza David, Ash e tutti gli altri androidi della saga di "Alien" altro non sarebbero se non versioni più evolute dei replicanti.
In realtà un ideale parallelo tra "Alien" e "Blade Runner" era tracciabile già all'uscita del secondo film: il software di navigazione della scialuppa di salvataggio della Nostromo ha la stessa interfaccia delle auto volanti usate da Deckard, come i cultori più accorti avevano giù notato da tempo:


mercoledì 17 dicembre 2014

Il Gladiatore

Gladiator

di Ridley Scott

con: Russell Crowe, Joaquin Phoenix, Connie Nielsen, Oliver Reed, Richard Harris, Djimon Hounsou, Derek Jacobi.

Avventura/Azione

Usa, Inghilterra (2000)












Negli anni '90 si è potuto asistere al definitivo collasso artistico di Ridley Scott; apertisi con il meritato successo di "Thelma & Louise", i due lustri fautori della deriva pulp ed autoironica del cinema americano hanno visto il susseguirsi di una serie di progetti dell'ex autore uno più disastroso dell'altro: il mal riuscito e fallimentare "1492", il pomposo e derivativo "L'Albatros" (1996) e l'insostenibile "Soldato Jane" (1997); pellicole che stridevano per toni, ambizioni e risultati all'interno di una decade altrimenti foriera di pellicole interessanti nell'ambito del cinema americano.
Nell'ultimo anno della decade, preludio del nuovo millennio, Scott riesce perlomeno a ritrovare il consenso del grande pubblico firmando una delle sue pellicole più acclamate: "Il Gladiatore", rievocazione dei cappa e spada in costume degli anni '50 e '60 e cult sin dalla sua primissima uscita; tuttavia, nonostante qualche momento genuinamente emozionante, non si può certo definire questo strambo oggetto hollywoodiano come una pellicola memorabile.


Meglio sottolinearlo subito: "Il  Gladiatore" non è e non vuole essere un film storico; inutile farsi beffe della pessima e anacronistica ricostruzione della Roma di Marco Aurelio; il "genere" di riferimento, qui, è il peplum, il "sandalone", ossia quell'accozzaglia di film in costumi antichi che imperversava ad Hollywood sino ai primi anni '60 (e a Roma sino alla fine del decennio, più o meno), caratterizzata da una visione plasticosa e patinata del passato nella quale la verosimiglianza cedeva volentieri il posto al puro spettacolo per sconfinare spesso e volentieri nel cattivo gusto e nel ridicolo involontario, nonostante tra gli esponenti più celebri del filone rientrino opere del calibro di "Ben-Hur" (1959) e "Spartacus" (1960). 
Nel film di Scott, costumi, scenografie, location e oggetti di scena sono tutti rigorosamente fuori posto; tra balestre messe in mano ai gladiatori piuttosto che ai guerrieri medioevali, combattenti con capelli impomatati, pretoriani agghindati come proto-nazisti, volantini che pubblicizzano i combattimenti nell'arena ed elmi borchiati che sembrano usciti da "Mad Max", quello de "Il Gladiatore" è un mondo fuori dal tempo risibile, ma al contempo genuinamente spettacolare, che azzecca almeno due fatti storici virtualmente inverosimili ma categoricamente veritieri: i gladiatori erano davvero acclamati dal popolo come rockstar antiche e l'imperatore Commodo fu davvero ucciso combattendo contro uno di loro, lo schiavo Narcisso, la cui storia è stata di ispirazione per la sceneggiatura.
Il peccato capitale nella visione di Scott risiede, semmai, in alcune pessime scelte estetiche e stilistiche; semplicemente inguardabile è la sua Roma totalmente ricostruita in GCI nei campi lunghi: visibilmente falsa, con effetti di luce che avvicinano la visione a quella di un brutto film d'animazione e scenografie improbabili che distruggono la sospensione dell'incredulità. Altrettanto ridicoli sono alcuni costumi, come quelli indossati dagli schiavi: vistose casacche dorate che sembrano uscite da "Flash Gordon" (1980) o "Dune" (1984) per la loro genuina pacchianagine, rendendo il mondo del film più vicino alle visioni di un Fellini in crisi di ispirazione che a quelle di un autore un tempo attentissimo alla ricostruzione storica credibile, e del tutto indigeribile anche nell'ottica patinata del peplum.


Semplicemente inguardabili sono poi le sequenze d'azione; dimentico del buon gusto o anche e più semplicemente della grammatica filmica, Scott pesca a piene mani dal "cinema" di Michael Bay e dirige gli scontri con più cineprese contemporaneamente, inquadrature strettissime e otturatore chiuso per annullare ogni profondità di campo; di fatto, la macchina da presa coglie dal vivo ben pochi movimenti e l'azione viene ricostruita totalmente in sala di montaggio dal fido Pietro Scalia; risultato: non è dato capire cosa succeda quando Massimo impugna la spada contro i suoi avversari. Nel vedere quelle immagini sciatte, imprecise, talvolta orgogliosamente brutte, la mente corre così a rifugiarsi nei ricordi, nelle reminiscenze delle splendide ed ipnotiche sequenze action de "I Duellanti" (1977), dove il montaggio ricopriva un ruolo narrativo, non suppletivo dell'azione del regista, e l'azione era sempre precisa, chiara, fluida e per questo avvincente.


Al netto degli inescusabili difetti di messa in scena, ciò che rende questo strambo omaggio alla Hollywood che fu godibile e finanche coinvolgente è, paradosso puro, la storia; storia che, nella sua trama essenziale, risulta stereotipata e manichea, ma che riesce comunque a colpire; merito dei dialoghi di John Logan, pomposi ed aulici, ma che ben si adattano alla caratterizzazione drammaturgica e tragica dei personaggi; delle performances degli attori, con un Russell Crowe empatico e trascinante (premiato con un Oscar comunque immeritato) ed un Joaquim Phoenix visibilmente divertito nei panni dell'imperatore folle, attorniati dall'ultima, intensa prova del compianto Oliver Reed e da un Richard Harris semplicemente perfetto nel ruolo del saggio Marco Aurelio.


Persino il finale, elegiaco ed onirico, risulta tutto sommato coerente con il tono narrativo: la pomposità pseudo-shakespeariana riesce davvero a commuovere e a sfiorare la pura epica.
Ecco dunque spiegato l'immenso successo e il favore del pubblico per un film tutto sommato malriuscito, una pellicola goffa, ma dalle nobili intenzioni, le cui componenti migliori sono, malauguratamente, non ascrivibili al lavoro di Scott, fautore invece degli aspetti peggiori, a conferma, purtroppo, della sua caduta in disgrazia.