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venerdì 13 settembre 2024

Beetlejuice Beetlejuice

di Tim Burton.

con: Michael Keaton, Winona Ryder, Jenna Ortega, Catherine O'Hara, Monica Bellucci, Justin Theroux, Willem Dafoe, Arthur Conti, Burn Gorman.

Commedia/Fantastico

Usa 2024













Tim Burton oramai è ufficialmente alla ricerca di una rinascita artistica. Complice anche la pessima esperienza avuta con Dumbo, ha realizzato di aver perso quel qualcosa che lo rendeva speciale, che gli permetteva di creare pellicole davvero memorabili non solo per i nomi degli attori che vi prendevano parte, veri e proprio pezzi di pop-art apprezzati da tutti, un passato che ben pochi cineasti possono vantare.
Beetlejuice Beetlejuice è quindi il film del "ritorno alle origini" con il quale Burton porta a compimento un progetto iniziato oltre trent'anni fa. A fronte del successo dell'originale Spiritello Porcello, un sequel pare fosse entrato in cantiere già nei primi anni '90; un primo script fu redatto dal compianto Warren Skaaren, che già aveva revisionato quello dell'originale, e vedeva Betelgeuse fuggire dal mondo dei morti per concupire una giovane parigina; ma la morte dell'autore, di concerto con gli impegni presi da Burton per Batman il Ritorno e Nightmare Before Christmas hanno portato a cassare questa prima incarnazione di Beetlejuice 2; il quale ritorna giusto qualche anno dopo come Beetlejuice goes hawaian, con una sceneggiatura talmente delirante che praticamente nessuno ha voluto toccarla.
Trentasei anni dopo il primo exploit, Michael Keaton torna così a vestire i panni del bio-esorcista e Burton torna a dare fondo alla sua creatività per dar vita alle sue peripezie. E va detto: Beetlejuice Beetlejuice sfoggia una forma decisamente più interessante rispetto agli exploit burtoniani degli ultimi quindici anni (Frankenweenie a parte, si intende); peccato però che resti il più classico dei legacy sequel che si possa immaginare.


















Trentasei anni sono passati anche per i Deetz. I Maitland? Liquidati fuori scena con una lacuna nel regolamento che li ha permesso di "trapassare" definitivamente (e di non spendere soldi per il de-aging software). Nel frattempo Lydia è divenuta una sensitiva televisiva e ha avuto una figlia, Astrid (Jenna Ortega) con un primo marito deceduto male, mentre ora frequenta l'arrivista Rory (Justin Theroux). Tutto va bene? Non proprio: papà Deetz muore male anche lui e per tutto il film non è interpretato da Jeffrey Jones, viste le sue condanne per detenzione di materiale pedopornografico. Il lutto è l'occasione per Lydia, Astrid e la matrigna Delia (Catherine O'Hara) per ricucire i rapporti. Ricucitura che interessa anche la misteriosa Delores (Monica Bellucci), defunta succhia-anime che viene risvegliata da un inserviente maldestro (Danny DeVito) e che ora è in cerca di Betelgeuse (Keaton); il quale, a sua volta, se la spassa ancora come bio-esorcista ciarlatano.



















Un legacy sequel che ha il difetto mortale di tutti i legacy sequel, ossia la venerazione per l'originale, aprendosi con un volo sulla cittadina di provincia che diventa di punto in bianco un diorama e chiudendosi con le folli nozze del mostro, proprio come nel 1988. E' stato facile per tanta critica incensarlo per lo stile visionario e le trovate slapstick, ma BeetleJuice Beetlejuice, come da copione, non fa altro che riprendere e riproporre il passato; le differenze sono pochissime, come la mancanza della palette cromatica a là Mario Bava per le sequenze ambientate nell'aldilà, sostituite da colori decisamente più convenzionali; l'omaggio a Bava ora si sostanzia essenzialmente nel flashback dove si spiegano le origini di Betelgeuse e Delores, tra l'altro narrate in italiano anche nella versione originale; altro? L'omaggio al mondo della disco music, che da qualche anno Burton sembra apprezzare e l'uso di una scena animata totalmente in claymotion, stranamente blanda, tanto che più che a Burton e alle sue fantasmagorie la mente corre al pur simpatico Happiness of the Katakuris di Takashi Miike, dove l'animazione era però volutamente scialba.
Per il resto nulla di quanto appare su schermo è nuovo; anzi, Betelgeuse si limita a sfoggiare i suoi look più celebri (il completo a strisce con gli anfibi e lo smoking bordeaux) ma non il suo primo look con lo spolverino, il design di Delores è una fusione tra la Sally di Nightmare Before Christmas e La Sposa Cadavere, mentre il Betelgeuse Bebè sembra più che altro un omaggio alla scena più divertente del mitico Splatters- Gli Schizzacervelli di Peter Jackson.



















Da un punto di vista strettamente narrativo, le cose vanno invece un pelino meglio: lo script almeno non è una fotocopia sbiadita del primo e, anzi, cerca di dire qualcosa di nuovo; perché poi questo qualcosa debba essere una storia pseudo-femminista su quattro donne e il loro rapporto con i compagni tossici non è chiaro, ma evidentemente agli sceneggiatori di Mercoledì non è venuto niente di meglio in mente.
Troviamo così Lydia alle prese con uno spasimante falso e arraffone non poi tanto diverso dallo Spiritello Porcello che cerca ancora di concupirla, Astrid alle prese con una cotta che si rivelerà a dir poco pericolosa e Delia a piangere un marito che invece era davvero un'anima gemella, fatto veramente strano soprattutto se si pensa ai trascorsi di Jeffrey Jones. Delores, d'altro canto, è una semplice villain, ma almeno funziona come perfetto controaltare al bio-esocrista ciarlatano più simpatico del cinema; e Burton ha la decenza di limitare al minimo sindacale i dialoghi della Bellucci, che come sempre quando si tratta di sfoggiare la sua inesauribile bellezza funziona a dovere.

















Si hanno così tre tracce narrative che si intersecano tra di loro; al bando la satira di costume, Beetlejuice Beetlejuice alla fin fine è una semplice commedia sulla guerra dei sessi e sull'accettazione di sé stessi, nulla più e nulla meno; la sceneggiatura non sempre riesce a tenere insieme le sequenze necessarie, che talvolta sembrano un po' forzate, come il flashback baviano, ma per la maggior parte il tutto scorre bene. Questo nonostante Burton a tratti non riesca a imporre il giusto ritmo, forse anche a causa del cast: Jenna Ortega fa sostanzialmente il suo classico personaggio da adolescente problematica senza impegnarsi più di tanto, Winona Ryder neanche cinquant'anni riesce a tenere la scena, Willem Dafoe è tutto sommato sprecato, l'unica che davvero dimostra grinta è Catherine O'Hara, davvero scatenata; quanto a Michael Keaton... il suo carisma è sempre lì e fa sua ogni scena, ma quella genuina pazzia e quell'entusiasmo strabordante del passato si percepiscono solo a tratti.

















Si potrebbe quindi etichettare Beetlejuice Beetlejuice come un sequel dignitoso ma modesto e lo si potrebbe anche tranquillamente detestare. Eppure, ha qualcosa che lo rende lo stesso divertente, che permetterebbe anche allo spettatore più cinico di divertirsi; c'è qualcosa in quest'alchimia ottenuta riciclando il passato che per una volta non urtica, né annoia; per una volta e da davvero molti anni a questa parte, l'entusiasmo di Burton si avverte davvero, pur al netto dei difetti di direzione; sarà perché gli ultimi exploit dell'ex enfant prodige di Burbank sono stati al meglio mediocri, sarà perché in generale quella del legacy sequel è una moda che ha generato davvero pochissimi esiti degni di nota, questa volta ci si riesce almeno a divertire.

giovedì 24 dicembre 2020

Nightmare Before Christmas

Tim Burton's The Nightmare Before Christmas

di Tim Burton & Henry Selick.

Animazione/Musical

Usa 1993

















Il periodo che va dal suo esordio con "Pee Wee's Big Adventure" fino all'uscita de "Il Mistero di Sleepy Hollow" può tranquillamente essere considerato come l'epoca d'oro del cinema di Tim Burton, durante la quale non ha solo ottenuto un fenomenale riscontro di cassetta con ogni suo film, ma è anche entrato nella coscienza collettiva come un artista a tutto tondo, dotato di un proprio stile ed una propria poetica. Nella prima metà degli anni '90 in particolare, Burton è riuscito a concepire alcune tra le sue visioni più celebri ed influenti e, tra tutte, "Nightmare Before Christmas" è la più riconoscibile e originale: uno strano incrocio di influenze che omaggia le festività di Halloween e Natale, allegro ma al contempo smaccatamente cupo, una favola che scioglie il cuore con la sua storia e incanta con le bellissime musiche, che arriva nelle sale appena un anno dopo il perfetto "anti-classico" natalizio, ossia "Batman Il Ritorno", per configurarsi invece come un perfetto film per le feste.



Il soggetto è tratto da una poesia d'infanzia dello stesso Burton (come accaduto con "Edward Mani di Forbice") che gli fu ispirato da un'esperienza particolare, ossia l'aver assistito al cambio di addobbi in un negozio nel periodo di transizione tra la festività di Ognissanti e l'inizio del periodo natalizio "anticipato". La storia vede come protagonista Jack Skellington (che nella versione italiana del film sarà ribattezzato "Skeletron"), superstar del Paese di Halloween che scopre il Natale e cerca di farlo suo, con risultati disastrosi.
Poesia che viene rimaneggiata in uno script dapprima pensato come special televisivo natalizio, poi come lungometraggio vero e proprio. La lavorazione inizia alla fine del 1990 e si protrae fino al 1993. Essendo impegnato con altri progetti, l'autore di Burbank lascia la cabina di regia ad Henry Selick, specialista in animazione passo-uno e qui al suo esordio come regista, ricoprendo il ruolo di mente creativa dietro le quinte. La paternità dell'opera, benché quasi del tutto a lui riconducibile, deve tuttavia essere riconosciuta anche a Selick, il cui lavoro di regia è stato, inutile dirlo, essenziale per lavorazione.



Sbarcato nei cinema di tutto il mondo, "Nightmare Before Christmas" incassa poco più di 90 milioni di dollari, risultato ben lontano da quello mastodontico ottenuto dal dittico su Batman, ma che garantisce lo stesso un ottimo profitto per la Disney, casa produttrice con la quale Burton lavorerà anche per il successivo "Ed Wood"; il tutto a prescindere dallo scetticismo iniziale degli executives, i quali pare abbiano tentato di imporre molte modifiche alla storia e al design, fortunatamente senza successo.
Con il passare del tempo, il film diviene un amatissimo oggetto di culto grazie al suo stile originale, alla storia anticonvenzionale e ai personaggi interessanti e simpatici, imponendosi, un po' alla volta, come un vero e proprio pezzo di cultura pop moderna.


E "anticonvenzionale" è proprio l'aggettivo che meglio qualifica il lavoro di Burton e Selick, a partire dalla storia e dal suo protagonista. Jack non è un reietto nel senso proprio del termine, trovata singolare nel cinema di Burton; è una star, il capo di Halloween Town e primadonna nelle celebrazioni, ma, come spesso accade ad un altro archetipo, quello delle principesse Disney, Jack si accorge di come il mondo in cui vive è in realtà una gabbia dorata, un universo che gli va stretto e dal quale vorrebbe fuggire, non tanto per trovare una forma di emancipazione o realizzazione, ma per provare sentimenti nuovi. Occasione che si presenta con la visita a Christmas Town e la scoperta del Natale, una ricorrenza dove al posto degli spaventi c'è la gioia; il che porta ad un'altra nota di originalità nella filmografia di Tim Burton: laddove il diverso non vuole per davvero omologarsi, quanto meno vuole recuperare quei valori dai quali normalmente si dissocerebbe. La massificazione commerciale propria del periodo natalizio (se ne parlava anni fa nel post su "Silent Night, Deadly Night") per Burton ha una valenza infantile, ancora magicamente ancorata al calore e all'amore.


La "morale" di questa favola dark non risiede in un conformistico castigo verso il protagonista il quale si avventura scioccamente in un mondo non suo, come pur si potrebbe pensare. Burton opera più di fino e fa di Jack una metafora, di molto in anticipo sui tempi, sull'appropriazione culturale, o almeno così può essere letta. Jack sbaglia nel non riuscire a comprendere il significato del Natale e a replicarne i riti in modo personale e superficiale, lontano da quello che questi rappresentano, da cui la baraonda con i regali assassini che divorano lo spirito delle festività. Nel finale, Santa Claus regala anche agli abitanti di Halloween Town un vero Natale, prova di come anche loro, benché "diversi", possono goderne, purché ne comprendano e rispettino lo spirito. Jack è così l'antagonista di sé stesso (Oogie Boogie è un villain puramente circostanziale, il cui operato non causa veri danni nella storia) o, per meglio dire, il suo entusiasmo privo di riflessione è la vera forza disgregatrice, la quale non viene tanto castigata, quanto ricondotta a ragione. Prova di come Burton provi un sentimento di vera affezione verso questo strano "non-freak" della sua filmografia.


Il lavoro sulla messa in scena è, per usare un eufemismo, mastodontico: quasi 3 anni e mezzo di lavorazione, un team di 120 persone tra animatori e scenografi, set giganteschi e rifiniti nei minimi dettagli per quello che resterà fino a "La Sposa Cadavere" come il più grande film in stop-motion mai realizzato.
Grandezza eguagliata solo dallo stile. Come in "Batman Il Ritorno", l'influenza dell'espressionismo tedesco è tangibile e supera quella del gotico classico. Le forme sghembe delle scenografie, il look filiforme di Jack e il design di tutto il cast di personaggi rimanda in modo diretto a "Il Gabinetto del Dr.Caligari", mentre il personaggio di Sally, la "bambola di pezza sgualcita", è un'evoluzione della Catwoman burtoniana votata al bene puro, le cui forme ricordano le illustrazioni vittoriane. 


Come in ogni musical che si rispetti, la cura della colonna sonora è essenziale e Burton torna a collaborare con il fido Danny Elfman per creare delle canzoni suggestive e orecchiabili. La canzone di Halloween Town e l'ossessiva "What's this" finiscono per essere i pezzi migliori oltre ai più indimenticabili, ma non sono da meno il tema di Oogie Boogie o la canzone con cui Jack realizza i propri errori. Da elogiare è anche la versione italiana, con il contributo di Renato Zero nei panni di Jack che supera persino l'originale, rendendo i numeri musicali ancora più perfetti.
La struttura da musical viene pienamente rispettata, ma più che portare avanti la storia, le canzoni offrono uno scorcio nelle emozioni dei personaggi, divenendo vere e proprie poesie esistenzialiste messe in musica e garantendo un tono quasi opprimente nel loro indugiare sul malessere del protagonista.


Il mix di livore e allegria finisce così per essere perfetto e riesce a coinvolgere sin nel profondo, rendendo il film come un'opera non solo perfettamente riuscita, ma al contempo potente e memorabile, come solo il grande cinema sa essere. Oltre che a renderla perfetta per le celebrazioni natalizie.

lunedì 1 aprile 2019

Dumbo

di Tim Burton.

con: Colin Farrell, Nico Parker, Finley Hobbins, Danny DeVito, Eva Green, Michael Keaton, Alan Arkin, Roshan Seth.

Fantastico

Usa 2019
















Oramai alla Disney non sanno più che pesci prendere; pur essendo il più grande conglomerato di Hollywood (e forse del mondo intero), la casa di Topolino non riesce a sfornare idee originali da anni; e se tramite la Marvel Studios e la Lucasfilm si limita a produrre e distribuire seguiti e spin-off di serie di successo, il marchio principale è impegnato quasi esclusivamente nel rivendere al pubblico i vecchi film del catalogo, i "classici dell'animazione", talvolta vecchi di quasi un secolo, tirati a lucido in una versione live-action che, puntualmente, non riesce ad eguagliare i fasti dell'originale e si limita a riproporre in maniera sterile e stanca personaggi e cliché; il pubblico, dal canto suo, sembra apprezzare davvero questo "usato garantito" e accorre in massa per rivedere vecchie glorie in una nuova veste, anzicché limitarsi a recuperare direttamente i vecchi film.
Con "Dumbo" ci si ritrova dinanzi alla cosiddetta "quadratura del cerchio": era stato proprio Tim Burton ad inaugurare il filone dei rifacimenti dei classici Disney circa 10 anni fa, con l'improponibile "Alice in Wonderland"; e l'originale "Dumbo" resta tutt'oggi uno dei classici più riusciti e amati. Il suo remake, invece, si rivela come un'opera arida e frettolosa, priva di mordente e persino di anima.




Messo da parte lo script originale, è Ehren Krueger a riscrivere la storia dell'elefantino volante, eliminando il punto di vista degli animali parlanti in favore di quello di inediti personaggi umani; ovviamente tutti stereotipati: il padre reduce di guerra che cerca di riallacciare i rapporti con i due figlioletti, orfani di madre e più maturi di quanto sembra; il capitano di industria pronto a tutto pur di lucrare, il direttore del circo ciarlone ma dal cuore d'oro e la bella di turno, che ovviamente preferisce i valori familiari al denaro; tutto secondo la tradizione, nulla di nuovo. Il lavoro di rifacimento, semmai, trova una minuscola nota di originalità nella costruzione della storia: metà film è un remake vero e proprio, la seconda metà una sorta di seguito che espande la storia; dove per "espande" si intende "aggiunge dosi di già visto al già visto": tutta la parte ambientata a Dreamland è talmente prevedibile ed elementare nello svolgimento al punto di poter essere vista senza traccia audio.




La storia, di conseguenza, non incanta né commuove mai davvero: si resta freddi dinanzi alle peripezie di Dumbo e dei suoi amici umani, non ci si commuove mai davvero della loro sorte, né si gioisce del loro trionfo, perché ogni singolo risvolto della storia ed ogni singola linea di dialogo è scontata sino all'inverosimile.
Ancora peggio è però la regia di Burton, totalmente ed incredibilmente anonima. Della carica visionaria che lo rese celebre, qui non è rimasto nulla, non un guizzo, non un'intuizione estetica che sia una, nulla. Ogni elemento visivo è rigorosamente privo di identità; basti paragonare il circo che qui porta in scena con quello visto in "Big Fish" per accorgersi di come, oggi, Burton manchi di anima: i freaks restano sempre sullo sfondo, non interagiscono mai davvero con i protagonisti se non tramite singole battutine; manca la fascinazione, quell'aura magica e sinistra che ne ha da sempre contraddistinto lo stile. Tant'è che la sua mano si nota solo nella scelta del cast, con le presenze di attori di razza quali Danny DeVito, Michael Keaton e Eva Green; nulla più.




La favoletta di Dumbo scorre così senza intoppi su schermo per le quasi due ore di durata, senza mai davvero prendere vita. Persino le scene più divertenti dell'originale qui sono assenti o relegate ad una pura apparizione: la formidabile sequenza della sbronza rivive in una sterile visione del numero delle bolle di sapone, mentre dei "corvi di Harlem" non c'è traccia, in ossequio ai dettami del politicamente corretto hollywoodiano che oramai castra ogni singola produzione.
Anonimo e inerte, figlio di un Tim Burton oramai bollito e ridotto a mero shooter per le major, "Dumbo" è uno spettacolo desolante e vuoto, che forse riuscirà a far felici solo i più piccini, sempre che si accontentino di poco.

giovedì 12 gennaio 2017

Miss Peregrine- La Casa dei Ragazzi Speciali

Miss Peregrine's Home for Peculiar Children

di Tim Burton.

con: Eva Green, Asa Butterfield, Samuel L.Jackson, Judi Dench, Rupert Everett, Terence Stamp, Ella Purnell, Allison Janney, Lauren McCrostie, Finley McMillan, Milo Parker, Raffiella Chapman.

Fantastico

Usa, Inghilterra, Belgio 2016











---CONTIENE SPOILER---


E' davvero sconsolante constatare gli effetti squallidi prima ancora che nefasti che il nuovo perbenismo produce. Sia negli Stati Uniti che in Inghilterra si è imposto oramai un modo di pensare solo in apparenza progressista: ogni film deve includere elementi di multiculturalità, necessariamente, pena l'accusa di razzismo, mediante il gergale "whitewashing", come se usare attori caucasici per personaggi concepiti per essere tali equivalga a "sbiancarli". Le radici di tale ottusa mentalità sono quantomai ovvie: il senso di colpa per quella segregazione razziale che tanti mostri ha generato; ultimo dei quali la vergogna di sé stessi e la rincorsa ai modi più stupidi per cercare di scusarsi.
Fa ancora più specie quando il bersaglio di tali stupide e spesso infondate accuse è un autore come Tim Burton. Ora, il buco nero di ispirazione che affligge le sue opere da quasi due decenni è innegabile, ma lo è altrettanto il fatto che queste rappresentino sempre e comunque (anche nei casi delle meno riuscite) personaggi inusuali, reietti di una società omologata ed omologatrice che non riesce a concepire la diversità in nessun modo. E lo fa mediante l'arma più tagliente: quella della metafora fiabesca, caricata di visioni bizzarre ed affascinanti che ben convogliano gli stati d'animo o d'essere dei suoi personaggi. Basti pensare all'espressionismo gotico di "Batman Il Ritorno" (1992) che fa da cornice ai tre freaks, alle tinte pastello slavate che asfissiano l'anima di "Edward Mani di Forbice" (1990) o alle visioni felliniane del suo capolavoro, quel "Big Fish" (2004) dove la celebrazione della forza della fantasia si fa inno all'apertura mentale, alla curiosità, ad un modo di intendere il modo genuinamente moderno e tollerante.
Fatto sta che i "nazisti del buon gusto", come sarebbe giusto definire i fautori di certe inutili e ridicole polemiche, nonché i convinti asservisti di tali modelli di pensiero, ben hanno avuto da ridire notando come il cast di "Miss Peregrine" contasse quasi esclusivamente facce bianche: niente indiani, niente asiatici ed un solo afroamericano, calato nei panni del cattivo, come se il ruolo di villain per un attore sia in qualche modo umiliante o secondario. E questo nonostante i "bambini peculiari" del titolo vivano nel Galles del 1943, di certo il meno multiculturale dei luoghi che si possa concepire.
Fatto sta che le polemiche hanno avuto il loro effetto: pur non essendo stato un flop vero e proprio, "Miss Peregrine" è stato quasi una meteora, che non ha lasciato segni distintivi nella stagione filmica. Il che è ancora più irritante se si tiene conto di come si tratti di una delle prove migliori di Burton degli ultimi anni.




Il romanzo omonimo di Ransom Riggs, pubblicato nel 2011 e primo dell'ennesima serie di libri young adult che tanto spopolano da un decennio a questa parte, ha delle premesse a dir poco derivative: in un mondo dove alcune persone hanno poteri fantastici ereditati geneticamente, Miss Peregrine è una "ymbryne", una manipolatrice del tempo e mutaforma impegnata nella salvaguardia dei giovani "peculiari", che accoglie presso una casa-collegio custodita in un loop temporale. Un ragazzo, Jacob, apparentemente normale, entra in contatto con queste strane e simpatiche creature per avvertirle di un pericolo incombente. In sostanza, un ibrido tra la Hogwarts della serie di "Harry Potter" e gli X-Men di marvelliana memoria, dati i temi dei "diversi" in cerca di rifugio ed impegnati in battaglie all'ultimo sangue. Ma nelle mani di Burton, per fortuna, una storiella blanda acquisisce valore, risultando se non originale, quantomeno interessante e riuscita.





Il personaggio di Jacob, innanzitutto, si inserisce perfettamente nel roaster di protagonisti burtoniani: un giovane estraniato dal mondo in cui vive, dove i normali si divertono ad isolarlo e persino i suoi genitori non riescono a comunicare con lui, preferendo far intervenire lo psicologo di turno; un normale che, pur vivendo in un contesto teoricamente affine alla sua natura, non riesce a trovare il suo posto nel mondo. Il mondo fantastico dei "peculiari" non è però una semplice fantasia escapista nel quale si rifugia, quanto un mondo altro nel quale egli stesso fa fatica ad integrarsi (inizialmente) data la sua natura; Jacob è in sostanza un "diverso tra i diversi" in ogni contesto venga immesso. Asa Butterfield, da questo di vista, risulta una scelta di casting azzeccata: al di là delle sue doti attoriali vere e proprie, il suo volto da bambino e la voce scarna da impiegato privo di fantasia creano un buon contrasto che aiuta a caratterizzare ancora meglio il personaggio.




I restanti membri del cast di personaggi hanno una caratterizzazione talvolta basica, sia nella psicologia che nei "poteri" di cui fanno sfoggio; ma Burton riesce lo stesso ad inquadrarli in modo adeguato, facendone ben risaltare le componenti visionarie. Se la bella Emma è il classico interesse amoroso che dà al protagonista un pretesto in più per far scorrere la storia, sul piano visivo si rivela un personaggio affascinante, le cui sequenze di volo sembrano uscite dalla fantasia del Fellini di "8 e 1/2" (1963). Ancora più riuscito è il personaggio di Enoch, "burattinaio della carne" che riporta in vita morti e pupazzi, dando vita a sequenze degne di un'antologia del fantastico: il combattimento tra bambolotti, animato in un glorioso stop-motion, ed il combattimento finale, dove un esercito di scheletri di harryhauseniana memoria si scontra contro i temibili "vuoti". O ancora, i due misteriosi gemelli, bardati in un costume integrale che li fa somigliare alle foto di Dianne Arbus. Trovate che pur se derivative, riescono davvero a colpire e che permettono all'artista di ritrovare una forma di ispirazione visiva che mancava da tempo nel suo cinema.




Decisamente più blande le figure degli adulti. La miss Peregrine del titolo, pur graziata dalla bellezza e dal carisma di Eva Green, è un personaggio quasi evanescente, giusto un punto di riferimento temporaneo per i giovani ragazzi e mcguffin nel terzo atto; così come il villain di Jackson è puramente di servizio, ma almeno attore ed autore, forse coscienti di questa sua piattezza, decidono di ovviarne le mancanze con dosi massicce di umorismo, che riesce a salvarne la visione.
Più riuscita è invece la caratterizzazione dei mostri, gli "Hallowgast": sul piano visivo sembrano ispirati alle leggende metropolitane dell'internettiano Slenderman, ma acquistano una forma di fascino sinistro una volta entrate in azione: strappano gli occhi delle vittime per riacquisire l'umanità persa.
Vezzo che permette a Burton di dar vita a sequenze che, nella miglior tradizione del suo cinema, sono affascinanti e macabre, come il banchetto a base di bulbi oculari, semplicemente delizioso nella sua cattiveria.




Forma ritrovata che gli permette di fare l'impensabile: rendere interessante una storiucola di servizio. "Miss Peregrine" non è certamente un capolavoro: la debolezza narrativa è inescusabile, una minore aderenza alle pagine del romanzo avrebbe certamente giovato all'intera operazione; ma quantomeno riesce a dimostrare come un regista dato ormai per "bollito" possa ancora stupire ed incantare.

sabato 18 luglio 2015

The Death of "Superman Lives": What Happened?

 di Jon Schnepp.

con: Tim Burton, Jon Peters, Kevin Smith, Lorenzo DiBonaventura.

Documentario

Usa (2015)

















C'è una regola ad Hollywood: più un progetto è ambizioso, più probabilità ci sono che non debba vedere la luce. Questo perchè, stando all'ottusa mentalità dei produttori, il pubblico è stupido, non può trovare interessanti trame, personaggi ed argomenti che si discostino dal "canone" e deve sorbirsi sempre i soliti quattro elementi in croce quando si tratta di grosse produzioni.
Regola che oggi domina il mercato dei film-fumetto grazie alla politica dei Marvel Studios, con i loro kolossal fatti in serie, privi di mordente e spettacolo; ma che negli anni '90 poteva trovare dei temperamenti; d'altro canto, si era reduci allora dai successi di film poco convenzionali, come il "Batman" di Burton, e la voglia di sperimentare, da un punto di vista strettamente creativo, era ancora viva e tangibile.
E' in questo contesto che nasce e si sviluppa il progetto "Superman Lives", tentativo purtroppo abortito di rivitalizzare le gesta dell'Uomo d'Acciaio al cinema dopo il sanguinante flop di "Superman IV" (1987); un'opera colossale ed ambiziosa, che non vede mai la luce e che nel corso degli anni ha generato leggende, menzogne ed insulti gratuiti che si sono susseguiti a seguito della pubblicazione, timida e talvolta non autorizzata, del materiale di repertorio.
E dopo anni di speculazioni sul fallimento, su quanto avrebbe dovuto e potuto essere, il fanboy Jon Schnapp crea il documentario "Death of "Superman Lives" per fare il punto su cosa questo mitologico progetto avrebbe dovuto e potuto essere, intervistando i diretti interessati. E come nel caso di "Jodorowsky's Dune" (2014), la cui visione ha ispirato Schnepp, si scopre clamorosamente che anche questo "aborto" avrebbe potuto cambiare in meglio il destino di Hollywood.


Alla base dell'operazione c'è l'enorme successo della saga "La Morte di Superman", che nel 1993 sconvolgeva il mondo dei comics con la morte, temporanea ovviamente, dell'Azzurrone di casa Dc. Fiutando il possibile successo, agevolato dalla scadenza dell'acquisizione dei diritti del personaggio da parte dei fratelli Salkind, il produttore Jon Peters, figura sui generis già alla base della della creazione di "Batman", acquista i diritti del personaggio ed ingaggia Kevin Smith per la stesura di una prima bozza di sceneggiatura.
Il rapporto tra Smith e Peters è turbolento e le prime "storie" riguardano proprio il brianstorming alla base di questa prima stesura, che Schnapp documenta intervistando i due e sfatando i primi miti; stando ai racconti del mitico geek del Jersey, Peters gli aveva imposto di non far volare Supes (!), eliminare l'iconico costume rosso e blu ed inserire uno scontro con un ragno gigante nell'ultimo atto; delle tre condizioni, solo l'ultima si rivela fondata: la passione del pazzoide Peters per i kolossal classici americani lo aveva portato a voler creare una sequenza da antologia con un animale gigante, che Smith trasforma nello scontro tra Superman ed un insetto alieno.



Ancora più interessante è la conversazione con Tim Burton; si dava per assodato come l'autore fosse contrario al film e che vi partecipasse solo per motivi commerciali: nulla di più sbagliato: Burton, anzi, decide di prendervi parte per poter creare visioni non più notturne e cupe, dare al suo cinema un'impronta esteticamente più viva e colorata per non fossilizzarsi sui canoni del gotico baviano; l'entusiasmo con cui racconta i primi giorni di produzione è tangibile, tanto che arriva a rivelare come inizialmente non apprezzasse neanche lavorare su "Batman", ma come quell'esperienza lo abbia formato e gli abbia permesso di creare uno dei suoi film migliori, "Batman Returns" (1992).
E le visioni di Burton che prendono vita grazie ai bozzetti, sotryboards e concept art appaiono oggi ancora sconvolgenti: rifacendosi alla fantascienza viscerale di H.R. Giger e Moebius, l'autore crea una Krypton cyberpunk, una Metropolis art decò lontana dal gotico classico di Gotham City e dotata di una personalità, due villain, Braniac interpretato da Christophe Walken e l'abominio Doomsday, come mai sono apparsi su schermo (in tutti i sensi); Braniac è un'intelligenza artificiale dal corpo aracnoide e la testa aliena, che si muove su di una gigantesca astronave a forma di teschio addobbata con tutte le specie dei mondi che ha distrutto e che da metà film in poi si fonde con Lex Luthor, che già qui doveva essere interpretato da Kevin Spacey; mentre Doomsday diviene una creatura dai mille volti, un mostro di Frankenstein invincibile e terrificante.


Ancora più interessante è il lavoro svolto sul personaggio di Superman; Burton rilegge l'angelo custode di Siegel e Shuster con un outsider, ossia un perfetto personaggio della sua poetica, un essere incapace di mischiarsi con i terrestri e psicologicamente atterrito dalla grandezza dei suoi poteri. Un superuomo più terreno ed imperfetto, simile a quello che sarebbe poi apparso in "L'Uomo d'Acciaio" (2012) e che rende la scelta di Nicolas Cage azzeccata; il volto scarnificato e le movenze legnose dello scalcinato attore di origine italoamericana sembrano perfette per incarnare il goffo Clark Kent, versione fantozziana dell'ater ego storico di Kal-El; e come accaduto per Micahel Keaton al tempo dell'annuncio del suo casting per l'Uomo Pipistrello, anche per Cage le reazioni sono state furiose (anche da parte di chi scrive), causa anche di un paio di foto delle prove costume che non lo ritraevano in modo affiatato e finanche acconciato con una terribile parrucca da accatto. Ma guardando le immagini di quelle prove si nota l'entusiasmo dell'attore, la grinta che riversa nel ruolo e nel progetto, mista ad un umorismo non comune; e quando riesce a concentrarsi, dona un paio di scatti che chiarificano come, forse, sarebbe stato più che credibile nei panni del supereroe.


Semplicemente sorprendente è la parte riservata al lavoro sull'armatura che Superman avrebbe indossato: abbandonato il costume classico e prima di indossare un'inedita tuta nera, ispirata a quella che il personaggio sfoggia dopo la sua resurrezione nei fumetti, Kal-El avrebbe usato dapprima un costume curativo, poi una vera e propria corazza, in realtà una trasformazione di K, personaggio inedito che affianca l'eroe, caratterizzato come un robot kryptoniano che lo ha assistito fin dalla sua nascita sul suo pianeta natale. La tuta curativa, con le luci intermittenti e i neon, è un piccolo capolavoro di design pacchiano ma affascinante, mentre i concept per la trasformazione di K sono semplicemente sbalorditivi; il lavoro per creare la tuta curativa viene documentato in maniera certosina: è incredibile vedere la fatica e l'ambizione di un gruppo di tecnici allep rese con un'impresa immane, quando oggi come oggi risultati simili vengono totalmente creati con la CGI, spesso con esiti atroci come nel caso di "Lanterna Verde" (2011) o di alcune delle visioni dello stesso Burton in "Alice in Wonderland" (2010)


Di tutto il lavoro e l'entusiasmo, nulla purtroppo è sopravvissuto; i magri incassi degli orrendi kolossal Warner dell'epoca hanno portato alla cancellazione del progetto a 3 settimane dall'inizio delle riprese; mentre il pessimo script del film, rimaneggiato da Dan Gilroy e Wesley Strick ha convinto i produttori della casa di Bugs Bunny a cassare il progetto anche a seguito del revival dei film dei supereroi; mossa stupida, se si tiene conto di come anche le sceneggiature dei primi due film su Batman fossero scalcinate: la riuscita di quei film e il loro immane successo era dovuto al talento del regista, piuttosto che a quello degli scrittori.


Quel poco che è sopravvissuto di "Superman Lives" è confluito poi in "Superman Returns" (2006), che Bryan Singer ha diretto prendendo come termine di paragone negativo tutto il lavoro fatto da Peters, Smith, Burton e soci, con esiti di sicuro non memorabili.
E alla fine svetta su tutto il rimpianto supremo di quello che avrebbe potuto essere il cinema di supereroi ricreato da un gruppo di stramboidi: gente folle, ma creativa e appassionata, la cui semplice rivisitazione di un lavoro mai compiuto fa comprendere come Hollywood abbia bisogno di più sperimentatori e meno Kevin Feige.

giovedì 19 febbraio 2015

Big Eyes

 di Tim Burton

con: Amy Adams, Christoph Waltz, Krysten Ritter, Jason Schwartzman, Terence Stamp, Danny Huston, Jon Polito.

Biografico

Usa, Canada (2014)
















Biografia d'autore e critica sociale non sono certo temi nuovi nel cinema di Tim Burton; esattamente 20 anni prima di "Big Eyes", l'autore omaggiava un altro suo idolo formativo in un biopic ben più affascinante ed affettuoso con il commovente "Ed Wood"; e la critica al costume è sempre stato uno dei temi portanti nel suo cinema, sino all'irriverente e catartico "Mars Attacks!" (1995); perchè questo "ritratto" della sfortunata vita di Margaret Keane non ha sicuramente la carica affettiva del primo, né quella iconoclasta del secondo e tantomeno quella forza visionaria che persino i peggiori lavori di Burton posseggono; eppure, al netto delle mancanze, "Big Eyes" resta comunque una pellicola riuscita e godibile.


Molte sono le intuizioni che permettono al film di convincere; prima tra tutte prendere due attori dallo stile opposto e complementare e farli cimentare in una gara dialettica lunga un intero film; da un lato, Amy Adams nei panni della protagonista mostra uno stile recitativo ancora più aciutto e fine rispetto al solito, calandosi nei panni della Keane con un trasporto totale, ma lasciando che siano i suoi occhi (appunto) a lasciar trasparire tutta la gamma di emozioni del personaggio, in una performance giustamente pluripremiata; dall'altro lato abbiamo invece un Christoph Waltz macchiettistico, che carica il suo personaggio sino al grottesco, ma senza mai sfociare nel caricaturale. La contrapposizione tra i due stili diviene paradigma dell'opposizione dei due personaggi, i quali a loro volta rappresentano l'opposizione non solo di due generi, uno dominante e l'altro passivo, ma anche di due stili di vita inconciliabili.


Margaret è un'artista totale, che vive la sua arte, la sente sin nel profondo e la difende anche quando questa le viene sottratta; un'arte, la sua, che nasce dalla sua condizione di oppressione: femmina in un mondo di maschi in quegli anni '50 "fantastici se si è uomini", nel quale la figura femminile viene relegata ai margini della società; e durante gli anni '60, durante la Rivoluzione Culturale e l'emancipazione femminile, Margaret Keane vive la parte più feconda e lucrativa della sua carriera come una reclusa, imprigionata in una torre d'avorio e costretta a lavorare per un uomo, con la sola consolazione dell'apprezzamento ricevuto per il suo tramite. L'arte della Keane è un'arte triste, nel quale lo specchio dell'anima diviene ritratto della tristezza più intima, quella che solo una donna, al pari di un bambino, poteva sperimentare in quanto emarginata da tutto e da tutti; e non stupisce, così, che proprio il Re dei Freaks Burton si invaghì di quei corpi grotteschi eppure commoventi sin da bambino.


Walter, d'altro canto, è la quint'essenza del self-made man americano borghese: un uomo che basa la sua fortuna sullo sfruttamento altrui e sulla pubblicità; non solo Walter è totalmente privo di talento, ma arriva a vendere quasi spontaneamente i quadri della moglie come i suoi e a sfruttarla anche una volta che la loro relazione si esaurisce. Walter è un truffatore, un fanfarone, il paradigma totale e definitivo di tutto ciò che Burton disprezza(va) nella middle-class americana e che qui trova forma totale e definitiva: un millantatore violento ed opportunista.


Laddove il flm non convince è nella messa in scena, troppo piatta per appasionare; non vi è mai uno slancio creativo nella visione di Burton: non nella rievocazione del passaggio dell'Arte Moderna ad arte da consumo, non nella costruzione della storia e nemmeno nelle visioni che (molto sporadicamente) tormentano il personaggio di Margaret. Laddove 20 anni prima con "Ed Wood" l'auotre riusciva a fondere alla perfezione il proprio omaggio sentito con la vita del regista e sinanche con lo stile sgangherato e felice delle sue opere, in "Big Eyes" l'ex enfant prodigé si limita a dirigere gli attori e a colorare la fotografia come un quadro della Keane, usando una palette gioiosa ed espressiva, ma appiattendo le immagini su di un immaginario semplicemente inesistente. Ed è un peccato visto la caratura del lavoro della Keane e della forte influenza che ha avuto sull'autore.

domenica 5 maggio 2013

Ed Wood

di Tim Burton

con: Johnny Depp, Martin Landau, Bill Murray, Patricia Arquette, Jeffrey Jones, Vincent D'Onofrio.

Biografico

Usa (1994)


















Prima che Uwe Boll facesse il suo sciagurato ingresso nel mondo del Cinema, il primato di peggior regista della Storia apparteneva a Ed Wood, all'anagrafe Edward D.Wood Jr.; attivo a partire dai primi anni '50, Wood è il fautore di alcune tra le pellicole più trash di sempre, citate e ricordate per gli errori di messa in scena (scenografie che vanno in pezzi), l'assurdità delle storie (alieni che riportano in vita i morti per impedire ai terrestri l'olocausto nucleare!) e la pessima recitazione; ma anche per la presenza di Bela Lugosi, mitico interprete del Dracula di Todd Browning (1931), che con Wood chiuse in bruttezza la sua altrimenti decorosa carriera.



Nel 1994 Tim Burton decide di omaggiare la figura di Wood con un biopic appassionato ed intimista, che mostra senza filtri la personalità del regista; interpretato da un Johnny Depp perfettamente in parte, Wood viene ritratto da Burton come un autore si privo di talento, ma dotato di una passione per il cinema semplicemente infinita; come un novello Orson Welles, suo eroe personale, Wood tenta in tutti i modi di creare pellicole decorose, senza mai riuscirci; Burton ripercorre i primi anni della carriera del regista: la produzione del suo esordio "Glen or Glenda" (1953), i problemi produttivi avuti con "Bride of the Monster" (1955) e sopratutto la genesi del suo film più conosciuto, "Plan 9 from Outer Space" (1959); Burton si sofferma sulla personalità intima di Wood e sulle sue relazioni: l'entusiasmo sfrenato, l'ambiguità sessuale, la forte amicizia con Lugosi, ecc.....; da ogni singolo fotogramma del film emerge l'amore dell'autore verso il personaggio e, sopratutto, la pietà nei i suoi confronti: una pietà mai patetica, ma sempre comprensiva; per Burton, Wood era un uomo del tutto privo di talento, ma il cui coraggio e la voglia di creare vanno rispettati ed ammirati; e con un gioco di sovrapposizione tra finzione e realtà, Burton fa incontrare davvero Wood con il suo idolo Welles (interpretato da un Vincent D'Onofrio straordinariamente somigliante), il quale insegna allo stralunato regista la più grande lezione che un artista possa imparare: non permettere mai a nessuno di mettere le mani sulla propria opera.




Memore dei B-Movies degli anni'50, Burton gira la pellicola in uno straordinario bianco e nero, dai contrasti forti e marcati; costruisce le inquadrature con poca profondità, a mimare lo stile bidimensionale delle pellicole dell'epoca, e crea così un biopic unico: il ritratto di un autore visto, in pratica, con i suoi stessi occhi; la messa in scena diviene, stilisticamente, espressione della visione artistica del protagonista, in una visionarietà espressionista a dir poco affascinante. Tutti gli attori, inoltre, recitano magnificamente sopra le righe, come a riprendere la recitazione scalcinata dei caratteristi dei film di second'ordine; ogni personaggio è semplicemente identico alla sua controparte reale, fra tutti, però, il più impressionante è il Lugosi di Martin Landau, che si muove e parla proprio come il compianto attore ungherese, ruolo per cui Landau vinse giustamente l'Oscar.




Commovente e divertente, "Ed Wood" è una delle pellicole meno conosciute di Tim Burton, ma anche una delle più riuscite; d'altro canto, sono questi gli anni d'oro del suo cinema: fino a "Il Mistero di Sleepy Hollow" si può dire che l'autore non abbia sbagliato nemmeno un film.

lunedì 22 aprile 2013

Batman Il Ritorno

Batman Returns

di Tim Burton

con: Michael Keaton, Danny DeVito, Michelle Pfeiffer, Christopher Walken, Michael Gough, Pat Hingle, Vincent Schiavelli.

Fantastico

Usa, Inghilterra (1992)
















---SPOILERS INSIDE---

Con più di 300 milioni di dollari di incasso mondiale (record che prima avevano toccato solo "Guerre Stellari" ed "E.T.- L'Extraterrestre") , "Batman" (1989) non poteva che dare vita ad un vero e proprio franchise, che perdurò fino alla fine degli anni'90.
Eppure, il primo sequel generato è un film che molti fan dell'Uomo Pipistrello tendono ad ignorare; il che è strano se si pensa che, in un modo o nell'altro, persino i pessimi exploit poi diretti da Joel Schumacher non sono stati vittima del "silenzio" che ha invece colpito "Batman Il Ritorno", mai citato con fervore nelle retrospettive, quando non apertamente disprezzato.
A cosa è dovuta tale vera e propria "rimozione" dalla coscienza collettiva?
Forse a due fattori che rappresentano invece un duplice punto di forza: "Batman Il Ritorno" è un film che non ha quasi nulla a che spartire con le storie a fumetti di Batman, essendo in realtà più un film di Tim Burton al 100% che un adattamento di queste; ed è una pellicola estremamente cupa ed adulta, che potrebbe addirittura scioccare gli spettatori più giovani.




Non per nulla, alla sua uscita non sono mancate le polemiche da parte delle associazioni dei consumatori americane: i personaggi ed il mondo in cui si muovono sono davvero troppo dark e finanche violenti per poter essere venduti agli infanti; un fatto curioso è in proposito esemplificativo: McDonald's doveva inizialmente vendere nei famosi "Happy Meal" una serie di macchinine ispirate al film, ma dopo averne visto un'anteprima per gli sponsor ha deciso di tirarsi indietro per non associare il proprio brand ad un film per soli adulti.
Oggi come oggi sembrerebbe impossibile concepire un blockbuster estivo dando carta bianca ad un autore come il Tim Burton dell'epoca, che con il suo stile gotico e la sua filosofia pessimista rappresentava mondi e personaggi che, in teoria, erano lontani anni luce dai gusti del pubblico generalista; ed ancora più inconcepibile sarebbe presentare, oggi, alle masse un'opera del genere, effettivamente lontana anni luce dai gusti popolari. Eppure la Hollywood dei primi anni '90 era un posto diverso, nel senso di migliore, dove agli executives (almeno a quelli della Warner bros.) per una volta è interessata la qualità (innegabilmente eccelsa) del proprio prodotto, più che la sua effettiva vendibilità. E per una volta questo coraggio gli ha persino ripagati: tolte le polemiche, "Batman Il Ritorno" è stato comunque un ottimo successo di cassetta (benché abbia incassato meno del suo predecessore) e, al di là di questo, rappresenta tutt'oggi uno dei migliori film di Tim Burton, che ad oltre 20 anni di distanza dalla sua uscita non ha perso un grammo della sua carica visionaria.




Ucciso, malauguratamente, il Joker alla fine del primo film, Burton decide di usare gli altri due villain classici dell'Uomo Pipistrello, creati anch'essi da Bob Kane negli anni'40: Catwoman ed il Pinguino; sulla carta i due erano personaggi alquanto bislacchi: la prima una semplice ladra acrobata che si innamora (dopo anni di vita editoriale) di Batman, il secondo un gangster dall'aspetto buffo e del tutto improbabile per il ruolo che ricopre; nelle mani di Burton i due personaggi subiscono però una metamorfosi completa, che permette loro di acquisire spessore e sopratutto una presenza scenica a dir poco inquietante; Catwoman diviene una non-morta in cerca di vendetta, che sfoga la sua rabbia repressa da segretaria sottomessa tramite il furto e il vandalismo; il Pinguino, invece, diviene un personaggio dalla statura iconica: un reietto nella perfetta tradizione burtoniana, brutto, sgraziato e ripugnante, che vive nelle fogne e cerca disperatamente di trovare un suo posto nel mondo.




A differenza di Edward Mani di Forbice, però, il Pinguino non è un buono: la sua natura selvaggia è foriera di violenza, la sua malvagità è pura nonostante la sua forte voglia di normalità; lo sguardo di Burton verso il freak si fa così (un pò come in "Beetlejuice" e come nel successivo "Sweeney Todd) meno netto e manicheo: il Pinguino è malvagio quanto l'altro vero antagonista della pellicola, quel Max Schreck, miliardario senza scrupoli, che lo utilizza ai suoi fini e poi lo getta via; la sua caratterizzazione è però completa e sfaccettata: la sua cattiveria non è innata, ma dovuta all'abbandono da parte dei genitori in tenera età e, naturalmente, alla sua deformità, che lo hanno portato ad odiare i normali, ad invidiarli piuttosto che a comprenderli. E la perfetta riuscita del personaggio la si deve in parte anche alla magnifica interpretazione di Danny De Vito, che letteralmente sepolto sotto un makeup invasivo ed una tuta che ne modifica radicalmente la corporatura, si perde nei meandri del personaggio, costruendone le movenze ed i versi in modo certosino; interpretazione che, chissà perché, non viene mai lodata né ricordata, a differenza di quella di Nicholson per il Joker, ma che a differenza di quest'ultima è decisamente più graffiante, più originale: De Vito non si limita a rifare se stesso, ma crea da zero il personaggio, ossia compie quel lavoro di caratterizzazione che ogni buon attore dovrebbe fare.




Terzo antagonista, come accennato, è Max Schreck, un personaggio inedito, creato dagli autori apposta per la pellicola; mefistofelico ed opportunista, Schreck è la perfetta nemesi di Bruce Wayne: un ricco che sfrutta la città e i propri privilegi a suo favore e a danno dei molti, la perfetta incarnazione della visione demoniaca che Burton ha del capitalismo sfrenato; un capitalismo che, guarda caso, arriva a manipolare la politica per i propri scopi, usando la forza mediatica del freak, candidato a sindaco di Gotham.... vi ricorda qualcosa?




Punto debole in questo sequel è, al solito, la sceneggiatura, commissionata questa volta da Burton a Daniel Waters, già autore del cattivissimo "Schegge di Follia" (1988); script caratterizzato dalla solita vena venefica dell'autore e che Burton riesce a piegare alla sua filosofia, ma che spesso arranca nella costruzione della storia; oltre a mancare di nuovo il background del personaggio di Batman (che vive ancora esclusivamente sulle spalle del carismatico Michael Keaton e delle intuizioni del solo Burton) è pieno zeppo di errori ed incongruenze, forse dovute alla volontà del regista di soffermarsi più sui personaggi che sulle loro azioni; così, però, ci si chiede perchè, ad esempio, Batman accoglie dapprima il Pinguino come un suo simile e, subito dopo e di punto in bianco, comincia a sospettare della sua ascesa alla ribalta. O che fine faccia la lista dei nemici che il Pinguino compila nel primo atto. Perchè, inoltre, egli odia Batman e decide di distruggerlo prima ancora che questi si metta in mezzo alla sua scalata al potere?
Domande senza risposta, che servono solo a mandare avanti il film fino all'inevitabile epilogo.




Fortunatamente, come accadeva nel primo film, lo stile risolleva nettamente le sorti della pellicola; lasciato libero di fare, Burton crea la sua opera più visionaria e radicale; il gotico vittoriano, proprio dell'autore, qui si fonde perfettamente con l'espressionismo tedesco degli anni'20 (non a caso nel nome del personaggio di Walken vi è un gustoso riferimento al mitico "Nosferatu il Vampiro" di Murnau ed il costume del Pinguino è praticamente ricalcato su quello del Dr. Caligari); le architetture si fanno più maestose e disumanizzanti, come le splendide vedute della Gotham notturna o lo stesso costume di Batman, formato non più da linee curve ad imitazione del corpo umano, ma da una geometria severa e quasi robotica. Le statue del Gotham Plaza arrivano addirittura a somigliare all'immagine più famosa dell'imprescindibile "Metropolis", quella del protagonista quasi dilaniato dalle leve/lancette dell'orologio, in una ripresa dell'oggettivismo post-espressionista che ben si adatta al contesto visionario del resto del film.




L'atmosfera è ancora più cupa che nel predecessore, con colori più contrastati e freddi in esterni splendidamente giustapposti a tonalità calde ed avvolgenti negli interni (come nella magnifica scena del ballo in maschera alla fine del secondo atto); sopratutto, Burton spinge sul pedale della violenza: l'atmosfera a tratti si fa genuinemente horror, come nel finale violento e disperato, che culmina nella scena, onirica e un pò straziante, del funerale del Pinguino, la giusta fine per un personaggio che è al contempo vittima e carnefice, Elephant Man ed assassino, degno al contempo di empatia e ripulsa.




E forse proprio "horror" è il termine adatto per definire la pellicola: una fiaba nera, cupa e livida in cui tutti i personaggi lottano per la loro umanità, senza tuttavia riuscirci; Batman, mai come qui, è un uomo perso nella sua maschera, nei suoi tormenti, chiuso in un senso di giustizia del tutto personale; Catwoman è una vittima degli eventi e della sua stessa natura violenta, una donna sottomessa il cui carattere si ribella a tutto in un fuoco che distrugge innanzitutto sé stessa; da antologia la splendida sequenza del ballo (che persino Nolan citerà in "The Dark Knight Rises" senza eguagliarne la carica), dove Batman mostra la sua vera maschera, quella di Bruce Wayne, mentre Catwoman afferma di essere stata divorata dal suo stesso senso di giustizia violenta; due opposti che sono in realtà lo specchio deformato di un unico personaggio: come dirà Batman nell'epilogo, parte di loro è bene, parte male; e se lui è riuscito a schermare il male, lei ne è stata invece totalmente soggiogata.




Il tutto dipinto con tinte forti e fosche, giustapposte all'atmosfera natalizia in cui la storia è ambientata e dove la speranza esiste solo nelle parole di un vecchio amico, che chiudono il film in una nota in realtà dolente. Un dolore che è quello di tre personaggi uno più disperato dell'altro, per questo uno più umano dell'altro, dove nessuno è davvero un villain, se non Max Schreck, ossia l'unico essere umano la cui identità è normale, nel senso di confacente alla propria natura; il "normale" che, come sempre nel cinema del Burton che fu, fa rima con "mostro".




Tutt'oggi la fantasmagoria visiva di Burton non perde di potenza: l'abuso di CGI che lo stesso autore farà più avanti rende ancora più godibile l'estrema fisicità delle visioni di questo secondo Batman, che restano tra le migliori (se non addirittura LE migliori) che abbia mai concepito.
Assieme a "Il Cavaliere Oscuro" (2008) di Christopher Nolan, "Batman Il Ritorno" rappresenta la migliore incarnazione del mito del fumetto su pellicola; lontana anni luce dalla controparte cartacea, essa splende di luce propria: un film visionario, affascinante, scioccante e sorprendente, come solo il grande cinema sa essere.