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giovedì 15 dicembre 2022

Pinocchio

Guillermo Del Toro's Pinocchio

di Guillermo Del Toro & Mark Gustafson.

Animazione/Fantastico

Usa, Messico, Francia 2022






















In un certo senso, il "Pinocchio" di Del Toro non poteva uscire in un periodo peggiore. Solo quest'anno il capolavoro di Collodi è stato riportato su schermo sia dall'orrido remake Disney di Zemeckis che da quel "Pinocchio- A True Story", film d'animazione in CGI russo che definire mediocre sarebbe un complimento; e il tutto ad appena tre anni dall'exploit di Matteo Garrone. Il rischio è quello della sovraesposizione, di un rigetto da parte del pubblico di una storia risaputa e rivista, nonostante il nome dell'autore sia sempre una garanzia di originalità.
Fortunatamente, l'ultima fatica del visionario messicano si rivela come non solo una riuscita rilettura, ma anche come uno dei suoi film migliori.




Una rilettura che si allontana dalla storia originale, modificandone in parte la trama e soprattutto i personaggi per darne un significato ulteriore. Il setting è anzitutto diverso, con l'Italia fascista che sostituisce il neocostituito regno; il personaggio del Conte Volpe è poi una fusione del Gatto e la Volpe e Mangiafuoco, mentre l'inedito personaggio del Podestà finisce per ricoprire il ruolo di cattivo e sorta di nemesi di Geppetto; Lucignolo, da ultimo, diventa il figlio del Podestà e non più l'incarnazione dell'archetipo del bambino cattivo, quanto un personaggio tutto tondo e quasi speculare al protagonista. La Fata Madrina viene poi sostituita da due sfingi, incarnazioni della vita e della morte, della quale è l'ultima in realtà a guidare Pinocchio nel suo viaggio.




Un viaggio che non è più solo quello di un bambino che deve imparare la differenza tra bene e male, quanto una lunga catarsi sul rapporto padre/figlio. Un rapporto che Del Toro sa non essere univoco, è cosciente di come si possa sbagliare sia da una parte che dall'altra. Geppetto è sicuramente un padre amorevole, ma lo è anche troppo, non riuscendo ad elaborare la perdita del figlio Carlo neanche a decenni di distanza. Pinocchio diventa così un surrogato, un vero e proprio essere redivivo che ne prende il posto ancora prima che la sfinge gli dia vita, da cui la reimmaginazione della costruzione del burattino come una sorta di delirio frankensteiniano. Tanto che lo stesso Pinocchio finisce per perdere qualsiasi connotazione umana nell'estetica, ridotto ad un vero e proprio pezzo di legno umanoide.




La sua è inizialmente la storia di un bambino perso tra mille richiami che deve capire dove sta il bene, ma subisce subito un cambiamento. Il Grillo Parlante, ribattezzato Sebastian, si distacca da lui da metà film in poi, finendo per ricoprire unicamente il ruolo di narratore. Pinocchio deve così invece imparare ad essere un buon figlio, nel bene e nel male, trovare una dimensione personale che gli permetta di rendere orgoglioso il babbo, senza però compromettere la sua coscienza. La collaborazione con il Conte Volpe (nella seconda parte della storia vero e proprio replicante di Mangiafuoco) è volontaria come nella versione di Zemeckis, ma qui trova una giustificazione narrativa e caratteriale che dona una compattezza narrativa ulteriore alla storia.




Ma il "Pinocchio" di Del Toro è anche una tipica favola del regista messicano, nella quale ritornano tutti i suoi temi ricorrenti. In primis, la morte, anche qui causata da una bomba come ne "La Spina del Diavolo" e che ritorna puntualmente ad intervalli regolari quando il protagonista viene freddato dagli eventi. Una morte che non è tragica, per lui, quanto per chi gli sta accanto, con la vita eterna che alla fine diventa una maledizione, una condanna a seppellire gli amati.
In secondo luogo, il contesto storico diventa colonna portante nella narrazione, persino più che in "Il Labirinto del Fauno" e non solo a causa della comparsa del "nano Benito" in una scena tanto dissacrante quanto divertente, quanto e soprattutto con la sostituzione del Paese dei Balocchi con il campo di addestramento dei balilla. Il mondo fatato che trasforma i bambini in asini facendo leva sui bassi istinti diventa una fabbrica di assassini che de-umanizza gli infanti vendendo la vanagloria del conflitto (il che ad un pubblico italiano, cosciente della disastrosa gestione bellica del governo fascista, risulta ancora più devastante), con le maschere antigas che sostituiscono le teste d'asino. "Pinocchio" ritrae la mostruosità della macchina bellica in modo efficace, anche se del tutto universale, finendo per creare una disanima perfetta, ma che glissa su alcuni degli aspetti più caratterizzanti della retorica del Ventennio e che avrebbe donato un significato ulteriore e ancora più caratterizzante alla storia.




Assistito dallo specialista in stop-motion Mark Gustafson (qui al suo esordio nel lungometraggio), Del Toro crea animazioni dalla fluidità sconvolgente, che divengono ancora più preziose quando ci si accorge di come questa sua fatica sia praticamente il film d'animazione passo-uno più lungo mai concepito. Ma a fare la differenza è ovviamente il suo gusto estetico, che fonde il gotico con un personalissimo tocco orrorifico. Al di là del design del protagonista, a colpire è quello delle sfingi: esseri appartenenti ad una mitologia pagana, ma reinventate con i crismi caratterizzanti gli angeli della tradizione ebraica (con le ali tempestate di occhi come la Morte di "Hellboy- The Golden Army"). Ma si potrebbe citare anche il design di Volpe, ibrido uomo-felino, o l'espressività della scimmia Spazzatura.




"Guillermo Del Toro's Pinocchio" è così una rilettura riuscita e spettacolare, un film profondo e emozionante, animazione fatta con la testa di un adulto e il cuore di un bambino, che aggiunge molto al classico di Collodi senza snaturarlo. Un piccolo miracolo, prova di come anche in Occidente è possibile fare animazione di un certo valore.

mercoledì 9 febbraio 2022

La Fiera delle Illusioni- Nightmare Alley

Nightmare Alley

di Guillermo Del Toro.

con: Bradley Cooper, Rooney Mara, Cate Blanchett, Toni Collette, Willem Dafoe, Richard Jenkins, Mark Povinelli, Ron Perlman, Mary Steenburgen, David Strathairn, Clifton Collins Jr., Tim Blake Nelson.

Usa, Messico 2021













Il "classicismo" di per sé stesso è un registro che cela molte trappole stilistico-retoriche. E' facile cadere nella contemplazione degli stilemi di un cinema che fu, rendendo la narrazione indigesta. E Del Toro, purtroppo, compie questo errore in "Nightmare Alley", rievocazione d'epoca in chiave noir che il grande regista messicano dirige con pugno fermo, ma anche con tanto compiacimento.




Del Toro traspone su schermo il romanzo omonimo di William Lindsay Gresham, già adattato nel 1947 da Edmund Goulding, con Tyrone Power nei panni del protagonista. Al centro del racconto, il personaggio di Stanton Carlisle, qui interpretato da un ottimo Bradley Cooper, nullatenente che si unisce ad un circo di freaks; tra le tende dei fenomeni da baraccone, al fianco di un virgiliesco Willem Dafoe, Carlisle carpisce i segreti del mentalismo, che applica a suo vantaggio in una serie di truffe che lo porteranno alla fama. E come ogni storia di ascesa che si rispetti, anche la sua culmina in una caduta, in un'autodistruzione ricercata come affermazione delle proprie capacità. Quello di Stanton è un gioco a chi ne sa di più, un'escalation di inganni sempre più subdoli votati a sottomettere e manipolare la vittima di turno; che, come imparerà a sue spese, alla fin fine può essere chiunque: se la sua è una capacità cialtronesca, fine e intelligente quanto si vuole, ma pur sempre collegata da una forma di truffa circostanziata, quella della dark lady Lilith Ritter (che ha il volto luciferino di una sempre ammaliante Cate Blanchett) è una scienza che va più a fondo, arriva a carpire i moti della psiche umana sino a prevederne le mosse, oltre che a comprenderne a fondo le ragioni. Il mentalismo è un arte, ma la psicologia è una scienza.



Il confronto non si appiattisce mai sullo scontro tra punti di vista, ma resta sempre ancorato al gioco tra gatto e topo da noir classico, i cui cliché tornano nella seconda parte, la più vicina al "genere". La prima è invece uno spaccato della vita da drifter mancato di Carlisle, uomo salvato dalla strada e dalla miseria dal puro caso. Miseria a cui tornerà nel finale, in una circolarità che rende la storia prevedibile, ma anche incredibilmente compatta. In fondo, la sua altro non è se la storia di un reietto che tenta di risalire la china, che trova un momento di acclamazione solo per poi finire più in basso da dove è partito, finendo per essere quel "geek" che tanto compativa.


Del Toro, dal canto suo, si mette del tutto al servizio della storia e crea una confezione elegantissima, fatta di scenografie d'epoca ricercate nei minimi dettagli, costumi eccezionali e oggetti di scena squisitamente ricostruiti, ammantati in una splendida fotografia che ne esalta il cuore oscuro, riuscendo a ricreare un'atmosfera torbida e sinistra pur adoperando una palette di colori caldi, per rendere il tutto ammaliante.
Nella costruzione delle scene non si rifà tanto ai "classici" dell'epoca (la storia è ambientata tra il '39 e il '41), preferendo riprendere la lezione dei "modernisti", Orson Welles in primis, adoperando movimenti di macchina precisi al millimetro anche per le sequenze dialogiche, rendendo ogni scena più dinamica di quanto potesse essere. Ma sfortunatamente, il racconto finisce per ingolfarsi nella seconda parte; con 150 minuti di durata, ben 40 in più rispetto al primo adattamento, "Nightamere Alley" vive purtroppo anche di tempi letteralmente morti, con intere sequenze che avrebbero giovato di un ritmo più vivido, ma che finiscono per scadere nell'ammirazione onanistica della messa in scena, dei valori produttivi, delle interpretazioni del cast.


Non che la lentezza sia un difetto in sé; ma a tratti sembra che Del Toro indugi troppo sulle singole scene, nell'ammirazione sfrontata del suo stesso lavoro. "Nightmare Alley", di conseguenza, è un film perfettamente riuscito e splendidamente diretto, ma fin troppo compiaciuto di sé. Non un disastro, ma una pellicola che avrebbe potuto avere ben altra caratura.

mercoledì 30 ottobre 2019

Scary Stories to Tell in the Dark

di André Øvredal.

con: Zoe Margaret Colletti, Micahel Garza, Gabriel Rush, Austin Adams, Dean Norris, Gill Bellows.

Horror

Usa, Canada, Cina 2019
















Dopo il successo di critica e i riconoscimenti ottenuti con "La Forma dell'Acqua", Guillermo Del Toro avrebbe ben potuto far cambiare direzione alla propria carriera, dedicarsi ad un cinema più "autoriale" nel senso peggiore del termine, dirigendo film pensati esclusivamente per il circuito dei festival e per un pubblico "borghese". Fortunatamente, lui non è quel "tipo" di autore, ma un creativo a tutto tondo, orgoglioso delle proprie radici saldamente affondate nel cinema di genere. E "Scary Stories" è proprio qui a dimostrarcelo: affidato l'onore della direzione all'André Øvredal di "Trollhunter", Del Toro traspone su schermo l'antologia omonima, con una strizzatina d'occhio ai fumetti della Ec Comics, scrivendo e producendo un film solo in apparenza convenzionale, anche se non del tutto riuscito.



Il setting è essenziale: è il 1968, mentre i giovani si arruolano per il Vietnam, Nixon è in corsa per la rielezione. Un gruppo di amici, accomunati dalla passione per il fantastico, fa una scoperta macabra: dentro una villa che si crede infestata dagli spettri, ritrovano un manoscritto contenente dei racconti di terrore, i quali cominciano ad avverarsi, con conseguenze disastrose.



Il succo dell'operazione è facilmente comprensibile: un omaggio all'horror classico, quello di stampo "karmico" che le storie di "Tales from the Crypt" hanno contribuito a coniare. Mentre l'ambientazione storica non è, come potrebbe di primo acchito sembrare, una scusa per abbandonarsi alla nostalgia, quanto uno sfondo che permette di accomunare l'orrore fantastico, viscerale e sopra le righe, con quello più sottile del reale, dove l'incubo del Vietnam e l'ascesa al potere di "Trcky Dicky" appaiono come incubi solo formalmente meno pulsanti. Ed è qui che purtroppo lo script incontra un primo limite: non solo la critica all'amministrazione Nixon risulta fuori tempo massimo, ma anche il parallelo con la "sporca guerra" lascia spesso il tempo che trova, essendo utilizzato più che altro per caratterizzare il personaggio di Ramon, mostrandosi debole quando dovrebbe in realtà far risaltare la sensazione di disagio che dovrebbe ammantare ogni richiamo.



Øvredal dirige tutto senza troppi sforzi, utilizzando una messa in scena classica che talvolta inciampa nell'abuso di jump-scare e in un montaggio a tratti insicuro, ma riesce perfettamente a ricreare un'atmosfera sinistra, sospesa tra il reale e l'irrazionale. Buono è anche il ricorso all'immaginario del body-horror per alcuni dei racconti più disturbanti.
Il vero punto di forza ed interesse vive così nella lettura metareferenziale che può essere data alla storia, la quale celebra la forza dell'immaginazione e l'importanza della letteratura, che fa letteralmente rivivere i morti e può avere la forza di distruggere la realtà.



Per il resto, "Scary Stories" si configura come un horror per ragazzi riuscito, il quale riuscirà sicuramente ad impressionare i meno accorti e a coinvolgere, nel bene e nel male, i più esigenti.

venerdì 16 febbraio 2018

La Forma dell'Acqua- The Shape of Water

The Shape of Water

di Guillermo Del Toro.

con: Sally Hawkins, Doug Jones, Michael Shannon, Octavia Spencer, Richard Jenkins, Michael Stuhlbarg.

Drammatico/Fantastico

Usa 2017















Un ritorno alle origini, per Del Toro, che con "La Forma dell'Acqua" si riprende le atmosfere e alla cadenza narrativa del premiatissimo "Il Labirinto del Fauno". "La Forma dell'Acqua", di fatto, rappresenta non solo una ritrovata ispirazione dopo il pessimo "Crimson Peak" ed il più commerciale "Pacific Rim", ma anche la riscoperta di quel mix di verosomiglianza storica ed elemento fantastico che lo avvicina a quel realismo magico forse tanto agognato.




Una storia che è pura favola e che comincia come tale, ma si chiude come una poesia. La storia di Eliza e del suo amore "impossibile" per quella Creatura della Laguna Nera rapita dal suo habitat naturale; due esseri diversi per sesso e specie, ma accomunati dalla mancanza di parola, la cui relazione è basata su sguardi e piccoli gesti, su di una comprensione data da un'attrazione quasi scontata, quella dei diversi.
E diversi sono anche coloro i quali circondano questi due innamorati: dall'artista omosessuale Giles all'afroamericana Zelda, passando per la spia Hoffstettler. Persino il cattivissimo Strickland altri non è se non un outsider, un civile che lotta per essere accettato tra i ranghi dell'esercito.




Il mondo in cui questi personaggi si muovono è quello crudele dell'America della Guerra Fredda, sospesa in un limbo ideale dove confluiscono tutti gli avvenimenti che hanno forgiato quel decennio (alla televisione si vedono prima gli scontri a Detroit, ma poi si ascolta il discorso di Kennedy sull'installazione dei missili a Cuba); un mondo dove l'intolleranza e la paura del diverso (il "rosso" così come il nero) regnano sovrani e che Del Toro dipinge in modo onirico per estremizzarne gli attributi sia negativi che positivi. Atmosfera ricercata nelle scenografie e nella fotografia espressiva di Dan Lausten, che finisce per sottolineare in modo squisito anche i passaggi più poetici.





C'è l'eco di tanto cinema americano classico, di quei musical degli anni '30 e '40 che idealizzavano il sentimento amoroso, dove l'emozione sgorgava a fiumi ed era irrefrenabile come l'acqua che avvolge ogni scena. E che, in uno spettacolo moderno, prende le forme sia della citazione, che della carnalità spinta, sia erotica che violenta. Ne consegue un tono vivido, sanguigno che dona ancora più carattere ad una narrazione già di per sè stessa riuscita.




Se la narrazione convince, lo fa di meno il narrato. Del Toro, in sostanza, crea una favola sulla diversità e sulla necessità dell'amore, ma cade vittima della trappola dell'ovvietà; davvero prevedibile lo svolgimento di una storia dove tutti i personaggi sono archetipici, il cui destino è scolpito nella roccia, intuibile sin dal primo momento.
Mancanza di originalità che fa naufragare in parte la visione, rendendo "La Forma dell'Acqua" un'opera che va sentita più che seguita.

martedì 26 novembre 2013

Cronos

di Guillermo del Toro

con: Federico Luppi, Ron Perlman, Claudio Brook, Margarita Isabel, Tamara Shanath, Mario Ivan Martinez.

Fantastico

Messico (1993)












Se grazie a pellicole di successo quali "Hellboy: The Golden Army" (2008), "Blade II" (2002) e sopratutto "Il Labirinto del Fauno" (2006) Guillermo del Toro è riuscito a crearsi una solida reputazione di autore visionario, ai tempi del suo esordio, nei primi anni '90, furono in pochi a restare incantati dalla sua opera prima, "Cronos". Primo lungometraggio nel quale il regista messicano prova a ribaltare la tradizione dell'horror vampiresco con una favola nera a tratti visionaria e dall'affascinante antefatto fanta-storico, ma decisamente poco riuscita.


Nel 1535 l'alchimista Fulcanelli (Mario Ivan Martinez) inventa il Cronos, un marchingegno in grado di allungare la vita di chiunque lo possieda; nel XX secolo, il Cronos viene accidentalmente ritrovato da Jesus Gris (Federico Luppi), un anziano antiquario di Città del Messico; Jesus attiva per caso l'oggetto, i cui effetti non tardano a manifestarsi sul suo corpo; nel frattempo, il vecchio miliardiario De La Guardia (Claudio Brook) e suo nipote Angel (Ron Perlman) si mettono sulle tracce dell'artefatto per carpirne il potere.


La mitiologia di riferimento di Del Toro affonda le sue radici nell'horror classico e nel fantasy; la storia di un ordigno creato da un alchimista cinque secoli e mezzo prima dell'inizio della storia è sicuramente affascinante e ben avrebbe potuto dare un respiro epico alla narrazione, ma viene malauguratamente relegata dall'autore (qui anche sceneggiatore) a mero antefatto alla vicenda, la quale risulta inveitabilmente piatta; l'intero film si struttura come una favola fantastica, nella quale Jesus è chiamato ad affrontare una situazione fuori dall'ordinario, il "wonder" proprio di ogni narrazione favolistica che qui irrompe nella vita quotidiana sotto la forma scaraboidea dell'ordigno; gli effetti del Cronos sulla vita dell'anziano antiquario vengono descritti come l'rriompere di una forza ignota, forse maligna, sicuramente oscura, che minaccia l'ordine naturale; tuttavia del Toro è perennemente indeciso sull'approccio da usare: talvolta costruisce le scene come se volesse narrare una fiaba horror, talaltra come un semplice fantasy favolistico; il mix tra i due registri stride apertamente: la suspanse latita anche nelle sequenze più cupe e cruente, mentre la traccia più squisitamente fantasy, incarnata dal rapporto tra Jesus e la nipotina Aurora, risulta piatta e priva di mordente.
L'inesperienza del regista si avverte anche nel ritmo inutilmente lento, che appesantisce la narrazione e porta presto alla noia, complice anche una mancanza di idee nello sviluppo, ingessato e lineare, avvertibile fin dalle prime battute. Non aiutono inoltre gli inserti comici, dati dai personaggi di Perlman e Brook, il cui umorismo appare spesso fuori luogo (il narcisismo di Angel) e che finisce per snatuare la loro natura di cattivi di turno.


Laddove del Toro riesce a stupire è nella rilettura del mito del vampiro; il succhiasangue immortale torna in parte alle sue origini classiche di non morto condannato ad una vita eterna e a patire la sete di sangue come una maledizione; purgato da ogni riferimento sessuale e fascinoso, il vampiro riassume le fattezze di un cadavere semovente il cui corpo cade a pezzi e il sangue torna ad essere l'elisir per la vita eterna come nelle pagine del primo Dracula.


E proprio come Tim Burton fa con i suoi freaks, anche del Toro sovverte la natura maligna del mostro, il quale diviene il vero eroe della storia; il vampiro, benchè di nuovo rappresentato come un vecchio decadente come nelle origini, qui non incarna più l'ossessione della vita eterna e la fascinazione per la giovinezza; Jesus, una volta "maledetto" dal Cronos, continua ad essere un comune "uomo medio", la cui ingenuità viene contropposta alla cattiveria dei De la Guardia, ossia i "normali"; che tuttavia di normale non hanno davvero nulla: il vecchio è un ricco misantropo alla disperata ricerca della longevità, mentre Angel è un narcisistico opportunista, violento e privo e scrupoli; la sovversione dei concetti di "bene" e "male" viene affiancata ad una sottile ma efficace critica sociale: il "buon vampiro" è un lavoratore di sani prinicpi umanitari e familiari, mentre i due cattivi sono ricchi capitalisti che cercano di decuplicare i loro averi mediante la promessa della vita eterna e l'uccisione di chiunque vi si frapponga; del Toro tenta persino una lettura "cristologica" del personaggio di Jesus, tornato alla vita per mano di una divinità arcana, senza però riuscire a dare una forma simbolica, o anche semplicemente umorisitca, al tutto.


Fortunatamente, il gusto visionario di del Toro si disvela prepotente già in questo esordio: dal design del dispositivo dalla forma insettoidale, vero e proprio topos di tutta la sua filografia (la forma "a cuscio" presagisce, oltre i mostri mutanti di "Mimic" anche le armate dorate di "Hellboy: The Golden Army") alle spldendide visioni del suo interno, descritte come una sorta di orologio "xenomorfo", passando per il bellisismo prologo "d'antàn", nel quale la sorte dell'alchimista viene svelata con un moviemnto di crane semplicemente perfetto; tutta la carica visiva dell'autore è già presente e pronta ad esplodere, come farà nel decennio successivo con esiti di gran lunga migliori di questo esordio ambizioso, malriuscito, ma tutt'altro che disprezzabile.

domenica 21 luglio 2013

Hellboy



di Guillermo del Toro


con: Ron Perlman, Selma Blair, Rupert Evans, Doug Jones, John Hurt, Karel Roden, Bridget Hodson, Corey Johnoson.


Supereroistico/Fantastico/Azione


Usa (2004)









Con l'exploit supereroistico dei primi anni 2000, tornano in auge anche le trasposizioni dei supereroi del fumetto underground; particolare fortuna ha avuto in particolare quella di Hellboy, diretta nientemeno che da Guillermo del Toro, all'epoca reduce da un altro adattamento fummettistico: il bel "Blade II" (2002).



Pubblicato per la prima volta dalla Dark Horse Comics (casa editrice "madre" del fumetto di nicchia statunitense), Hellboy vede la luce nel 1993, ad opera di Mike Mignola, già autore di punta della DC Comics, per la quale ha disegnato alcune delle più interessanti storie dell'universo di Batman dell'epoca, come "Gotham by Gaslight" e il nerdissimo "Batman vs. Predator"; protagonista di storie dall'impianto lovecraftiano e caratterizzate da uno stile grafico bidimensionale tipo collage di indubbio fascino, Hellboy altro non è che il classico anti-eroe made in Usa: un demone cresciuto da umani che collabora con un'agenzia governativa per la difesa contro il paranormale, il Bureau of Paranormal Research and Defense;le storie delle quali è protagonista sono caratterizzate da una fantasia sfrenata, imperniata su una mitologia orrorifica classica mista ad influenze del Vecchio Testamento e dei miti arcaici e lovecraftiani, da un umorismo cinico e a tratti sfrontato e da un'inconsueta brevità; ogni volume presenta infatti storie autoconclusive, gli story-arc più lunghi non superano i 2-3 volumi massimo, sganciando così la serie dalla serializzazione episodica mainstream.


Nel passaggio su pellicola, sfortunatamente molti degli elementi caratteristici del comic vanno persi; per comprendere meglio questo "processo di semplificazione", bisogna tenere conto del (atroce) contesto nel quale il film vede la luce. L'anno è il 2004: pubblico e critica sono estasiati dai polpettoni Marvel sui supereroi con superproblemi; la Starlite flms acquisisce i diritti per l'adattamento del personaggio di Mignola con un'unica, perfettamente apparente, intenzione: cavalcare il successo di "Spider-Man" e affini per ottenere un ottimo riscontro di critica e di pubblico; ecco dunque che la narrazione viene avviata, subito dopo l'incipit, dal punto della recluta Myers (sorta di nerd inetto che dovrebbe catturare le simpatie, al solito, dello spettatore medio americano) piuttosto che da quello del rosso demone in impermeabile; la trama portante, inoltre, viene inutilmente spezzettata per dar spazio ad un'improbabilissima storia d'amore "a 3" tra il demone, l'agente e la bella pirocinetica Liz, il cui esito è scontato fin dalle primissime battute; quel che è peggio, tuttavia, è la scialba caratterizzazione dell'eroe e degli antagonisti; nell'infelice tentativo di dare a Rasputin e compagna una qualche rilevanza drammatica, gli autori decidono di imbastire tra i due una love-story smielata, come se questi due stregoni immortali e dannati fossero in realtà due tee-ager innamorati (e lo scopo di tale velleità è talmente scontato che non occorre nemmeno sottolinearlo); sorte peggiore spetta al protagonista, il quale diviene una specie di "Peter Parker degli Inferi": insicuro e cialtrone, Hellboy viene dipinto come un adolescente in piena crisi ormonale e il suo memorabile umorismo nero viene relegato ad una serie di battutine sconce lanciate durante i duelli; il fondo viene raggiunto, manco a dirlo, nel finale, dove l'eroe acquista coscienza della sua natura grazie alle paroline dell'inutile gregario, in un tripudio di moralismo da seconda elementare.


Messa da parte la storia (il solito racconto di origine e formazione con tutti i luoghi comuni del caso), è la regia di del Toro a porre una pietra tombale sulla pellicola: meccanica e poco ispirata, si fregia di scene d'azione ben congegnate ma del tutto prive di pathos e tensione; dulcis in prufundus: il design di creature e scenografie è perlopiù scialbo e incolore, lasciando basiti solo per la trovata nel nazista-zombie-ninja, alla faccia della visionarietà sfoggiata nel precedente "Il Labirinto del Fauno" (2002); se proprio vi è un lato positivo dato alla pellicola dall'autore messicano, esso risiede nella scelta del protagonista: Ron Perlman, stimato caratterista qui promosso per la prima volta a protagonista, che dona fisicità e carisma ad un personaggio altrimenti piatto e stereotipato.

lunedì 15 luglio 2013

Pacific Rim

di Guillermo del Toro

con: Charlie Hunnam, Idris Elba, Rinko Kikuchi, Charlie Day, Burn Gorman, Clifton Collins Jr., Ron Perlman.

Azione/Fantascienza/Catastrofico

Usa (2013)
















Nella sterminata fucina di idee che è la cultura pop giapponese, sono due i filoni che hanno maggiormente colpito l'immaginario occidentale: il Kaiju-Eiga, ovvero il "film dei mostroni" tipo Godzilla e simili, e le serie robotiche; il primo filone risale agli anni'50, quando Ishiro Honda plasmò l'incubo post-nucleare nipponico con le fattezze di un dinosauro mutante portatore di distruzione gratuita con il suo "Godzilla the King of the Monsters" (1954); il secondo, invece, affonda le sue radici nei manga di Go Nagai: basti pensare ai super-robot stile Mazinger e Grendizer (noto in Italia come "Goldrake"), le quali trasposizioni animate hanno reso celebre il concept di "Mech vs. Monster" in tutto il globo; l'appropriazione dei due filoni da parte del cinema americano è stata più volte tentata, nel corso degli anni, senza alcun successo, come nei casi del mediocre "Robot Jox" (1989) di Stuart Gordon o, peggio, del kolossal-trash "Godzilla" (1998) di Roland Hemmerich; "Pacific Rim", ultima opera del visionario Guillermo del Toro, è l'unico tentativo serio e conscio di trasporre i due universi sul Grande Schermo senza tradirne l'anima spettacolare e naif: tentativo tutto sommato ben riuscito.


Innumerevoli sono le fonti di ispirazioni di questo kolossal "d'autore"; si parte, ovviamente, dal concept naganiano per antonomasia: la Terra viene attaccata da un nemico alieno dalle fattezze mostruose (proveniente, però, dagli abissi marini anziché dallo spazio profondo), battezzato "Kaiju" appunto, per sconfiggere il quale viene sviluppata una nuova arma, lo Jaeger, un robot antropomorfo dalla stazza colossale; per pilotare ogni singolo robot servono due piloti in interconnessione neurale, chiaro riferimento alla sincronia uomo-macchina vista in "Neon Genesis Evangelion" e in alcuni episodi di "Z Gundam"; la caratterizzazione del robot come mera arma da guerra, inoltre, allontana "Pacific Rim" dalla matrice naganiana per avvicinarlo a Yoshiuki Tomino e al suo celebre "Mobile Suit Gundam", dal quale viene ripresa anche la volontà di dare una psicologia forte e verosimile ai piloti, mentre il mondo nel quale si scontrano Jaeger e Kaiju ha le fattezze post-apocalittiche, ancora, della Neo-Tokyo 3 di "Evangelion", mista al solito connubio post-modernista ripreso dall'immortale "Blade Runner" (1982); paradossalmente, benchè le fonti di ispirazioni siano palesi, del Toro riesce a mascherarle bene: il design degli Jaeger è tutto sommato originale, così come il campionario di armi e mosse a loro disposizione, tra le quali spunta un omaggio gradito alla tradizione: la spada come arma definitiva; stesso discorso vale per quello dei Kaiju, nonostante le loro fattezze ricordino parecchio quello dei mostri meno celebri del filone catastrofico nipponico.


Il grosso budget a disposizione per gli effetti digitali e la bella fotografia del fido Guillermo Navarro permetto al regista messicano di creare uno spettacolo visivo come non se ne erano mai visti sul Grande Schermo: scontri spettacolari tra mostri di acciaio e carne, combattimenti con botte da orbi ben orchestrati, coreografati e, finalmente, ripresi con inquadrature larghe e stabili e montati in modo lineare e non confusionario; l'atmosfera viene garantita dalle splendide giustapposizioni cromatiche: dal blu/ambra dell'interno del Gipsy Danger, al rosso vivo dello Stryker, passando per gli splendidi cromatismi fluorescenti dei Kaiju e del loro mondo; senza contare che il design dei robot, lontano anni luce dall'accozzaglia di ferro e lamiere visto nella serie di "Transfromers", è verosimile e al contempo spettacolare; "Pacific Rim" è, in sostanza, un'orgia visiva: uno spettacolo per gli occhi capace di regalare momenti adrenalinici e catastrofici, anche grazie ad una bella colonna sonora, che per una volta recupera la tradizione hollywoodiana del tema principale elevandolo a tormentone.


Dove il film non convince è nella sceneggiatura: il lavoro di del Toro e dello scrittore Travis Beacham è pallido ed incolore; se la narrazione, totalmente lineare, viene ben ritmata in sede di regia, non convincono le sottotrame lasciate in sospeso e la scialba caratterizzazione dei personaggi; viene da chiedersi quale sia l'insano motivo che porti il Governo Mondiale a sospendere il progetto Jaeger a inizio film e a non rifinanziarlo una volta scoperta la fallacia delle mura di contenimento alla fine del primo atto; l'aver ripreso il topos naganiano del nemico alieno, inoltre, appiattisce ogni drammaticità, riducendo lo "scontro tra titani" a meri incontri di lotta tra mostroni, quando invece nel campo dell'animazione giapponese post-Tomino, l'abbandono del manicheismo buono/cattivo ha da decenni trasformato il filone dei robot in qualcosa di più che un semplice spettacolo di intrattenimento (e in proposito andrebbe recuperato il primo, storico, "Mobile Suit Gundam"); il racconto si arena del tutto nella descrizione dei personaggi: tutti rigorosamente stereotipati; si parte dal protagonista, il solito belloccio americano infallibile e dannato, la sua co-pilota, la bella di turno innamorata del super-eroe a stelle e strisce, il rivale buono a nulla, il capo/figura paterna, ecc...; ma il fondo lo si tocca quando entrano in scena i piloti stranieri: i trigemini cinesi e i fratelli russi sono trattati da mere comparse riempi-schermo, ai limiti del razzismo.



"Pacific Rim", dunque, è una pellicola di intrattenimento onesta e senza pretese: lo spettatore occasionale ne apprezzerà la cura per la componente spettacolare e per l'estetica; quello più smaliziato è avvertito: non siamo davanti al Gundam del Grande schermo, ma ad un semplice revival della tradizione Kaiju-Eiga mista la super robot classico.

EXTRA:

Assonanze e consonanze.