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venerdì 4 giugno 2021

Heartless

di Philip Ridley.

con: Jim Sturgess, Luke Treadway, Clémence Poséy, Noel Clarke, Justin Salinger, Fraser Ayres, Ruth Sheen, timothy Spall.

Thriller Psicologico

Inghilterra 2009












Lontano dagli schermi dal 1995, anno in cui "The Passion of Darkly Noon" vede il buio della sala, Philip Ridley torna al cinema nel 2009 con "Heartless", vero e proprio thriller psicologico a metà strada tra il mito di Faust e la descrizione della elaborazione del lutto, un piccolo rompicapo che, nonostante le intenzioni, non riesce né a essere originale, nè a coinvolgere.



Londra, Terzo Millennio. Il giovane Jamie (Jim Sturgess) è un piccolo fotografo afflitto da una voglia a forma di cuore che ne deturpa il viso. Muovendosi nei sobborghi, scopre come strani individui si celano nelle tenebre, forse demoni veri e propri. Le cose precipitano quando queste creature uccidono sua madre e, subito dopo, lui viene convocato da uno strano figuro che gli offre la vita che ha sempre desiderato.


Il mondo è marcio. Lontano migliaia di miglia dai campi di grano di "Riflessi sulla Pelle" e dal bosco di Darkly Noon, Ridley dipinge la metropoli come un alcova demoniaca dove la violenza e la sopraffazione regnano incontrastate. Ma tale descrizione, più che mostrata, viene evocata tramite i dialoghi, che non riescono a restituire l'adeguato senso di oppressione e le apparizioni demoniache non spaventano davvero, figlie come sono di una CGI scadente, inescusabile nonostante il budget scarso; forse anche per questo Ridley cede alla tentazione di usare i falsi jump-scare per scuotere lo spettatore, riuscendo però solo ad infastidire.


Jamie è un personaggio per certi versi simile a Darkly Noon: entrambi portano il fardello di una famiglia distrutta e di una vita frustrata dal vuoto, da un amore che nella sua non-esistenza li consuma da dentro. Ma laddove la furia di Darkly Noon è scatenata dal super-io della religione, quella di Jamie è totalmente inconscia, covata a causa della violenza subita (le angherie per il suo aspetto) così come a causa di quella in cui la società affoga. Il patto luciferino diviene così il viatico per ottenere quella "vita parallela" solo sognata.


Va dato conto a Ridley di come sia riuscito a ridisegnare il suo Faust connettendolo perfettamente al tema identitario. E le apparizioni di Papa B e del suo assistente sono anche la parte più riuscita del film; il primo è un Mefistofele drammatico, un santone del male metropolitano chiuso in una torre moderna dall'aspetto sudicio, decadente come la città lo è all'esterno. Il secondo è invece un semplice burocrate, un emissario del male "ordinario" che cela un potere immenso in un'apparenza ai limiti del buffo.


La perorazione del patto è, invece, la fase più scontata del film, dove però torna l'elemento del fuoco come forza distruttrice, ma al contempo creatrice. Jamie nasce e perisce dalle fiamme, la sua catarsi è rivelazione e distruzione, vita e morte e accettazione del tutto.
Tutto il resto è codificato nelle forme di un thriller tutto sommato prevedibile, le cui svolte sono telefonate e risapute e che trova nell'umorismo dell'uccisione del gigolò l'unica nota di originalità. Il che è un peccato, vista la caratura di Ridley come autore; e si spera davvero che decida di ritornare, prima o poi, dietro la macchina da presa per lavare questa piccola macchia nella sua carriera.

lunedì 1 marzo 2021

Sinistre Ossessioni

The Passion of Darkly Noon

di Philip Ridley.

con: Brendan Fraser, Ashley Judd, Viggo Mortensen, Grace Zabriskie, Loren Dean, Lou Myers, Kate Harper, Mel Cobb.

Inghilterra, Germania, Belgio 1995
















Negli anni '90, sembrava che Philip Ridley dovesse diventare un celebrato autore di drammi surreali. Il suo stile secco e la predilezione per storie di perdizione prive di speranza lo portarono agli onori delle cronache dapprima con il magnifico "Riflessi sulla Pelle" e in secondo luogo con questo "The Passion of Darkly Noon". Sfortunatamente, questa sua seconda fatica resterà a lungo il suo ultimo film e, ad oggi, dopo l'uscita del suo terzo lungometraggio, "Heartless", può tranquillamente essere considerato come il punto di non ritorno della sua riflessione narrativa ed estetica. Un dramma dirompente sull'attrazione, la frustrazione e il pregiudizio, impreziosito da un buon cast.


Da qualche parte, tra i monti del Nord America, Darkly Noon (Fraser) è un giovane che viene ritrovato a vagare tra i boschi in preda ad uno stato di shock e visibilmente ferito. Di lui si prende cura la bella e emancipata Callie (Ashley Judd), che vive isolata dal mondo nel bel mezzo di una foresta. Tra i due nasce subito una forte attrazione, finché non fa ritorno a casa il di lei compagno Clay (Viggo Mortensen).


Gli immensi campi di grano cedono il posto alle foreste lussureggianti, ma il mondo non è di certo diverso. Come nell'opera precedente, anche il mondo di "Darkly Noon" è un inferno in cui il male dilaga portando via con sé tutto. Il luogo di ritrovo dei personaggi è invece una sorta di purgatorio, un "mondo fuori dal mondo" nel quale sembrano riunirsi i dannati.
Tutti i personaggi sono reduci da una tragedia: Darkly è sopravvissuto a stento al linciaggio perpetrato ai danni della sua comunità di puritani da parte dei "normali"; Callie è anch'essa reduce da un passato misterioso, mentre la sua relazione con Clay ha distrutto la di lui famiglia, con la madre Roxy ancora assetata di vendetta. Su tutto vige una coltre mortifera, con le bare costruite da Clay e Darkly visibilmente a misura di bambino, come se l'intero mondo fosse stato colpito da una maledizione che lo 
sta erodendo pian piano.


Allo stesso modo, tutti i personaggi sono erosi dalla passione. Darkly, ovviamente, è quello che ne viene consumato di più. Stretto da un sentimento incontenibile, un'attrazione erotica mai provata prima che si scontra con la sua indole conservatrice, un super-io oramai totalmente assimilato a livello inconscio che lo porta a sublimare il desiderio nell'autoflagellazione, con il cilicio che diviene sfogo e castigo.
In modo uguale e al contempo diverso anche Callie vive la passione in modo totalizzante, senza però tirarsene indietro e, anzi, abbandonandosi ad essa, un ninfa dalla bellezza incredibilmente carnale, che la fa somigliare ad un'ammaliatrice. Il dramma che si è consumato con la famiglia di Clay ben potrebbe essere dovuto ad una violenza o alla seduzione, la storia potrebbe essere sia quella da lei raccontata, sia la versione opposta e complementare narrata da Roxy; il punto non è chi ha ragione, non è importante la valenza benefica o malefica della sua figura, lei è e resterà per tutta la storia l'incarnazione della tentazione. Una tentazione spontanea, che nasce da una visione della vita antitetica a quella, restrittiva e castrante, di chi la osserva.


Da qui un conflitto insanabile: ciò che non deve essere posseduto, deve essere distrutto. E con tale realizzazione, la sanità mentale viene definitivamente ingoiata in un turbine di pazzia. Ridley calca un po' troppo la mano su questo aspetto, tra apparizioni ectoplasmatiche ridondanti e una trasformazione finale che forse vorrebbe essere una versione deviata del castigo di "Apocaplypse Now" ma risulta sin troppo sopra le righe. Ben più riuscito, invece, l'epilogo, dove il fuoco, di nuovo elemento distruttivo per antonomasia, lascia alla fine spazio ad un nuovo ciclo di tragedia, in un cerchio eterno che cinge i personaggi e li costringe a ripetere i medesimi errori e a rivivere costantemente gli stessi orrori.



E la mano un po' troppo pesante è forse l'unico vero difetto di questo secondo exploit. Come regista, Ridley adopera ora un montaggio meno classico, più sincopato e fatto di dettagli espressivi, trovando un suo stile eccessivo e visionario. E "Darkly Noon" rappresenta, alla fin fine, la perfetta continuazione della sua poetica, un racconto sul male che non lascia tregua, né fiato.

lunedì 23 novembre 2020

Riflessi sulla Pelle

The Reflecting Skin

di Philip Ridley.

con. Jeremy Cooper, Lindsay Duncan, Viggo Mortensen, Duncan Fraser, Sheila Moore, David Longworth, Robert Koons, David Bloom.

Drammatico

Inghilterra, Canada 1990












Essere dimenticati è forse il destino peggiore che possa accadere ad un'opera d'arte. Innumerevoli sono le pellicole che, per un motivo o nell'altro, finiscono nel dimenticatoio, obliate dalla coscienza collettiva anche da parte dei cinefili più accaniti, prima ancora di quei film che vanno perduti "fisicamente", divenendo lost media. La dimenticanza è quanto successo, purtroppo, a "Riflessi sulla Pelle", dramma onirico sull'infanzia esordio alla regia dello scrittore Philip Ridley che, nel 1990, reduce dallo script di "The Krays" per Peter Medak, ottiene un ottimo riscontro di critica anche nei circuiti dei festival e una buona visibilità, per poi essere dimenticato. Complice anche la carriera del suo autore, il quale, purtroppo, dirigerà solo altri due lungometraggi, almeno sino ad oggi, di cui l'ultimo, "Heartless", è invece dimenticabile per i peggiori motivi.
"Riflessi sulla Pelle", al contrario, è un'opera potente e della violenza trabordante, che getta una luce sinistra sull'infanzia, descritta come il periodo peggiore della vita.


In un periodo imprecisato della metà nel XX secolo, forse la fine degli anni '50, in una remota zona rurale degli States, il piccolo Seth Dove (Cooper) vive una vita agra, passando le sue giornate a compiere scherzi crudeli assieme agli amici. Il suo mondo viene idealmente distrutto, un po' alla volta, a causa di una serie di omicidi di bambini che cominciano a consumarsi nella zona e che presto porteranno alla catastrofe.


L'infanzia è davvero innocente? No, almeno per Ridley, che apre il film con una scena fortemente disturbante: Seth e i suoi due amici si divertono a gonfiare un rospo e lo fanno esplodere in faccia alla vedova Dolphin Blue (Lindsay Duncan). Già dal primo istante è chiaro come la de-formazione che attende il piccolo protagonista è già in atto, parte intrinseca della sua persona, non dovuta a traumi fisici o psichici ma del tutto connaturata alla sua età. La visione del mondo che si ha durante la prima fase della vita è, per forza di cose, parziale, afflitta dalla mancata esperienza del mondo e dalla superficialità fantastica con cui si affronta la vita. La fantasia per sé, a differenza di quanto accade in molto cinema sul e per l'infanzia, non è entità salvifica, ma una visione deformata del reale che crea in forma embrionale quei pregiudizi che, idealmente, accompagnano la persona anche nell'età adulta. Il percorso di Seth è quindi segnato dall'inizio e già nelle prime scene è la morte a farla da padrone.


Una morte che si manifesta sotto la forma delle mosche che infestano la casa, ma soprattutto nella mancanza: la morte del padre, che arriva all'improvviso, e soprattutto il lutto vedovile che affligge Dolphin e che la rende una vera e propria "morta vivente", un cadavere che si trascina nella vita oramai svuotata di ogni forza. E che viene percepita dal bambino come una minaccia, una "vampira" che si ciba della vita altrui.
La morte è poi entità fisica, che porta via con sé, un po' alla volta, gli amici, stroncati da un assassino invisibile, il quale rivolta le vite della piccola comunità risvegliando sopiti rancori. Un'accusa di omosessualità porta il padre di Seth al suicidio, causando il ritorno a casa del fratello maggiore Cameron (un giovane Viggo Mortensen, le cui doti di attore sono già qui evidenti).


La seconda parte è un'allucinazione perenne nella quale il giovane protagonista si confronta con la mancanza di affetto, ricercata nel fratello, vera figura paterna, piuttosto che nella madre, mai davvero vista come ancora familiare. L'invidia per la relazione con Dolphin lo porta ad esacerbare il suo odio verso la donna, mentre la scoperta di un feto calcificato ne esaspera la fantasia.
La morte è qui forza distruttrice che corrode la mente di Seth così come il corpo di Cameron. La "pelle che riflette la luce" è quella dei morti, del cadavere semi-mummificato del feto così come del bambino esposto alle radiazioni nella foto di Cameron, oltre che quella dello stesso Cameron, vittima dei test nucleari nel Pacifico.
Un disfacimento lento e inesorabile al quale l'unico rimedio è l'amore. E se per Cameron e Dolphin l'amore reciproco è il balsamo che permetterebbe loro di fuggire dallo stato delle cose, non può esserci salvezza per Seth, la cui giovane età preclude ogni forma di redenzione.
Redenzione che non avviene mai. Il finale, disperato, è il trionfo dell'inferno personale sui personaggi, tutti condannati ad una dannazione ineluttabile. L'urlo disperato è la sola reazione possibile ad una condanna inevitabile.


Di concerto con il direttore della fotografia Dick Pope, Ridley ritrae un inferno in Terra dai colori caldi, naturali, i colori dell'entroterra nordamericano solitamente associati a visioni positive. Il suo stile è pittorico e perfettamente calibrato e crea immagini potenti e ammalianti, splendidamente contrapposte ad una storia macabra e disperata. Una bellezza che riporta alla mente, per forza di cose, quanto fatto da Malick ne "I Giorni del Cielo", ma che trova una propria, perfetta, connotazione estetica che le concede una forma di identità.


Bisogna quindi riscoprire questo dramma incredibilmente forte e intenso, una pellicola non facile e sicuramente destabilizzante, ma la cui terribile bellezza è innegabile.