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martedì 31 ottobre 2017

Scream- Chi Urla Muore

Scream

di Wes Craven.

con: Neve Campbell, David Arquette, Courtney Cox, Skeet Ulrich, Rose McGowan, Matthew Lilard, Jamie Kennedy, Drew Barrymore, Henry Winkler.

Thriller/Horror/Grottesco

Usa 1996












---CONTIENE SPOILER---


Negli anni '90, il filone slasher, che tanta fortuna aveva portato nelle casse dei produttori americani, perde definitivamente la sua presa sul pubblico; le lunghe e ripetitive saghe di "Halloween", "Venerdì 13" e "Nightmare" si concludono nei primi anni del decennio a causa del calo di consensi anche economici (solo Michael Myers tornerà un'ultima volta al cinema alla fine del decennio e bisognerà aspettare i primi anni del 2000 per vedere "Freddy vs Jason"), mentre autori ed artigiani del cinema del terrore tentano nuove vie per spaventare il pubblico, nuovi registri e situazioni che, tuttavia, non riescono a rinverdire i fasti del genere.
Ma quel filone ormai dato per morto risorgerà inaspettatamente nella seconda parte della decade, riforgiandosi ad una nuova forma; merito (o forse demerito, visto il lascito successivo) dello sceneggiatore Kevin Williamson e del suo script "Scary Movie", vera e propria dissezione dello slasher che la Miramax fa portare su schermo a Wes Craven. Questi, dal canto suo, era reduce da quel "Vampiro a Brooklyn" con il quale aveva tentato, fallendo, di coniugare commedia ed horror sulla falsariga di quanto fatto dal collega John Landis ed era alla ricerca di un nuovo progetto per rilanciare la sua carriera; il suo lavoro su "New Nightmare" lo rende perfetto per tradurre in immagini le intuizioni di Williamson: nasce così "Scream" (il titolo sarà cambiato all'ultimo momento in sede di distribuzione e quello originale finirà, guarda caso, appioppato ad una parodia, ossia alla parodia della parodia) miscuglio tra satira, omaggio e sovversione di tutti i clichè dello slasher, che finirà inavvertitamente per crearne di nuovi.




Si potrebbe dire, forse suscitando un pò di ilarità, come "Scream" sia, di fatto, il "A' Boute de Souffle" del cinema horror americano: una pellicola cosciente di essere un'opera di finzione, il frutto dell'elaborazione di una mente creativa, per di più ancorata ad una serie di luoghi comuni che devono essere rispettati per la riuscita della storia. La cinefilia diviene mantra quasi ossessivo: le "regole per sopravvivere" ad un horror vengono snocciolate dal personaggio di Randy, il nerd che fa da contronarratore per sottolineare la falsità degli eventi; il numero di citazioni ed omaggi sparsi per tutta la durata del film è impressionante: si parte dal primo omicidio, con il corpo di una giovane donna impiccato e sventrato come in "Suspiria" per arrivare alla fine del secondo atto costruito sulla falsariga del "Halloween" di Carpenter, con Randy che urla a Jamie Lee Curtis di stare attento all'assassino alle spalle, mentre dietro di lui c'è Ghostface, in una specie di riflesso per il tramite dello schermo televisivo; molti i cognomi illustri che vengono dati ai personaggi, come Loomis, o la frase ad effetto "sembra di stare in un film di Wes Carpenter"; gustosi anche gli "easter egg", con una comparsata flash di Linda Blair nei panni di una giornalista e dello stesso Wes Craven nei panni di un bidello chiamato Fred, agghindato come Krueger.




Cinefilia che è pura espressione del decennio in cui "Scream" vede la luce; il cinema americano degli anni '90 riscopre il gusto per quel cinema d'autore e per una messa in scena che fa dell'omaggio e della ripresa di canoni estetici e narrativi propri della New Wave il suo imperativo; numi tutelari di Williamson e Craven sono sicuramente Tarantino e, sopratutto, Kevin Smith, il cui "Clerks" appare come poster e VHS in due scene clou.
Certo, il lavoro dei due autori non è scostante, né ha la sottigliezza, il cuore o l'intelligenza di quelli di Godard, Tarantino o Smith. Ed in parte ciò è dovuto anche alle loro stesse intenzioni, votate a creare una riflessione sul genere tramite un film di genere tout court, che può anche essere visto come un normalissimo thriller a tinte splatter, un perfetto esponente, per certi versi, di quel filone che mette alla berlina. Di fatto, Williamson citerà come fonte di ispirazione non tanto il cinema d'autore europeo o americano (più vicino alla formazione di Craven che alla sua), quanto il lavoro svolto da Tom McLaughlin in "Venerdì 13 Parte VI- Jason Vive", il miglior capitolo della serie, concepito ed eseguito come un perfetto mix di commedia ed horror, dove i personaggi talvolta sfondano la quarta parete, hanno coscienza dei cliché della storia di cui sono protagonisti, ma dove quest'ultima non scade mai nel demenziale vero e proprio, nella parodia comica ironica, restando sempre nei territori del horror vero e proprio, pur se con una fortissima vena satirica.




Un thriller che funziona quasi perfettamente sia per costruzione che per messa in scena; sul piano narrativo, nonostante gli infiniti rimandi ai capisaldi dello slasher, il punto di riferimento effettivo è invece più risalente: il Giallo Movie e, in parte, il thrilling alla Hitchcock.
Palesemente ripresa dal Maestro del Brivido è la trovata di uccidere la star nel prologo: Drew Barrymore, all'epoca fidanzatina d'America e punta di diamante durante la campagna promozionale del film, viene liquidata nei primi dieci minuti, mandando all'aria le certezze dello spettatore.
Dal giallo baviano viene invece ripresa l'idea di un killer che perseguita una bella ragazza tramite il telefono, già vista nell'episodio omonimo del mitico "I Tre Volti della Paura"; e del tutto coerente con la logica del giallo classico è l'enfasi posta sull'identità dell'assassino, celata sino all'ultimo atto.
Craven, dal canto suo, si diverte anch'egli a giocare con i nervi e le aspettative dello spettatore infarcendo tutto con una moltitudine impressionante di finti jump-scare e condendo il tutto con una dose elevata di splatter, anche se la censura ha sforbiciato molto del gore vero e proprio inizialmente presente in molte sequenze.




La ripresa dei classici nella costruzione di storia e narrazione viene poi sconquassata dalla distruzione dei luoghi comuni; al di là della pura metareferenzialità, spesso lasciata ai dialoghi ("Non nel mio film!" urla la protagonista Sidney nel finale), è lo scardinamento dei luoghi comuni a giocare un ruolo essenziale; per prima cosa, il killer non ha una maschera vera e propria: il "Ghostface", poi divenuto icona dell'horror, all'epoca delle riprese altro non era che un comunissimo costume da Halloween già venduto regolarmente nei negozi, usato proprio per la sua estrema banalità, contrapposta alla solita iconicità ricercata nell'estetica dei killer nei canonici slasher.
Divertente è anche il modo in cui la canonica costruzione delle scene negli horror viene parodizzata; al suo primo incontro con il killer, Sidney, oltre a non spaventarsi inizialmente, sottolinea la stupidità della stessa scena, affermando quanto sia idiota una sequenza in cui una bella ragazza inseguita da un assassino decida di restare in casa piuttosto che fuggire all'esterno; salvo, una manciata di secondi dopo, finire anch'ella intrappolata in casa, ricalcare quel luogo comune sfottuto fino a poco prima a causa di una serie di eventi imprevisti, come il killer già appostato in casa e la porta d'ingresso bloccata dalla catenella.





Ancora più spiazzante è la caratterizzazione di personaggi e situazioni. I primi sono lontani dai famosi stereotipi anni '80, pur se in parte richiamati per la loro base caratteriale; Sidney, final girl designata, perde la verginità prima del finale, ossia viene privata di quel potere che secondo il cantastorie Randy la renderebbe superiore all'assassino; e nel confronto finale ha un ruolo talmente attivo che la porta persino ad indossare la maschera del killer e a beffarlo con le sue frasi ad effetto; la giornalista Gale, la stronza d'ordinanza, si rivela deus ex machina essenziale; il vicesceriffo Dewy (Linus nell'ottimo adattamento italiano), esponente dell'autorità, è un incapace impotente; Tatum, la migliore amica (interpretata da una Rose McGowan giovanissima e mozzafiato), solitamente la "troietta" del gruppo, è invece un personaggio agguerrito; il nerd Randy, il cui stereotipo viene solitamente massacrato, riesce invece a sopravvivere al massacro, pur non osservando quelle stesse regole che decanta.
In generale, i caratteri dei ragazzi, siano essi protagonisti o comparse, sono perfettamente ricalcati sul cinismo della generazione X: adolescenti che si eccitano con il sangue, che all'indomani dell'omicidio di una loro compagna si divertono ad ipotizzare il modus operandi del killer e che esultano alla notizia dell'assassinio del preside, interpretato da un inedito Henry Winkler.
Con tali caratteri, il rischio di rendere la vicenda fredda, come un puro e divertito esercizio di stile, era dietro l'angolo; fortunatamente, sia Craven che Williamson, affiancati da un cast perfettamente in parte ed affiatato, riescono a schivare il proiettile: ci si riesce davvero ad affezionare a questo strampalato gruppo di fanatici del horror ed alle loro vicende, persino quando hanno il volto da pazzo di Matthew Lilard.




Ancora più originali sono le singole situazioni escogitate quando entra in scena Ghostface, con le vittime che sbeffeggiano il killer con battute sarcastiche gridate in faccia o con lo stesso assassino spesso preso a calci per ritrovarsi di faccia per terra poco prima di commettere gli omicidi. Così come originale è la trovata di avere due persone dietro la maschera, sorta di pernacchia verso il famoso "potere di teletrasporto" che molti assassini degli slasher hanno; o il movente per gli omicidi, in realtà palesemente pretestuoso: Billy ha un motivo anche abbastanza comprensibile per perseguitare la sua ragazza, ma ciò non giustifica l'assassinio degli altri personaggi; mentre Stu è semplicemente un folle, un esaltato che si diverte con il sangue, una sorta di "assassino nato" che permette agli autori di porre al pubblico un interrogativo che all'epoca era scottante: i film dell'orrore possono davvero ispirare le persone alla violenza?
La risposta è un "ni": non è la visione della violenza in sé ad instillare pensieri omicidi; questa rende i folli solo "più creativi"; la violenza, come in "L'Ultima Casa a Sinistra", è un carattere innato nell'essere umano, che non può essere trasmesso tramite la catarsi filmica, solo perfezionata da questa; statuizione che è un vero e proprio dito medio giustamente e trionfalmente alzato verso quei detrattori del genere la cui ossessione perbenista ha causato fin troppi guai a Craven e colleghi. Semplicemente geniale è poi la trovata di far ricoprire il ruolo del "red herring" ad uno dei due assassini, per avere un duplice colpo di scena nel finale.
Gustosamente spiazzante è poi il terzo atto, dove Craven spinge il pedale del grottesco sino ai limiti del paradossale, con i killer in lacrime e la final girl che diviene ella stessa feroce carnefice.




"Scream" riesce nel suo intento dissacratorio e beffardo per un paradosso puro: è una parodia che funziona perfettamente anche come pura pellicola di genere; e di fatto, alla sua uscita saranno davvero in pochi a comprenderne il lato ludico e grottesco.
Con questa nuova coscienza, il filone slasher conoscerà una nuova giovinezza tra la fine degli anni '90 e i primo anni 2000; seconda giovinezza che però non porta ad una nuova stagione d'oro per il cinema dell'orrore americano: tutti i cloni e gli epigoni di "Scream" (compreso quel "So cosa hai fatto" scritto dallo stesso Williamson) non faranno altro che riprenderne la formula e riproporla ad oltranza, finendo per creare nuovi cliché che uccideranno letteralmente il genere. Tutt'oggi, pur con gli sforzi di piccole ma agguerrite case di produzione quali la Blumhouse e di un gruppo di autori dotati, l'horror a stelle e strisce non riesce a raggiungere gli apici qualitativi ed artistici della golden age degli anni'70 e '80, avendo perso quell'intelligenza e quella sensibilità che caratterizzava autori ed opere dell'epoca.
Wes Craven, invece, di qui in poi entrerà nell'ultima fase della sua carriera, la peggiore; non riuscirà più a creare opere all'altezza del suo nome, dirigendo e producendo pellicole di genere a dir poco dimenticabili e fallendo, purtroppo, con l'esperimento de "La Musica del Cuore"; e sempre per paradosso puro, ritroverà in parte la forma perduta dirigendo proprio uno dei seguiti di "Scream", il quarto, approdato nelle sale ben 11 anni dopo il capitolo precedente e, purtroppo, suo ultimo film.

lunedì 30 ottobre 2017

Nightmare- Nuovo Incubo

Wes Craven's New Nightmare

di Wes Craven.

con: Heather Langekamp, Miko Hughes, Robert Englund, John Saxon, Tracy Middendorf, Wes Craven.

Usa 1994


















Dieci anni dopo la sua uscita nelle sale, "Nightmare", ossia la creatura più famosa e amata di Wes Craven, non è più ciò che il suo autore aveva concepito; da quella favola horror archetipica che era in partenza, la successiva serie di film ha trasformato la storia di Fred Krueger e dei ragazzi di Elm Street in una sorta di fantasy macabro, dove lo spauracchio per antonomasia è divenuto una sorta di anti-eroe dalla battuta pronta; quel Krueger nato come "uomo nero" definitivo si è invece imposto nell'immaginario collettivo come icona pop dal sorriso beffardo, finendo per non spaventare più nessuno; ed allo stesso modo, i film che lo hanno visto protagonista si sono progressivamente arenati nella ripetizione di cliché, sino a quel "Freddy's Dead- The Final Nightmare", sesto capitolo di una bruttezza sfiancante, dove persino gli effetti speciali, solitamente di buona fattura, lasciano parecchio a desiderare.




Ma pur avendo "ucciso" la sua gallina dalle uova d'oro, il produttore Bob Shaye sapeva che il decimo anniversario dall'uscita in sala di quel primo, piccolo e fortunatissimo film sarebbe stata una ghiotta occasione per rivendere al pubblico l'icona Krueger. E per farlo, opta per una soluzione inedita: richiama a bordo Wes Craven, dopo averlo estromesso dalla serie facendo rimaneggiare completamente lo script da lui creato per "Nightmare 3- I Guerrieri del Sogno", lasciandogli questa volta piena autonomia.
Craven, dal canto suo, non è interessato a dirigere l'ennesimo slasher, filone che nei primi anni '90 stava scomparendo, dopo aver totalmente esaurito la sua carica già nella seconda metà degli anni '80; decide così di cogliere l'occasione per creare un'opera inedita e spiazzante, un metafilm che rifletta sul successo della sua creatura, restando al contempo un godibilissimo horror; sin dal titolo, "Wes Craven's New Nightmare" è l'esemplificazione della visione di un autore, che ponendosi nuovamente al centro dell'operazione produttiva, la fa propria e la usa per portare avanti un discorso prettamente personale, una riflessione un pò superficiale sulla forza manipolatrice del cinema, ma allo stesso tempo convincente.




Nell'abbattere la quarta parete, facendo fuoriuscire il suo baubau nel mondo "reale", Craven riscopre la sua formazione letteraria e si rifà ad un concetto risalente alla cultura ellenica: le storie dell'orrore sono necessarie ad esorcizzare il male inconscio dell'essere umano; dandogli una forma concreta, riconoscibile, persino vendibile (per tutto il primo atto vengono inserite in molte inquadrature pezzi di vero merchandise su Freddy), il male viene intrappolato entro una figura che, come un agnello sacrificale, può essere annientata tramite la catarsi. Non per nulla, nel finale, Heather e Dylan usano lo stratagemma di Hansel e Gretel per uccidere il mostro, ossia riportano in scena una favola classica, una delle incarnazioni del terrore più influenti sul genere horror e che lo stesso Craven ha usato come calco per il primo film della serie.
Ma una volta che questo "contenitore" si esaurisce, quando l'icona viene dismessa o bandita (nei dialoghi, interpretando sé stesso, Craven fa un affondo ai detrattori ed alla censura, che di lì a pochissimo avrebbero causato la morte del cinema dell'orrore americano), questo male riprende potere, può liberarsi nel mondo e mietere le proprie vittime.
Il Krueger di "Nuovo Incubo" è infatti l'archetipo del male che, libero dalla sua prigione, può perseguitare i suoi carcerieri, coloro che ne gli avevano sottratto il potere, ossia il regista e gli attori.




Il gioco di rimandi al primo film è semplicemente sublime; Craven ricrea alcune delle sequenze più celebri, come l'uccisione antigravitazionale di Tina o la lingua che fuoriesce dalla cornetta del telefono; e, sopratutto, l'incipit, con la costruzione del guanto, aggiornato ad una sorta di artiglio cibernetico, che sfocia nello sfondamento della quarta parete, nella rivelazione di come tutte quelle immagini altro non siano che una fantasia e, ancora dopo, un sogno, ossia pura forma filmica.
Allo stesso modo, gioca con l'iconografia della sua creatura ed il suo lascito; la sua prima apparizione è quella del suo interprete Robert Englund, che durante un'intervista si presenta con il make-up ed il look dei precedenti film; ma quando il nuovo Krueger entra in scena, il suo aspetto è diverso, più minaccioso di quello visto nei vari sequel (sopratutto di quello, orrendo, di "Freddy's Dead"), con un cappello verde, un guanto dove gli artigli sembrano un esoscheletro che fuoriesce dalla mano piuttosto che un accessorio (uguale a quello ritratto nell'artwork della locandina dell'originale), un lungo cappotto nero (che in realtà doveva già essere parte del costume del primo film) e pantaloni in cuoio; oltre il costume, anche il make-up è più marcato: il volto del mostro è letteralmente scarnificato più che bruciato, come se qualcosa al suo interno stesse cercando di uscire. E adesso Krueger non fa più commenti ironici, né freddure, è tornato l'orco cinico ed inarrestabile delle origini.




Nell'inscenare il gioco di specchi tra realtà e finzione, Craven cuce addosso ad Heather Langekamp il ruolo che aveva nel film originale, quello di forza distruttrice del male; e lo fa caratterizzando il suo non-personaggio con i tratti della stessa attrice; Heather è perseguitata da uno stalker, proprio come successa alla vera Langekamp a seguito della sua partecipazione alla sit-com "Just the Ten of Us", ed è sposata con un tecnico degli SFX; Krueger, proprio come l'orco delle favole, vuole uccidere il suo bambino, ossia compiere quella stessa azione che caratterizza il suo personaggio nel film; in sostanza, l'attrice diviene archetipo contro un'archetipo divenuto personaggio.




Lo scontro finale permette a Craven di sfogare la sua vena visionaria, tenuta a bada per praticamente tutto il film; crea questa volta un mondo onirico che poggia sull'immaginario del teatro classico, con rimandi visivi a quella cultura greca alla base dell'idea del film. Purtroppo, è proprio nella risoluzione degli eventi che la su visione trova un limite.
L'uccisione del mostro è semplice uccisione del villain, eseguita tra l'altro in modo alquanto blando e prevedibile; il racconto, nel finale, ripiega su sé stesso, perde in parte la sua valenza metanarrativa e si fa smaccatamente classico, persino in quell'epilogo dove l'esorcismo definitivo deriva dalla lettura della sceneggiatura del film. In sostanza, Craven finisce per fare un puro horror tramite la metanarrazione piuttosto che sviscerare lo strumento filmico mediante il registro horror.




Limite che comunque non intacca il valore di un film prepotentemente scostante, che fa dell'imprevedibilità la sua forza e dello straniamento dato dalla metareferenzialità la sua originalità. "New Nightmare" non è un capolavoro, con una scrittura più profonda e coraggiosa ben avrebbe potuto esserlo; ma anche così resta un film originale ed interessante.

mercoledì 25 ottobre 2017

La Casa Nera

The People under the stairs

di Wes Craven.

con: Brandon Adams, Everett McGill, Wendy Robie, A.J. Langer, Ving Rhames, Sean Whalen, Bill Cobbs.

Horror

Usa 1991
















---CONTIENE SPOILER---


Il 3 Marzo 1991, la polizia di Los Angeles diviene protagonista di un caso destinato a scioccare l'intera opinione pubblica americana: il tassista afroamericano Rodney King, segnalato per eccesso di velocità, per paura di vedere revocata la propria licenza, tenta di fuggire dal controllo, scatenando un lungo inseguimento che si conclude con la resa di questi; ma una volta uscito dal veicolo, disarmato e senza intenzioni ostili, King viene pestato a sangue dagli agenti. Poco più di un anno dopo, i protagonisti del pestaggio vengono processati e, nonostante le prove audiovisive ne dimostrino la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, si ritrovano tutti assolti. La reazione della comunità nera di L.A. è durissima: una rivolta durata oltre tre giorni, durante i quali la città viene messa a ferro e fuoco, e che causa circa una sessantina di vittime.
Un anno prima, quasi a preconizzare tale evento, esce nei cinema "The People under the Stairs", arrivato poi in Italia con il titolo "La Casa Nera", una delle pellicole più curiose di Wes Craven, che si chiude proprio con la rivolta della comunità nera del ghetto di Los Angeles contro i dispotici proprietari terrieri bianchi.




Così come in "Nightmare", anche questa volta Craven struttura la storia come una sorta di favola nera; protagonista è ora un bambino, Poindexter (Brandon Adams), detto "Grullo", come la carta dei tarocchi de Il Matto che ne segna il destino nella prima sequenza; Grullo, piccolo ma pieno di risorse, sogna di diventare medico, ma ogni sua ambizione è castrata da una realtà fatta di fame e miseria: costretto a vivere in una crackhouse con una madre malata di cancro, impossibilitata a sostenere le spese mediche necessarie per l'operazione e con un esercito di figli e nipoti a carico; l'ultima stoccata arriva con la minaccia di sfratto: i padroni di casa, speculatori indefessi, vogliono abbattere l'immobile per far spazio ad una nuova e più redditizia costruzione.
Uno spiraglio di luce arriva con la forma di un furto: Leroy (Ving Rhames) coinvolge Grullo in una rapina ai danni di quegli stessi padroni, che vivono arroccati in una gigantesca e tetra magione, isolati dal mondo, custodendo un vero e proprio tesoro. Ma una volta giunti all'interno della casa, i due si renderanno conto di essere prigionieri di una trappola mortale.




Prima ancora di essere una perfetta metafora sullo sfruttamento, "The People under the Stairs" è un perfetto meccanismo di intrattenimento, nel quale Craven fonde un registro orrorifico raccapricciante, oltre che allegorico, con una dose di umorismo nero talmente elevata da far somigliare il tutto, a tratti, ad una sorta di cartone animato ultraviolento. Un tentativo, quello di far convivere tante anime diverse in un unico racconto, già riuscitogli perfettamente ne "Il Serpente e l'Arcobaleno", ma che giusto un paio di anni prima non era riuscito a replicare nel flop "Sotto Shock" e che qui trova un equilibrio più o meno stabile.
L'esecuzione di alcune sequenze è magistrale: l'uso della steadycam per seguire le fughe dei personaggi attraverso i cunicoli della magione imprime una dinamicità incredibile ad ogni scena; la tensione è alta, anche se più che sulla paura o la suspense in sé, Craven gioca questa volta con un orrore più diretto, dato dal pericolo di una morte truce ed immediata, da un orco questa volta prettamente terreno ed infuriato, che si diverte a massacrare chiunque gli capiti a tiro.




I villain, i due mostri, sono nuovamente creature fin troppo umane, rese demoniache dal vizio, in questo caso una cupidigia deviata che li ha trasformati in sadici reclusi, probabilmente incestuosi (si scopre circa a metà film la loro parentela uterina) e soprattutto cannibali. I due coniugi, Papi e Mami, o "Man" e "Woman", hanno il volto di una celeberrima coppia, Everett McGill e Wendy Robie, ossia Big Ed e Nadine Hurley di "Twin Peaks", e qui sono entrambi corrosi dalla follia. Due ricchi che succhiano letteralmente soldi dal ghetto nero per accumularli in un deposito a là Zio Paperone, dove il denaro esiste per il denaro, una forma di onanismo pecuniario; due orchi che rapiscono i bambini in cerca dell'erede perfetto, ossia un figlio usato anch'esso come una res, un oggetto da custodire gelosamente e distruggere quando mostra segni di individualità, quando vede, dice o sente cose che non dovrebbe conoscere.




La metafora sociale è presto servita: i due bianchi sono gli schiavisti, che vivono in un contesto domestico fermo ai tempi della segregazione, come una singolarità che dai primi anni '90 retrocede di oltre cinquant'anni nel passato. Le persone del ghetto, così come i giovani rapiti e sottomessi, sono la massa che viene cannibalizzata per la sussistenza di una classe dirigente post-reaganiana ormai assuefatta ad ogni tipo di privilegio e che sfoga con la violenza tutti i suoi istinti.
Una massa che alla fine trova la forza di ribellarsi, grazie alla forza di un bambino, un pollicino che sfugge agli orchi proprio grazie alla sua sfrontatezza di un "grullo", per divenire esempio che porta i sottomessi a massacrare i carcerieri: i ragazzi reclusi, ridotti a veri e propri morti viventi, si vendicano della propria "madre" e ritrovano la libertà; e che, in un secondo momento, distrugge il giogo dei padroni sulla comunità, ridando a questa quel capitale ingiustamente sottrattole.




L'umorismo, più che stemperare la tensione, serve a deformare ulteriormente personaggi e situazioni, virando tutto verso un grottesco malato; come l'uso del costume sadomaso di Papi, talmente sopra le righe da non essere inquietante, ma lo stesso disturbante; o le folli corse tra le intercapedini ed i condotti di aerazione ricoperte di trappole, passaggi segreti e trabocchetti, marchio di fabbrica dell'autore che qui diviene definitivamente parte integrante della storia e che spesso culminano in una violenza cartoonesca, per quanto viscerale.




Ed è forse l'abuso del registro comico a castrare in parte le intenzioni di Craven; si resta fin troppo spiazzati dalle gag, dalle espressioni stralunate di Everett McGill che riceve botte in testa o dalle battute stile macho di Grullo; per quanto simpatico, il tono strampalato porta ad un allontanamento della materia narrata a tratti troppo marcato.
Ma al di là di tale freddezza, Craven riesce lo stesso ad intessere una storia che intrattiene e che riesce davvero ad imporsi come ottima metafora sociale, prova di come il suo talento sia ancora forte, nonostante l'altalenante esito della sua carriera.

sabato 21 ottobre 2017

Il Serpente e l'Arcobaleno

The Serpent and the Rainbow

di Wes Craven.

con: Bill Pullman, Cathy Tyson, Zakes Mokae, Michael Gough, Paul Winfield, Brent Jennings, Conrad Roberts.

Usa 1988


















Ottenuto lo status di Re dell'horror grazie al successo planetario di "Nightmare- Dal Profondo della Notte", Wes Craven non è riuscito, nel momento immediatamente successivo della sua carriera, a creare opere che fossero all'altezza del suo nome. Il sequel al suo cult del 1977, "Le Colline hanno gli Occhi II", uscito quasi in contemporanea con "Nightmare", si è presto rivelato uno degli esiti peggiori della sua carriera, un film fiacco e poco ispirato; il successivo "Dovevi essere morta", concepito come una sorta di love-story horror echeggiante il mito di Frankestein, è stato letteralmente sabotato dalla produzione per divenire un horror più convenzionale e decisamente malriuscito; senza contare i pessimi exploit televisivi di "Invito all'Inferno" e "Sonno di Ghiaccio".
Ma nel 1988 a Craven capita il giusto progetto per un rilancio, che gli permette anche di sperimentare con il registro orrorifico sovvertendone schematismi e luoghi comuni; "Il Serpente e l'Arcobaleno" è infatti un film scostante, che vive di due anime apparentemente inconciliabili, ossia la fascinazione per il sovrannaturale e la predilezione per il pragmatismo scientifico; giustapponendo questi due mondi, il cielo e la terra simboleggiati dal titolo, Craven crea un film anticonvenzionale e convincente, che immerge lo spettatore nel mondo degli zombi senza scadere nelle solite trappole del filone.



La trama è una versione romanzata del libro omonimo scritto da Wade Davis nel 1985. Antropologo di Harvard di origine canadese, Davis ha condotto una serie di ricerche ad Haiti per cercare di svelare il mistero sui morti viventi, basandosi sul racconto di un uomo apparentemente resuscitato a sette anni dalla sua morte. La ricerca ha portato alla scoperta di una tossina presente nella "polvere" usata per i malefici dagli stregoni vodoo, derivata in parte dal veleno del pesce palla, che agirebbe come un potente anestetico in grado di addormentare il corpo delle vittime, lasciando tuttavia il cervello attivo ed il sistema sensoriale iperstimolato, per un periodo di tempo di circa 12 ore; i non-morti della tradizione altro non sarebbero che soggetti caduti in una sorta di coma farmacologico e successivamente traumatizzati dalla coscienza dell'esperienza di morte apparente.
Ricerca i cui risultati sono stati in realtà fortemente contestati in sede accademica, ma che risulta tutt'oggi di grandissimo fascino. Nel portare in scena l'esperienza di Davis, ribattezzato in sede di script con il nome di fantasia "Dennis Alan" ed interpretato su schermo da un convincente Bill Pullman, Craven ne intreccia le ricerca con lo spaccato della società haitiana degli ultimi anni della sanguinaria dittatura di Jean-Claude "Bebe Doc" Duvallier.




Veri antagonisti nella storia non sono i non morti, né i "loa", gli spiriti dei defunti, bensì i Tom Tom Macute, gli stregoni componenti la polizia segreta dell'epoca, che usavano la polvere per eliminare e manipolare gli oppositori politici del regime; minaccia incarnata dal personaggio di Peytraud (Zakes Mokae), alla quale è contrapposto quello di Lucien Celine (Paul Winifield), incarnazione della tradizione arcana e più benigna del vodoo.
Nel mezzo a queste forze, immerso in un contesto a lui estraneo, Alan è il punto di vista dello spettatore medio; ateo, credente solo nella scienza (nel solo serpente, che di fatto gli appare costantemente in sogno minacciando di distruggerlo), si trova del tutto spiazzato in un mondo dai colori vividi e pulsanti (la fotografia enfatizza a dovere gli abiti vivaci degli haitiani), dove la spiritualità trasuda da ogni contesto, persino quello più materiale.




La forza de "Il Serpente e l'Arcobaleno" risiede proprio nel contrasto, nello scontro tra un punto di vista materiale su di un mondo pullulante di suggestioni metafisiche, dove il confine tra vita e morte, tra Terra e Cielo, è labilissimo, dove il Cattolicesimo convive con i culti pagani (anche mediante la semplice mistificazione della santeria, che però non sminuisce la carica del fenomeno religioso). Un mondo minacciato e letteralmente ucciso proprio da quella materialità che Davis propugna; i Tom Tom Macute sono semplici uomini, usurpatori del potere dei loa; mentre i non-morti, gli spiriti catturati (non conta se per davvero o solo per pura manipolazione psicologica  della popolazione) sono le vittime. Un orrore nuovamente materiale, dove la paura più grande non è data dalla morte, ma dall'essere seppelliti vivi, dal perdere il contatto con la realtà, dall'essere privati di quella spiritualità che rende davvero liberi.




Davis effettua così un viaggio verso quel mondo spirituale del quale sottovalutava l'esistenza, per venirne letteralmente risucchiato; benché le visioni e gli incubi a cui assiste potrebbero essere spiegati con lo stato di suggestione ed alterazione mentale al quale è sempre sottoposto, Craven spinge lo stesso il pedale sul fantastico, limitando però l'uso di effetti speciali praticamente al solo ultimo atto, dove si diverte a creare nuove visioni da incubo simili a quelle dell'universo del suo Fred Krueger. Ed inscenando un confronto con il villain un pò forzato, fuori luogo in un film che trova nella sua forza proprio nella costante contestazione della sospensione dell'incredulità.




Ma la capacità di fondere due registri antitetici in modo pressocché convincente ed il fascino della storia di Wade Davis rendono  lo stesso "Il Serpente e l'Arcobaleno" uno degli esiti migliori del cinema di Wes Craven; un film orgogliosamente anticonvenzionale, che arranca un pò nel finale, ma che riesce lo stesso ad imporsi come una visione obbligatoria tra le opere del compianto cineasta.

martedì 17 ottobre 2017

Nightmare- Dal Profondo della Notte

A Nightmare on Elm Street

di Wes Craven.

con: Robert Englund, Heather Langenkamp, Johnny Depp, John Saxon, Amanda Wyss, Ronee Blakley, Nick Corri.

Horror/Fantastico

Usa 1984













Il "caso" di Freddy Krueger è quanto meno singolare; nato dalla mente di Wes Craven come boogeyman definitivo, caratterizzato come un assassino pedofilo che si vendica di chi lo ha linciato massacrandone i figli nei propri sogni, ossia un personaggio totalmente negativo e lontano anni luce da qualsiasi forma possibile di empatia, è divenuto in pochissimo tempo un'icona pop, surclassando ed eclissando definitivamente il successo di altre maschere della new wave horror americana quali Leatherface, Michael Myers e persino quel Jason Voorhees con il quale è stato, anni dopo, protagonista di un divertente cross-over. La sua popolarizzazione è indicativa della decadenza dell'horror americano in sé, che nato per destabilizzare le opinioni popolari medianti ritratti iperbolici degli orrori quotidiani, tipicamente americani, è divenuto, negli anni '80, sinonimo di intrattenimento puro e crudo. Decadenza che tuttavia non ha intaccato il fascino delle sue icone e la caratura dei suoi autori più importanti.
Un mito del cinema horror, quello del Freddy Krueger di Craven, che perdura tutt'oggi e non solo nel cuore degli appassionati del cinema del terrore; i richiami al suo design, alla sua storia, ai suoi poteri in opere di tutt'altro genere continuano a non contarsi; e ciò senza ancora tenere conto del successo che la serie di film di cui è protagonista ha avuto: sette pellicole ufficiali, un remake inutile d'ordinanza targato Platinum Dunes (in cui l'unica cosa salvabile è la performance di Jackie Earl Haely) ed una serie televisiva trasmessa praticamente in tutto il globo; senza contare, ancora, tutte quelle incarnazioni che sono emanazione diretta dei film, quali spin-off a fumetti e videogames. E bisogna infine calcolare, per capire la caratura del marchio "Nightmare" come il primo film sia stato il primo successo commerciale per la New Line Cinema, che fino ad allora era una microscopica casa indipendente che si limitava a distribuire pellicole di quart'ordine; successo che le ha permesso di diventare, in neanche 10 anni, una delle principali major di Hollywood.




Un personaggio, quello creato da Craven, che è quasi la definizione stessa di cultura popolare, di un brand immediatamente riconoscibile e di successo; ciò proprio a causa della popolarizzazione, un po' forzata, che ha avuto nel corso del tempo: da assassino repellente è divenuto una sorta di jolly folle che prima di uccidere il teen-ager di turno si diverte a provocarlo con one-line degne di un film action, in sequenze orrorifiche dove lo shock e la suspense lasciano spesso il passo ad una forma di splatter grottesco visionario, decisamente più digeribile per il grande pubblico.
Eppure, quel primo "Nightmare- Dal Profondo della Notte" (azzeccatissimo per una volta il sottotitolo italiano) era una pellicola lontana anni luce per toni dai suoi più colorati (benché sempre iperviolenti) seguiti; un film piccolo, girato con pochissimi soldi (appena 1 milione ed 800 mila dollari dell'epoca) nel quale Craven rinvigorisce il filone slasher con una dose incredibile di creatività, iniettandovi una vena fantastica data dall'uso della dimensione onirica per creare situazioni pregne di tensione ed orrore.




Craven distrugge l'ultima certezza di tranquillità: la mente è il luogo in cui si annida il predatore; riesce, ovvero, a portare a galla una delle paure più inconsce ed ancestrali: quella del buio, del sonno come fine della vita, come morte non solo apparente; il non-risveglio diviene così l'incubo vero e proprio. Ma il mondo che porta in scena non conosce una vera linea di discrimine tra sonno e veglia: con una serie di escamotage narrativi, elimina la distinzione giorno/notte e realtà/incubo facendo scivolare i suoi personaggi un po' per volta dentro lo stato onirico; l'atmosfera resta sempre sospesa tra il reale e l'illusione e quando il mostro entra in scena (qui chiamato ancora "Fred", senza il diminutivo che lo rende simpatico), l'orrore si fa viscerale, pregno di una carica splatter repellente; è lo stesso Krueger a giocare con la violenza, a spaventare le vittime infliggendosi mutilazioni efferate e gratuite che scioccano per inventiva, come quando si apre il petto per far fuoriuscire un fiotto di sangue marcio colmo di vermi.




Nel sogno non ci sono regole, non c'è logica alla quale appigliarsi; la tensione deriva così dall'imprevedibilità delle situazioni; Craven gioca con le aspettative dello spettatore, riesce a creare suspanse usando il non visto, l'atmosfera data non solo dalla sospensione onirica, ma anche quella più opprimente data dalle scenografie infernali: il covo di Krueger, il locale caldaia la cui oscurità è rischiarata unicamente da fiammate infernali, è un'emanazione dello stesso personaggio, un girone dantesco in cui si aggira un demone artigliato pronto a distruggere chiunque gli capiti a tiro.
Ma il demone Kruger è, come nella tradizione del cinema horror americano anni '70 che qui continua anche in pieno decennio reaganiano, parto totalmente terreno, per di più figlio della chiusura mentale tipica della provincia americana: maniaco omicida scampato alla forca, viene linciato dalla folla, vittima a sua volta di quella giustizia sommaria che gli Americani tanto agognano e che spesso usano che veicolare una forma di innata violenza spicciola; che qui genera nuova violenza, rivolta alla nuova generazione, a quegli innocenti che ben avrebbero potuto essere sue vittime di quando era in vita; una vendetta che genera vendetta, sangue lavato con il sangue, ossia l'incubo definitivo in una società votata all'intolleranza e alla superbia.




Ma Krueger è prima di tutto l' "uomo nero", incarnazione di una paura infantile, richiamata dalla nenia cantata dai fantasmi delle sue vittime; per la sua creazione, Craven si è ispirato soprattutto ad un barbone che si aggirava nel suo quartiere quando era bambino; un mostro totale, dal volto sfregiato perennemente curvato in un ghigno satanico; ed un mostro dotato di parola, più vivo, quindi, delle maschere omicide di "Halloween" e "Venerdì 13", una presenza più tangibile e per questo più spaventosa.
Personaggio che buca lo schermo grazie a due trovate perfettamente riuscite; primo, il suo look, con il cappellaccio che ricorda quello del killer di "Sei Donne per l'Assassino" di Bava ed un maglione a righe rosse e verdi, colori incompatibili che causano un disorientamento in chi li osserva quando giustapposti; il volto sfregiato, ripugnante, quello di un cadavere redivivo non limitato ai vincoli della carne o del reale; ed ovviamente il guanto artigliato, arma che dona un tocco di originalità definitiva per renderlo ancora più riconoscibile. In secondo luogo, la scelta di affidare il ruolo ad un attore vero e proprio, Robert Englund, le cui doti recitative purtroppo saranno poi sottovalutate a causa della fama di questa sua maschera (e basta riguardarsi "Il Ritorno di Cagliostro" di Ciprì e Maresco per comprenderne l'immensa bravura); Englund riesce a caratterizzare il personaggio, in questa sua prima incarnazione, grazie alla sua voce baritonale, letteralmente "dall'Oltretomba"; ma, prima ancora, grazie ad una performance fisica, tratteggiandolo con movimenti e pose (che dirà ispirate al Klaus Kinski del "Nosferatu" di Herzog), come appoggiarsi su di un lato abbassando una spalla o chinare il capo per squadrare le vittime, come il personaggio di un film muto, aumentandone esponenzialmente l'espressività.




A questa presenza orrorifica primordiale, Craven contrappone un'eroina tutta d'un pezzo; la Nancy interpretata dalla bella Heather Langenkamp è una sorta di "final girl" definitiva, che non aspetta il terzo atto per entrare in azione; con un colpo di scena alla Hitchcock, Craven elimina il punto di vista iniziale, ossia il personaggio di Tina, alla fine del primo atto e lascia che sia Nancy a dover fronteggiare il mistero degli "incubi assassini"; è lei il centro d'attenzione e punto di vista di tutto il resto del film; del tutto ancillari sono le figure degli adulti, che per la prima volta non influiscono direttamente sulla risoluzione degli eventi; come del tutto secondaria è la figura del fidanzatino Glen, interpretato da un esordiente Johnny Depp, che si limita ad assistere alle azioni della sua compagna.
Se le caratterizzazioni della protagonista e del mostro sono azzeccatissime ed originali, Craven finisce tuttavia per cadere del suo stesso marchio di fabbrica, ovvero l'uso di trappole casalinghe per distruggere il cattivo, espediente che già aveva usato nei precedenti "L'Ultima Casa a Sinistra" e "Le Colline hanno gli Occhi", che qui risulta fuori luogo e ridicolo; davvero non si riesce a credere ad un serial killer quasi onnipotente gabbato da una serie di trabocchetti architettati da una ragazzetta in appena un'ora di tempo; senza contare come, al di là della semplice credibilità, la sequenza non funziona sul piano prettamente estetico: non spaventa, né riesce a creare la giusta suspense.
La trovata di privare di potere il mostro semplicemente ignorandolo risulta anch'essa alquanto fuori luogo: ignorare l'orrore, la violenza, il "male" sovrannaturale ma creato da ragioni strettamente terrene è una risoluzione codarda, tediosa nella sua estrema semplicità, oltre che sottilmente di cattivo gusto.
Per fortuna, a risollevare le sorti del terzo atto ci pensa l'epilogo; un finale non voluto da Craven, il quale aveva ideato una conclusione più fiabesca, con Nancy che si risveglia nel suo letto per scoprire come tutto il film fosse stato in realtà un suo incubo; ma a Bob Shaye, capo supremo della New Line, un finale chiuso non andava a genio: non permetteva la creazione di eventuali seguiti ed ha così imposto un finale da incubo vero e proprio, dove il mostro non può essere sconfitto semplicemente girandogli le spalle, infinitamente più efficace del trattamento originale. Per una volta, le ragioni del produttori si sono rivelate più azzeccate di quelle dell'autore (un po' come avverrà anni dopo con un altro cult plurigenerazionale, il "Donnie Darko" di Richard Kelly).




Finale a parte, la visione di Craven resta incredibilmente efficace. Tutte le sequenze oniriche sono da antologia; il primo omicidio, con il cadavere di Tina trascinato sul soffitto, rappresenta la distruzione delle regole dello spazio per creare puro spavento; la scena della vasca, dalla tensione inusitata, così come quella, a dir poco iconica, in cui Krueger emerge dal soffitto della camera di Nancy, dalla costruzione anche effettistica di una semplicità disarmante, eppure perfettamente terrorizzante; così come il primo transfert verso il sogno, con Nancy che si ritrova di punto in bianco all'interno del mondo onirico, in un passaggio automatico che infrange le regole della continuità spazio-temporale per creare una suspense inarrestabile che culmina con la visione di Krueger che mutila sé stesso. O la scioccante scena della morte di Glen, ancora oggi indicibilmente disturbante.
Craven dimostra, in sostanza, piena maturità e perfetto controllo del registro orrorifico, imponendosi, ora più che in passato, come maestro del cinema di genere.



EXTRA

Sempre nel 1984, nelle sale americane sarebbe uscito un altro film con le medesime tematiche di "Nightmare": "Dreamscape- Fuga dall'Incubo", diretto dal mestierante Joseph Ruben ed interpretato da un cast all star composto da Dennis Quaid, Max Von Sydow, Cate Capshaw, Christopher Plummer e David Patrick Kelly. La storia vede il personaggio di Quaid viaggiare nei sogni del presidente Usa per contrastare un serial killer, anch'egli artigliato come Krueger, e al contempo impiantargli un'idea nel subconscio, in un'anticipazione delle tematiche dell' "Inception" di Nolan.
Il successo della creatura di Craven ha offuscato questo strambo ma interessante esperimento horror sci-fi, che è comunque riuscito a divenire un piccolo cult nel corso degli anni.



mercoledì 11 ottobre 2017

Le Colline hanno gli Occhi

The Hills have Eyes

di Wes Craven.

con: Michael Berryman, Janus Blythe, Dee Wallace, Russ Grieve, James Whitworth, Lance Gordon, Cordy Clark, John Steadman.

Horror

Usa 1977














Proprio come per il suo collega Tobe Hooper, anche per Wes Craven il successo dell'esordio non lo ha portato automaticamente tra le braccia di Hollywood; sono dovuti infatti passare ben 5 anni dall'uscita di "L'Ultima Casa a Sinistra" affinché potesse girare il suo secondo film, nuovamente con una produzione dal budget striminzito; ciò ovviamente se si esclude la trascurabile esperienza con "The Fireworks Woman", piccolo film per adulti girato proprio per avere i fondi necessari per dedicarsi ad una produzione più personale.
Per il suo secondo horror, Craven decide così di omaggiare proprio quel Tobe Hooper il cui "The Texas Chiansaw Massacre" fu ispirato dal suo esordio e che lo colpì profondamente per l'abilità del suo autore e l'originalità della storia; anche "Le Colline hanno gli Occhi" racconta infatti la storia di una famiglia di cannibali del deserto (questa volta quello del Mojave) alle prese con un gruppo di turisti; ed anch'esso è ispirato ad una storia presumibilmente vera, quella del cannibale scozzese Sawney Beane e della sua famiglia, vissuti probabilmente nel XV secolo.




La famiglia è il tema centrale, in parte come in "L'Ultima Casa a Sinistra". La famiglia Carter è una tipica famiglia americana: un genitore, ex poliziotto ormai in pensione, una madre dall'indole religiosa, tre figli, di cui la più grande sposata con un uomo dal carattere duro dal quale ha avuto una bambina.
Ma il nucleo familiare è tutto fuorché unito: i litigi sono all'ordine del giorno, il padre mal sopporta il genero, nuovo maschio alfa e la figura materna viene spesso umiliata per la sua profonda religiosità. Il mito della famiglia viene disintegrato: non ci sono personaggi sorridenti o spensierati, né amore incondizionato. Ed infatti, è proprio la testardaggine del pater familias che innesca quell'orrore che finirà per divorarli.




Dall'altro lato, appostata sulle colline, la famiglia di cannibali, predoni fuori dal tempo e dallo spazio, figli dell'incesto, resi ancora più selvaggi a causa delle radiazioni dei test nucleari, il cui volto più rappresentativo è quello del caratterista Michael Berryman, letteralmente scoperto da Craven (anche se già apparso in "Qualcuno volò sul nido del Cuculo"), i cui lineamenti grotteschi sono la perfetta rappresentazione della follia violenta dei personaggi; un orrore, il loro, che al pari di quello della famiglia di Leatherface è atavico, ancorato a quel deserto simbolo stesso degli Stati Uniti, che si credeva domato ma che nasconde ancora un cuore violento, pronto a distruggere chiunque capiti a tiro; un nucleo familiare che è invece unito nei loro rituali antropofagi, dove il padre è una divinità ed i figli i suoi servi (Giove, Marte, Mercurio e Plutone); e dove l'ultimo scampolo di umanità è stato ereditato solo dall'ultimogenita, Ruby (Janus Blythe, che per Hooper era apparsa in "Eaten Alive"), la quale infatti vuole disperatamente raggiungere la civiltà.




Lo scontro tra le due famiglie è totale e Craven divide in due l'intera pellicola, proprio come nel suo esordio. Nella prima parte usa la suspense per tenere lo spettatore sul filo del rasoio, celando il più possibile i cannibali, lasciando che sia il non visto a spaventare; e facendo a pezzi, letteralmente, i protagonisti, la cui precaria unità viene dissolta.
Da metà film il tono cambia, la tensione viene ingenerata più dallo shock per la violenza esplicita, questa volta mostrata direttamente; ed al contempo, i "normali" contrattaccano i loro assalitori, dimostrandosi anch'essi votati alla violenza più bieca quando necessario e ritrovando quell'unità che la normale vita civile sembra aver loro fatto perdere.




Anche qui torna uno dei marchi di fabbrica del cinema di Craven, l'uso di trabocchetti per avere la meglio sul villain; i due giovani Brenda e Bobby riescono a sconfiggere il capobranco avversario usando l'astuzia, costruendo una trappola mortale, arrivando persino ad utilizzare il cadavere di un consanguineo pur di sopravvivere, come uomini delle caverne che devono usare l'ingegno per sconfiggere la forza bruta. Mentre nell'ultima sequenza, l'ultima immagine che ci viene mostrata è quella del genero Doug che massacra ferocemente Marte, digrignando i denti in preda alla furia omicida, riscoprendo il suo lato più selvaggio per difendere la prole.
Non c'è, in sostanza, differenza tra carnefici e vittime, tra l'uomo civilizzato ed il selvaggio; lontano dalla città, in quel cuore vivo dell'America, tutti regrediscono ad uno stato animalesco quando messi alle strette; ancora una volta, la violenza è innata, parte integrante e non eliminabile della natura umana.




Lo stile visivo di Craven si raffina e si fa volutamente simile a quello di Hooper nel suo capolavoro: montaggio veloce e movimenti di macchina che seguono i personaggi, con una predilezione per la camera a mano, la fanno da padrone; il look diviene così ancora più sporco, meno verosimile rispetto a "L'Ultima Casa a Sinistra" ma lo stesso viscerale.
"Le Colline hanno gli Occhi" non ha la forza dirompente del suo predecessore, ma la visione di Craven, anche ad anni di distanza, si rivela interessante; non un horror per tutti, lo stile grezzo lo ha fatto invecchiare peggio di molti altri film dell'epoca, colpa anche dello scarsissimo budget, ma per chi lo sa apprezzare resta una visione più che godibile.

domenica 1 ottobre 2017

L'Ultima Casa a Sinistra

The Last House on the Left

di Wes Craven.

con: David Hess, Sandra Peabody, Lucy Grantham, Fred J.Lincoln, Jeramie Rain, Marc Sheffler, Richard Towers, Cynthia Carr.

Usa 1972

















Wes Craven è stato da sempre riconosciuto come uno dei supremi autori horror del ventesimo secolo; indubbiamente il suo nome sarà per sempre legato alle sue creature più famose, su tutte lo spauracchio Freddy Krueger, oramai vera e propria icona pop che ha purtroppo perso la sua iniziale carica intimidatoria.
Eppure, relegare Craven e la sua filmografia al solo cinema di genere sarebbe riduttivo; le influenze che ha assorbito durante la sua formazione sono derivate più dal cinema d'autore europeo che da quello americano; senza contare come più volte nella sua carriera egli stesso avvertirà l'urgenza di distanziarsi dal fantastico e dal thriller per dirigere o produrre film decisamente lontani da quelli che lo hanno reso celebre, su tutti "La Musica del Cuore", piccola commedia con Meryl Streep che se vista senza conoscerne il background produttivo potrebbe portare a pensare ad un progetto su commissione.
Craven ha sempre provato a rielaborare istanze artistiche in chiave terrorifica, a riplasmare visioni auliche sotto forme ripugnanti e scandalose; e questa sua poetica è avvertibile sin dal suo esordio, quel "L'Ultima Casa a Sinistra" oramai divenuto un classico del cinema di terrore.




Ma ancora una volta, definire l'esordio di Craven come un semplice horror sarebbe riduttivo e fuorviante; e non solo perché nei fatti è un remake del capolavoro di Bergman "La Fontana della Vergine", dal quale riprende l'idea di un omicidio commesso nei boschi vendicato brutalmente da una figura paterna.
"L'Ultima Casa a Sinistra" è uno dei primi e al contempo uno dei massimi esponenti della New Wave del horror americano post "La Notte dei Morti Viventi"; la lezione di Romero è stata assimilata da Craven: l'orrore striscia in luoghi comuni, lontano da quelli propri del cinema horror classico, nella periferia della città e nelle campagne, in quella provincia che fino a poco prima si credeva immune dalla violenza metropolitana; ma qui ancora più che prima, il male è un concetto strettamente terreno. Ed è un orrore di stampo sociale, metafora deformata e deformante di quella realtà lontana dall'idealizzazione del perbenismo, che distrugge la visione conservatrice di un'America allegra, priva di sangue o lati negativi; da qui la connessione flebile con l'horror tout court. Tant'è che i "mostri" non sono neanche non-morti antropofagi, esseri viventi resuscitati in cerca di cibo, ma "comuni" assassini, uomini che compiono violenze per il solo gusto di farlo, per il brivido del male.
L'orrore è umano, l'umano è il male; Krug e la sua combricola altro non sono che la faccia di quella gioventù violenta e senza freni che in quei primi anni '70 metteva a ferro e fuoco le strade americane; quella violenza che si copre dei colori della controcultura solo per giustificare le proprie azioni.




Proprio il paragone con l'opera di Bergman aiuta a comprendere la forza dell'adattamento effettuato da Craven; nell'originale, la ragazza uccisa era il simbolo della fede, di una spiritualità ingenua ma piena di convinzione che veniva massacrata senza motivo, stroncata da un male che non ha ragione di esistere se non nell'azione deviata in sé. Nel film di Craven, le due giovani ragazze sono due facce della gioventù: da una parte la più matura Phyllis, che cerca di resistere e fuggire dagli assalitori, dall'altra l'innocente Mari, appena sbocciata come donna, poco più che una bambina per questo ancora ingenua, che viene letteralmente deflorata a morte, privata della sua verginità e con essa della vita. L'uccisione diviene quasi un rituale pagano, effettuato per compiacere il basso istinto: Krug, "Faina", Sadie e persino il giovane Junior usano la violenza per il proprio piacere; il suo motivo di esistere trova giustificazione nel ludibrio, nel puro divertimento che costoro ne traggono.




E Craven non si tira certo indietro nel mostrarla. Nonostante un budget praticamente inesistente, la violenza è diretta anche quando lasciata fuori dall'inquadratura; il sadismo degli assalitori non concede tregua allo spettatore, che in un tremendo spettacolo vouyeristico è chiamato a partecipare alla scena delle sevizie e dello stupro senza abbellimenti, né filtri.
Lo stile visivo, ancora acerbo data la poca esperienza di Craven con la macchina da presa, rende il tutto più verosimile, come se quelle immagini fossero amatoriali, girate per davvero in un vero bosco; effetto aumentato da un "trucco" destinato a fare scuola: l'uso di pellicola 16mm gonfiata poi a 35 in post-produzione per sgranare l'immagine e renderla più simile a quella di un documentario.




Ma la violenza di "L'Ultima Casa a Sinistra" non è limitata ai soli carnefici nominali, ai soli reietti della società che vivono della sottomissione del prossimo. La violenza è la stessa che striscia per le strade di ogni città e che vive dentro ogni uomo; è comune altresì a quella famiglia borghese amorevole e tollerante che ha cresciuto nel suo seno l'innocente Mari.
Se nel film di Bergman la vendetta del padre della vergine era rappresaglia rabbiosa, in quello di Craven la vendetta, benché dettata dal dolore della perdita, è più lucida e calcolata; i signori Colingwood perseguono il fine con freddezza, arrivando a manipolare sessualmente "Faina" e ad imbastire dei trabocchetti (tema ricorrente in molti film di Craven) per intrappolare gli ex carnefici. Lo scontro tra il sig. Conlingwood e Krug è brutale, comincia con la ricerca dell'arma più adatta per l'omicidio (scena poi ripresa anche da Tarantino in "Pulp Fiction") per culminare con la prima eviscerazione eseguita da una sega a motore che si sia vista al cinema, in un vero e proprio bagno di sangue; e benchè l'ultima immagine del film veda i due coniugi distrutti dall'orrore, la loro vendetta è precisa, furiosa ma cosciente.
Non c'è quindi vera distinzione sociale per quel che riguarda la violenza; essa è elemento comune a tutti gli esseri umani; di fatto, a mancare alla famiglia Colingwood altro non era che un pretesto per abbandonarsi alle uccisioni; pretesto che ha le forme del dolore per la perdita della figlia.




Craven declina così una perfetta metafora sul sadismo, su quella componente distruttiva che è parte integrante della psiche umana; non fa sconti, non si tira indietro: la carica disturbante delle immagini, all'epoca sconcertante, è ancora oggi inusitata, non ha perso un'oncia di potenza.
Il che purtroppo si scontra con gli evidenti limiti tecnici con il quale il film è stato prodotto; con un budget di appena 90 mila dollari dell'epoca, Craven, assistito unicamente dal produttore Sean S.Cunningham (poi regista del fin troppo fortunato "Venerdì 13") scrive, dirige e monta tutto il film; ma la sua inesperienza è avvertibile: molti sono gli errori nel montaggio delle singole inquadrature che, sebbene aumentino la sensazione di verosomiglianza, spesso distraggono dalla visione. Decisamente meno riuscito è il tono farsesco con cui le sequenze di violenza vengono intercalate: forse per cercare di ammorbidire l'atmosfera, alla sequenza dello stagno viene alternata una serie di gag con protagonisti i due sceriffi locali, decisamente fuori luogo.




Errori e scelte poco riuscite dovute alla scarsissima esperienza dell'autore dietro la macchina da presa.
Non deve stupire infatti come questo sia una suo esordio totale; le uniche esperienze precedenti lo vedevano coinvolto (sempre assieme al collega Cunningham) come tutto fare nel cinema underground di natura pornografica; esperienza che gli ha permesso di racimolare i pochi soldi necessari per produrre il film, ma che non gli ha permesso di avere la preparazione necessaria per sobbarcarsi tutto il lavoro.




Pur tuttavia, anche al netto dell'inesperienza avvertibile, "L'Ultima Casa a Sinistra" resta un esordio folgorante, un perfetto esponente del horror "neorealista" americano e l'apripista del filone "Rape & Revenge"; una pellicola, in poche parole, epocale.




EXTRA

La violenza esplicita ed il tono disperato hanno causato grossi problemi distributivi al film. In Inghilterra si è arrivati addirittura a bandirlo sino all'anno 2000.
Più clemenza c'è stata invece in Italia, dove il film è stato distribuito in una versione accorciata di circa 75 secondi; prima dei titoli di testa è stato inoltre inserito un testo dove si sottolinea come il film sia usato scopo didattico nelle università inglesi ed americane; testo ovviamente menzognero, adoperato solo per placare gli animi degli spettatori più bigotti. Nel doppiaggio italiano, infine, viene celata la paternità di Krug verso il personaggio di Junior, per rendere meno sinistra la sua morte. La versione integrale del film, assieme a quella inizialmente distribuita al cinema, è stata edita solo con l'edizione in DVD della Rarovideo.




Tra le pellicole prodotte sulla cresta dell'onda del successo di "L'Ultima Casa a Sinistra", vanno citate almeno il capolavoro di Tobe Hooper "The Texas Chainsaw Massacre", che riprende dal film di Craven l'idea della motosega come arma di morte oltre all'escamotage della pellicola 16 mm stampata a 35 mm per aumentarne la grana; e, sopratutto, il mitico "Non violentate Jennifer" ("I Spit on Your Grave"), Rape & Revenge dalla fama imperitura, dovuta alla celebre sequenza dello stupro della protagonista, della durata di oltre 20 minuti.




Nel 2009, il remake inutile d'ordinanza, firmato da Dennis Iliadis ed interpretato da Garret Dillahunt e da un allora sconosciuto Aaron Paul.