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lunedì 28 ottobre 2024

Pathenope

di Paolo Sorrentino.

con: Celeste Dalla Porta, Silvio Orlando, Gary Oldman, Luisa Ranieri, Isabella Ferrari, Dario Alta, Peppe Lanzetta, Stefania Sandrelli.

Italia, Francia 2024

















E' davvero un caso curioso il fatto che Parthenope e Megalopolis siano usciti a ridosso uno dell'altro, sia nella distribuzione in sala che alla presentazione a Cannes 2024. Entrambi rappresentano un'opera personalissima di autori amatissimi ed entrambi sono stati accusati di essere tronfi e vuoti. Ma se il film di Coppola, alla prova dei fatti, non è davvero vuoto come si vuole lasciare intendere, quello di Sorrentino paga davvero lo scotto di tanto suo cinema o, quantomeno, di come tanto suo cinema viene percepito, ossia quello di essere qualcosa di curatissimo sul piano formale, ma del tutto inconsistente.



















Parthenope è un film sulla giovinezza e le sue maledizioni, sulla labilità della bellezza, ma è anche e soprattutto un film su Napoli, il secondo per Sorrentino dopo E' stata la mano di Dio. Parthenope, la protagonista, è Napoli, o per essere più precisi una sorta di spirito della napoletanità, il quale ritorna poi anche in molti altri dei personaggi con i quali si avvicenda.
Parthenope è una ragazza dalla bellezza quasi ultraterrena, magnificamente incarnata dalla bellissima esordiente Celeste Dalla Porta, la quale risulta a tratti perfetta, a tratti fatalmente acerba, non riuscendo a comunicare le emozioni del personaggio. 
Chi è Parthenope? Una sirena, quella sirena che secondo la leggenda ha fondato Napoli dopo essersi suicidata: nasce nelle acque di Castel Dell'Ovo, si muove per le strade della città partenopea e ne incarna vizi e virtù. Ancora più, in quanto sirena, è una ragazza il cui splendore ammalia chiunque al punto da trasmettere una sensazione di mistero; una bellezza arcana, che sembra celare più di quello che può apparire.
Ma è davvero così? Solo nel finale Sorrentino svela il mistero: l'ossessione della ragazza riguarda i misteri dell'amore, ma per tutto il film è come se quella sua mente costantemente assente non celasse in realtà nulla, come se il suo fosse un gioco di specchi utilizzato solo per elevarsi al di sopra di tutto e di tutti.














Forse Parthenope è davvero tanto bella quanto vuota. Forse quel suo celarsi dietro letture importanti in lingua non è che un modo per sbattere in faccia al prossimo il suo egoismo, forse quella ricercatezza nelle frasi ad effetto altro non è che un meccanismo di difesa utilizzato per non affrontare quei difetti che le vengono riconosciuti. Forse Parthenope è solo una bella ragazza, poi bella donna, che oltre la bellezza estetica non cela davvero nulla, se non una semplice e basilare curiosità intellettiva. E forse questa è la visione di Napoli che ha Sorrentino.
Il forse è d'obbligo, poiché l'autore intreccia con l'oggetto del racconto un rapporto fin troppo ambiguo, fin troppo ambivalente nella sua sospensione perenne tra genuina fascinazione e aperta condanna. Sorrentino forse detesta Napoli, i Napoletani e il loro stile di vita, forse depreca quella loro supponenza e quella ricercatezza sfacciata e che celano null'altro che un vuoto interiore pronto a cannibalizzare tutto e tutti, come la diva Greta Cool (sorta di parodia di una Sophia Loren finita nel fango) vomita in faccia a quella borghesia da strapazzo che la acclama con falsi rituali e falso affetto.





















Lo sguardo di Sorrentino è sempre e fin troppo sospeso. Perché, come detto, Parthenope è Napoli e come Napoli, Parthenope flirta e finisce a letto con la Camorra e con la Chiesa, tenta di imporsi come diva ma comprende la vacuità dell'ostentazione della bellezza, finendo per preferire la carriera universitaria. Ma Sorrentino non vuole giudicarla anche quando ritrae tali rituali con occhio sinistro. Basti vedere la lunga sequenza del sabba con cui le due famiglie mafiose si uniscono, ideale via di mezzo tra Salò e Eyes Wide Shut, o anche tutta la storia d'amore incestuosa.
Il suo, in sostanza, è lo sguardo di un amante fin troppo ammaliato dall'oggetto del desiderio, dal quale non riesce a trovare il giusto distacco critico. Se da anni si discute su quali differenze effettive ci siano tra lui e il suo nume tutelare Fellini, forse ora è davvero chiaro: il buon Federico sapeva guardare con occhio critico tutto e tutti, persino i personaggi di quell'Amarcord tanto amato. Sorrentino, d'altro canto, non ha raggiunto e forse neanche vuole raggiungere questa maturità artistico-umana. E la prova viene data anche dall'incredibile parata di cliché che riesce qui ad inanellare.






















A questo giro, Sorrentino non si risparmia davvero in visioni eccentriche e kitsch.
A livello narrativo, imbastisce un incesto tra la protagonista e il fratello per dare corpo alla fragilità umana e agli umori della giovinezza, ma il tutto risulta superficiale oltre che non necessario, scadendo in un cattivo gusto gratuito. Inserisce una sottotrama sul mondo dello spettacolo che sembra una scusa per portare in scena qualche situazione stramba per farsi due risate. Non si risparmia nell'ultimo atto quando porta in scena una iconoclastia del Miracolo di San Gennaro più interessata a creare scenette strambe che a comunicare l'effettiva insussistenza della cerimonia. Chiude tutto con l'immancabile omaggio alla squadra del Napoli, con una doppia sfilata attraversata dalla protagonista e con l'ultimissima immagine data da un carro in festa... senza ultras e teppisti, cosa davvero strana.
Come se tutto questo non fosse abbastanza, per tutto il film, crea una sarabanda di figure grottesche a tratti genuinamente imbarazzanti. 






















La prima a saltare all'occhio (e a far saltare i nervi) è certamente quell'apparizione di un John Cheever che è davvero il cliché semovente di uno scrittore beatnik, messo in mezzo ad una storia del genere solo per aumentarne la caratura intellettuale, ma che finisce ovviamente per farla risultare pretenziosa al pari della sua protagonista.
Si passa attraverso Greta Cool e Flora Malva, le due dive sfiorite che come da copione vivono fuori dal tempo e dallo spazio e sono anche sfregiate, oltre che amanti del sesso anale perché si.
Ci si perde nei vicoli dei bassifondi partenopei popolati da volti che sembrano usciti dalle tavole di Junji Ito e da visioni di vita famigliare che riportano alla mente tanto e troppo cinema italiano degli anni d'oro.
Si fa la conoscenza di un industriale edonista supponente e di un giovane camorrista che impenna la moto, dotato di un grugno tanto bello quanto selvatico.
Persino Parthenope appare spesso caricaturale, perennemente agghindata in abiti ricercati, addobbata con quell'immancabile sigaretta che dovrebbe sottolinearne il fascino e sempre dotata di un libro d'autore d'ordinanza che ne sancisce la superiorità intellettuale.
Si arriva alla fine a quel climax con la visione del figlio del personaggio di Silvio Orlando, via di mezzo tra il Belial di Basket Case e lo sgorbio di Bill Paxton ne La Donna Esplosiva. Cosa dovrebbe rappresentare? Un bimbo enorme "fatto di acqua e sale", forse il figlio mai nato di Parthenope, forse la sostanza stessa della vita, forse l'incarnazione di quella bruttezza che, opponendosi alla caducità della bellezza, risulta per converso veritiera e genuina, forse la salvezza sua e altrui che lei ha rifiutato tramite l'aborto, non è dato sapere. A Sorrentino forse il significato non interessa davvero, solo il significante.
























Non sarebbe quindi sbagliato vedere Parthenope al pari della sua protagonista, ossia un'opera dall'eleganza sfavillante che fa credere di celare un che di profondo, quando alla fine non cela nulla.
Al pari di Celeste Dalla Porta anche il film è bello o, per essere precisi, alla costante ricerca di soluzioni estetico-visive appaganti, tanto da sfociare sovente nel patinato e nel tronfio, come nelle prime scene, tra l'altro castrate da un montaggio inspiegabilmente alacre che non lascia il tempo alle singole inquadrature di respirare a dovere, tanto che a tratti sembra di assistere ad una serie di spot pubblicitari d'autore. Non per nulla, produce Yves Saint Laurent e non ci sarebbe da stupirsi se tra qualche anno gli spot della griffe riprendessero quelle immagini inziali, con attori bellissimi in costumi d'epoca talmente sgargianti che sembrano appena usciti dalla fabbrica e che si muovono al ralenty in una città pulitissima e sempre assolata.




















Parthenope alla fine è questo, ossia una pura visione di bellezza pura e semplice che vuole far credere di essere più di quello che effettivamente è. Sorrentino, da questo punto di vista, ha creato un'opera straordinariamente compatta e che sarebbe onesta se non tirasse in ballo la tematica della natura prettamente temporanea del bello. Ma anche ineluttabilmente pretenziosa quando rifiuta ogni forma di effettivo significato e decide di perdersi in una aurea indecisione compiaciuta. Tanto che, come omaggio alla città partenopea, forse funzionava maggiormente la prosa intimista di E' stata la mano di Dio.

giovedì 16 dicembre 2021

E' stata la mano di Dio

di Paolo Sorrentino.

con: Filippo Scotti, Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Luisa Ranieri, Renato Carpentieri, Marlon Joubert, Massimiliano Gallo.

Drammatico

Italia 2021














Arriva anche per Sorrentino il momento della ricerca del tempo perduto, dell'amarcord, della rielaborazione del ricordo del passato in forma filmica. Una nuova maturità artistica? Può darsi, fatto sta che "E' stata la mano di Dio" è un film diverso dagli altri nella sua filmografia, un film dove la polemica lascia spazio all'elegia, un film intimista e dal tono dimesso, sicuramente piccolo, ma solo nel registro.


Napoli, anni '80. La vita dell'autore prende la forma di quella del giovane Fabietto Schisa (Filippo Scotti), ragazzo dalle vaghe aspirazioni, membro di una grande e affiatata famiglia, la cui vita viene sconvolta da un lutto improvviso.
Sorrentino scinde idealmente il racconto in due parti, con la tragedia a fare da spartiacque. La prima parte è disimpegnata, simpatica. Qui ritorna il suo gusto per i personaggi sopra le righe e le situazioni surreali, con Fabietto alle prese con la provocante zia e le riunioni di famiglia quasi grottesche. I personaggi sono al solito caricaturali, ma anche con quelli più negativi, il tratto con cui vengono dipinti questa volta non è del tutto negativo, non si cerca la polemica tramite la raffigurazione ostile di archetipi o stereotipi. Lo sguardo è sempre benevolo, quello di un adulto che ricorda un passato che ha assimilato e superato.


Ed è nella prima parte che si affaccia il fantasma di Fellini. Questa volta, Sorrentino quasi da corpo al suo nume tutelare e si diverte a ricreare una serie di provini con le famigerate "facce" felliniane. Ma il suo amarcord, questa volta, si tiene più ancorato al veritiero, lontano dalla rielaborazione fantastica. Ecco così affacciarsi un altro nume tutelare, quello di Sergio Leone, della sua "ricerca del tempo perduto" proustiana del capolavoro "C'Era una volta in America", questa volta ancorato totalmente ad un racconto reale e quanto più veritiero possibile. L'assurdo, di fatto, è confinato al prologo e all'epilogo e quest'ultimo, più che al grottesco, si rifà al simbolismo classico, con un omaggio questa volta diretto nuovamente a Fellini e al suo "I Vitelloni", ossia l'opera il cui il grande artista dava una forma più terrena e verosimile al ricordo.


Il ricordo è quello della Napoli degli anni '80, ovviamente, dei sussulti per Maradona, del suo culto ai limiti del religioso e della forza salvifica del caso o del destino ad egliassociato. E se nella prima parte Sorrentino gioca ancora con le inquadrature e qualche movimento di macchina (senza però mai oltrepassare il limite del virtuosismo), nella seconda il tono si calma, si fa sommesso, il discorso diventa sussurro, il ricordo si fa amaro, lo stile, di conseguenza, dimesso.
La ricerca del tempo perduto si fa romanzo di formazione, presa di coscienza per protagonista di sé stesso e del suo futuro, oltre che dello stato delle cose. Arriva così la figura di Antonio Capuano, quasi una coscienza del Sorrentino maturo, che sfata ogni mito possibile e immaginabile sul cinema e l'arte e si fa confessione diretta al pubblico, dichiarazione di intenti di un uomo che decide di mettere nero su bianco il suo pensiero, forse il pezzo di cinema più autentico di tutta la filmografia dell'autore.


La Napoli di Sorrentino è, per forza di cose, diversa dalla Roma vista in "La Grande Bellezza"; Roma era la città magica e decadente, il luogo che ha accolto un autore oramai maturo; Napoli è un'entità viva, che ha i propri santi protettori, i propri miti e le proprie usanze. Ma, ancora, Sorrentino non calca la mano nella sua descrizione, non spettacolarizza gli ambienti o le vedute, lasciando che la bellezza filtri da inquadrature misuratissime, colpi d'occhio rapidi e forse per questo incredibilmente incisivi. E' la Napoli del ricordo, ovviamente, e dell'esperienza personale, dove anche i criminali sono brave persone e non si usa mai la parola "Camorra"; ma non per questo, una Napoli altrettanto autentica, dipinta in modo amorevole e a suo modo sincero.


Messa da parte l'ossessione per la forma, il cinema di Sorrentino trova una slancio del tutto personale. "E' stata la mano di Dio" non è, forse, il capolavoro tanto sbandierato, ma con il suo tono pacato e la sua storia intimista, è tra le prove più riuscite dell'autore napoletano.

sabato 12 maggio 2018

Loro 2

di Paolo Sorrentino.

con: Tony Servillo, Riccardo Scamarcio, Kasia Smutniak, Roberto Erlitzka, Alice Pagani, Elena Sofia Ricci, Fabrizio Bentivoglio, Ricky Memphis, Iaia Forte.

Italia, Francia 2018


















Che piaccia o meno, un merito assoluto va riconosciuto a Sorrentino: con "Loro" ha avuto il coraggio di dare al pubblico un ritratto impietoso e diretto di Berlusconi, senza abbellimenti, filtri, retorica o codardia di sorta. Il Berlusconi di Sorrentino, la sua "maschera priva di volto", è il Berlusconi più vicino al reale che si sia mai visto al cinema e, in generale, in un'opera di fiction (ed in proposito, Nanni Moretti dovrebbe solo zittirsi ed imparare). Un coraggio, quello di Sorrentino e di Umberto Contarello, che nella seconda parte del dittico si fa più spiccato, in un racconto più compatto e sicuro. Ed ancora più corrosivo.




Un racconto che, al contempo, perde un pezzo che sembrava essenziale: la storia di Sergio Morra finisce nel dimenticatoio, obliata dal ritratto di "Lui", tanto che ci si chiede a cosa sia servita la prima parte di "Loro 1"; un'opera di montaggio più articolata e meno compiaciuta avrebbe sicuramente giovato al film, che poteva tranquillamente essere ridotto ad un unico episodio di due o tre ore massimo.
Quello che si perde in narrazione, lo si recupera in descrizione. Si parte con la rimonta di Berlusconi, la corruzione dei sei senatori che hanno portato al ribaltone del 2008, con Ennio Doris (interpretato sempre da Servillo, che fa gara di bravura con sè stesso) che diviene subcosciente personificato di Silvio, impegnato a trovare un modo per risalire quella cresta da cui sembra essere stato spodestato.




Berlusconi diviene protagonista assoluto e lo sguardo di Sorrentino si fa privo di compromessi. Con uno stile più secco, meno compiaciuto della bellezza delle immagini, lo descrive come il peccatore di Abel Ferrara, un uomo perso nel suo male e per questo incredibilmente patetico. Da qui il confronto con la giovane Stella, l'aspirante attricetta che ora si fa coscienza morale, la quale, di fronte alla buffoneria esibita, ha il coraggio di sottolineare quanto sia squallido il mondo che ha costruito e, prima ancora, i suoi atteggiamenti da finto giovane.



Ma ancora più penetrante è il confronto con Veronica, qui divenuta controcanto drammaturgico che infrange le illusioni di cui Berlusconi si copre; la messa in scena del loro confronto, ideale climax di tutta la pellicola, è quantomai secca e basata, purtroppo, solo sul dialogo: tolti i fronzoli, i colori sgargianti, i movimenti di macchina arditi, quel che resta è il pugno duro della verità, vomitata in direttamente in faccia; "Lui" viene finalmente smascherato per il bugiardo che è, per l'ossessivo onanista egocentrico che ha un disperato bisogno di attenzioni. Il peccatore si scopre bambino, che si diverte a giocare con un balocco mentre il paese che dice di amare muore.
Da qui quell'ultima, fulgida immagine, quella di un Cristo di marmo, un Dio morente, duplice simbolo di un uomo finito, schiacciato dal suo stesso vizio, ma anche di un'intera nazione collassata sotto il suo peso, distrutta dall'arrivismo di un piazzista da strapazzo. Ed alla fine non restano che macerie, in quel post-terremoto ennesima occasione per lucrare, dal quale tutti sono usciti sconfitti, persino "Lui", ormai privo di qualsivoglia credibilità.




Ma non c'è vera pietà verso questo freak, questa caricatura di sè stesso, solo uno sguardo lucido verso quel disastro che il suo egocentrismo ha causato. E, prima ancora, verso quell'immensa pagliacciata che è la sua esistenza.
Se in "Loro 1" le immagini erano fin troppo barocche, in "Loro 2", paradossalmente, non lo sono abbastanza; c'è un abuso della forma dialogica per portare avanti la storia, la descrizione e il dramma, come in "Youth", colpa dello script troppo verboso, lontano dai migliori esiti del cinema di Sorrentino.
Eppure, nonostante tale limite stilistico, questo ritratto impietoso riesce davvero a colpire nel profondo, a scuotere la coscienza per la sua incredibile carica di onestà. Tanto che, forse, non sarebbe sbagliato mostrarlo nelle scuole, per far capire a tutti chi è davvero l'Uomo che ha fottuto l'Italia.

mercoledì 25 aprile 2018

Loro 1

di Paolo Sorrentino.

con: Tony Servillo, Riccardo Scamarcio, Kasia Smutniak, Elena Sofia Ricci, Fabrizio Bentivoglio, Ricky Memphis, Iaia Forte.

Italia, Francia 2018


















Un uomo che è stato in grado di distruggere ("fottere" come piace scrivere alla stampa estera) un intero paese pur di salvare se stesso ed i propri interessi, un edonista spinto, un egocentrico irredento, misogino per formazione e per scelta di stile di vita, dotato di una sessualità vorace e dedito al culto della propria persona sino all'ossessione, un miliardario figlio del più grande tesoriere della P2, falso self-made-man che si è arricchito grazie agli agganci politici e alle amicizie equivoche solo per poi divenire il leader assoluto d'Italia, trasformare il suo mal costume personale in quello dell'intera nazione, distruggerne l'economia ed il ruolo in Europa ed in Occidente in generale, farla regredire ad uno stato pre-fascismo, istupidirne le masse con la tv spazzatura, distruggerne l'apparato giudiziario per evitare a sé e ai suoi compagni la galera, fino a massacrare un'intera generazione di giovani e meno giovani i quali, a causa della pessima congiuntura economica dovuta agli strafalcioni dei suoi governi, sono stati costretti ad emigrare all'estero per divenire gli sguatteri dei propri coetanei più ricchi e più fortunati.
Questo è stato, è e sarà sempre Silvio Berlusconi. Inutile negarlo, deleterio far finta di nulla, falso dire il contrario. Berlusconi è un cataclisma che ha raso al suolo tutto ciò che ha incontrato per la pura affermazione individuale, in virtù di quel culto edonista ed individualista proprio di quel decennio, gli anni '80, che ne ha visto l'ascesa imprenditoriale.





Un uomo su cui ovviamente è stato scritto tutto ed il contrario di tutto: da chi lo attacca senza appello, a chi lo difende strenuamente (per lo più coloro che sono sul suo libro paga); persino al cinema la sua figura ha fatto più volte capolino: da "Ginger e Fred" dell'odiato Fellini al codardo "Il Caimano" di Moretti, passando per le piccole produzioni "Shooting Silvio" e "Ho ammazzato Berlusconi", lo scalcinato cinema italiano ha più volte provato a ritrarne lo squallore ed il pessimo lascito. Ed è ironico il fatto che tali film siano figli dello stesso sistema berlusconiano: da una parte sono prodotti da quella Rai nel cui CDA sedevano i suoi compagni di partito, dall'altra sono comunque prodotti creati all'interno di un'industria in stato di sfacelo anche a causa della distruzione culturale e del sistema nepotistico che Berlusconi ha da sempre sostenuto e foraggiato.




E' ancora più ironico il fatto che a confrontarsi di petto con la sua figura sia ora quel Paolo Sorrentino che aveva trovato un primo successo internazionale con il suo capolavoro "Il Divo", film su di un altro mostro sacro della politica italiana, quel Giulio Andreotti figura satanica della DC ed altro leader supremo della Penisola.
Ma rispetto ai tempi de "Il Divo" Sorrentino è cambiato: l'esperienza con "The Young Pope" lo ha portato a prediligere una narrazione di tipo seriale, da qui la divisione di "Loro" in due parti; senza contare l'incontro non proprio felice con Umberto Contarello, sceneggiatore già delle pellicole di Mazzacurati che con il grande artista napoletano ha scritto "This must be the Place", "La Grande Bellezza" e "Youth", ossia le sue pellicole meno riuscite. "Loro", almeno in questa sua prima parte, appartiene pienamente a questa seconda fase del cinema di Sorrentino, dove ad una forma sgargiante non corrisponde spesso alcuna sostanza.




Ed è bene precisarlo: questa sua ultima fatica risente della forma seriale anche all'interno delle singole parti; tanto che già "Loro 1" può essere diviso in due parti.
Nella prima seguiamo la scalata sociale di Sergio Morra (Scamarcio), al secolo Giampaolo Tarantini, ossia colui che procurava le escort al presidentissimo. Qui Sorrentino si sbizzarrisce: pur bandendo i suoi abituali freak, si diverte a descrivere la politica come un postribolo a cielo aperto, dove un arrivista spregiudicato vuole far parte dei "loro", coloro che contano, fino ad arrivare al capo supremo, "lui".
Un nugolo di personaggi, quelli ritratti, senza né arte, nè parte, che tirano coca come se fosse ossigeno e sono ossessionati dal sesso; puttane e protettori, ma anche ministri e personalità politiche in un girotondo che è quasi un'orgia del potere: non esistono interessi per i "loro" che non siano dati dal sesso o dal potere per il potere, ossia dall'arrivismo spicciolo. Il tutto sullo sfondo di una Roma fantasma, lontana anni luce dalla "grande bellezza".
Peccato che la narrazione sia tutta qui.




Sorrentino costruisce un sistema di simboli fin troppo criptico, quasi come se volesse celare una vacuità totale; non si capisce il perchè dei rimandi faunistici: cosa rappresenta la pecora moribonda? Il popolo italiano che muore un pò alla volta dinanzi alla tv spazzatura? Ed il rinoceronte? La rincorsa folle di Morra verso la vetta? Non è dato saperlo.
Quel che è peggio, il simbolo più forte di tutti viene presto barattato per un puro effetto spettacolare: la pioggia di immondizia nei Fori che sta per bagnare il magnaccia e le sue troie si trasforma subito in una pioggia di anfetamine. Ed è così che comincia la sequenza più barocca ed inutile del film, la lunghissima festa in Sardegna, dove Sorrentino si scatena nel creare immagini decadenti del tutto fini a sè stesse.
Ed è qui che termina la prima parte, quasi il primo episodio di una serie, con Morra deluso dal non aver attirato l'attenzione di Berlusconi.




Fortunatamente è anche qui che comincia la parte più riuscita, dove il "lui" diviene "egli": Berlusconi diviene il protagonista assoluto, incarnato da un Toni Servillo come al solito devoto al metodo Strasberg, totalmente calato nei panni del "nano di Arcore".
Un Berlusconi, quello ritratto, in un momento di riflessione, ossia quando nel 2006 non è stato rieletto immediatamente, quindi prima della schiacciante vittoria nelle elezioni del 2008. Un Berlusconi quasi crepuscolare, ma ancora agguerrito. Sopratutto un Berlusconi maschera del potere che differisce da quel suo ideale predecessore, l'Andreotti de "Il Divo".




Un personaggio da farsa, il Silvio Berlusconi di Sorrentino; non un uomo dalle mille maschere che cela un volto machiavellico, bensì una maschera vera e propria, un personaggetto perso nelle proprie elucubrazioni, attentissimo all'apparenza e bugiardo compulsivo. Non c'è differenza tra il Berlusconi che appare in pubblico, impegnato a sciorinare battute squallide pur di piacere al pubblico e quello che si aggira per la propria villa, in privato. L'orgia del potere si fa farsa del potere, l'eterno presidente si ritrova a fare i conti con il proprio menage familiare: una moglie che non lo ama più ma della quale è bisognoso di attenzioni, un nipotino che plagia al suo sistema di non-valori del tutto immorali, ed ovviamente le accompagnitrici, con la Noemi Letizia giovanissima amante compiaciuta del proprio ruolo di escort di lusso.




Un "secondo episodio" decisamente più riuscito, dove il vertice immorale del protagonista imbriglia perfettamente l'ossessione sorrentiniana per la forma per creare un racconto più solido e coerente. Ed in attesa di "Loro 2", si può solo dare un giudizio parziale su di una pellicola compiaciuta sino al tedio, della quale almeno metà delle scene potevano essere tranquillamente tagliate, in cui solo la seconda parte è davvero interessante e riuscita.

domenica 24 maggio 2015

Youth- La Giovinezza

Youth

di Paolo Sorrentino.

con: Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda, Mark Kozelek, Robert Seethaler.

Drammatico

Italia, Inghilterra, Francia, Svizzera (2015)













"Youth" segna in un certo senso un punto d'approdo prevedibile per la carriera di Sorrentino, l'epilogo intravisto e mai sperato del suo modo di intendere la narrazione filmica: il trionfo della mera forma sul racconto.
L'attenzione estrema per la composizione dell'inquadratura, l'uso espressivo ed estetico delle luci e la creazione di sequenze oniriche e poetiche, i marchi di fabbrica del suo cinema che ne hanno giustamente sancito il successo e la riuscita, qui divengono compiaciuta masturbazione; le immagini non raccontano nulla, la loro estrema e sfavillante ricercatezza formale non è al servizio di niente se non del compiacimento estremo del loro creatore; il che, unito ad una narrazione essenziale e a tratti contraddittoria, porta alla creazione dell'esito peggiore del suo cinema.


Già ne "La Grande Bellezza" (2013), una forma di ispirazione verso il cinema di Fellini era ravvisabile; ma con "Youth" Sorrentino va oltre e riprende in pieno l'ambientazione termale e parte della caratterizzazione del protagonista da "8 e 1/2" (1963); Fred Ballinger altro non è se non una versione invecchiata del Guido Anselmi di Mastroianni, un uomo che si è lasciato alle spalle i momenti migliori della sua vita per sguazzare in uno stato di apatia perenne; un artista che rifugge la sua stessa arte per rifugiarsi nella frivolezza, nei piaceri semplici e nella quotidianità più bassa, come i discorsi sulle minzioni mattutine; un "vecchio" nel senso pieno del termine, la cui vitalità viene mostrata solo nei sogni; la performance trattenuta di Caine ben aiuta a dar vita al personaggio, ma non si capisce perchè debba assomigliare tanto a Gep Gambardella pur non avendone le caratteristiche emotive, tantomeno il volto di Toni Servillo; tant'è che è facile credere che la scelta dell'interprete sia dovuta a mere ragioni commerciali, per dare un tono "internazionale" all'operazione.
Il ruolo dell'autore vecchio ma ancora caparbio viene invece relegato alla sua ideale nemesi, il Mick Boyle di un redivivo Harvey Keitel, regista ottantenne ma ancora carico di voglia di esprimere la sua poetica, che insegue forsennatamente l'arte per poter cercare di creare un lasciato definitivo, un testamento in grado di sottolineare tutta la sua creazione precedente.


L'impostazione dei caratteri dei due protagonisti, per quanto derivativa, è efficace nel descrivere lo stato senile di chi dalla vita ha avuto tutto; due autori dalle esperienze complementari, ma non del tutto opposte, due amici e complici che si ritrovano non tanto a fare il punto di quanto prodotto, ma a convivere con i postumi delle loro creazioni: Bellinger ossessionato dal riconoscimento avuto solo per la sua opera meno ambiziosa, le "canzoni semplici" che tutto il populino, falsi intellettuali compresi, apprezzano ossessivamente, Boyle alle prese con la difficoltà di creare una summa del suo cinema, in particolare il finale perfetto della sua opera, che gli sfugge continuamente.
Altrettanto riuscito è lo sguardo verso il giovane artista Jimmy Tree, che Sorrentino e Paul Dano modellano idealmente su Johnny Depp e con il quale creano un affondo all'ossessione del pubblico moderno per la frivolezza del cinema mainstream; il "genocidio culturale" già perfettamente ritratto da Inarritu nello splendido "Birdman" (2014) ritorna nella forma di un attore schiacciato dal suo peggiore personaggio, che ritrova sé stesso grazie all'apprezzamento per la sua vera arte.


Decisamente meno riuscita è la caratterizzazione di tutti i personaggi secondari; è come se Sorrentino non riuscisse a creare caratteri che non siano iperbolici e stereotipati; i freaks che hanno fatto la fortuna del suo cinema oramai divorano ogni buon senso e buon gusto per imporsi come caricature poco credibili e ridicole; è il caso di Lena, la figlia di Bellinger, vero e proprio stereotipo della figlia alla ricerca di una figura paterna in ogni uomo, sia esso il figlio del migliore amico del padre che l'aitante istruttore di alpinismo; Lena è il perfetto stereotipo della donna fragile e petulante, in grado solo di lamentarsi e rinfacciare le mancanze delle figure maschili che la circondano.
Ancora peggio, i personaggi di contorno sono tutti rigorosamente basati sull'effetto scenico piuttosto che su una loro possibile funzione narrativa; non si capisce davvero a cosa serva la coppia di "muti" che Bellinger e Boyle si divertono a spiare, se non a creare sequenze ironiche; il marito di Lena è semplicemente un idiota, non una parodia di un uomo infantile, quanto una barzelletta utile solo a dare alla stessa una forma di rilevanza ulteriore rispetto a quella di semplice controparte del padre. Gli sceneggiatori di cui Boyle si attornia nel suo brainstorming perenne sono il peggior esempio di sarabanda di luoghi comuni mai apparsi in una pellicola d'autore: il gay insicuro, lo sfacciato, il radical chic, l'intellettualoide e la ragazza petulante, ossia tutti i "tipi" di mestieranti e pseudo-autori che si possano immaginare. E l'omaggio a Maradona, ridotto ad un pachiderma silenzioso chiuso nella gloria del passato, per quanto simpatico è fuori tempo massimo, semplice strizzatina d'occhio di un napoletano ad un mito del calcio partenopeo.


Sopratutto, Sorrentino non riesce a comunicare gli stati d'animo e i pensieri se non tramite dialoghi didascalici e verbosi; l'introduzione di Bellinger, il dialogo con l'emissario della regina, è probabilmente uno dei peggiori escamotage per dar vita ad un personaggio che si possano immagine, dove tutte le informazioni sul protagonista vengono sbattute in faccia allo spettatore per il gusto di togliersele davanti, privandosi così della possibilità di dare un significato alle immagini del quale sarà protagonista. I battibecchi con Boyle sono stanchi e le posizioni anti-intellettuali sono pretenziose e talvolta genuinamente false, foriere di una volontà iconoclasta fine a sé stessa sopratutto perchè priva di ogni contesto culturale di riferimento. L'unica sessione dialogica interessante è il confronto tra Keitel e la Fonda, vero e proprio combattimento tra due personaggi antitetici: un confronto serrato, volgare e acido, nel quale Sorrentino si diverte a distruggere i due personaggi per evidenziarne le mancanze.


E le immagini scorrono inesorabili ed inerti, visioni totalmente fini a sé stesse, ricercatissime nell'estetica e totalmente vuote nel significato. Sorrentino stavolta non si risparmia: esterni della campagna svizzera che non sfigurerebbero in una brochure turistica, mangiatori di fuoco che si riflettono sui vetri, massaggiatrici che giocano a danzare al ralenty, nudi gratuiti immersi in illuminazioni soffuse; la fotografia di Bigazzi con i suoi giochi di luce e colore viene gettata in faccia allo spettatore solo per dimostrarne il mestiere; la composizione delle inquadrature, persino nelle sequenze dialogiche, è talmente inutilmente barocca che sembra gridare "guardatemi!" in ogni fotogramma; i movimenti di macchina ricercatissimi sono tronfi; il principio dell'estetica per l'estetica viene abbracciato totalmente, tanto che sembra che al posto di Sorrentino in cabina di ragia ci sia un suo imitatore intento a creare una parodia.


Nemmeno la pura contraddittorietà viene risparmiata; il personaggio di Miss Universo, ossessione erotica presente sin dalle primissime scene, viene introdotto in modo intelligente, con uno scambio di battute con Jimmy Tree che ne distrugge lo stereotipo di "bella scema"; ma poi Sorrentino ci ripensa, regala il nudo integrale della carriera a Madalina Ghenea, che le ha permesso di conquistare le prime pagine di tutte le riviste di gossip, e ne disvela in toto la bellezza: una bellezza di plastica, con le labbra gonfiate e i seni rifatti; una bellezza che, nell'ambito del racconto, vorrebbe rappresentare quasi una forma salvifica per i due protagonisti, ma che a causa della sua falsità contraddice sé stessa, proprio come avveniva con la Ferilli ne "La Grande Bellezza".


Tra compiacimento urlato in faccia e narrazione claudicante, verrebbe voglia di far propri i dialoghi del film e chiedere a Sorrentino se tutt'oggi è felice; perchè, stando a quanto lascia dire i suoi personaggi, sono la felicità porta all'arte; e lui, tra acidità gratuita, piattezza narrativa e estetismo da videoclip, oramai non sembra più in grado di concepire una vera forma d'arte.

lunedì 24 febbraio 2014

La Grande Bellezza

di Paolo Sorrentino

con: Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Iaia Forte, Galatea Ranzi, Isabella Ferrari, Massimo De Francovich, Roberto Herlitzka, Serena Grandi, Carlo Buccirosso, Giorgio Pasotti, Vernon Dobtcheff.

Italia, Francia (2013)











Difficile giudicare un film come "La Grande Bellezza"; difficile dare un peso ad un'opera volutamente vuota, pretenziosa e "molesta"; d'altro canto, il limite intrinseco del cinema di Paolo Sorrentino è sempre lo stesso: una forma sgargiante, energica e pulsante che però, a tratti, rischia di divorare la sostanza, intesa sia come semplice "contenuto" che come racconto vero e proprio.


In una Roma decadente e sfatta si muove il giornalista e scrittore Gep Gambardella (un Toni Servillo al solito sublime); tra una festa e l'altra, Gep rimugina sul suo passato, sulle occasioni mancate, si innamora della bella spogliarellista Ramona (Sabrina Ferilli) e cerca di dare un senso ad una vita fatta solo di eccessi.


Inutile cercare paragoni con il cinema di Fellini, in particolare con "La Dolce Vita" (1960) e "Roma" (1972); Sorrentino non volge uno sguardo "morale" alla movida romana, né si limita ad omaggiare la Città Eterna; la sua è una visione disincantata e delusa di un mondo in cui l'eccesso e l'autocompiacimento sono diventati l'unica vera ragione di vita degli esseri umani; Gep, e con lui tutti i personaggi, sono "uomini vuoti", persone prive di idee, ideali e volontà, se non quella di muoversi, di ballare, di apparire per il solo gusto di farlo; la forza dell'immagine virtuale divine così unico valore ricercato ed ostentato fino all'iperbole; e di fatto ogni personaggio è una caricatura di sé stesso, un coacervo di difetti fisici emblemi della propria vacuità intellettuale, somigliando a zombi sfatti che si muovono ritmicamente sullo sfondo di una notte eterna. La disanima del "berlusconismo", inteso come cultura edonista fine a sé stessa, diviene così il perfetto specchio di una società sull'orlo del baratro, poichè incapace di creare (il "blocco dello scrittore" che affligge il protagonista da quasi quarant'anni è perfetta metafora della fine della cultura in Italia) e, sopratutto, dimentica del proprio passato.


E proprio il ricorso al "ritorno al passato" come forza salvifica è l'aspetto meno riuscito del paradigma di Sorrentino; ciò per due motivi innegabili: la vacuità intellettuale ed intellettiva ritratta come vizio della "dolce vita" capitolina oramai è stata sdoganata ad ogni latitudine del Paese; inutile continuare a vedere, nel 2013, il piccolo paese di provincia come "oasi felice" scevra dalla corruzione morale quando questa è ormai parte integrante dell'intero sistema-Paese e non più relegata alla sola metropoli; e, in secondo luogo, ciò è ancora peggio se si tiene conto di come lo stesso edonismo berlusconiano è esso stesso un'incrostazione di un passato ormai remoto, che perdura da più di due decenni e che, quindi, ha reso il passato del nostro paese una vera e propria "culla di mostri", piuttosto che un paradiso perduto.


L'estetica sorrentiniana è però perfetta per ritrarre lo squallore delle "feste" notturne; come Virzì nel coevo "Il Capitale Umano", anche Sorrentino descrive i personaggi che popolano il suo mondo come dei freaks sfatti, iperboli di un mondo vuoto; e se i festaioli non sono che dei mostri che giocano alla bella vita, la sferzata più feroce Sorrentino la infligge alla classe intellettuale, vera responsabile del tracollo dell'Italia; tutti i cosidetti "eruditi" vengono passati in rassegna e distrutti di volta in volta; a partire dal protagonista, Gep, uno scrittore graziato da un unico successo editoriale che campa di rendita da oltre quarant'anni, riducendosi a fare l'intervistatore a tempo perso; il personaggio di Romano (un Carlo Verdone finalmente privato delle sue caratteristiche "maschere", che dona un'ottima performance) è l'emblema del drammaturgo finto-impegnato, la cui ottusa militanza intellettualoide non lo ha portato da nessuna parte, se non a rinchiudersi in un guscio di illusioni (la messa in scena dello spettacolo su D'Annunzio) e allo sfruttamento da parte delle sue "ragazzette"; il personaggio di Stefania è quello su cui l'autore riversa la critica più polemica: intellettuale di sinistra altezzosa e finto-impegnata, viene letteralmente fatta a pezzi su tutte le sue convinzioni, svelando il meccanismo di "borghesizzazione" che ha distrutto la classe intellettuale dall'interno; su tutti è però il personaggio dell'artista radical-chic a stupire: vero e proprio stereotipo della stupidità che infesta il mondo dell'arte moderna, esso viene letteralmente distrutto da Sorrentino mediante la semplice messa in scena della sua genuina cretinagine e ritratta come un coacervo di tutta la ruffianeria compiaciuta propria della classe intellettuale.


Eppure, anche nella critica alla società intellettuale, la disanima di Sorrentino diviene a tratti incerta; il vuoto pneumatico che avvolge i personaggi viene ben rappresentato, ma quando si tratta creare una controparte portatrice di valori, l'autore incespica; nel descrivere il personaggio de "La Santa", Sorrentino vorrebbe creare un ideale contraltare alla vacuità propria degli intellettuali, ma delineandola come una vecchia semirimbambita si contraddice da solo; se è vero che la società ecclesiastica formata dai sacerdoti e cardinali è vacua come gli edonisti, allora perchè descrivere un personaggio vero portatore di ideale positivi come una mummia pluricentenaria per poi cercare di darle dignità, in extremis, nel climax della scala? Forse nella visione di Sorrentino anche il redentore porta con sé i germi di coloro che deve redimere? Non è dato saperlo. Dubbi di caratterizzazione che affliggono anche l'altro personaggio "positivo" della pellicola, quella Ramona che a tratti sembrerebbe figura salvifica, ma che Sorrentino fa impersonare a Sabrina Ferilli, la quale dona certamente una carica di sensualità materna al personaggio, ma il cui viso sfregiato dal lifting la pone, idealmente, sullo stesso piano degli altri personaggi del film.


Il difetto veniale del cinema di Sorrentino è sempre stato quello dell'estrema ed ossessiva ricercatezza estetica; se nei suoi precedenti lavori, fino al capolavoro "Il Divo" (2008), la sperimentazione stilistica era ben controbilanciata dal contenuto, a partire dal precedente "This Must be the Place" (2011) la forma diviene sostanza, annacquando ogni il racconto, il quale viene inevitabilmente sottomesso ai movimenti di macchina; difetto che non sfugge neanche ne "La Grande Bellezza": la ricerca di un effetto estetico sbalorditivo ed elegante è avvertibile in ogni singolo fotogramma; l'uso del montaggio, qui più frammentario che mai, spezza letteralmente ogni singola scena in una serie indefinita di immagini perfettamente concepite e splendidamente fotografate; eppure, la ricercatezza estrema finisce talvolta per divorare il racconto, che incespica tra sottotrame solo abbozzate (la pazzia del ragazzo, l'epilogo della storia di Ramona) ed occasioni sprecate (il giro notturno tra i palazzi antichi); forma e sostanza, così, si inseguono in una caccia forsennata dove è la prima, inevitabilmente a vincere; sorge però spontaneo un dubbio, purtroppo privo di risposta: in una pellicola che ritrae il vuoto esistenziale di società sull'orlo del collasso perchè dedita ad un edonismo autodistruttivo e compiaciuto, la cannibalizzazione del racconto da parte della messa in scena è davvero un difetto?