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mercoledì 12 luglio 2023

Dante

di Pupi Avati.

Con Sergio Castellitto, Alessandro Sperduti, Carlotta Gamba, Enrico Lo Verso, Nico Toffoli, Ludovica Pedetta, Alessandro Haber, Erika Blanc, Mariano Rigillo, Paolo Graziosi, Romano Reggiani, Rino Rodio, Leopoldo Mastelloni.

Biografico

Italia 2022













Sembra strano anche solo pensarlo, ma il rapporto tra l'odierna cultura italiana e Dante Alighieri è decisamente cattivo. Insegnato in pompa magna nelle scuole, dove diventa croce e delizia degli alunni, scompare quasi del tutto nel tessuto culturale effettivo del paese: i saggi a lui dedicati sono tutto sommato pochi laddove si tenga conto della sua importanza, gli spettacoli teatrali a lui dedicati di certo non mancano, ma alla fine si contano sulle dita di una mano, le letture pubbliche della "Divina Commedia" sono scarse (se si esclude la fin troppo celebre versione di Roberto Benigni) e la sua opera viene praticamente ignorata dalla produzione pop nazionale, cosa che praticamente non avviene all'estero, dove le citazioni dantesche in film, serie, fumetti e videogames sono innumerevoli.
Al cinema, poi, neanche a parlarne, visto che il Sommo Poeta è apparso su grande schermo giusto qualche volta; e pur stante l'estrema difficoltà (se non totale impossibilità) di trasporre anche solo "L'Inferno" in immagini, fa davvero specie notare come ad oggi il solo tentativo di trasposizione cinematografica risalga al 1911. E in un periodo storico dove si cerca persino di politicizzarne l'opera imbrattandola con i colori della destra (spalmati su di un poema nel quale più di un papa finisce all'Inferno...), la riscoperta dell'opera dantesca dovrebbe essere un imperativo.
Cosa che non deve essere sfuggita a Pupi Avati, il quale ha finalmente deciso di dare dignità al cinema al padre della lingua italiana. Sfortunatamente, però, il suo "Dante" è un film blando, per quanto appassionato.



Nel 1350, Giovanni Boccaccio (Sergio Castellitto) riceve l'incarico di portare un risarcimento alla figlia di Dante Alighieri da parte della città di Firenze per quanto a lui fatto patire a seguito dell'esilio. Durante il viaggio, il poeta ricostruisce la storia della vita del giovane Alighieri (Alessandro Sperduti), dall'infanzia sino alla morte avvenuta a Ravenna.




Non una biografia convenzionale, quella che Avati vorrebbe imbastire, quanto un omaggio. Usa il punto di vista di Boccaccio, colui al quale si deve il titolo "Divina" nella omonima "Commedia" per dare corpo alla sua fascinazione verso Dante, la sua vita, le sue passioni e la sua opera. Ma se l'intento è quello di creare uno spaccato in grado di restituire la grandezza del Sommo Poeta, "Dante" è alquanto malriuscito.
Si parte dal dato più ovvio, ossia il fatto che alla fin fine, nonostante le intenzioni dell'autore, a conti fatti quella prodotta è nulla più di una biografia che si sofferma a ripercorrere i momenti salienti della vita di Dante. Non manca nulla all'appello, ma la rincorsa verso i fatti trasforma tutto il film in una semplice cronistoria intervallata dagli inserti con Boccaccio, i quali alla fine lasciano anche il tempo che trovano.
La genesi della "Commedia", i sonetti, le poesie d'amore e il rapporto con Beatrice trovano uno spazio angusto su schermo (dovuto anche alla durata esigua della pellicola, appena 94 minuti), prendono la forma di sparutissime visioni e tanta, troppa declamazione, che cozza con il mezzo filmico, neanche a dirlo. Quando poi sono i simbolismi ad apparire su schermo, Avati non si risparmia certo, ma non trova una forma adeguata e scade persino nel cliché più abusato e facile, donando al suo Dante una visione di Beatrice morta mentre è intento a fare l'amore con una bella mugnaia, neanche si fosse in una parodia.
La passione del vero Dante, la sua vis sanguigna e la sua sfrontata carica intellettuale non trovano vero riscontro alcuno. E allo stesso modo, il suo impegno politico si riduce, nuovamente, ad una serie di eventi incasellati con dovizia storica e niente più.



Laddove "Dante" inciampa definitivamente è in una messa in scena smaccatamente televisiva. Largo spazio viene concesso ai costumi ricercatissimi e storicamente accurati, ma di converso la grammatica filmica soffre di una fotografia dai brutti colori slavati, inquadrature convenzionali, CGI dozzinale che spesso poteva anche non essere utilizzata in toto e un montaggio talmente impreciso da non risparmiare neanche errori di continuità tra un'inquadratura e l'altra, oltre che un uso del ralenty in post ai limiti dell'amatoriale.




Alla fine, "Dante" è purtroppo un'opera malriuscita, che troverebbe la sua ragion d'essere solo come documento scolastico. Anche se, data la indole debole, ben farebbero i professori a recitare direttamente i versi agli alunni.

sabato 31 agosto 2019

Il Signor Diavolo

di Pupi Avati.

con: Gabriel Lo Giudice, Filippo Franchini, Cesare Cremonini, Massimo Bonetti, Gianni Cavina Lino Capolicchio, Alessandro Haber, Chiara Caselli, Eva Antonia Grimaldi, Andrea Roncato.

Horror/Thriller

Italia 2019















E' un vero peccato il fatto che Pupi Avati ripudi, a sua detta, il genere horror, al quale torna sovente solo per ragioni squisitamente alimentari. Lo è per il fatto che, alla fin fine, della sua lunga filmografia, ciò che resta è caratterizzato sopratutto dagli exploit di genere, tra i film più riusciti e interessanti che lui abbia diretto. Persino in un'opera come "Il Signor Diavolo", di certo non tra le migliori, è avvertibile la voglia di fare propria la narrativa orrorifica mediante il registro della scrittura e della messa in scena, anche se con risultati blandi.



Avati, come sempre, parte dallo script, in questo caso un thrilling che vede un omicidio nelle campagne venete, a detta degli abitanti perpetrato ai danni di un giovane ragazzo posseduto dal demonio, sul quale viene inviato a investigare un ispettore del Ministero della Giustizia, in un'epoca, il 1952, in cui i voti della DC si contavano grazie e sopratutto al perno della religiosità e, forse sopratutto, grazie alla pura superstizione del volgo.




Storia che viene letteralmente smontata in una narrazione in flashback, ricostruiti sopratutto sulla base dei verbali degli interrogatori. Il punto di vista diviene così indeterminato, poco oggettivo, ancorato alla visione dei singoli personaggi piuttosto che su quello, chiarificatore, del protagonista.
Avati riesce ad intessere in modo efficace un racconto che resta interessante per quasi tutta la sua durata, con una struttura che mischia verità a dicerie, fatti a pure suggestioni.
Malauguratamente, il tutto si inceppa nel finale, dove l'immancabile colpo di scena finisce sopratutto per confondere, piuttosto che fare chiarezza sull'accaduto.




Allo stesso modo, Avati non controlla bene la messa in scena. Se la costruzione di un'atmosfera gotica e sinistra è perfettamente riuscita, come nei suoi lavori migliori, altrettanto non si può dire per la costruzione della tensione, che spesso latita e che quando viene ricercata, viene sprecata in jump-scare da quarta elementare. Senza contare il modo in cui fa ricorso ai ralenty, talvolta davvero fuori luogo.





"Il Signor Diavolo" si configura così come un'opera tutto sommato ambiziosa, ma mal riuscita, dove le scelte estetico-stilistiche e narrative affossano quanto di buono fatto da uno script che, se portato in scena in modo differente, avrebbe con molta probabilità dato vita ad un piccolo gioiello.