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martedì 31 ottobre 2017

Non Aprite quella Porta 2

The Texas Chainsaw Massacre 2

di Tobe Hooper.

con: Dennis Hopper, Caroline Williams, Jim Siedow, Bill Moseley, Bill Johnson, Lou Perryman.

Grottesco

Usa 1986















Il propizio incontro con Menahem Golan ha consentito a Tobe Hooper di creare uno dei suoi film più singolari e divertenti, quel "Lifeforce" giustamente divenuto un cult. Ma all'epoca della sua uscita, lo stravagante kolossal fu un cocente flop; Hooper dovette così cercare per il suo secondo film con la Cannon un progetto dal sicuro impatto commerciale. E quale migliore opzione se non quella di un sequel al suo capolavoro targato 1974, quel "The Texas Chainsaw Massacre" che negli anni '80 ancora incassava dollari grazie al neonato mercato del Home Video.
"The Texas Chainsaw Massacre 2" esce nei cinema nel 1986, ben 12 anni dopo l'originale; ed è in tutto e per tutto un film ad esso antitetico, che sostituisce l'atmosfera cupa con un grottesco ai limiti del demenziale, la violenza solo suggerita con il gore urlato in faccia e la cattiveria con un umorismo nero talvolta di pessimo gusto.
Un film che definire spiazzante sarebbe riduttivo, che gli stessi appassionati della serie di Leatherface (che di fatto inizia qui piuttosto che con il primo exploit) hanno guardato alla sua uscita e continuano a guardare tutt'oggi con occhio traverso. Perchè questo secondo capitolo della famiglia di cannibali texana è un oggetto strambo, volutamente folle e ancora più volutamente privo di senso alcuno, dove vi è una sola certezza: il talento divertito e mai così irriverente del suo autore.




Divertimento che per Hooper comincia già con il poster del film, che sbeffeggia quello di "The Breakfast Club", con la famiglia di cannibali al posto dei teen-agers finto-problematici; divertimento che si protrae per tutto il film, nonostante tutti i limiti del caso; l'idea originale che lui e lo sceneggiatore del primo film, Kim Henkel, avevano concepito per il sequel era tutt'altra roba: un horror ambientato in una città composta da cannibali, anch'esso dal tono grottesco, ma decisamente più ambizioso, che si sarebbe dovuto intitolare "Beneath the Valley of the Texas Chainsaw", in omaggio al cinema di Russ Meyer. Ma Golan lo ha poi forzato ad un operazione più convenzionale, anche per rientrare in un budget più appetibile. Ed Hooper finisce così per creare un vero e proprio scherzo, un film, ancora una volta, fieramente trash; ma laddove per "Liferforce" il termine può essere inteso nel senso originario, per "The Texas Chainsaw Massacre 2" può solo essere inteso nella sua accezione più negativa: un'opera ridicola, squallida e inutile. Dove però tutto è, nel bene e nel male, voluto dal suo autore.




Perché ad Hooper non interessava davvero girare una copia carbone del suo capolavoro, né un canonico slasher, quindi fa di tutto per cercare una forma di originalità mediante la disintegrazione del registro orrorifico, sino ad un'iperbole deformata dello stesso, dove l'horror vira verso il grottesco ed il macabro cede il posto al ridicolo. Laddove "The Texas Chainsaw Massacre", prima ancora di anticipare i tempi e le mode, era la perfetta incarnazione di quel cinema horror americano anni '70, il suo sequel è il perfetto manifesto di quello anni '80, dove tutto è colorato, esagerato, folle, subordinato all'intrattenimento più puro piuttosto che allo spavento.




Anticonvenzialità e divertimento che sul piano narrativo vengono incarnati dalla scelta dei due protagonisti; al bando teen-agers in calore, al timone ci sono lo sceriffo Lefty, interpretato dal grande Dennis Hopper, e la dj Strech, che ha il volto e le gambe chilometriche della bella Caroline Williams. Proprio Hopper è uno dei punti forti del film: ammetterà negli anni come questo sia stato il suo peggior film (ma lo è davvero?), eppure non si risparmia minimamente in una performance talmente sopra le righe da divenire istantaneamente parodistica; sopratutto laddove si tiene conto di come nello stesso anno avrebbe interpretato il Frank Booth di "Velluto Blu", altro psicopatico perennemente sopra le righe, ma che emana un'aura sinistra, in un'interpretazione a dir poco inquietante.




Hooper a sua volta si diverte a tradire le aspettative del pubblico, relegando Hopper ad un ruolo a dir poco marginale dopo averlo introdotto a pistole spianate come il fratello della protagonista del primo film in cerca di vendetta (storyline che poi sarà ripresa da Rob Zombie nel suo "The Devil's Rejects" e declinata in chiave seria, con esiti decisamente più riusciti ed interessanti), solo per poi tenerlo fuori scena per oltre metà film, farlo apparire nel gran finale ed eliminarlo di punto in bianco, nuovamente fuori scena.




Ancora più beffarda è la storyline su Stretch e la sua love-story con Leatherface, un amore a prima vista che comincia con il deforme cannibale che usa la sua motosega-fallo per imbrattare la ragazza con schizzi di birra gelata come se fosse sperma e poi tenta di usare la stessa lama per una penetrazione, in una sequenza che farebbe arrossire persino Lloyd Kaufman. Storia d'amore che permette ad Hooper di infrangere con tono farsesco qualche cliché, come quando il boogeyman decide di risparmiare la vita all'amata o quando questa, da lui inseguita con intenti omicidi, si ferma per chiedergli di risolvere la cosa a parole; questo quando non gli permette addirittura di creare sequenze volutamente trash, come il ballo tra i due a metà film.




La new entry nel cast dei mostri, Chop Top, fratello gemello dell'Autostoppista (che invece appare come cadavere per tutto il film), interpretato da un giovane Bill Moseley, è un personaggio talmente sopra le righe (per merito anche del make-up volutamente eccessivo) da divenire subito cartoonesco, impossibile da prendere sul serio persino nel finale, dove insegue la protagonista per sgozzarla, o quando usa il suo rasoio su sé stesso, non riuscendo ad essere mai minaccioso.
Lo stesso Leatherface non è più il mostruoso gigante ritardato di un tempo, quanto uno strambo assassino che si diverte a saltellare con la sua amata motosega per spaventare le vittime; non ha più quella presenza minacciosa che lo aveva caratterizzato in passato, né la violenta goffaggine che lo rendeva disturbante; è, semplicemente, una maschera assassina ora privata dei tratti caratteriali essenziali e dell'aura malefica, proprio come di lì a poco sarebbe avvenuto con il Fred Krueger di Craven.




Tutto in questo seguito è l'esatto opposto dell'originale; il Texas in cui la vicenda ambientata non è una landa desertica bruciata dal sole, ma una verde vallata; la fotografia dai colori slavati e sgranata cede il passo a cromatismi gotici, in cui Hooper reitera il suo amore per l'estetica baviana, creando un'atmosfera quasi onirica; le scenografie macabre sono sostituite da composizioni cadaveriche da luna park, dove spicca l'omaggio al "Dr. Stranamore" di Kubrick, con uno scheletro che cavalca una bomba. Oltre metà del film è ambientato nel covo della famiglia Sawyer, ricavato proprio dentro un parco divertimenti in disuso, i cui ambienti sono talmente carichi di dettagli e giochi di luci al punto di essere più carnevaleschi del baraccone de "Il Tunnel dell'Orrore". Ed è persino inutile dire come per tutto il film non si riesce mai ad avere paura, fatto salvo un unico jump-scare al solito ottimamente congegnato.
Ma Hooper non si limita a dirigere una semplice commedia splatter: arriva sinanche a parodizzare il primo film nell'ultimo atto, dove l'indimenticabile sequenza della cena viene ricreata in modo caricaturale, con tanto di apparizione del Nonno.




Ogni scena, ogni dialogo e persino molte inquadrature vengono dilatate nel ritmo, trascinate sino al punto dell'esasperazione per aumentare il tono grottesco; che letteralmente esplode nel finale.
Non si può certo rimanere freddi di fronte al duello a colpi di motosega tra Leatherface e Dennis Hopper o davanti alla risoluzione affidata all'esplosione di una granata come in un cartoon di Bugs Bunny; o a quell'epilogo, anch'esso parodia, con Stretch che danza agitando la motosega. Tutto è pompato a mille, urlato sguaiatamente dritto in faccia, in uno spettacolo goliardico solo apparentemente fuori controllo.




Ed alla fine ci si ritrova semplicemente basiti quando ci si accorge si aver assistito ad una beffa, ad uno scherzo d'autore, un puro film spazzatura che serve solo a raccattare denaro.
Ma pur sempre un film spazzatura dove il talento del suo autore trasuda da ogni scena, vuoi per l'abilità di costruire una parodia talmente folle da spiazzare nel profondo, vuoi per la sua capacità di declinare un soggetto già portato in scena in chiave del tutto opposta al passato, tenendo sempre salde le redini dello spettacolo.
Uno spettacolo di grana grossa, che non concede le emozioni genuine del miglior cinema di Hooper, troppo sgangherato persino per essere preso in considerazione come una parodia vera e propria; eppure, se si riesce a stare al gioco, ci si potrebbe persino divertire nell'assistere ad un tale delirio d'autore.
Un delirio che resterà, purtroppo, la sua ultima opera interessante: a cominciare dal successivo "Invaders from Mars", ultima collaborazione con la Cannon, Hooper si perderà in progetti sempre più anonimi ed incolori, sino alla fine della sua carriera, finita malauguratamente in un sussulto, nel puro ricordo dei fasti del passato, senza nemmeno un botto finale. Il che è a dir poco un peccato.

venerdì 27 ottobre 2017

Space Vampires

Lifeforce

di Tobe Hooper.

con: Steven Railsack, Mathilda May, Peter Finch, Patrick Stewart, Frank Finlay, Michael Gothard, Aubrey Morris, Nicholas Ball.

Fantastico/Horror/Catastrofico

Usa, Inghilterra 1985














L'esperienza con il tirannico Spielberg è stata a dir poco deleteria per il povero Tobe Hooper; benché in successive interviste egli stesso specifichi come i lavori sul set di "Poltergeist" siano stati più tranquilli di quanto si possa credere e che lui avesse più controllo di quanto si possa immaginare (maledizione compresa), è chiaro, a giudicare dal prodotto finito, come l'ingerenza di Spielberg sia stata pressoché totale. Ed è inutile continuare a sottolineare come la stessa cosa sia avvenuta, in precedenza, sui set di "Eaten Alive" e "The Dark", abbandonati da Hooper per disperazione. Ma la svolta sarebbe arrivata proprio all'indomani della collaborazione, pur fruttuosa, con il Re Mida di Hollywood; ed aveva la forma della mitica Cannon Films.




La Cannon, ossia croce e delizia di ogni appassionato di B-Movies; capitanata dal dinamico duo di cugini Menahem Golan e Yoram Globus, questa piccola ma integerrima casa di produzione indipendente si era ritagliata un posticino di quasi-prestigio a L.A. negli anni '80, producendo soft-core in costume, horror di serie B, sequel su sequel de "Il Giustiziere della Notte", strampalati action movies con Chuck Norris ed avviando la moda ultratrash dei film con ninja bianchi.
Ma nel 1985, Menahem Golan, vera mente dietro la Cannon e dotato di un'ambizione incredibile, decide di fare il colpaccio: investire i proventi dati dalle piccole produzioni in veri e propri kolossal e pellicole d'autore; ecco dunque Golan portare dalla sua autori del calibro di John Cassavetes, Roberto Rossellini (il quale affermerà in seguito come Golan sia stato il miglior produttore che abbia mai conosciuto) e finanche Jean-Luc Godard, ai quali consente di dirigere le proprie opere in totale autonomia, pur contando su budget ristretti.
Per quel che riguarda le grandi produzioni, la Cannon punta davvero in grande: acquisisce i diritti di sfruttamento del franchise di Superman dai fratelli Salkind, quelli dell'Uomo Ragno dalla Marvel e di "He-Man and the Masters of the Universe" dalla Mattel; in sostanza, la Cannon, a metà degli anni '80, cercava di divenire ciò che la Miramax e la New Line sarebbero diventate nel decennio successivo, ossia un ex casa di produzione di pellicole exploitation evolutasi in major. Purtroppo, nulla andò secondo i piani.
"Superman IV" e "I Dominatori dell'Universo" si rivelarono dei cocentissimi flop al botteghino, anche a causa della pessima gestione del budget da parte del duo di produttori; il che porterà la Cannon al fallimento nei primi anni '90.
Ma per Tobe Hooper, la collaborazione con Golan sarà più che propizia; ottenuto un contratto per tre film, con buoni budget e sopratutto la piena libertà artistica, il compianto autore riesce così a creare quelle che saranno le sue ultime pellicole davvero degne di nota, per un motivo o per l'altro: lo stralunato "The Texas Chainsaw Massacre part II", il nostalgico ma poco riuscito remake di "Invaders from Mars" e, sopratutto e prima di questi, quell'incredibile amalgama di generi e situazioni che è "Lifeforce", vero e proprio "kolossal extravaganza" costato 25 milioni di dollari, una delle produzioni più grandi di tutta la storia della Cannon, che purtroppo si rivela anch'esso come un incredibile flop di cassetta, ma che nel corso degli anni è giustamente riuscito a divenire un'amatissima pellicola di culto.




Affidata la sceneggiatura al compianto Dan O'Bannon, che riprende solo formalmente il romanzo "Space Vampires" di Colin Wilson (benché il titolo italiano possa far pensare ad una trasposizione vera e propria), Hooper si diverte a fondere in poco meno di due ore di film fantascienza classica, fantahorror post "Alien", thriller, poliziesco, horror splatter, reminiscenze sul mito del vampiro ed i B-Movie anni '50 e cinema catastrofico, condendo il tutto con una massiccia dose di erotismo.
La trama escogitata da O'Bannon gli permette infatti di sbizzarrirsi: durante una spedizione spaziale inglese, incaricata di osservare il passaggio della Cometa di Halley, un gruppo di astronauti capitanati dal Colonnello Carlsen (Railsbeck) si imbatte in un misterioso vascello alieno, a bordo del quale rinvengono, ibernate, tre forme di vita umanoidi, dalle fattezze a dir poco sensuali.
Dopo un incidente, lo shuttle di Carlsen torna sulla Terra, portando con sé anche i visitatori; dei tre, la prima a risvegliarsi è la donna, che con il suo aspetto conturbante mesmerizza chiunque le capiti a tiro; sfortunatamente, si tratta di una sorta di "vampiro alieno", una creatura che risucchia le energie vitali dei partner sessuali (anche solo tramite un bacio), che finiscono per divenire dei cadaveri semicoscienti; libera per l'Inghilterra, la "space girl" comincia a mietere vittime; sulle sue tracce si mettono, oltre Carlsen (il quale ha sviluppato con lei una sorta di connessione psichica), anche il colonnello Caine (Firth), gli scienziati Fallada (Finley) e Bukovsky (Gothard) ed il rappresentante del Parlamento sir Heseltine (Morris). La "caccia all'aliena" culmina in un finale catastrofico, con Londra messa a ferro e fuoco dai vampiri spaziali.




Di tutti i "generi" amalgamati, Hooper si rivela perfetto artigiano; l'incipit, da hard sci-fi che poi sconfina nel fantastico, è una sequenza a dir poco visionaria: scenografie che rivaleggiano davvero con le visioni di Scott, dove l'astronave aliena sembra essa stessa un essere vivente, una sorta di mostro gotico venuto dallo spazio profondo, un'entità viva anche se inerte, i cui interni sembrano organici e pulsanti.
L'erotismo, componente essenziale nello sviluppo della trama, è cucito addosso alla bellissima diciannovenne Mathilda May, le cui forme prorompenti graziano l'occhio dello spettatore in ogni singola scena in cui appare; impossibile restare freddi dinanzi alla sua bellezza carnale eppure quasi angelica, un mix perfetto di eros e thanatos che eccita e turba.




Mentre la componente più spiccatamente horror è suddivisa a sua volta in due sottocategorie; nei flashback assistiamo al collasso dell'equipaggio dello shuttle, in una variazione del classico della "casa infestata" come in "Alien", dove però a far da padrone è l'atmosfera onirica e morbosa, data dalla presenza della Space Girl e della sua malia irresistibile, piuttosto che da quella di un mostro sanguinario.
Sulla Terra, l'orrore è quello fisico dei corpi martoriati dall'erotismo cannibale, trasformati in ghoul urlanti che si disintegrano al contatto, animati grazie ad effetti pratici forse troppo ambiziosi per l'epoca, che risultano purtroppo palesemente finti, ma che riescono lo stesso ad incutere una forma di timore grazie al sound design e all'uso, al solito magistrale, che Hooper fa dei jump-scare.





La parte poliziesca, che occupa circa tutta la parte centrale, è affidata totalmente alla maestria del gruppo di attori e consente ad Hooper di confrontarsi con un genere a lungo inseguito; la progressione, pur lineare, porta ad un paio di colpi di scena ben congegnati e sopratutto ad una scena scult, ma lo stesso divertente e riuscita, in cui Steven Railsback copula con Mathilda May... mentre quest'ultima  si trova nel corpo di Patrick Stewart.





E nell'ultimo atto, tutto esplode, in un modo o nell'altro; il grosso budget consente ad Hooper di creare sequenze di distruzione incredibili, graziate anche dai bellissimi effetti ottici, tutt'oggi incredibili. Sfortunatamente, laddove il tocco del regista trionfa, quello di O'Bannon vacilla.
La ripresa di una mitologia gotica e terrena è fuori luogo, inserita a forza nella storia per avere un mezzo di risoluzione, una specie di deus ex machina che viene fuori dal nulla e senza preavviso alcuno, una vera e propria pistola di Chechov che però non appare mai negli atti precedenti. Così come forzato è il colpo di scena riguardante uno dei "buoni", che decide di punto in bianco di tradire tutti, senza peraltro nemmeno riuscire ad incidere in modo significativo sugli eventi. Ancora più fuori luogo è poi il finale, dove la risoluzione di tutto viene affidata ad una rivelazione che, letteralmente, non sta né cielo nè in terra.




Caduta di tono finale che però non toglie un grammo al godimento; Hooper riesce sempre a tenere alta l'asticella dello spettacolo, a rilanciare costantemente con situazioni sempre divertenti, dimostrando una padronanza totale di tutti i registri tirati in gioco. Il suo è una sorta di vero e proprio "trash d'autore", dove l'epiteto è tutto fuorché dispregiativo: come nella letteratura trash delle origini, riprende stili e generi che il cinema mainstream ha quasi del tutto dismesso, per elevarli ad un livello successivo, a puro spettacolo di intrattenimento magnificamente divertente. Prova del suo innato ed innegabile talento.

giovedì 19 ottobre 2017

Il Tunnel dell'Orrore

The Funhouse

di Tobe Hooper.

con: Elizabeth Berridge, Kevin Conway, Shawn Carson, Jack McDermott, Wayne Doba, Sylvia Miles, William Finley, Cooper Huckbee, Largo Woodruff, Miles Chapin.

Horror

Usa 1981















---CONTIENE SPOILER---

I contrasti con i produttori hanno sempre e per sempre danneggiato la carriera di Tobe Hooper; anche all'indomani dell'ottimo successo di quel "Eaten Alive" sottrattogli verso la fine delle riprese, Hooper si vede costretto ad abbandonare nuovamente un set, quello di "The Dark", horror sovrannaturale che Dick Clark decide di trasformare in fantahorror a riprese già avviate, causando le furie dell'autore e trasformando il film in un pastrocchio senza né capo nè coda.
Bisogna quindi aspettare il 1981 per vedere un nuovo film di Hooper nelle sale, uno dove ha avuto pressoché il pieno controllo; e la data è fatidica: il filone slasher, che lui stesso aveva in parte anticipato con "The Texas Chainsaw Massacre", è al culmine della fama grazie ai successi di "Halloween" e "Venerdì 13", i cui primi seguiti escono quello stesso anno. Lo script di "The Funhouse" è, alla base, nulla più di classico horror sequenziale, con il canonico gruppo di teen-ager in un contesto ostile (in questo caso un sinistro luna park) ed alle prese con un mostro. Ma ad Hooper non interessa perorare quei luoghi comuni e quegli stereotipi da lui stesso in parte coniati e, con un controllo maggiore in sede di produzione riesce ad evitare molte delle trappole proprie del filone e ad iniettare nel film un'anima cinefila ed un forte tocco di empatia verso il mostro, creando uno degli horror più interessanti e riusciti del decennio.




Fin dall'incipit, Hooper è chiaro: quello a cui assisteremo non sarà un canonico slasher; alternando un piano sequenza in soggettiva ad una scena di nudo della bellissima protagonista Elizabeth Berridge (che comparirà in "Amadeus" per poi eclissarsi, nonostante le ottime doti recitative), costruisce una vera e propria parodia del filone; il killer con i guanti neri, reminiscenza di quel "giallo movies" a cui lo slasher tanto deve, la maschera che copre parte della visuale come nel capolavoro di Carpenter e poi l'omicidio nella doccia, la cui costruzione riprende inquadratura per inquadratura quello di "Psycho" del maestro Alfred Hitchcock, ossia colui che assieme a Mario Bava è il padre putativo dell'horror degli anni '70 e '80.
Solo che questa volta, il ragazzino armato di coltello non è un assassino, ma un burlone che si diverte a tirare un brutto scherzo alla sorella; e che come Jamie Lee Curtis si chiude in un armadio solo per essere braccato e ricevere un sonoro rimprovero.
Sempre nella prima scena, "The Funhouse" introduce quella che sarà la maschera ricorrente del film; con un tocco post-modernista in largo anticipo sui tempi, Hooper riprende un classico, il "Frankenstein" di James Whale e ne eleva la creatura a feticcio.




Anche qui il mostro è generato da un folle; e come Leatherface è figlio dell'America ignorante e violenta, per di più nato probabilmente dall'incesto: i suoi lineamenti animaleschi ricordano quelli degli inbread dell'America più rivoltante. Ma questa creatura, sprovvista persino di un nome, individuata nei titoli semplicemente come "the monster", non l'incarnazione di una violenza atavica, ma quella dell'intolleranza altrui. Prima fra tutte, quella del padre (il caratterista Kevin Conway, che interpreta anche tutti gli altri imbonitori del luna park), che lo picchia e lo insulta ogni volta che ne ha la possibilità, benché provi lo stesso affetto nei suoi confronti; poi quella della fattucchiera Madame Zena (Sylvia Miles), che lo circuisce con la promessa del sesso solo per derubarlo; la violenza che avvia la sequenza di morti è iraconda, quasi involontaria; e verso questo mostro sofferente non si può che provare pena, oltre che orrore; tanto che Hooper, nel finale, estremizza i toni e ne trasforma la dipartita in un vero e proprio circo dell'orrore, dove la violenza viene esasperata e la tempistica dilatata al fine di rendere la visione ancora più dolorosa, persino di quella delle vittime, dei giovani che, di fatto, trapassano tutti fuori schermo.




Ragazzi la cui caratterizzazione, pur basica, sfugge a quegli stereotipi che di lì a poco diverranno marchio di fabbrica dello slasher (la final girl vergine, il duro, il fattone, il nerd e la troietta): il loro ruolo negli eventi sovverte quello che dovrebbe il loro carattere, riuscendo a spiazzare. La final girl Amy è si illibata, ma alla fine non trova la forza per uccidere il mostro, la cui morte avviene per puro accidente; la più libertina Liz, bionda d'ordinanza, non è in fondo cattiva e si rivela davvero innamorata del suo accompagnatore; il duro Buzz viene introdotto come un personaggio intollerante ed ai limiti dell'antipatia, solo per rivelarsi perfetto maschio alfa, che però cede al confronto con quello che è il vero villain, il padre della creatura; ed il simpaticone Richie si rivela un cleptomane dall'avidità spietata, che muore facendo volare quel denaro tanto rapacemente ed ottusamente inseguito nel bel mezzo dell'incubo.




L'ambientazione permette ad Hooper di dar sfogo alla sua fantasia, di intessere un'atmosfera simile a quella di "Eaten Alive", ma virata verso il gotico onirico più che al lisergico; la fonte di ispirazione, ovviamente, è il gotico baviano, con luci verdi, rosse e rosa, colori accesi e pulsanti che donano un'aura ancora più sinistra alle scenografie.
Ambientazione che permette anche di esplorare un'altra paura inconscia, questa volta totalmente moderna, quella del bizzarro che si cela dietro ai luoghi di divertimento, a questi strambi circhi costellati da freak e loschi figuri; il luna park di "The Funhouse" è una sorta di versione deviata del circo di Chaplin, dove al posto del dramma si cela un orrore al solito terreno, eppure ineludibile. Un luogo pregno di un che sinistro anche quando l'orrore non ha ancora preso piede: c'è sempre qualcosa di sbagliato, di fuori luogo tra quei tendoni, qualcosa pronto a spaventare o a spiazzare, anche quando si rivela semplicemente essere un barbone o una vecchia megera.
E se l'atmosfera è, come da manuale, da metà film in poi cupa ed opprimente, l'uso dei jump-scare è semplicemente magistrale; piuttosto che usare finti sussulti, Hooper opta per vere minacce, salvo che in un paio di occasioni; le apparizioni a sorpresa del mostro sono sempre ben congegnate e colpiscono sempre nel segno.




Con la sua originalità e la perfetta esecuzione, "The Funhouse"  è uno dei film più riusciti di Hooper; una sorta di anti-slasher che meriterebbe più attenzione da parte dei patiti del cinema del terrore; lo status di piccolo cult, in fondo, gli calza fin troppo stretto.

sabato 14 ottobre 2017

Quel Motel vicino alla Palude

Eaten Alive

di Tobe Hooper.

con: Mel Ferrer, Neville Brand, Marilyn Burns, Robert Englund, Carolyn Jones, William Finley, Roberta Collins, Stuart Whitman.

Horror

Usa 1976















Per quanto "The Texas Chainsaw Massacre" sia stato un trionfo sin dalla sua prima uscita in sala, il successo non ha garantito a Tobe Hooper quel rispetto che avrebbe meritato; ben sarebbe stata diversa la sua carriera se, all'indomani della creazione di Leatherface, avesse cercato più arditamente finanziatori per il suo progetto successivo, un mystery a tinte noir ispirato all'allora recente successo di "Chinatown" di Polanski.
Fortuna ha invece voluto che Hooper incontrasse il produttore Mohammed "Mardi" Rustam, che, proprio sulla scorta della fortuna del suo secondo film, decise di affidargli la regia di un progetto che, sulla carta, era in tutto e per tutto simile: un horror ad ambientazione campestre che rielaborava le gesta di un noto serial killer, in questo caso Joe Ball, conosciuto come "il macellaio di Elmendorf", intitolato "Eaten Alive" (in Italia, come al solito, il titolo è alquanto fantasioso, anche se, come nel caso di "Non Aprite quella Porta", estremamente evocativo).
Sfortunatamente, l'incontro tra Hooper e Rustam è stato tutto fuorché roseo; la piega che l'autore ha fatto prendere sin da subito alla pellicola non incontrava i gusti di quest'ultimo, interessato solo a farcire il tutto con quanto più sesso e quanta più violenza possibile; lo stesso Hooper si trova a dirigere per la prima volta un intero film all'interno di un teatro di posa, con macchine da presa 35mm enormi, che non gli consentono di imprimere quello stile scattante e fluido che aveva invece caratterizzato le sue pellicole precedenti. La rottura arriva così a poche settimane dalla fine delle riprese: Hooper abbandona il set, con sommo scontento da parte del cast, Rustam è costretto a finire il film di suo pugno, avendo carta bianca sulla direzione; e si vede: lo scarto con le sequenze dirette dal primo è enorme e l'erotismo gratuito introdotto a forza risulta talvolta ridicolo.
Ma, benché altalenante ed in definitiva poco riuscito, "Eaten Alive" rappresenta lo stesso un perfetto esempio della versatilità stilistica del suo autore, oltre che della sua solidità anche come direttore di un cast affiatato.




Come in "The Texas Chainsaw Massacre", anche in "Eaten Ailve" protagonista assoluta, prima ancora dei personaggi, è l'ambientazione, sempre texana, ma questa volta lontana chilometri dal deserto: una palude simile al bayou della Lousiana. E sempre come nel film precedente, tornano i personaggi sociopatici ed inquietanti che altro non sono se non l'espressione della grettitudine dell'America rurale.
Prima ancora del "mostro", a fare la sua comparsa è il personaggio di Buck (interpretato da un giovanissimo Robert Englund e che ispirerà persino Tarantino per l'omonimo personaggio in "Kill Bill vol. I"), essere sgradevole, che si diverte a sodomizzare le ragazze e a prenderle con la forza quando non vogliono stare al suo gioco; un ragazzo scapestrato, per il quale la violenza e la sottomissione sono passatempi, esempio di quell'idiozia venefica fucina di un orrore, come sempre nel horror americano anni '70, estremamente reale.




Non meno mostruoso di lui è la gretta signora Hattie (sotto il cui pesantissimo trucco si cela niente meno che Carolyn Jones, l'ex Morticia del telefilm de "La Famiglia Addams"), una matrona idiota, interessata unicamente al profitto, che non si fa remore a scaricare le ragazze che non collaborano, come la giovane ed innocente Clara (Roberta Collins, anche lei volto conosciuto: era Matilda l'Unna nel cultissimo "Death Race 2000"); è di quest'ultima il punto di vista iniziale della vicenda, quello della vittima, questa volta una vittima designata, una ragazza che non sarà mai una final girl; ma è proprio a seguito della sua dipartita che il film svela la sua struttura: non quella di un canonico slasher, ma quella più libera di un horror classico. Dove però il punto di vista principale diviene ben presto quello dell'assassino.




Non ci sono giovani turisti, questa volta; per lo meno, non nel senso canonico del termine. Le vittime dell'assassino sono quasi delle comparse, carne da macello la cui caratterizzazione viene curata, ma la cui presenza su schermo è relegata a pochi minuti. Tolta la prima ragazza, a divenire pasto per il gigantesco alligatore è una famiglia di estranei; una famiglia che è nucleo sociale impazzito, dove il rapporto affettivo sembra ormai aver lasciato spazio ad una vaga sopportazione. Il padre (William Finley, ossia il Fantasma di "Phantom of the Paradise" di De Palma) è un personaggio nei fatti non meno grottesco del lurido tenutario del motel, che si diverte a vittimizzarsi dinanzi a moglie e figlia e non si fa scrupoli ad imbracciare il fucile per vendicare la morte del cagnolino, in un circolo di violenza gratuita che, come ne "L'Ultima Casa a Sinistra" di Craven, non è ristretto ai soli personaggi negativi.
Il limite di demarcazione tra bene e male è più netto, però, rispetto agli altri personaggi. Primi fra tutti, i restanti gruppi del gruppo familiare: madre e figlia (interpretati da altri due volti noti: Marilyn Burns, la final girl di "The Texas Chainsaw Massacre" e la piccola Kyle Richards, poi bambina spaventata anche nel "Halloween" di John Carpenter) restano le vittime predilette, alla mercé dell'assassino per praticamente tutta la durata del film. Così come composta da vittime è la seconda famiglia che viene presentata, quella di Clara, che si è messa sulle sue tracce, con un padre (il grande caratterista Mel Ferrer) devoto, ma arroccato nel suo ruolo di irreprensibile genitore, ed una sorella più comprensiva, motore per la risoluzione degli eventi, anche se inizialmente puramente travolta dagli stessi.




Se in "The Texas Chainsaw Massacre" la famiglia era il nucleo nel quale l'orrore veniva concepito e tramandato, ora il volto più riconoscibile dello stesso è dato da un solitario, Judd (interpetato da Neville Brand, altro grande caratterista dalla lunga carriera); questi è in tutto e per tutto un ideale versione invecchiata del Norman Bates di "Psycho": anch'egli tenutario di uno sperduto motel caduto in disgrazia, anch'egli afflitto da una devianza psicologica che lo porta a massacrare chiunque gli capiti a tiro, con la scusa di dover sfamare il suo coccodrillo domestico. Ma la psicopatologia di Judd è più marcata, impossibile da celare sotto una maschera gioviale, si riverbera in un costante farneticare, in un turpiloquio idiota e nella sua apparenza fisica, sfatta e volgare, perfetta emanazione del marcio che batte al suo interno. Una follia, la sua, più vivida persino di quella di alcuni membri della famiglia di "The Texas Chainsaw Massacre", che ancora riuscivano a coprirla; non per nulla, la sua arma è una falce, ossia una versione più antica, "atavica", della motosega.




E se l'orrore di "The Texas Chainsaw Massacre" era bruciato dalla luce del sole, portato in scena con piglio verosimile, quasi documentaristico, pur sfociando alla fine in un incubo ad occhi aperti, quello di "Eaten Alive" è un incubo tout court, dove l'atmosfera è sin dall'inizio votata all'onirico; l'uso da una fotografia dai colori espressivi, quasi baviani (su tutti il rosso acceso degli esterni nella palude) rende ogni sequenza (si intende, ogni sequenza diretta da Hooper, naturalmente) irreale, rarefatta nell'uso di un immaginario ai limiti del lisergico; l'uso di animali, come carnefici e vittime, trasfigura la vicenda quasi in una favola nera, dove ogni azione è puramente onirica, dove persino la morte è esagerata, gridata, espressione definitiva di una follia che non ha solo consumato la mente, ma anche i sensi.




Ma nonostante il talento visionario di Hooper, la mancanza di un suo controllo totale sul prodotto finito è purtroppo evidente. Alle sequenze più genuinamente orrorifiche perfettamente riuscite sono giustapposte altre scene totalmente inutili, volte solo ad allungare il brodo ed a dare al pubblico altro pane per i soli occhi. Davvero inutile la sottotrama sullo sceriffo Martin e la sua palese attrazione per Libby, alla fine lasciata alle ortiche. O l'inclusione del personaggio di Lynette (la bellissima Janus Blythe, poi nel cast anche di "Le Colline hanno gli Occhi" ed amata conduttrice televisiva), messa lì solo per garantire una nudità in più.
In generale, la sensazione di una pellicola monca e finita alla bene e meglio da un sostituto è palese; il ritmo è fin troppo lento ed a parti efficacissime sono alternate lungaggini inutili che appesantiscono la visione.




Ma pur nella sua sbadataggine, "Eaten Alive" resta una prova interessante: un horror che può davvero essere definito come "lisergico" per la splendida atmosfera e che continua con efficacia il discorso iniziato con il suo predecessore; resta però l'amaro in bocca se si pensa a cosa Hooper avrebbe potuto confezionare se lasciato al suo posto.

lunedì 22 agosto 2016

Poltergeist- Demoniache Presenze

Poltergeist

di Tobe Hooper, Steven Spielberg.

con: Heather O'Rourke, JoBeth Williams, Craig T.Nelson, Dominique Dunne, Zelda Rubinstein, Oliver Robbins, Beatrice Straight, Michael McManus.

Horror

Usa 1982













---CONTIENE SPOILER---


L'estate del 1982 incorona Steven Spielberg come il supremo imperatore di Hollywood. Il successo travolgente di "E.T." lo consacra a vero e proprio Re Mida, in grado di trasformare in oro tutto quello che tocca, di creare fenomeni popolari partendo praticamente dal nulla ed influenzare un'intera generazione di giovani spettatori.
Ma per Spielberg quell'estate fu propizia anche per un altro motivo: anche la sua prima vera esperienza come produttore, "Poltergeist", riuscì a trionfare al box office e a divenire in brevissimo tempo un pezzo dell'immaginario collettivo. Laddove "E.T." è il film di una generazione, "Poltergeist" è il cult, nonchè l'esperimento, sulla carta ardito, di un autore che all'epoca aveva ancora una smania irrefrenabile di sperimentare.
Perchè "Poltergeist" non era un film facile da concepire, figuriamoci da portare in scena: un horror in piena regola che aggiornasse alla sensibilità moderna il cliché della "casa infestata", con effetti speciali mai visti prima, una tensione alta e sequenze splatter, ma che al contempo potesse essere visto dalle famiglie. Un horror che sapesse, in pratica, spaventare anche in modo viscerale, ma senza disgustare lo spettatore. 




Operazione ardita, che Spielberg affida ad un cineasta esperto nel genere, lontano anni luce dalla sua sensibilità e dal suo metodo di messa in scena: Tobe Hooper, all'epoca reduce dal successo de "Le Notti di Salem" (1980), ma che Spielberg apprezza sopratutto per il suo capolavoro "The Texas Chainsaw Massacre" (1974).
Come intuibile, il rapporto tra i due fu alquanto burrascoso, con Hooper perennemente scontento dell'ingerenza del produttore e Spielberg spaventato dal tocco fin troppo violento del regista; al punto che, per evitare controversie una volta che il prodotto finito fosse giunto in sala, molte scene vennero rigirate in modo da alleggerirne il tono o addirittura girate direttamente da Spielberg ad insaputa di Hooper; tanto che la paternità dell'opera potrebbe essere tranquillamente ascritta al primo, nonstante Hooper abbia poi confermato, nel corso degli anni, come il proprio apporto fosse stato essenziale per il completamento del film e la sua riuscita.
Riuscita che, su ogni livello, è avvertibile: anche se lungi dall'essere un capolavoro o una pellicola seminale, "Poltergeist" riesce davvero ad imporsi come un horror tout court, pur essendo rivolto ad un pubblico altamente eterogeneo.




Merito dell'inusuale sinergia dei due autori e della buona sceneggiatura, scritta da Spielberg e dal duo Mark Victor/ Michael Grais, di origine televisiva. "Poltergeist" riesce davvero a riportare in auge l'horror gotico, immergendolo in un contesto moderno e iniettandovi al contempo forti dosi di critica sociale.
L'ambientazione, in tal senso, è essenziale: come negli horror del decennio precedente, a fare da sfondo alla vicenda è la suburbia, un quartiere residenziale abitato dalla media borghesia, che Hooper e Spielberg ritraggono come dedita a tutti i piccoli piaceri che l'epoca poteva consentire: dalle partite di football divorate in salotto, alla piscina, dalla consumazione notturna di marjuana fino alle griffe dei giocattoli dei bambini, dove per ovvi motivi risalta il marchio di "Star Wars". Un mondo "ideale", pacifico, tranquillo, nel quale l'orrore si annida nel luogo più impensabile: il televisore.
La critica degli autori non rivolta al mezzo in sé o all'abuso che in quegli anni l'America (e non solo) cominciava a farne. Il televisore è nella storia puro mezzo verso quella realtà "altra" popolata dalle "demoniache presenze" e, su di un piano metaforico, semplicemente il simbolo del benessere borghese.




Un benessere coltivato sulla speculazione (nel film è quella edilizia, ma i richiami alla "reaganomic" sono palesi sopratutto nella scena in cui il padre di famiglia interpretato da Craig T.Nelson ne spulcia la biografia), ossia sulla distruzione dei valori canonici in forza dell'affermazione individuale. Proprio in quel 1982, all'alba del decennio dell'edonismo sfrontato, il più improbabile dei contestatori crea una metafora vincente sul quel sistema squallido e compiaciuto che tante vittime mieterà nel corso degli anni. Metafora che prende le forme del fantasma, del morto che privato del suo spazio (il cimitero, luogo di riposo distrutto in favore del benessere) se ne riappropria in modo violento.




Ma "Poltergeist" è prima di tutto un horror perfettamente riuscito. Hooper dirige le scene di tensione con mano sicura, sa rallentare il ritmo tra uno spavento e l'altro, costruisce la vicenda in modo lento, ma senza mai scadere nella noia. E quando può, colpisce duro, innestando nell'immaginario spielberghiano fatto di clown ghignanti e mostri dall'oltretomba, visioni spaltter disturbanti. Da antologia, su tutte, la sequenza in cui uno degli scienziati si strappa la faccia (che la leggenda vuole essere stata rigirata da Spielberg, che trovava le prima versione sin troppo spinta, statuizione in realtà più volte negata da entrambi). Quando poi decide di usare unicamente l'atmosfera, Hooper colpisce nuovamente nel segno, riuscendo a creare un'aura sinistra anche nelle scene pià tranquille, talvolta grazie anche alla sola presenza di Zelda Rubinstein, attrice dalla presenza e dalla voce semplicemente inquietanti nonostante la funzione benigna del suo personaggio. Persino lo humor non è mai fuori luogo, anche quando consegue a sequenze di pura tensione. Ciliegina sulla torta: gli effetti speciali di Richard Edlund sono ancora oggi apprezzabilissimi.




Laddove il film incontra un limite è nella sua natura ibrida, che ne castra alcune potenzialità. Se lasciato fare, Hooper avrebbe sicuramente reso le sequenze ancora più terrorizzanti, l'atmosfera ancora più sinistra e il sottotesto politico ancora più pregnante. Potenziale sprecato che però non inificia del tutto il lavoro svolto. Tanto che il suo status di cult appare meritato.




EXTRA

Impossibile parlare del film senza fare cenno alla "maledizione" che lo ha colpito. La serie di sciagure, tragedie, fatalità e incredibili coincidenze che lo hanno accompagnato prima, durante e dopo l'uscita in sala ha fatto giustamente parlare di un "Caso Poltergeist" e della probabile esistenza di un'entità maligna non dissimile da quella mostrata nel film stesso, che si sarebbe poi estesa anche ai due sequel "Poltergeist II- L'Altra Dimensione" (1986) e "Poltergeist III" (1988).
Tre membri del cast sono morti precocemente a causa di una malattia fulminante: Julian Beck, già interprete di Tiresia nell' "Edipo Re" di Pasolini, è morto nel '86 a 60 per un cancro allo stomaco, subito dopo aver finito le riprese di "Poltergeist II", nel quale interpretava il reverendo Kane, villain del film. Allo stesso modo, Will Sampson, il mitico "Grande Capo" di "Qualcuno Volò sul nido del Cuculo" (1975), che nello stesso film interpretava lo sciamano buono Taylor, sarebbe morto un anno dopo, nel 1987, a 53 anni per un'insufficienza renale. La più tragica è però stata la dipartita di Heather O'Rourke, che nei tre film ha interpretato la piccola protagonista Carol Anne, morta nel 1988 a soli 12 anni per le complicazioni dovute a causa della contrazione del morbo di Crohn. Già nel 1982, tuttavia, la tragedia colpì Domique Dunne: a poche settimane dall'uscita del primo film nelle sale, la giovane attrice fu trovata morta, strangolata dal suo ex ragazzo.
A perorare la tesi della maledizione sono stati due elementi presenti nel primo film: per risparmiare sugli oggetti di scena, lo scenografo Jeff Spencer decise di usare veri cadaveri nella scena in cui i morti escono dalle tombe. Per puro scherzo, poi, decise di appendere un anacronistico poster del Superbowl del 1988 nella stanza dei ragazzi. Heather O'Rourke sarebbe morta proprio nel 1988.
La presenza di veri cadaveri sul set fu comune anche al primo sequel "Poltergeist II"; stando alle testimonianze del cast, molte delle sequenze ambientate nella miniera dovettero essere rigirate perché la pellicola continuava misteriosamente a bruciarsi. Una volta scoperta l'autenticità dei corpi usati, il regista Brian Gibson decise di far benedire le locations da un vero sciamano, usato come consulente. A quanto pare, la cerimonia fu proficua e solo allora le riprese poterono continuare.




Sembrerebbe impossibile, ma la presenza di scene cupe e violente nei film prodotti e diretti da Spielberg negli anni '80 costrinse la MPAA a rivedere i rating per la censura. Dapprima l'uscita di "Poltergeist" nel 1982 e poi quella di "Gremlins" e "Indiana Jones e il Tempio Maledetto" nel 1984, portarono alla creazione dell'ormai famigerato PG-13, rating usato per film troppo leggeri per un NC-17 ma troppo forti per un semplice PG. All'epoca, il PG-13 rappresentava un veto molto permissivo, ma con gli anni è divenuto la "pecora nera", il simbolo della paura di registi e produttori per la MPAA e di un modo di concepire il cinema di intrattenimento codardo, ipocrita e poco divertente.




Nel 2015, l'immancabile remake inutile:


Basato sullo script dell'originale e diretto da Gil Kenan, specialista in film ragazzi. E si vede: questa volta il prodotto finale è talmente blando e poco ispirato da far sorridere per l'irritazione.

domenica 27 settembre 2015

Le Notti di Salem

Salem's Lot

di Tobe Hooper.

con: David Soul, James Mason, Bonnie Bedelia, Lance Kerwin, Elisha Cook Jr., Kenneth McMillian.

Horror

Usa. 1979













L'astio di Stephen King verso il mezzo cinematografico è cosa risaputa ed esilarante. E' noto a tutti, sopratutto ai lettori della prima ora, come King odi le riduzioni dei suoi scritti ai quali non abbia partecipato come sceneggiatore, "colpevoli" di travisare, tagliare o stravolgere il romanzo di partenza per creare qualcosa di nuovo. Ma da buon professore di letteratura e scrittore affermato, King non ha capito (o forse non vuole ammettere) le necessarie differenze esistenti tra il mezzo filmico e quello cartaceo: molte storie, descrizioni, risvolti o situazioni descritte nei suoi libri, trasposti su schermo risulterebbero fiacche o, peggio, ridicole. Tuttavia, come ogni autore affermato, anche King è un integralista integerrimo, quindi più che ammettere le difficoltà di trasposizione, preferisce gettare vetriolo sui registi e sceneggiatori che hanno portato le sue storie al cinema. Creando un effetto a dir poco ilare: impossibile prendere sul serio le critiche mosse allo "Shining" (1980) di Kubrick o all'odiatissimo "La Zona Morta" (1982) di Cronenberg, veri e propri capolavori di stile e contenuto che riescono a reinterpretare la materia di base rendendola ancora più fulgida ed espressiva.


Discorso dissacratorio che si fa puramente ipocrita se si tiene conto di come King, di fatto, debba la sua fama proprio ad una trasposizione di un suo scritto piuttosto che al libro in sé: "Carrie" di Brian De Palma, che nel 1976 sbancò i botteghini di tutto il mondo ed impose il nome di King come decano dell'horror.
D'altro canto le difficoltà nel trasporre i romanzi dell'autore del Maine sono palesi a chiunque ci si sia avvicinato: tonnellate e tonnellate di personaggi descritti fin nei minimi dettagli, costruzione della storia anticlimatica, estrema frammentazione del punto di visto e della composizione narrativa. In sostanza: tutto quello che con King funziona alla grande su carta, diviene o può divenire automaticamente un grosso difetto nella narrazione cinematografica. La semplificazione dei personaggi, sopratutto sul piano quantitativo, è quindi d'obbligo, così come la ricostruzione della storia su di un binario più lineare.
E tra adattamenti fedeli sin nelle virgole ed altri decisamente più liberi, a metà strada si pone il celebre "Le Notti di Salem", trasposizione del secondo romanzo di genere, nonchè primo vero successo commerciale, di King, diretta nel 1979 da Tobe Hooper.


Ambientato nella remota cittadina di Salem's Lot, nell'amato Maine, "Le Notti di Salem" è un romanzo horror atipico ed affascinante: una tranquilla cittadina, nella quale anni prima si era consumato un terribile delitto nella magione di Marston, viene sconvolta nuovamente da una serie di morti e sparizioni dopo che tre stranieri vi si stabiliscono. Questi sono lo scrittore Ben Mears, l'affascinante uomo d'affari Straker e il suo misterioso socio, lo sfuggente Kurt Barlow.
Ispirandosi a "I Peccati di Peyton Place" e al caposaldo del genere "Dracula" di Stoker, King fonde l'horror con lo spaccato di vita; gran parte della narrazione è incentrata sulla descrizione delle vite dei personaggi che popolano il borgo: vite semplici, apparentemente tranquille, ma che sotto sotto nascondono segreti violenti o ipocrisie distruttive. Tutti i personaggi sono spogliati di ogni forma di idealizzazione e mostrati come creature infelici e ossessive. L'orrore subentra così in una quotidianità distrutta dalla propria pochezza per annientare quel poco di buono che ciascuno ha. Orrore che ha un duplice volto. da un lato la magione, teatro di stragi e soprusi che sembra aver assimilato il male che vi si è consumato (tema che King riprenderà nel successivo "Shining"), dall'altro il vampiro che vi si trasferisce, portando in paese una piaga che muterà per sempre i suoi abitanti.
Confrontandosi la figura mitica del vampiro, King dimostra un amore smisurato per la tradizione che lo ha forgiato, sia filmica che letteraria. Il non-morto è qui un uomo affascinante ed affabile, che crea i suoi sottoposti promettendo loro una vita migliore. Le sue fattezze sono quelle di una persona di bell'aspetto, nel quale la componente sessuale risulta più marcata. Ma al contempo, il terrore che incute è primordiale e tangibile, in un misto di attrazione e repulsione che ripropone la dicotomia tra eros e thanatos che lo ha reso celebre.
Il successo del libro fu immediato e sorprendente, tanto che appena quattro anni dopo la pubblicazione parte il progetto di adattamento; questa volta non per il cinema, bensì per la televisione, medium che negli anni '90 ospiterà più volte le opere di King con risultati spesso mediocri, ma che a causa della possibilità di scindere il racconto il più parti ben si adatta alla trasposizione di romanzi. La produzione di "Salem" viene graziata dalla scelta di un regista capace, quell'Hooper che qualche anno prima aveva sconvolto tutti con il viscerale "The Texas Chainsaw Massacre" (1974) e che qui dimostra un polso fermo anche per l'horror più "classico".


Trasporre su schermo le oltre 600 pagine del romanzo e la mole elefantiaca di personaggi non era certo impresa semplice. Ma Paul Monash, già esperto in quanto sceneggiatore della serie televisiva proprio di quel "Peyton Place" che fu d'ispirazione, riesce nell'impresa in modo esemplare: riduce il numero dei personaggi fondendo tra loro ruoli e caratteri in modo da gestirli meglio. I personaggi principali sono tutti lì: lo scrittore Ben Mears dilaniato dai sensi di colpa ed affascinato dal male incombente, che ora ha il volto di David Soul, l'Hutch di "Starsky e Hutch" e che qui si rivela scelta felice, il giovane e vendicativo Mark Petrie, l'inesperta e naif Susan Norton; e sopratutto Straker, la cui caratterizzazione viene resa ancora più sottile e il cui ruolo viene affidato all'immenso James Mason, che riplasma il personaggio in un misto di cattiveria viscerale e sottomissione al suo "padrone", quel Barlow che qui viene spogliato da qualsiasi influenza del Dracula filmico per rifarsi a "Nosferatu il Vampiro" (1922) di Murnau, divenendo una figura mostruosa ed incredibilmente spaventosa. Uniche perdite sono i personaggi di Padre Callahan e Matt Burke: il primo fa una semplice comparsata ed il suo calvario fatto di fede non proprio ferrea e dipendenza dalla bottiglia è assente, mentre il seondo, ribattezzato "Jason", non ha il ruolo di novello Van Helsing che aveva nel libro.


La natura televisiva ha purtroppo fatto invecchiare male l'opera di Hooper. Gli scarsi valori produttivi si riverberano non tanto sugli effetti, che invece sfoggiano una cura inusuale ed ancora efficace, quanto nella messa in scena, molto semplice, talvolta fatta una sola inquadratura per scena ed afflitta da una fotografia scarna.
Di tutt'altro livello sono le sequenze squisitamente d'orrore, nel quale Hooper dà provadi grande maestria. La scena del ritorno del piccolo Danny Glick dal fratello, sotto forma di succhiasangue, stupisce per carica visionaria. Ma è l'entrata in scena di Barlow a costituire il pezzo forte del film: un primo piano voltato a jump-scare che gela il sangue nelle vene, semplicemente da manuale. Così come da antologia è la sequenza della sua distruzione: tesa quasi fino alla disperazione ed incredibilmente espressiva. Monash ed Hooper riescono poi semplificare la conclusione del romanzo senza perdere un'unghia della sua carica di tensione ed aggiungo un epilogo cattivo ed ancora più spiazzante di quello del libro.


In generale, a stupire è la capacità dei due autori di trasporre il senso di terrore sottile e strisciante che permea il romanzo, nonchè il senso di cupezza e tensione utilizzando le basi della messa in scena.
Il successo della mini-serie (due episodi da 90 minuti ciascuno) all'epoca fu notevole, tanto che ne venne creata anche una versione cinematografica da 104 minuti. Per forza di cose, molti degli elementi descrittivi e delle sottotrame sono state eliminate, ma anche questa versione risulta interessante e inquietante, anche grazie agli effetti splatter aggiunti alle scene più cruente.
Naturalmente, la visione della versione integrale resta preferibile, sopratutto per comprendere l'ottima opera di adattamento di Monash, che per una volta pare che non scontentò neanche King.


EXTRA

Nel 2004, l'emittente via cavo TNT ha prodotto un nuovo adattamento di "Salem's Lot". Nonostante un cast di prim'ordine, composta da Rob Lowe, Donald Sutherland, James Cromwell e Rutger Hauer, questa nuova versione non è ai livelli dell'originale di Hooper, a causa della sceneggiatura, questa volta troppo rispettosa del testo originario e della regia piatta e poco ispirata.