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martedì 17 dicembre 2024

La Stanza Accanto

The room next door

di Pedro Almodòvar.

con: Julianne Moore, Tilda Swinton, John Turturro, Alessandro Nivola, Juan Diego Botto, Raùl Arévalo, Esther McGregor.

Drammatico

Usa, Spagna 2024
















Il passaggio al cinema in lingua inglese è quasi sempre traumatico per un autore affermato, soprattutto quando questo avviene in una fase avanzata della sua carriera. Per Almodòvar, fortunatamente, questo trauma non si è verificato.
La Stanza Accanto è infatti un suo ennesimo exploit clamorosamente riuscito, un dramma intimista sulla paura della morte che riesce a convincere certamente grazie alle ottime prove di Tilda Swinton e Julianne Moore, ma anche per il tono che il regista spagnolo adotta nell'approcciarsi ad una materia fortemente sentita.



Ingrid (la Moore) è una affermata scrittrice, la quale incontra dopo anni la vecchia amica Martha (Tilda Swinton). Quest'ultima è malata terminale e la coinvolge, suo malgrado, nella sua vita quando le chiede di assisterla nelle sue ultime ore di vita. Martha ha infatti deciso di sospendere le cure e suicidarsi avvelenandosi prima che il tumore la stronchi.



Alla base di tutto c'è la morte. Non solo la "dolce morte" dell'eutanasia, preferita ala deperimento incalzante dato dal cancro, quanto la morte come concetto onnipotente e inevitabile.
Con la sua scrittura fluviale, Almodòvar crea un dialogo costante tra Ingrid e Martha, ma anche con il personaggio di Damian (John Turturro), ex amante di entrambe e ora amico; un dialogo che porta a galla paure e insicurezze riguardo la fine della vita e al modo in cui bisognerebbe approcciarvisi; ed è in quest'ultima sfaccettatura che il film sorprende.
Il tono è elegiaco, ma mai davvero patetico, anzi talvolta sconfina persino nel buffo quando i personaggi sono chiamati a compiere gesti in apparenza inutili o superflui che ne rivelano l'attitudine vitale.



Per Almodòvar la morte è una tragedia inevitabile, ma non bisogna affrontarla con sfiducia, né con gioia. Nella sua ottica atea, la morte è la fine, ma è anche un termine ineluttabile, per questo è inutile esserne frustrati. Da qui la visione ambivalente dell'eutanasia: essa è sicuramente un diritto che va riconosciuto a chi decide di voler evitar l'inutile sofferenza dello sfiorire della vita, ma non deve essere vista per forza come una liberazione, né il suo ricorso rende meno tragica la dipartita di un amato. Il perno, di conseguenza, è la libera scelta che deve essere sempre lasciata al morente e Almodòvar, ad ogni modo, si concentra anche e forse maggiormente sugli effetti che la fine della vita ha sugli affetti.




Il ruolo più consistente, alla fine, finisce per averlo la figlia di Martha, presenza fantasma che si disvela solo nel finale, dove viene interpretata dalla stessa Swinton. In un'ottica stranamente positiva e quasi sovrapponibile ad una visione propria dei tanto detestati conservatori, la visione di una figlia che sopravvive alla genitrice diventa una sorta di continuazione di quella vita troncata prematuramente.
Di conservo, la vera tragedia la vive chi è chiamato ad assistere al lutto, quel compagno che Martha non ha mai avuto e che viene surrogato dall'amica Ingrid.
La visione che la donna elabora della morte è, appunto, forte e a suo modo originale ed in essa che il film finisce per stupire. La morte è inevitabile, sia essa intesa come tragedia privata che collettiva (diversi i rimandi al collasso ambientale imminente), eppure non la si può e non la si deve vivere come la fine assoluta di ogni speranza, bensì cercare di trarne, poco alla volta e per quanto possibile, quanto di buono ci possa essere. O anche non essere. Poiché forse l'unica vera morte è quella dello spirito umano.


Almodòvar non rende però la riflessione meno dolorosa, cerca semplicemente di portarla avanti in modo umano e maturo. Riuscendoci in pieno: quando la tragedia si compie, avviene sempre fuori schermo, eppure riesce a colpire.
Proprio per questo, La Stanza Accanto è un piccolo capolavoro di sensibilità matura messa al servizio di una tematica universale. Una visione particolare e quanto mai condivisibile, immessa in un melodramma asciutto e proprio per questo potente.

sabato 25 maggio 2019

Dolor y Gloria

di Pedro Almodòvar.

con: Antonio Banderas, Penelope Cruz, Leonardo Sbaraglia, Cecilia Roth, Asier Etxendia, Raù Arèvalo, Nora Nevas, Julieta Serrano.

Drammatico

Spagna 2019
















Il ricordo del passato, la rielaborazione di ciò che è stato, è andato perduto o del tutto assimilato nel corso degli anni; il cinema di Almodòvar si è spesso nutrito della sua stessa biografia, operazione cara ad ogni autore che si rispetti, ma con "Dolor y Gloria" l'autore castellano va oltre, opta per una vera e propria confessione delle proprie idiosincrasie e dei propri limiti, con la freddezza propria della maturità.



Lo fa usando Antonio Banderas come proprio doppio, un regista ormai stanco e acciaccato che si trascina forse incontrovertibilmente privo di vera ispirazione, chiamato a confrontarsi con tre fasi della sua vita: l'infanzia, con i primi sussulti amorosi, la giovinezza, turbolenta e passionale, nonché il presente, perso tra autodistruzione e spasmodica ricerca di sé.
Almodòvar ci introduce a questa sua controparte in modo quanto mai didascalico, usando una grafica da pop-art per riassumere la sua/propria biografia, per poi lasciare alle sole immagini il racconto. La sua confessione è quanto mai sentita, priva di pudore, descrivendo la tossicodipendenza in modo antispettacolare e del tutto anapologetico.



Allo stesso modo, il ricordo dell'infanzia viene privato di ogni valenza nostalgica, spogliato di ogni idealizzazione per farsi analisi a mente fredda di quanto accaduto; ricordo che viene rielaborato in un gioco di specchi nella messa in scena, che diviene palesemente finta nell'ultima inquadratura, a disvelare l'operazione di filtraggio che il mezzo cinematografico, per forza di cose, è chiamato a fare: se il ricordo è per chi l'ha vissuto esperienza del tutto personale, esso deve essere spersonalizzato per avere forma fisica su schermo, da qui la sua necessaria falsità.



Il tono con cui Almodòvar conduce questa sua confessione è però arma a doppio taglio: laddove gli consente una forma di sincerità immediata e condivisibile, ammanta al contempo il tutto di un'aria fredda, a tratti fastidiosamente antidrammatica (sopratutto nella sequenza del suo incontro con la sua vecchia fiamma di gioventù). Il melodramma perde così la sua caratterizzazione emotiva per farsi pura riflessione; una riflessione veritiera e sincera quanto si vuole, ma al contempo inesorabilmente glaciale.