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domenica 31 ottobre 2021

Re-Animator

di Stuart Gordon.

con: Bruce Abbott, Jeffrey Combs, Barbara Crampton, David Gale, Robert Sampson, Carolyn Purdy-Gordon, Al Berry.

Horror/Splatter/Grottesco

Usa 1985
















Come accade spesso con molti autori, anche Stuart Gordon, per sua stessa ammissione, è stato vittima della "maledizione dell'esordio", con il suo primo film, il cultissimo "Re-Animator", divenuto pietra di paragone inarrivabile per tutti i suoi lavori successivi. Il che ha anche un fondo di verità: benché la sua carriera sia costellata da ottimi exploit, "Re-Animator" resta il più riuscito tra tutti i suoi film, grazie ad un perfetto equilibrio tra spaventi, risate e gore esagerato.


E pensare che quando Gordon si imbarca nell'avventura del suo esordio cinematografico, con alle spalle un'unica regia televisiva, pensava che avrebbe faticato a trovare un suo posto come filmmaker. Il progetto inizia come adattamento televisivo della prima parte di "Herbert West: Rianimatore", serie di racconti brevi che Lovecraft scrive per "Weird Tales" tra il 1921 e il 1922 e che, a quanto pare, considerava unicamente come un lavoro commerciale, ben lontano dai suoi esiti migliori. Al rifiuto della PBS, che bolla l'iniziativa come incompatibile con il contenuto televisivo dell'epoca, Gordon decide di rivolgersi al mediun filmico e incontra, quasi per caso, il produttore Brian Yuzna, all'epoca alla ricerca di un progetto che gli permettesse di affermarsi nel campo. Assicurati i diritti di distribuzione grazie ad un accordo con Charles Band, le riprese si svolgono in relativa facilità e, finito il montaggio, il film esce nelle sale venendo subito acclamato dal pubblico per la sua dose esagerata di splatter e umorismo e, quasi miracolosamente, anche la critica lo promuove, scrivendo come sia destinato a divenire un classico.
A 36 di distanza, questa perla horror tipicamente 80's non ha perso un grammo della sua forza, restando ancora folle e incredibilmente gustosa.




Dopo la morte del mentore, il Dr. Gruber (Al Berry), il giovane medico Herbert West (Jeffrey Combs) ritorna alla Miskatonic University in America per perfezionare i suoi studi su di un siero in grado di rianimare i morti. Qui incontra il giovane medico Dan Cain (Bruce Abbott) e lo coinvolge nei suoi folli esperimenti, mentre il diabolico Dr. Hill (David Gale) cerca di appropriarsi dei risultati da loro ottenuti per fini speculativi.




Nel processo di adattamento, Gordon e il fido Dennis Paoli mantengono giusto gli elementi essenziali della serie di racconti e li innestano in una storia originale. Il punto di vista viene affidato al personaggio di Dan, medico naif e idealista che si lascia corrompere dagli eventi, mentre West diventa quasi un elemento di disturbo, una figura luciferina e a-morale, perfetta declinazione del "Moderno Prometeo", tanto che l'intero film finisce per somigliare ad una rilettura moderna del mito di Frankenstein, un'opera di rielaborazione del classico che porta, come sovente nel cinema fantastico americano degli anni '80, ad un nuovo classico, un'iterazione con le medesime premesse, ma con una forza espressiva dirompente rispetto al passato. D'altronde, l'influenza del cinema classica è avvertibile sin dai titoli di testa, ricalcati su quelli di "Vertigo" e con uno score, di Richard Band, palesemente ispirato a quello di Bernard Herrmann per "Psycho"; il che, lungi dall'infastidire, dona un tocco genuinamente post-modernista al film.




Un plauso va fatto alla scelta del cast, composto da attori per lo più esordienti. Il trio Combs- Abbott- Crampton è perfetto e dotato di un'alchimia che risalta in ogni scena. Ovviamente è Jeffrey Combs a fare la figura del leone, con il suo stile calmo e al contempo istrionico, teatrale fin nel midollo e qui perfettamente incastonato nella messa in scena filmica. Ma un occhio di riguardo va anche al compianto David Gale, che con il suo volto alla Boris Karloff da vita ad un villain memorabile.




Lo stile di Gordon è al contempo perfettamente in linea con la sensibilità "giocattolosa" di tanto cinema exploitation degli anni '80, quanto profondamente personale. Non mancano i momenti comici, così come gli inserti che bucano la quarta parete (su tutti, la fine dei titoli di testa e la dissolvenza finale), ma la vicenda viene condotta in maniera seria. Gli elementi grotteschi sono del tutto collaterali, anche se perfettamente voluti non fanno mai scadere il tono verso il demenziale o il parodistico. Si riesce così ad affezionarsi ai personaggi dei due innamorati e al contempo ad essere affascinati da quello di West.




La regia spinge il limite del mostrabile su schermo; al momento della distribuzione, Brian Yuzna decise di non sottoporre il film al MPAA, con la conseguenza che la versione integrale venne distribuita al cinema, senza tagli né censure. E come con "Alien", "Evil Dead" e "La Cosa", anche "Re-Animator" riesce ad imporsi all'attenzione, oltre che per la dose esagerata di frattaglie, anche per una scena memorabile e "infilmabile": il cunnilingus tra la testa mozzata di un rianimato dr. Hill e la bellissima Barbara Crampton, vero e proprio inno al cattivo gusto che, paradossalmente, non finisce per scadere nel cattivo gusto vero e proprio e, anzi, riesce a divertire e inorridire senza offendere.
Il resto lo fanno gli effetti speciali, curati in parte da John Carl Buechler, il quali, nonostante il budget risicato, sono per lo più fantastici, con l'unica eccezione del gatto morto, il solo effetto che avrebbe meritato più attenzione.




"Re-Animator" è ancora oggi un piccolo gioiello horror, splatter e casinista, ma anche solido, esagerato, ma mai compiaciuto, un equilibrio perfetto che anche nel periodo d'oro del filone splatter-comedy non ha davvero pari.

From Beyond- Terrore dall'Ignoto

From Beyond

di Stuart Gordon.

con: Jeffrey Combs, Barbara Crampton, Ken Foree, Ted Sorel, Carolyn Purdy-Gordon, Bruce McGuire.

Horror/Splatter/Fantastico

Usa, Italia 1986













Ottenuto il successo internazionale con "Re-Animator", Gordon e Yuzna decidono di alzare il tiro e, sempre con il supporto della Empire di Charles Band, decidono di creare un uovo adattamento lovecrafrtiano che sia più spettacolare e gore. Per la storia, la scelta ricade su "Dall'Altrove", racconto del 1920 di appena cinque pagine che descrive la strana storia di uno scienziato che crea una macchina in grado di abbattere le barriere dimensionali e rendere visibili creature mostruose che risiedono negli anfratti del reale.
Rimaneggiato il soggetto in uno script assieme al fido Dennis Paoli, il duo si barrica in un gigantesco set alle porte di Roma (poi riutilizzato nel successivo "Dolls- Bambole") per creare un'opera delirante e visionaria, ma solo in parte riuscita.


In una villa nei pressi della famosa Miskatonic University (come si evince dalla t-shirt del protagonista), il dottor Crawford Tillinghast (Combs) e il suo collega Edward Pretorius (Ted Sorel) creano una macchina, il risonatore sonico, in grado di aprire le porte su di una realtà parallela. A seguito di un drammatico incidente, il dr. Pretorius resta vittima delle creature mostruose della dimensione altra, mentre Tillinghast viene ricoverato in un repoarto psichiatrico.
Assistito dalla psichiatra Katherine McMichaels (Barbara Crampton) e dal detective della polizia Bubba Brownlee (Ken Foree, il mitico Peter di "Dawn of the Dead"), Tillinghast cerca di dimostrare l'effettiva esistenza delle creature omicide e la sua estraneità alla morte del collega tornando sul luogo del delitto e riattivando l'infernale macchina. Il che, come da copione, si rivelerà fatale.


Sia Lovecraft nel racconto che Gordon e company in sede di sceneggiatura riprendono un'idea intrigante: esiste una realtà nella realtà, invisibile ma popolata di creature da incubo; una realtà definita come "altrove" ma che coincide con la nostra, separata solo a causa di una vibrazione degli atomi diversa. Il risuonatore diventa così un portale per questa nuova dimensione che sovrapponendosi alla nostra la rende aliena, un incubo ad occhi aperti, il cui stato onirico viene marcato dalla ripresa dell'uso dei colori baviani, rosa-magenta (che, guarda caso, sarà ripreso anche da Richard Stanley per il bel "Il Colore venuto dallo Spazio") e verde intenso, tonalità estranee alla quotidianità, per questo perfette per il ruolo.


Ma la chiave per accedere all'Altrove è in realtà interna, la famosa ghiandola pineale, croce e delizia dei complottisti, è qui elemento essenziale nella costruzione dell'incubo. La mutazione della ghiandola porta alla mutazione del corpo, in una ripresa eccezionale del body horror con mutazioni da antologia. Ma, prima, porta ad un'acuizione dei sensi, in particolare ad una sovrastimolazione sessuale, il che avvicina questa visione a quelle di Cronenberg: eros e thanatos si inseguono e alla fine coincidono nel personaggio di Pretorius (il cui nome è un omaggio al classico "La Moglie di Frankenstein", dal quale viene ripresa la caratterizzazione di scienziato volitivo e impenitente), creatura la quale sublima l'eccitazione con l'omcidio. 


Il corpo diventa così catarsi e arma, prigione dei sensi che porta ad una riscrittura dell'identità, come nel caso della dottoressa McMichaels, che passa dall'essere una scienziata stoica e seria ad una ninfomane scatenata. Mentre Pretorius altro non fa che trovare una forma più consona ai suoi appetiti, al suo status bestiale che si esplicita in un corpo a-morfo, reminiscenza degli orrori de "La Cosa" qui declinati in chiave esplicitamente sessuale.
Allo stesso modo, anche Crawford diverrà vittima del proprio corpo mutato sino a trasformarsi in una macchina assassina guidata dalla fame di carne umana, una sorta di morto viventi guidato unicamente dagli stimoli basilari.


Sempre come nel cinema di Cronenberg, l'effeto speciale diventa protagonista e motore degli eventi. Ben quattro i team dedicati allo sviluppo delle creature, del make-up e degli effetti ottici, capitanati dal sempre bravo John Carl Buechler, i quali riescono nell'intento di creare un vero capolavoro di design con un budget risicato: la versione mostruosa di Pretorius, ricostruita interamente con un animatronic, spicca per espressività e dettagli riuscendo a mischiarsi perfettamente con gli attori in carne e ossa e restando credibile anche nei numerosi primi piani.


Purtroppo però non tutto fila a dovere. Le tematiche erotiche restano mal sviluppate, usate come basi per la tensione e il gore, ma non trovano mai una risoluzione effettiva, né approfondimento alcuno, restando solo spunti usati per fini strettamente narrativi. 
La sceneggiatura, dal canto suo, non regge per tutti e tre gli atti in cui la vicenda è divisa: decisamente riuscito il primo, con il ritorno nella casa "maledetta", maldestro il secondo, con la strage all'ospedale che sembra quasi un riempitivo, del tutto ridicolo il terzo, con una risoluzione degli eventi involontariamente ilare.


Il risultato resta così un po' inconsistente, ma riesce lo stesso ad ammaliare grazie alla forza visionaria e all'audacia della storia, configurandosi come una piccola perla da riscoprire.

venerdì 22 ottobre 2021

Dagon- La Mutazione del Male

Dagon

con: Ezra Godden, Francisco Rabal, Raquel Meroño, Macarena Gòmez, Brendan Price, Birgit Bofarull, Alfredo Villa.

Horror

Spagna 2001















H.P. Lovecraft era razzista. Non esiste modo migliore per dirlo, visto che il suo convincimento non era dovuto a fattori esclusivamente esogeni (ossia i comuni pregiudizi che affliggevano il pensiero comune dei primi anni del XX secolo), quanto ad un forte convincimento di appartenere alla tristemente famosa "razza ariana". Nelle sue lettere personali si legge il suo aperto disgusto verso gli immigrati e la speranza che l'azione di uomini quali Adolf Hitler possa portare ad una "igienizzazione" della società, incrostata dalla bassezza genetico-culturale delle razze impure. Certo, c'è anche da dire che la sua unica compagna Sonia Greene fosse ebrea e che il suo migliore amico, Robert E.Howard, fosse di ataviche origini scozzesi, ossia di quel ceppo celtico che Lovecraft bollava come "popolo incapace di governarsi".
Incongruenze a parte. come si rispecchia questo suo pregiudizio nella sua opera? 
E' innanzitutto superficiale affermare come solo un aperto xenofobo avrebbe potuto dar forma in modo così efficace all'orrore dell'ignoto, di quelle forze invisibili all'occhio che cospirano contro l'essere umano per distruggerlo prima sul piano mentale, poi su quello fisico. 


Una forma diretta di pregiudizio razziale può in realtà essere notata solo in pochissime opere del grande scrittore, su tutte il racconto "L'Abbraccio di Medusa" del 1929, dove il colpo di scena finale consiste, letteralmente, nel rivelare al lettore come la mostruosa donna che perseguita il protagonista fosse di discendenze africane.
Eppure, una forma di influenza diretta è anche avvertibile in uno dei suoi racconti più celebri, anche se in modo non tanto esplicito. Ne "La Maschera di Innsmouth" del 1931, il protagonista, dopo una rocambolesca fuga e lo sconvolgente incontro con la progenie terrestre di uno dei grandi antichi, scopre di essere anch'egli discendente di questa mostruosa razza ibrida, con suo sommo sconvolgimento.
Storia che probabilmente lo scrittore di Providence ha basato su di un'esperienza del tutto personale: ad un certo punto nella sua vita, ha scoperto come la sua pura discendenza ariana fosse in realtà "sporcata" da una linea di sangue di origine gallese, ossia celtica, rendendo imperfetta la sua presunta superiorità razziale.
Come al solito, spetti al singolo lettore il giudizio sulla mentalità dell'autore. Ciò che importa, ad ogni modo, è, al solito, l'incredibile efficacia con cui sia riuscito a comunicare il senso di angoscia e shock dovuto alla scoperta dell'alienità del proprio corpo, non tanto adoperando il classico ricorso ad immagini da body horror, quanto facendo leva sulla bizzarria di eventi e situazioni, creando una delle sue opere più forti ed emblematiche.


Stuart Gordon forse non poteva esimersi dal confrontarsi con il mito di Chtulu e sulla serie di racconti dedicati da Lovecraft all'orrore cosmico, vero e proprio cuore pulsante della sua produzione il quale, tuttavia, mal si presta alla rappresentazione filmica: la forma di tali orrori viene sempre celata, mai descritta se non per sommi capi, creando un'aura di suspanse in grado di attanagliare in modo efficace il lettore, lasciando i particolare più truci alla sua immaginazione.
Eppure, nel 2001, l'autore americano si ritrova in Spagna, dove assieme all'amico e collega Brian Yuzna ha avviato una collaborazione con il produttore Carlos Fernàdez (che con Yuzna realizzerà il terzo capitolo di "Re-Animator"), che prende le forme di "Dagon", adattamento de "La Maschera di Innsmouth" che riprende il titolo dal racconto omonimo del 1917 e che si configura come una trasposizione imperfetta ma convincente.


La storia prende le mosse dal ritorno del giovane Paul (Ezra Godden) nella natia Spagna, assieme ad un gruppo di amici. A seguito di un naufragio, il giovane è costretto a rifugiarsi in un piccolissimo villaggio di pescatori, il quale nasconde uno sconvolgente segreto.


L'orrore non si cela più tra gli anfratti della modernità: dallo stato di New York, gli adoratori del Male ora sono confinati ad una remota porzione di costa europea, il che rende il tutto più alienante e, paradossalmente, ben rappresenta le istanze xenofobe lovecraftiane. Il racconto riesce ad essere naturalmente claustrofobico, sensazione ben sottolineata da Gordon  grazie all'uso di inquadrature strette, con i personaggi persi nei contorni di un ambiente cupo e ostile.
Le scenografie in tal senso ben riescono a comunicare la desolazione del luogo e l'ottimo make-up delle creature riesce davvero ad incutere un senso di sottile malessere ai personaggi.
Molto meno impressionante è la CGI, già scadente per l'epoca, oggi praticamente inguardabile, per fortuna confinata a giusto un pugno di inquadrature.


Gordon riesce a trasmettere l'urgenza del pericolo in modo impeccabile: la suspense del lungo inseguimento e lo shock trasmesso dallo splatter, relegato per lo più alla scena dello spellamento, riescono a tenere incollati alla poltrona. Il tema della mutazione viene cucito addosso soprattutto al personaggio di Uxia, splendida sirena dagli occhi incantevoli, resa rivoltante dai tentacoli che le escono dal basso corpo, ibrido di sessualità e mostruosità perfettamente riuscito.
Il personaggio di Paul è invece volutamente piatto, ricalcato in parte sull'archetipo lovecraftiano dell'uomo comune che cerca di razionalizzare invano gli eventi, funge anche da alleggerimento della tensione grazie all'uso di one-line comiche, le quali però lasciano il tempo che trovano in una storia che per riuscire necessita di essere presa sempre sul serio.


In generale, il baso budget riesce a non intaccare la visione, la mano di Gordon resta salda per tutta la durata e, dulcis in fundo, regala anche l'ultima performance del compianto Francisco Rabal, grandissimo caratterista che ha collaborato, tra gli altri, con Bunuel e Antonioni e che qui si risplende nel ruolo di Ezechiel, rendendo questo adattamento, già di per sé buono, ancora più prezioso.

sabato 16 ottobre 2021

Dolls- Bambole

Dolls

di Stuart Gordon.

con: Ian Patrick Williams, Carolyn Purdy-Gordon, Carrie Lorainne, Guy Rolfe, Hilary Mason, Bunty Bailey, Cassie Stuart, Stephen Lee.

Horror

Usa, Italia 1987












Charles Band ha una vera e propria ossessione per i giocattoli assassini; basti pensare all'infinita serie di "Puppet Master", la cui ultima incarnazione è stata curata addirittura da Craig S.Zahler, o alla serie parallela di "Demonic Toys", con tanto di relativo cross-over, senza contare i vari "Deadly Dolls" e l'antologico "The Haunted Dollhouse".
Vero e proprio precursore del filone, che anticipa di qualche anno persino la più celebre saga di "Child's Play" di Don Mancini, è però il piccolo "Dolls", horror sui generis diretto per Band da Stuart Gordon, il quale declina in modo originale il tema delle bambole assassine per creare una simpatica e riuscita favola horror.


La storia ha dei presupposti da horror gotico: in una notte di pioggia, la famigliola Bower, composta dal dispotico capofamiglia David (Ian Patrick Williams), la sua antipatica sposa di seconde nozze Rosemary (Carolyn Purdy-Gordon) e la piccola Judy (Carrie Lorraine), si ritrova a ripararsi nel castello della strana coppia degli Hartwicke, anziani giocattolai che sembrano vivere fuori dal tempo. Al gruppo si aggiungono presto le punk Isabel e Enid (Bunty Bailey e Cassie Sturart), malfattrici che hanno circuito il simpatico e ingenuo Ralph (Stephen Lee). E la lunga notte è appena cominciata...


Dal gotico, Gordon trae una favola orrifica che non rinuncia alla violenza, ma che prende le istanze dal punto di vista del bambino, sia esso la giovanissima protagonista, che il fanciullo interiore di Ralph, vero e proprio bimbo nel corpo di adulto. Il bambino è innocenza, semplicità opposta alla rapacità egocentrica dell'adulto, incarnata da tutti gli altri personaggi, siano essi una coppia di snob dediti al solo edonismo o una di rapinatrici incallite prive di ogni buonsenso. 
I piccoli mostri assassini, celati sotto le spoglie delle bambole vittoriane, diventano così agenti di una giustizia karmica che prima distrugge i cattivi, poi li maledice accogliendoli tra le proprie file, come versioni balocchesche di quello che erano, condannati ad una non-vita da oggetto.
Il bambino, più che carnefice, è invece vittima che si ribella la suo ruolo di suddito dell'adulto: le bambole altro non sono che i pargoli degli Hartwicke, i quali vedono lo status di genitore come una responsabilità, ma anche una gioia, piuttosto che come un peso, come invece avviene per i Bower.


Gordon, come da copione, cela i suoi mostri per la maggior parte del tempo, adoperando la macchina da presa come loro punto di vista. E quando questi appaiono, il risultato, nonostante il bassissimo budget, è comunque soddisfacente, grazie alle animazioni in stop-motion curate, tra gli altri, dal compianto John Carl Buechler. E pur non puntando in alto come in altre sue opere (su tutte, il coevo "From Beyond"), riesce lo stesso a convincere con un film piccolo, ma perfettamente riuscito.

mercoledì 6 ottobre 2021

Castle Freak

di Stuart Gordon.

con: Jeffrey Combs, Barbara Crampton, Jessica Dollarhide, Jonathan Fuller, Luca Zingaretti, Massimo Sarchielli, Elisabeth Kaza, Raffaella Offidani.

Horror/Gotico

Usa, Italia 1995













Stuart Gordon è stato uno di quei cineasti in grado di sorprendere ad ogni nuovo film. Certo, resterà per sempre nella memoria dei fans come l'autore horror che, di concerto con l'amico e collega Brian Yuzna, ha dato vita ad un immaginario orrorifico scatenato, fatto di splatter estremo e umorismo selvaggio, quasi un Sam Raimi meno sofisticato ma altrettanto efficace. Eppure, nella sua filmografia,  ha saputo variegare le scelte artistiche, spaziando dai B-Movie per adulti alle commedie per ragazzi (sua la sceneggiatura di "Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi", prodotta da Yuzna per la Disney, o anche lo scoppiettante "Il Meraviglioso Abito color Gelato alla Panna"). Ma è senza dubbio per il tramite dei suoi exploit horror che vale la pena ricordarlo, per come, non per altro, abbia saputo riprendere l'immaginario di autori classici come Edgar Allan Poe E H.P. Lovecraft e aggiornalo alle influenze pop degli anni '80, dapprima, per poi creare degli adattamenti che ne riprendessero l'essenza e riuscissero a trasporla con perfezione su schermo.
Da questo punto di vista, è efficace iniziare il discorso partendo da uno dei suoi più sottovalutati, il bel "Castle Freak".


"Castle Freak" arriva all'indomani della collaborazione allo script di "Ultracorpi- L'Invasione Continua" (poi diretto da Abel Ferrara) e rappresenta l'ultima collaborazione tra Gordon e Charles Band.
Patron della Full Moon Pictures, Band è stato il timoniere delle produzioni di Gordon sin dall'esordio con "Re-Animator" nel 1985. E la fama della Full Moon parla da sé: specializzata in pellicole di genere rigorosamente straight-to-video, operava con budget risicati, girando spesso in Italia, patria dei genitori e nonni di Band, dalle ataviche origini rumene ma naturalizzate italiane, non tanto per chissà quali scelte artistiche, quanto per risparmiare sui costi di produzione, approfittando anche delle proprietà di famiglia site sul territorio.
"Castle Freak" è in un certo senso il canto del cigno della Full Moon: oltre ad essere stato diretto dalla punta di diamante del suo roaster di registi, arriva anche in un anno in cui le vendite delle VHS toccano l'apice, alla vigilia dell'avvento del DVD, del cinema digitale e della fine dell'era dei B-Movie da videoteca. E come ultimo grande exploit, riesce davvero a lasciare il segno.



Gordon, anche autore del soggetto, si ispira a "The Outsider", racconto breve di Lovecraft del 1921, che qui riarrangia anzicché trasporre in modo diretto. Al centro della vicenda, c'è la famiglia Reilly, la quale eredita un maniero nel Lazio, abitato da un sinistro "freak" che comincerà subito a mietere vittime.



Il racconto originale poggiava su di una premessa azzeccata ed un ottimo colpo di scena. Il protagonista, uomo senza nome né passato, si ritrova rinchiuso in un antico maniero, nel quale ritrova un tesoro fatto di libri e opere d'arte che gli garantiscono una formazione intellettuale impeccabile. La sua è però pur sempre una prigionia, dalla quale riesce a fuggire dopo numerosi tentativi. Ritrovatosi all'interno di un circolo culturale, scopre, con suo sommo disgusto, una verità agghiacciante: il suo aspetto è orripilante e, nonostante la sua mente erudita, viene considerato dal resto del mondo come un mostro.
Gordon riprende la premessa di un "diverso" che di punto in bianco si ritrova a confrontarsi con i normali. Giorgio è la perfetta incarnazione del "mostro-vittima", una creatura il cui aspetto è stato deturpato da decenni di abusi fisici da parte della folle madre, che ha perso praticamente l'uso della parola ed è persino stato evirato. Una creatura non più umana, ma solo nell'aspetto: nel suo profondo, è ancora un bambino spaventato, ora preda delle sue stesse pulsioni.


Il punto di vista viene però ribaltato: non più protagonista, il freak diviene l'elemento di disturbo, nella più classica tradizione gotica, la quale viene ripresa anche per la premessa, con la storia di una famiglia che si ritrova catapultata in un mondo altro, lontano dal comfort e all'interno di una vera e propria casa stregata. 
La caratterizzazione dei personaggi rigetta però stereotipi e archetipi. La famiglia Reilly è infatti a pezzi, afflitta dalla morte del figlio più giovane, che ha perso la vita in un incidente causato dal padre ubriaco, il quale ha anche lasciato cieca la figlia superstite. Se la madre Susan seppellisce nel profondo il suo dolore, il padre John è stritolato dai sensi di colpa, i quali lo porteranno a tornare sulla strada dell'autodistruzione; e un plauso va fatto a Barbara Crampton e Jeffrey Combs, che nel dare vita a due personaggi distrutti dagli eventi creano delle performance vitali e sentite, forse le migliori della loro carriera.
La battaglia per la sopravvivenza diviene così forza riunificatrice che porta i conflitti ad arrestarsi. Il racconto orrorifico si fonde così in modo efficace con il dramma famigliare; e di fatto, tutta la vicenda nasce dalla distruzione del nucleo famigliare, con mogli e figli abbandonati ad un destino di pazzia, una storia che potrebbe ripetersi, ma che la realizzazione del dramma da parte dei protagonisti porta alla catarsi, come si accenna anche nell'ultimissima immagine.


Sul piano stilistico, Gordon abbandona la sua classica estetica bizzarra e roboante in favore di una messa in scena naturalistica, con la fotografia di Mario Vulpiani (già collaboratore storico di Marco Ferreri e Monicelli) che opta per colori spenti, privi di quella valenza lisergica del passato, cassata in favore di un look polveroso e sgranato, che meglio sottolinea l'atmosfera gotica e l'apporccio serio alle tematiche. Lo stile di Gordon si adagia invece su lunghi take, in contrapposizione al suo solito uso del montaggio, opzione dovuta alle concise tempistiche di produzione, che però dona un ulteriore tocco di personalità al tutto.


Gordon dirige così con mano ferma una riuscita variazione del classico filone gotico. Un film piccolo, ma perfettamente riuscito, riprova del talento eclettico del suo autore.