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venerdì 30 agosto 2024

Trap

di M.Night Shyamalan.

con: Josh Hartnett, Ariel Donoghue, Saleka Shyamalan, Alison Pill, Kid Cudi, Hayley Mills, Jonathan Langdon, Russ.

Thriller

Usa, Regno Unito, Yemen 2024













Era impossibile per Shyamalan continuare ad usare la sua canonica visione cinematografica dopo l'exploit di Bussano alla Porta; era impossibile continuare a usare il famoso "Shyamalan twist" dopo che tale strumento narrativo aveva trovato il suo apice nella sua totale assenza. Era quindi normale un cambio di rotta per il suo nuovo film, che Trap di fatto rappresenta.
Una nuova rotta che in realtà altro non è se non un ritorno al modello filmico che più di ogni altro lo ha ispirato. Perché se è vero che nei primi anni duemila il celebre regista era considerato come "il nuovo Steven Spielberg", in realtà il suo cinema di stampo thrilling deve chiaramente il suo imprint originario al padre del "genere", ossia l'immortale Alfred Hitchcock. E Trap, pur al netto di qualche caduta di stile e di tono, rappresenta tutto sommato un bel omaggio al Re del Brivido.


















Un omaggio scisso in tre atti distinti. Il primo altro non è se non una variazione di Frenzy, dove il punto di vista coincide con quello dell'assassino, con il quale lo spettatore è così forzatamente chiamato ad identificarsi. Il secondo, più ordinario, ricorda in parte Nodo alla Gola, con lo spettatore che deve ora patteggiare per un improbabile eroe improvvisato alle prese con la risoluzione della situazione. Un terzo reminiscente della tematica psicoanalitica di Psycho, dove i giochi si chiudono, non senza un finale aperto.
Tre punti di vista diversi, tre costruzioni differenti per un'unica storia la quale finisce per essere frammentaria, con uno spunto intrigante che viene declinato non sempre nel migliore dei modi.


















La prima parte, per forza di cose, è la più interessante. Sono tutto sommato pochi i thriller nei quali è il cattivo ad essere il centro di interesse e punto di vista principale e nei quali, di conseguenza, lo spettatore finisce per percepire il suo stato di stress, da cui l'interesse che Frenzy ancora riesce a suscitare. Tuttavia, Shyamalan si dimostra fatalmente parco nella costruzione della tensione, lasciando spesso fuori dalla porta le occasioni migliori per portare sul filo del rasoio chi osserva; la tensione si limita ad un pugno di scene le quali si risolvono sempre in un nulla di fatto e sebbene la regia cerchi costantemente di renderle efficaci, non sempre ci riesce.

















La seconda parte è per forza di cose la più riuscita, data anche la sua convenzionalità. La suspense regge bene e la storia assume persino connotati metatestuali, con il regista che al pari del protagonista "porta a spasso" la figlia, la bella e tutto sommato talentuosa Saleka Shyamalan, già piccola pop-star che sfoggia buone doti attoriali. E' in questa parte, però, che lo script mostra un po' la corda quando inanella una serie di trovate improbabili, come l'uso dei social media e, va detto, anche e proprio la trasformazione della cantante in novella eroina.
La terza è sostanzialmente una coda nella quale lo script fa un il punto della situazione, chiarendo la caratterizzazione del protagonista e la dinamica che ha portato alla trappola del titolo. Una risoluzione tutto sommato simpatica e coerente con la tematica portante, ma nella quale si affaccia nuovamente lo spettro della convenzionalità, dovuto in questo caso al background del protagonista.



















Alla fine Trap intrattiene a dovere, ma da Shyamalan ci si aspetta ovviamente di più, visti soprattutto i suoi ultimi exploit. Qui il mestiere è alto, ma alla fine a risaltare è unicamente la performance di Josh Hartnett, che finalmente alle prese con un personaggio interessante e nuovamente nei panni del protagonista più dimostrare un talento in realtà mai neanche sospettato. Il resto, purtroppo, è pura routine.

lunedì 6 febbraio 2023

Bussano alla Porta

Knock at the Cabin

di M.Night Shyamalan.

con: Dave Bautista, Jonathan Groff, Ben Aldrige, Kristen Cui, Nikki Amuka-Bird, Abby Quinn, Rupert Grint.

Thriller

Usa 2023

















---CONTIENE SPOILER---

Con oltre vent'anni carriera alle spalle, M.Night Shyamalan oramai è più che cosciente del fatto che il pubblico si aspetta determinate cose dai suoi film, prima fra tutti il famoso "Shyamalan's twist", quel colpo di scena che rivolta totalmente la storia. Se già con "Old" aveva in parte scompaginato la costruzione classica dei suoi thriller, con "Bussano alla Porta" va oltre e gioca totalmente con le aspettative del pubblico, creando lo Shyamalan's twist definitivo, ossia la totale assenza dello Shyamalan's twist.




Forse perché riprende un soggetto non suo, basato sul romanzo di Paul Trembley, costruisce la storia in modo del tutto lineare. Il primo livello di racconto è quello più classico, una variazione sul canonico home-invasion; il setting è quanto di più scontato si possa immaginare in merito: un cottage nei boschi del nord degli Stati Uniti, una famiglia felice composta da due padri, il sensibile Eric (Jonathan Groff) e il più ruvido Andrew (Ben Aldrige) con la loro figlioletta adottiva Wen (Kristen Cui), presi di mira da quello che sembra un gruppo di fanatici religiosi guidato dall'imponente Leonard (Dave Bautista). 
Solo che le cose sviano dal tracciato praticamente da subito; in primis, l'aggressione non ha motivi omofobi, né il gruppo sembra davvero composto da invasati a causa dei loro modi gentili, che si concretizzano in un ricorso alla violenza solo in caso di estrema necessità. E quando questa si esemplifica oltre la necessità pura, va sempre a colpire uno di loro, mai uno degli ostaggi.




Da qui inizia il gioco delle aspettative. Ci si aspetta sempre che questa apocalisse, pur mostrata, si riveli davvero un falso, che ci sia una spiegazione logica immanente ai comportamenti dei rapitori, che quel sacrificio di sangue (simile a quello de "Il Sacrificio del Cervo Sacro", ma ora dagli echi biblici) che richiedono sia solo frutto di un loro delirio. E invece no, ogni salvezza razionale viene negata, ogni colpo di scena "alla Shyamalan" viene evitato. Tutto, alla fin fine, si svolge in modo lineare, come un vero e proprio rituale che segue regole precise. E il coinvolgimento deriva proprio da questo vistoso e inaspettato tradimento dell'aspettativa, da questo sapiente ricorso ad una costruzione ultraclassica che funziona proprio perché inserita all'interno della filmografia dell'autore.
Ma "Bussano alla Porta" non esaurisce tutte le sue carte sulla mera costruzione della tensione, incorporando anche una perfetta lettura sulla paranoia che insidia i membri della comunità LGBTQ+ ancora oggi e sulle paranoie moderne in generale.




C'è ovviamente la paranoia di una coppia omosessuale bruciata dall'ostilità di chi la circonda, la non accettazione del loro status persino da parte dei famigliari, che porta Andrew a sviluppare un carattere più duro; oltre alla paranoia della persecuzione, con l'aggressione nel bar percepita come omofoba anche quando in realtà non lo è. Da cui il concretizzarsi di tale paranoia nell'invasione dell'alveo famigliare, la distruzione di quel sancta sanctorum costruito a fatica e che ora si vede come distrutto solo a causa del proprio status sessuale.
Ma la paranoia è anche quella, più generica, dello spettatore. Se Shyamalan gioca con le attese di chi guarda il film sviandone costantemente le aspettative e lasciando che tutti gli eventi coincidano effettivamente con quanto descritto, allo stesso modo lo chiama a riflettere sul suo modo di porsi nei confronti di ciò che guarda su di un altro schermo, quello televisivo, sull'innato scetticismo che si ha ogni qual volta si assiste ad una notizia catastrofica. La mente è chiamata a razionalizzare, da cui la vera e propria necessità di categorizzare come falsa qualsiasi notizia che possa in qualche modo nuocere ai preconcetti (veritieri o fasulli che siano) che ciascuno si costruisce: è decisamente più facile credere ad una messa in scena, ad una sciarada, ad una forma di follia condivisa piuttosto che alla fine del mondo.
Il suo intento non è tanto quello di dare dignità ai gruppi complottisti stile QAnon et similia, quanto quello di farci riflettere sulla fallacia del nostro sguardo, sulla nostra incapacità di vedere le cose per quello che sono e sulla relativa, connaturata, difficoltà a farlo, riuscendoci in pieno.



La regia è come al solito solidissima. L'uso serrato dei primi piani, costruiti tramite inquadrature frontali e sguardo a filo di macchina, riesce a comunicare con poco e nulla una tensione schiacciante. Ogni inquadratura è misurata al millimetro e il montaggio serrato e preciso acuisce ulteriormente la sensazione di claustrofobia data dalla storia. Il tutto coronato da un sound design eccellente, che riesce nell'impresa di spaventare ad ogni sussulto.
Nella sua natura di eccezione, "Bussano alla Porta" non fa altro che confermare il talento di Shyamalan, la sua capacità innata di creare opere di valore e di saper costruire una tensione genuina già solo la pura messa in scena, costituendo l'ennesimo tassello di valore in una filmografia che, oramai lo si può affermare con certezza, ha visto più successi che cadute di stile.

lunedì 26 luglio 2021

Old

di M.Night Shyamalan.

con: Gael Garcia Bernal, Vicky Krieps, Thomasin McKenzie, Rufus Sewell, Abbey Lee, Ken Leung, Alex Wolff,  Nikki Amuka-Bird, Aaron Pierre, Embeth Davitz, Francesca Eastwood.

Thriller

Usa 2021












Ci sono soggetti che sembrano scritti appositamente per essere adattati da un dato regista. E' il caso di "Sandcastle", graphic novel del 2010 scritta da Pierre Oscar Lévy che, con la sua storia fatta di mistero e piccoli colpi di scena, sembrava perfetta per essere trasposta su grande schermo da Shyamalan, da sempre ossessionato dalla narrazione dell'insolito e dalle atmosfere sottilmente opprimenti. E "Old" finisce così per caratterizzarsi al contempo come il perfetto esempio del cinema dell'autore e come una piccola decostruzione dello stesso, perfetta nel saper misurare i meccanismi della tensione, così come nel creare delle eccezioni ai luoghi comuni.



La distorsione temporale diventa contemporaneamente gimmick ed elemento trainante; il mistero che la circonda, però, non è oggetto del classico "Shyamalan twist" che solitamente rivolta come un calzino la narrazione. Regole e retroscena vengono invece svelati un po' alla volta, aumentando così l'immersione in una vicenda tanto semplice quanto sconvolgente.
La spiaggia diventa microcosmo sociale e la tensione monta un po' alla volta. E' facile vedere nella situazione in cui un male invisibile distrugge uno alla volta i personaggi una metafora della pandemia, non per nulla la produzione ha risentito delle restrizioni dovute al Covid-19. Più sottile è invece la metafora socio-famigliare. Da un lato abbiamo una famiglia alle soglie dello scioglimento che nella tragedia trova un'occasione per restare unita, per ritrovare quella comunione che sembrava persa. Dall'altra una serie di personaggi chiamati a convivere forzosamente in un territorio ostile, il cui odio strisciante si palesa poco per volta, fino a esplodere in violenza immotivata, figlia dell'ignoranza, ma anche di un vero e proprio deficit mentale.


A differenza del resto della sua filmografia, qui Shyamalan è chiamato a creare una tensione sottile e onnipresente; compito magistralmente riuscito: grazie alla musica e ai movimenti di macchina, la tensione è opprimente; c'è sempre qualcosa di sbagliato, di mostruoso, lasciato fuori scena, che trova pian piano il suo posto nella visione, anche quando questa è forzatamente indirizzata verso dettagli apparentemente innocui. Lo spettatore è al contempo accompagnato e sviato dell'occhio dell'autore, che mai come ora si sofferma (anche su schermo, con il suo abituale cameo) nell'osservare il gruppo di personaggi abbandonarsi alla disfatta inevitabile, sino ad un epilogo forse troppo preciso e lungo, ma al contempo soddisfacente.


Piccolo e riuscito "Old" è un thriller dai meccanismi ben oliati, che conferma il ritorno alla forma del suo autore.