lunedì 12 gennaio 2026

Qualcuno volò sul nido del cuculo

One flew over the cuckoo's nest

di Milos Forman.

con: Jack Nicholson, Louise Fletcher, Will Sampson, Brad Dourif, Christopher Lloyd, Danny DeVito, Sydney Lassick, William Redfield, Scatman Crothers, Vincent Schiavelli, Michael Berryman.

Drammatico

Usa 1975













---CONTIENE SPOILER---


Esistono film che, pur divenuti classici, meritano di essere riscoperti, perché, anche se allontanatisi dalla coscienza collettiva, sono ancora attuali e coinvolgenti. E' il caso di Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman, che nel 1975 fu un grosso successo di pubblico, vinse cinque premi Oscar tra i quali miglior film, si impose per circa tre decadi come un classico della Nuova Hollywood, ma che oggi viene purtroppo scarsamente ricordato, nonostante qualche anno fa si cercò di riesumarne la storia con la serie Ratched, che riprendeva il personaggio omonimo della terribile infermiera per calarla in un improbabile contesto para-horror, trasformando il personaggio in una sorta di supercattivo che l'originale non ha davvero nulla a che vedere.
Un film che, se rivisto a distanza di oltre cinquant'anni, non ha perso un grammo della sua forza iconoclasta e della sua capacità di commuovere, presentando un pugno di personaggi empatici, capitanati da un Jack Nicholson tanto strambo quanto carismatico, ed una tematica, quella dello stigma della malattia mentale, che ancora oggi risulta urgente. E che all'epoca gettava uno sguardo impietoso sull'istituzione dei manicomi, dei quali, benché non rappresentasse il primo film che ne contestasse l'esistenza, finì per divenire la visione più caustica e realistica.



Un film che nasce da un romanzo omonimo di Ken Kesey del 1962, il quale riprende un filone narrativo, quello della condanna istituzioni psichiatriche, che in quegli anni risultava scottante, per le cronache di maltrattamenti dei pazienti e soprattutto riguardo l'effettiva utilità dell'internamento di alcuni soggetti, temi e paure alle quali il documentario Titicuts Follies di Frederick Wiseman avrebbero dato forma e conferma nel 1967.
Il libro di Kesey riscosse un successo immediato, tanto che già nel 1963 Kirk Douglas ne acquistò i diritti per farne una pièce teatrale di successo, che lo vedeva protagonista assieme a Gene Wilder.
A teatro, Qualcuno volò sul nido del cuculo riscuote buone recensioni, ma non è il successo sperato, tanto che le repliche vengono cancellate dopo circa sei mesi. Ma Douglas amava profondamente il testo di Kesey e decise di trasporlo sul grande schermo. 
Approfittando di un viaggio diplomatico in Cecoslovacchia, propose il progetto a Milos Forman, regista che negli anni '60 si era imposto all'attenzione internazionale soprattutto grazie a Gli Amori di una Bionda. Tuttavia, a causa di uno scherzo del caso, il film rimase sospeso per circa dieci anni: pare infatti che Douglas spedì il romanzo di Kesey a Forman appena rientrato in patria, ma questo venne bloccato alla dogana perché ritenuto pericoloso.
Nel frattempo Forman si trasferì negli Stati Uniti, dove diresse l'irriverente Taking Off, riscuotendo un buon successo. Grazie a Michael Douglas, che si fece carico di produrre la trasposizione del film negli anni '70, il progetto di Qualcuno volò sul nido del cuculo entrò ufficialmente in produzione verso la metà del decennio.
A quel punto Kirk Douglas era troppo anziano per il ruolo del protagonista, l'agitato R.P. McMurphy, e venne scelto al suo posto Jack Nicholson, all'epoca reduce da una scia di successi praticamente ininterrotta, che contava opere del calibro di Easy Rider, Cinque Pezzi Facili, L'Ultima Corvè e soprattutto il capolavoro di Roman Polanski Chinatown. Nel cast figurano poi un sacco di nomi noti all'epoca sconosciuti: l'esordiente Brad Dourif, poi prolifico caratterista, interpreta il giovane Billy Bibbit, ruolo per il quale ricevette una nomination all'Oscar; Christopher Lloyd e Danny DeVito interpretano due degli internati, così come gli stimati caratteristi Vincent Schiavelli e Michael Berryman; mentre Scatman Crothers, poi divenuto celebre nei panni di Halloran in Shining, interpreta l'infermiere di notte Turkle.
L'adattamento filmico riesce a rileggere con forza le pagine del libro e a trasporle in modo vibrante e commovente, anche grazie ad un cast superbo, del quale il sempre ottimo Nicholson è solo la stella più brillante.



La trama è come al solito alquanto semplice: R.P. McMurphy è un vero e proprio perdigiorno e socialmente pericoloso che, dopo l'ennesimo arresto, finisce in un ospedale psichiatrico per ottenere una valutazione riguardo la sua effettiva capacità di intendere e volere. Qui trova un microcosmo fatto di soprusi e disperazione: l'istituzione è rappresentata dalla terribile infermiera Ratched (Louise Fletcher, che vinse l'Oscar per la sua inflessibile performance), che dirige la struttura con un pugno di ferro. Insofferente all'autorità, McMurphy stringe un forte rapporto d'amicizia con un internato nativo americano apparentemente muto che ribattezza Grande Capo (Will Sampson) e con il giovane Billy Bibbit (Brad Dourif), ragazzo schivo e sensibile.



McMurphy è il punto di vista e chiave di lettura di tutta la vicenda. La sua caratterizzazione, per prima cosa, rappresentava una novità per l'epoca: in storie simili, il punto di vista dello spettatore era quello di un personaggio mentalmente sano che viene in contatto con la pazzia, come ne Il Corridoio della Paura di Samuel Fuller, o quello di una bisognosa di cure ma in definitiva innocente la quale finisce divorata dalla sua pazzia, come nel caso di La Fossa dei Serpenti.
McMurphy, d'altro canto, è un personaggio abrasivo, il quale si è macchiato di veri e propri crimini dei quali non sembra essersi pentito, come l'aver partecipato a risse e aver avuto un rapporto sessuale con una minorenne. La sua non è semplice insofferenza verso l'autorità, quanto un'indole antisociale vera e propria che l'istituzione psichiatrica dovrebbe curare. Il film non vuole celebrare questo suo comportamento deviato, quanto farci calare completamente nel punto di vista di un soggetto il quale avrebbe bisogno dell'aiuto dell'istituzione per poter essere un effettiva parte funzionante della società, ma che si ritrova davanti un muro di ipocrisia e insensibilità.



Lo scontro tra McMurphy e la Ratched non è semplicemente quello di un ribelle contro un sistema oppressivo, quanto, in primo luogo, quello di un individuo con tendenze antisociali le quali finiscono per essere esasperate dall'ottusità di chi è chiamato a limarle.
Il che è all'opposto del rapporto che si instaura tra il protagonista e gli altri pazienti: nei loro confronti, McMurphy assume il ruolo di un liberatore, ma soprattutto quello di una persona che vuole comprenderne le necessità. Emblematico è così il rapporto con il Grande Capo, un paziente che viene creduto sordomuto perché ha deciso di chiudersi in sé stesso a causa delle violenze subite in passato; un uomo il quale necessita di un punto di riferimento nel mondo il quale lo comprenda, ma che viene lasciato nel proprio isolamento. McMurphy gli si avvicina in modo spontaneo, facendolo uscire dal proprio guscio, intessendo un rapporto di vera amicizia che lo "cura" dalla propria patologia.
Allo stesso modo, McMurphy instaura un rapporto fraterno con Billy Bibbit, sebbene in tono minore. Billy vede in lui un punto di riferimento, una figura carismatica che si attaglia come un fratello maggiore e che, letteralmente, finisce per guidarlo nel mondo.



Il ruolo di McMurphy è così quello dell'elemento di disturbo, della mina vagante che scardina il sistema prestabilito verso il quale è insofferente, disvelandone definitivamente i limiti e l'inutilità.
La critica di Forman e soci verso l'istituzione degli ospedali psichiatrici è duplice. Su di un primo livello, c'è l'ovvia disanima di una istituzione praticamente inutile.
I pazienti dell'ospedale sono tutti bisognosi di cure e la maggior parte di loro si è internata volontariamente per dei forti problemi personali, come Billy Bibbit, il quale aveva tentato il suicidio. L'aiuto che ricevono è però inutile. La figura dei medici è sempre assente, venendo ritratti solo come dei dirigenti che chiedono delucidazioni sullo stato dei pazienti e nulla più. Le cure sono limitate all'assunzione dei farmaci per calmarli e a blandissime sedute di psicoterapia condotte dalla signorina Ratched, durante le quali i malati sono chiamati a confessarsi, ma che non giovano minimamente alla loro situazione.
L'istituzione è più interessata a reprime tali soggetti piuttosto che a comprenderli e ad aiutarli, eliminarli dalla società perché indesiderati piuttosto che cercare di riformarli per reinserirli. Tanto che più che un ospedale, l'istituto psichiatrico diventa un carcere dove gli internati finiscono a tempo indeterminato.




L'ospedale è poi la metafora dell'intera società americana, che reclude gli indesiderabili senza cercare di comprenderli o aiutarli. L'infermiera Ratched incarna così un male istituzionalizzato: una donna che non sa di essere malvagia, anzi è fortemente convinta di stare operando per il bene della sua comunità, proprio perché segue pedissequamente le disposizioni del sistema e si pone come un volto freddo ma a suo modo benevolo, per questo ancora più odioso e inquietante di uno apertamente ostile. E McMurphy, da questo punto di vista, incarna davvero il ribelle, l'individuo conscio dell'ingiustizia del sistema che si diverte a sfidare alla ricerca di una definitiva forma di libertà da una inutile e ingiusta forma di oppressione.
Lo scontro tra il sistema e il ribelle non può che concludersi con quest'ultimo che viene schiacciato. In un finale amaro e commovente, McMurphy viene lobotomizzato, unico modo per placarne l'indole, ma l'amicizia che ha intessuto con il Grande Capo mette i suoi frutti: l'uomo lo salva dallo stato vegetale dandogli l'unica libertà possibile, ossia una morte priva di dolore, mentre lui fugge nella notte, uscendo finalmente dall'isolamento autoimposto, ritrovando una completa forma di libertà che la società gli aveva impedito di trovare.


Nel portare in scena le pagine di Kesey, Forman adotta uno stile naturalista. Gira tutto il film in un vero ospedale psichaitrico e lascia che gli attori si perdano con metodo nella pazzia dei loro personaggi. La messa in scena si limita a seguire il cast e le sue azioni, le quali risultano così di un realismo vibrante. Le performance metrodiche del cast fanno svanire la linea di confine tra personaggio e attore; le interpretazioni più apprezzate sono ovviamente quella di Nicholson, che da qui prenderà la nomea di "attore pazzo", oltre che quella superenergica di Christopher Lloyd, ma un plauso andrebbe fatto anche a Sydney Lassick, il quale ha davvero rischiato di perdersi per interpretare il suo personaggio nevrastenico, arrivando quasi ad essere ricoverato durante le riprese.
Il risultato è un film che convince sempre e che riesce a commuovere davvero proprio perché risulta genuino, non filtrato attraverso uno sguardo che cerca di imbellettare o anche semplicemente alterare la realtà che vuole raccontare.



Rivisto oggi, Qualcuno volò sul nido del cuculo colpisce non solo per il realismo, quanto anche per la sua componente meno conciliante, per la sua capacità di creare un racconto ispido eppure coinvolgente, unendo due opposti in modo spontaneo. Prova di come quello diretto da Forman sia ancora un piccolo capolavoro.

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