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lunedì 18 febbraio 2019

Alita- Angelo della Battaglia

Alita: Battle Angel

di Robert Rodriguez & James Cameron.

con: Rosa Salazar, Christoph Waltz, Mahershala Alì, Eiza Gonzalez, Jennifer Connelly, Jackie Earl Haley Ed Skrein, Casper Van Dien, Jeff Fahey, Derek Mears.

Fantascienza/Cyberpunk/Azione

Usa, Canada, Argentina 2019











Il rapporto tra l'industria cinematografica americana ed il mondo dei manga è a dir poco conflittuale. Sebbene non sia riuscito a generare un vero e proprio filone come quello dei comic-movie, esso è lo stesso la testimonianza di come ci sia un forte interesse a tradurre in pellicole anche quelle pubblicazioni nipponiche che, da almeno tre decenni a questa parte, hanno invaso le fumetterie statunitensi, arrivando nell'ultimo anno persino a surclassare le vendite dei fumetti di supereroi. Processo i cui esiti sono stati a dir poco altalenanti: se nei primi anni novanta il massimo a cui si poteva aspirare erano dei semplici b-movie come le due pellicole dedicate da Brian Yuzna al "Guyver" di Yoshiki Takaya, che si distanziavano enormemente dalla matrice cartacea anche nei contenuti, negli anni '00 un budget più elevato è stato riservato per il fallimentare adattamento del "Dragon Ball" di Toryama, il quale, oltre ad essersi rivelato come un cocente flop, si è anche imposto come una delle pellicole più brutte degli ultimi anni.
Decisamente migliore è stata l'opera di "americanizzazione" del "Ghost in the Shell" di Oshii diretta da Rupert Sanders: con un forte budget a disposizione e la presenza di vere star internazionali nel cast, quel film, pur malriuscito e ignorato dal pubblico di massa, dimostrava come fosse comunque possibile creare un blockbuster con tutti i crismi riprendendo un'opera generata e portata al successo da una cultura lontana anni luce da quella americana.
La curiosità per l' "Alita" dell'inedito duo James Cameron/Robert Rodriguez era quindi alta: con 200 milioni di dollari di budget, due delle menti creative di maggior successo di Hollywood a dirigere l'operazione, un cast di prim'ordine ed un soggetto tratto da uno dei manga più amati degli ultimi 30 anni, gli elementi per creare una pellicola spettacolare, ma al contempo dotata di una storia interessante c'erano davvero tutti.




"Battle Angel Alita" appare per la prima volta su Businness Jump nel lontano 1990 ed è l'opera più lunga di Yukito Kishino, mangaka poco prolifico che deve il successo proprio alla piccola guerriera cyborg; personaggio che inizialmente ha persino un nome diverso: il titolo originale dell'opera è infatti "Gunm", acronimo di "Gun's Dream", mentre la sua giovane protagonista viene chiamata "Gully"; ma quando Viz Magazine decide di portare il manga in Usa, opta per una ridenominazione, dovuta al suono fin troppo "gutturale" del titolo: testata e personaggio vengono ribattezzati "Alita" (citazione del pilastro della fantascienza "Aelita" di Yakov Protazanov), con il beneplacito, caso più unico che raro, dello stesso Kishiro, il quale deciderà di usare il titolo americano quando si tratterà di distribuire la sua opera nel resto del mondo. Ed è in questa sua veste, riveduta e corretta, che la sua piccola cyborg riuscirà a far breccia nei cuori non solo dei lettori di manga, ma, in generale, dei patiti di fantascienza di tutto il mondo.




Il racconto intessuto da Kishiro, infatti, è quello proprio dei seinnen (manga per adulti), piuttosto che degli shonen (manga per ragazzi), solitamente afflitti da una rigida struttura narrativa basata sugli "scontri" del protagonista con l'antagonista di turno. In "Alita", benchè le sequenze action non manchino praticamente mai, il centro focale è però dato dalla caratterizzazione dei personaggi e dal cammino formativo della protagonista, in quello che è una sorta di remake cyberpunk della favola di Pinocchio.
Il setting è un'ideale fusione tra il mondo iper-tecnologico di "Ghost in the Shell" e quello post-apocalittico di un possibile epigono di "Mad Max". Luogo centrale è la "Città-Discarica", enorme baraccopoli che sorge sotto l'avvenieristica Salem, inespugnabile città-eden che si libra nel cielo, ospitando (in teoria) i ricchi e potenti. Tra i rifiuti della Città-Discarica, lo scienziato e cacciatore di taglie Ido rinviene i resti di un cyborg dall'aspetto femminile, il cui corpo è distrutto ma il cui cervello e volto sono ancora integri. Ido decide così di ricostruire la creatura a cui darà il nome di Alita, in onore alla sua defunta gatta; ma una volta risvegliatasi, la giovane si renderà conto di soffrire di una grave amnesia, non ricordando nulla del suo passato, ma, al contempo, padroneggiando perfettamente una potente arte marziale per cyborg, il "panzer kunst"; suo unico collegamento con il passato è dato da degli strani flashback che le riaffiorano alla mente ogni volta che combatte. Alita decide così di unirsi al suo novello padre come cacciatrice di taglie nella Città-Discarica, ma le sue azioni presto la porteranno a confrontarsi con un mondo privo di morale e ad interrogarsi sulla sua vera natura.




Da una parte c'è la tematica identitaria: Alita, ragazza senza passato, scopre la sua personalità con il confronto, talvolta violento, con i personaggi della Città-Discarica; personaggi privi di morale, di valori fondamentali e talvolta persino di idee, veri e propri mostri dal corpo cibernetico ma dal volto fin troppo umano, pronti a tutto pur di sopravvivere in un ambiente ostile. L'identità viene così ricostruita grazie alla certezza del corpo: la forza di Alita, ereditata grazie al suo misterioso passato, è l'unico punto fermo sul quale può basare il proprio io.
Dall'altro lato c'è la descrizione di un mondo allo sfacelo, una società in cui l'incredibile progresso tecnologico ha generato solo mostruosità, prima fra tutte la perdita di quell'umanità intesa come senso di appartenenza ad un valore comune, riportando il mondo ad uno "stato di natura" dove è solo il più forte a vincere. Da qui la duplice anima del manga, visionario come pochi e pregno al contempo di un'azione sfrenata, che talvolta culmina in sequenze splatter vere e proprie.
Ed è proprio questa sua duplice natura, quella di racconto introspettivo e melodrammatico inframezzato da combattimenti al fulmicotone, ma sempre attento a non dare troppo spazio all'azione piuttosto che alla narrazione, che ha permesso ad "Alita" di divenire un cult in tutto il mondo; status garantito anche dalla celebre trasposizione anime datata 1993.



Realizzata da Animate e Madhouse, "Hyper Future Vision Gunm"è una serie OAV di sole due puntate, interrotta a causa dello scarso successo ottenuto in patria, che adatta in modo piuttosto libero i primi due volumi del manga, introducendo due personaggi nuovi, come la scienziata Cherin, ex di Ido, e l'enorme cyborg Grewishka.
Nonostante lo scarso riscontro ottenuto in Giappone, questa riduzione trovò ottima fortuna in Occidente: sia in America che in Italia, il neonato mercato del home-video dedicato agli anime garantiva una domanda sempre alta di storie mature e cupe; "Alita", in tal senso, era il prodotto perfetto, tanto da divenire un cult. Ed è proprio questa sua incarnazione a fare da base del film.




Il progetto di un adattamento hollywoodiano non nasce però con il mero intento di lucrare su di un marchio. E' infatti James Cameron in prima persona a voler trasporre su grande schermo la storia della cyborg guerriera di Kishiro, già a metà degli anni '90: fallito il progetto "Spider-Man" e prima di imbarcarsi sul "Titanic", Cameron crea un adattamento di circa 200 pagine nel quale fa confluire i due OAV e i primi tre volumi del manga, ossia le origini del personaggio e la sua esperienza nel circuito del Motor Ball, sorta di "Rollerball" per cyborg che costituisce una saga a sé all'interno del racconto. Ma pur con il beneplacito dei fan e l'appoggio delle major, Cameron si rende conto che la tecnologia dell'epoca non è adatta a trasporre le spettacolari immagini di Kishiro in modo credibile su pellicola. Decide così di mettere in stand-by il progetto fino a quando non ci saranno i presupposti necessari per produrlo. Il che, ironicamente, non avverrà mai: preso dapprima dal successo di "Titanic", poi da quello di "Avatar" e intenzionato a lavorare unicamente ai seguiti di quest'ultimo, Cameron "dimentica" il sui progetto di adattamento, finché non è lo stesso Robert Rodriguez a stimolarlo affinché ci si dedichi. Il che porta i due cineasti ad una collaborazione insperata.
Pur tuttavia, il cinema di Rodriguez e quello di Cameron hanno più cose in comune di quanto si possa credere, prima fra tutte la fascinazione verso l'uso degli effetti speciali per creare mondi inimmaginabili: la città di "Sin City", in fondo, è figlia della medesima vena visionaria che ha portato alla creazione delle montagne erranti di Pandora. Una comune fascinazione verso l'inusuale che trova nelle pagine di "Alita" un terreno comune: anche Rodriguez è sempre rimasto affascinato da quel racconto crudele eppure incredibilmente umano, feroce ma anche delicato, ipercinetico e al contempo introspettivo.



Ma questa trasposizione arriva forse troppo tardi su schermo. Due decadi sul groppone sono davvero troppe e lo script di Cameron, che all'epoca poteva forse davvero essere considerato come innovativo, di fatto sa di già visto. Tutte le tematiche del manga vengono bene o male riproposte nelle due ore di durata: c'è la crisi identitaria risolta con la certezza del corpo, l'incubo cyberpunk con i cyborg che hanno inghiottito l'umanità, la manipolazione sociale data dalla città celeste che schiaccia la discarica (ribattezzata "Città di Ferro"), così come la fascinazione per un futuro post-apocalittico. Persino il lavoro svolto sui personaggi originali è encomiabile: Alita è ora una vera e propria figlia surrogata di Ido e Cherin, che ne veste letteralmente il corpo, tanto che i personaggi emanano davvero quell'aura di calore necessaria per rendere la trama coinvolgente.
Eppure, nulla salta davvero all'attenzione, ogni colpo di scena ed ogni risvolto della storia, persino quelli più drammatici, non riescono davvero a catturare l'attenzione dello spettatore. Se, in teoria, il mix di fantascienza introspettiva e azione ipercinetica avrebbe dovuto trovare nel mezzo filmico un medium più efficace, nella pratica la storia e i personaggi divengono poco interessanti, quasi piatti per chi non ha letto il manga. Colpa non solo dell'effetto deja-vù, ma anche della natura "episodica" di questo film, in teoria il primo di una serie, dotato persino di un finale aperto verso una continuazione che, purtroppo, forse non vedrà mai la luce.




Il tocco di Rodriguez, dal canto suo, risulta per ovvi motivi più trattenuto: l'ironia folle è assente, facendo un timido capolino giusto in qualche linea dialogica; ed è, d'altro canto, giusto così, in una storia dove la componente drammatica è bene o male sempre alta. La regia da però il meglio di sé nelle sequenze d'azione, dove il gusto per la coreografia è sempre ottimo, con inquadrature e montaggio sempre precisi, mai caotici.
Mentre un plauso va davvero fatto agli artisti della CGI, impegnati nella non facile impresa di rendere credibile un intero mondo totalmente ricreato in digitale per poter essere fotorealistico. Se gli scorci della città trovano una loro piena identità in uno stile architettonico che si discosta dalla controparte cartacea, presentando edifici della tradizione coloniale ispano-americana distrutti dal tempo, piuttosto che la canonica baraccopoli solitamente associata ad un universo post-apocalittico, è l'arte della computer graphic che permette ad essi di unirsi in modo perfetto con immagini virtuali, in cui la cura per il dettaglio è sbalorditiva.
Altrettanto credibile è il lavoro fatto sul volto della protagonista. Curiosa resta la trovata, totalmente attribuibile a Rodriguez, di ridisegnare i lineamenti di Rosa Salazar per renderli identici al tratto di Kishiro: con quegli occhi enormi e l'ovale del viso perfetto, Alita sembra a tratti un alieno piuttosto che un cyborg umanoide. Eppure, l'opera di rendering delle texture della pelle, così come la ricostruzione delle espressioni in mo-cap è tale da rendere sempre credibile questo strano "cartone animato vivente", la cui natura fittizia è riconoscibile solo a causa di animazioni talvolta poco naturali, in un risultato non perfetto eppure incredibilmente reale.




"Alita- Angelo della Battaglia" resta così un film ben congegnato e diretto, ma vagamente insipido; un ottimo adattamento del manga, preciso nella messa in scena così come nell'opera di sintesi della storia originale, eppure a tratti inerte. Se fosse davvero apparso nei cinema come da programma, con una quindicina d'anni d'anticipo, sarebbe probabilmente stato accolto anche meglio di "Avatar", grazie ad una storia degna di questo nome che non riduce il tutto ad una mera parata di effetti speciali; ma purtroppo così non è stato e, a causa dello scarso interesse verso le masse per questa bizzarra ma calorosa avventura cyberpunk, è purtroppo possibile che le avventure della cyber-eroina di Kishiro su Grande Schermo si concludano qui. Ed è un peccato, sopratutto se si tiene conto di come Cameron e Rodriguez siano riusciti a dimostrare che sia possibile creare un ottimo blockbuster partendo da un manga.


EXTRA

Una ragazza dal volto angelico, ma dotata di una forza fuori dal comune, lotta per scoprire la propria identità in un mondo ostile, figlio della catastrofe umana. A ben pensarci, James Cameron aveva già creato una versione live-action di "Alita":




Prodotta e trasmessa da Fox dal 2000 al 2002, "Dark Angel" è un piccolo gioiello di cyberpunk televisivo che deve davvero tanto al manga di Kishiro, dove persino il look della giovane Jessica Alba sembra riprendere quello di Alita.

lunedì 6 ottobre 2014

Sin City- Una Donna per cui Uccidere

Sin City: A Dame to Kill For

di Robert Rodriguez e Frank Miller

con: Josh Brolin, Eva Green, Mickey Rourke, Joseph Gordon-Levitt, Jessica Alba, Rosario Dawson, Ray Liotta, Powers Boothe, Dennis Haysbert, Christopher Lloyd, Jamie Chung, Christopher Meloni, Juno Temple, Stacy Keach, Lady Gaga.

Cinecomic/Noir

Usa (2014)











9 anni di gap con il primo film ed è subito flop; un caso più unico che raro, tenendo conto del fatto che il primo "Sin City" (2005) è ancora un cult amatissimo dal grande pubblico; ma la sua influenza su tutto il cinema di intrattenimento è stata immensa, facendogli perdere subito la sua carica di originalità stilistica ed estetica; perchè, pur riprendendo di peso il lavoro fatto da Warren Beatty e soci quindici anni prima con "Dick Tracy", Rodriguez e Miller riuscirono davvero a creare qualcosa di nuovo ed affascinante con quel primo adattamento degli anti-eroi e delle storie estreme di "Sin City".
Nel frattempo ci sono stati i fallimenti di "The Spirit" (2008) e la derivatività ottusa  di pellicole come "Ultraviolet" (2008) e "Number 23" (2007) a togliere carisma al chroma ray; e il tanto annunciato sequel di "Sin City" arriva con un decennio di troppo sul groppone, dopo innumerevoli chiacchere, rimandi, ritardi, progetti abortiti del calibro di "Predators" (2009) e il reboot di Conan, che Rodriguez ha di volta in volta schivato per dedicarsi alla serie di Machete e agli annunci sul sequel del suo film più amato; che di volta in volta avrebbe dovuto essere una serie televisiva, poi un adattamento del mitico "Hell and Back- A Sin City Love Story", per poi concretizzarsi, finalmente, in "A Dame to Kill For"; e alla fine, è valsa la pena aspettare?


Non paga di certo la scelta di aver voluto usare il secondo volume della serie, "A Dame to Kill For" appunto, come storia principale; non tanto per la qualità della scrittura del soggetto originale in sé, quanto per la sua estrema archetipicità;  basata sul palinsesto de "Il Postino suona sempre due volte" di Robert Cain, romanzo risalente al 1934 e punto di partenza di centinaia di adattamenti (tra i quali anche il magnifico "Ossessione" di Visconti), la vicenda di amore, morte e vendetta di Dwight (che qui ha il volto di Josh Brolin) e Ava (Eva Green) non colpisce certo per originalità; e persino i colpi di scena meno ovvi vengono neutralizzati dal fatto che il seguito del volume originale, "The Big Fat Kill", era stato trasposto nella pellicola precedente, lasciando intuire già dall'inizio quale sarà l'epilogo della storia. Dal canto loro, Rodriguez e Miller dimostrano un divertimento unico nel trasporre le pagine del fumetto su pellicola: più violenza, più azione e più erotismo che mai, che sprizzano da ogni singolo fotogramma riuscendo a non annoiare; e la regia di Rodriguez, ancora afflitta da una lentezza cronica, questa volta meglio si adatta ad una narrazione hard boiled, riuscendo davvero a creare la giusta atmosfera. A salvare definitivamente il segmento dalla noia ci pensa, al solito, l'affiatato cast, capitanato da un Brolin intenso ed ispirato e sopratutto dalla magnifica Eva Green: sensualissima in ogni singola inquadratura in cui appare, ammalia ed eccita nonostante una performance a tratti troppo meccanica.


Introduce il film il segmento "Just another Saturday Night", simpatica digressione squisitamente action con un Mickey Rourke che recupera momentaneamente il ruolo di protagonista per poi scivolare nei ranghi di comprimario per il resto della pellicola; un episodio breve, basato su un racconto apparso nell'antologia "Alcool, Pupe e Pallottole" diretto in modo convenzionale e privo di guizzi, ma che ben introduce lo spettatore alle nuove meraviglie del chroma ray, con movimenti di macchina incredibili ed effetti di luce abbaglianti, ponendo ottimamente le basi per la pellicola vera e propria.


Più interessante il primo episodio inedito del film, "The Long Bad Night", basato su di un volume mai pubblicato. Un Jospeh Gordon-Levitt ispiratissimo (come al solito) veste i panni di un misterioso giocatore d'azzardo dalla fortuna sfacciata che arriva a Basin City per sfidare niente meno che il senatore Roark (Powers Boothe). Gioco d'azzardo e violenza sopra le righe per quello che è l'episodio più interessante del trittico, nel quale il confronto al tavolo verde tra i due antagonisti viene ben sottolineato dalla regia basilare del duo di autori, regalando un'ottima atmosfera d'antan; e soprattuto riuscendo a spiazzare doppiamente lo spettatore: primo facendo apparire su schermo un Christopher Lloyd redivivo e ancora in forma, che pur confinato in un ruolo/cameo buca lo schermo; secondo, regalando un finale spietato e indimenticabile.


Ultimo episodio, il meno riuscito del trittico, è il sequel di "That Yellow Bastard", con protagonista una disperata Nancy assetata di vendetta e spinta ai limiti della pazzia. Segmento totalmente inedito, scritto da Miller appositamente per la pellicola, presenta tutti i topoi del revenge-movie: una donna sola e disperata aiutata dall'energumeno Marv, un cattivo impossibile da uccidere, di nuovo il sensatore Roark, ora promosso a vero e proprio villain, ed un piano ai limiti della follia; lineare fino allo sfinimento, questo "rape & revenge" in salsa hard-boiled si fa ricordare solo per l'estrema sensualità di Jessica Alba, dimagrita ma ancora sexy, e per un finale monco, totalmente spiazzante per la sua rapidità, tanto da far pensare ad una versione non finita del montaggio.


Al netto delle ovvietà di scrittura, non si possono poi muovere tante critiche a questo nuovo exploit del capolavoro di Miller; tutti i pregi del primo film ritornano potenziati dall'avanzamento tecnologico che si è avuto nell'ultimo decennio, ed anzi questa volta le sperimentazioni cromatiche sono meno sfacciate e meglio contestualizzate. Le tre storie scorrono via bene, senza lentezze inutili e qusta volta riescono ad amalgamarsi meglio, in una narrazione generale coesa e mai davvero frammentaria; e Rodriguez non cerca di strafare, di attirare in tutti i modi l'attenzione del pubblico, riuscendo questa volta a non infastidire lo spettaotre come accadeva nel precedente "Machete Kills". Il risultato è quindi un pò freddo, ma comunque riuscito, se si esclude il finale frettoloso, quasi inutile nella sua ovvietà e fin troppo aperto.


O meglio: inutilmente aperto; visto che a causa del grosso (e tutto sommato immeritato) flop ai botteghini, sarà difficile vedere le mitiche sagome di Miller in una terza pellicola; e purtroppo, lo splendido "Hell and Back" a quanto pare non troverà mai una sua versione tridimensionale.

martedì 19 novembre 2013

Machete Kills

di Robert Rodriguez

con: Danny Trejo, Michelle Rodriguez, Amber Heard, Demian Bichir, Sofia Vergara, Charlie Sheen, Mel Gibson, Alexa Vega, Tom Savini, Marko Zaror.

Usa, Russia (2013)














Che il cinema "vintage-exploitation" sia uno dei fenomeni più genuinamente brutti visti nel cinema americano degli ultimi anni è al di là di ogni possibile dubbio; che pellicole come "Birdemic" (2010, più relativo sequel del 2013) o "Piranha 3D" (2010 anch'esso, con sequel nel 2012) siano brutte e pretenziose è palese e scontato; ciò che lo è meno è il modo in cui il fenomeno è nato; negli anni '90 esso esisteva sotto la denominazione di "Pulp" e si caratterizzava come forma di (spudorata) imitazione di un modello inarrivabile: il cinema colto e raffinato di Quentin Tarantino; ricreare lo splendido mix (postmoderno? personale? autoriale?) di cinema d'autore e reminiscenze "di genere" del grande artista americano era impossibile, ma molti presunti autori, ex videoclippari della prima ora, ci hanno comunque provato, chi con maggiore fortuna (Guy Rithcie), chi con molta meno (Stephen Kay et similia); la storia di come il Pulp si sia evoluto in quella forma estetico-stilistica sopracitata (ammesso che quello sia il suo nome... e dando per scontato che ne abbia persino uno) è arcinota: 11 anni dopo il bel "Dal Tramonto all'Alba" (1996), Tarantino e Rodriguez decidono di creare un nuovo omaggio al cinema di genere americano degli anni '70, questa volta alzando il tiro; nasce così "Grindhouse", film diviso in due episodi; "Planet Terror", di Rodriguez, è un onesto horror splatter che omaggia il cinema di Romero e Carpenter, aggiungendovi un gustoso sottotesto rivoluzionario; un episodio ingenuo, ma tutto sommato godibile, nel quale però si avverte un difetto fastidioso: la stanchezza nella regia di Rodriguez, che per la prima volta nella sua carriera usa un ritmo troppo lento per creare vera tensione, vanificando parte dell'efficacia della pellicola; tutt'altro discorso andrebbe fatto per "A Prova di Morte": sorta di monumento funebre al cinema di Tarantino, è di fatto la parodia del suo vecchio modo di intendere la Settima Arte, ove tutte le sue ossessioni tornano sotto forma di caricatura; di fatto il suo film peggiore, l'episodio rappresenta, al contempo, il viatico per la rinascita del grande autore, che da lì in poi inaugurerà una nuova fase della sua produzione artistica.


Ai botteghini "Grindhouse" fu tutto fuorchè un successo (il che spiega la divisione in due lungometraggi per la distribuzione europea), ma questo non gli ha impedito di forgiare una nuova schiera di autoruncoli gasati dall'uso di pellicole dai colori psichedelici, effetti speciali attaccati con photoshop e filtri granulosi per far sembrare le loro pellicole come uscite in un cinema di quart'ordine del 1974. Dalle ceneri del progetto nasce anche un nuovo franchise, quello di "Machete", l'eroe creato da Rodriguez per un fake trailer e promosso a protagonista assoluto di un lungometraggio nel 2011; "Machete" rappresenta la quint'essenza del "vintage-exploitation": volutamente sgrammaticato, pieno zeppo di errori da due soldi nella regia e nel montaggio, illuminato da una fotografia bruciata, girato in digitale ma riempito di filtri per imitare grana e saturazione della pellicola, ma anche ricolmo di un'ironia grottesca che lo porta a non prendersi mai davvero sul serio e graziato da un cast brillante, con un Danny Trejo per la prima volta protagonista assoluto di una pellicola creata su misura per lui; pellicola divertente, che non rinuncia ad ironizzare sulla politca americana e sull'immigrazione, per merito sopratutto di un redivivo Robert DeNiro che si diverte come un matto nel parodiare George W.Bush in quella che è, a tutti gli effetti, la sua ultima vera performance attoriale, "Machete" riusciva ad intrattenere nonostante la palese superficialità con cui Rodriguez dirigeva il tutto; superficialità che portava ad un ritmo fiacco e alla mancanza di veri momenti "cult" che permettessero al film di essere ricordato.


Con "Machete Kills" Rodriguez porta il concetto di "trailer esteso" al di là di ogni possibile immaginazione, tant'è che il film si apre con un trailer: quello del suo stesso sequel, annunciandoci fin dai primi secondi come di fatto esso "non finirà"; per l'ora e mezza successiva si assiste così ad una parata senza sosta di "scene madri", in cui l'iconico protagonista salta, combatte, mozza arti e teste ed esclama battutacce su sè stesso in terza persona; il tutto come se l'intera pellicola fosse, appunto, un trailer, ossia un concentrato di scene salienti atte a stuzzicare la curiosità del pubblico, ma gonfiato oltre misura. Il personaggio di Machete diviene così la quint'essenza dell'eroe action: bidimensionale nella caratterizzazione di "eroe buono al servizio del Presidente" (intrerpretato da Charlie Sheen, alias Carlos Estevez in omaggio alle sue origini messicane) e sopratutto immortale, Machete è il condensato di tutti i vari John Rambo, McClane et similia che si sono avvicendati sugli schermi americani nel corso degli ultimi trent'anni, il tutto bollito in salsa messicana e servito con un contorno di volti di noti che si prestano al gioco (tra le new entries Mel Gibson, oltre che lo stesso "Estevez" e Antonio Banderas) e donne fatali dal grilleto facile, tra le quali spuntano Amber Heard nei panni della parodia della "principessina bionda" e Sofia Vergara in quelli della vendicativa dominatrix armata di lingerie sputafuoco.


Eppure, in tutta la fanfara di esplosioni, inseguimenti, volti noti divertiti e curve sensuali c'è una nota stonata: manca fatalmente il divertimento; il luna park imbastito da Rodriguez e soci questa volta non emoziona, non diverte, in sostanza non intrattiene; l'ironia non riesce mai a strappare sorrisi, nemmemo quando si manifesta sotto forma di violenza grottesca e parodistica, i personaggi non suscitano simpatia nonostante la loro iconicità (su tutti il villain di Mel Gibson, sorta di cattivo alla James Bond con il potere della preveggenza) e l'azione, pur presente in forti dosi, non crea tensione né stupisce; il motivo della piattezza va cercato nello stile con cui Rodriguez si approccia alla sua "creatura": un divertimento totalmente personale, che non cerca mai la complicità del pubblico e che finisce per piegarsi su sè stesso, nell'autocompiacimento più puro e beota; in tutto questo non aiuta di certo la storia, sorta di rifacimento di "1997: Fuga da New York" (1981) in salsa chili mischiato con forti dosi di "007: Moonraker" (1979), tanto che sembra che l'autore voglia elevare il suo giustiziere di confine a nuovo James Bond messicano, dimenticando, fatalmente, la prima lezione da conoscere per creare un buon film di intrattenimento: divertire il pubblico prima ancora che i propri attori; e a poco serve infarcire il tutto con forti dosi di ironia atte a parodizzare le fonti di ispirazione: la mancanza di idee è palese, la voglia di creare una mitologia messicana con al centro il volto da duro di Trejo non è mai supportata dalla scrittura, tanto meno dalla regia, entrambi messe al servizio del puro divertimento personale del regista, che lungo l'ora e mezza di durata perde di vista ogni punto di riferimento (il cinema d'exploitation, l'action comedy, il western) e finisce solo con l'inanellare una serie infinita di scene senza senso e mai divertenti.


Inutile sottolineare come il fallimento dell'operazione sia un peccato: di fronte alla complicità di un cast iperbolico con al centro un caratterista del calibro di Danny Trejo, i numeri per una buona action-comedy c'erano davvero tutti.

venerdì 2 agosto 2013

Sin City

di Robert Rodriguez, Frank Miller, Quentin Tarantino

con: Mickey Rourke, Bruce Willis, Clive Owen, Jessica Alba, Benicio Del Toro, Jamie King, Rutger Hauer, Rosario Dawson, Nick Stahl, Josh Hartnet, Brittany Murphy.

Cinecomic/Noir

Usa (2005)
















Il Noir è cinema, il Noir è IL Cinema! Fin dagli albori della Settima Arte vi è stato un legame indissolubile tra essa e le storie di gangster suburbani, sbirri corrotti, femmes fatales ed omicidi efferati; da sempre appassionato di letteratura e pellicole hard boiled, Frank Miller traspone non solo l'impianto narrativo, ma anche, per la prima volta l'estetica del noir americano classico nel media fumettistico: nasce "Sin City", serie di graphic novel antologiche che omaggiano il mito del noir mediante storie borderline e personaggi archetipici che trovano la loro origine nella letteratura poliziesca e nei classici degli anni '40 e '50.


Pubblicato tra il 1991 e il 2000, "Sin City" si impone subito nel panorama del fumetto d'autore statunitense non solo per l'eccelsa qualità delle storie, ma sopratutto per il suo particolare stile grafico: personaggi ed oggetti sono figure bidimensionali, dalle forme spigolose e talvolta goffe, appiccicate su sfondi neri; l'effetto stilizzato richiama l'estetica forte e contrastata della fotografia dei gangster movie degli '40, ben adattandosi al carattere duro delle storie, le quali sono però ambientate in un mondo "contemporaneo", lontano da ogni forma di post-modernismo; ogni personaggio, in "Sin City", si rifà ad un archetipo della tradizione poliziesca: lo sbirro Hartigan, duro e inflessibile, è un aggiornamento del Sgt. Bannion de "Il Grande Caldo" (1953), lo sfortunato Dwight è la riproposizione in chiave pulp del Jeff de "Le Catene della Colpa" (1947), con il suo passato che torna a perseguitarlo fino a gettarlo in una spirale di violenza e morte, e l'energumeno Marv, d'altro canto, rappresenta una curiosa variante rispetto alla tradizione; grosso e poco scaltro, potrebbe essere un qualsiasi personaggio di secondo piano di qualsiasi hard-boiled di seconda categoria degli anni'70; il genio di Miller lo trasforma da gregario forzuto e imbecille a protagonista assoluto, magnetico e carismatico, della più classica storia thrilling alla Hitchcock, dove il protagonista viene suo malgrado coinvolto in un brutto affare mille volte più grande di lui; attorno a questi tre personaggi, protagonisti dei primi tre volumi della serie, si muove tutto un mondo di politici corrotti, poliziotti sadici, donne bellissime e letali, sangue, tradimenti, colpi di scena e chi più ne ha più ne metta; in 6 storie complete, più un mucchio di racconti brevi, Frank Miller usa la sua (Ba)Sin City per scandagliare ogni aspetto ed ogni declinazione del genere, per rinnovarlo, omaggiarlo, ibridarlo e, in definitiva, riproporlo di volta in volta in chiave originale, ma sempre conscio delle sue origini.


Nel trasporre su schermo le storie ideate da Miller, Rodriguez compie un'operazione inedita, fino ad allora; per prima cosa dirige il film assieme allo stesso autore, lasciando all'amico Quentin Tarantino la regia di un unica scena (lo spassoso dialogo tra Dwight e il cadavere di Jack); sopratutto, memore del "Dick Tracy" di Warren Beatty, decide di trasferire su schermo anche l'originale aspetto grafico delle tavole di Miller, basando le inquadrature talvolta sulle vignette, usate come storyboard; non solo: le storie non vengono riadattate (se non in minima parte), ma trasposte di peso su pellicola; il risultato è il primo vero cinecomic della storia del cinema, l'ibridazione perfetta e definitiva tra i due media.


Il risultato, però. non paga per tutti i 124 minuti di durata; le storie trasposte coprono i primi tre story-arc originali: "A Harsh Goddbye" dal n°1, "That Yellow Bastard" dal n°4 e "The Big Fat Kill" dal n°3, e già qui cominciano i primi problemi; se le storie di Marv e Hartigan sono narrazioni stand-alone facili da seguire, quella di Dwight altro non è che il seguito di "A Dame to Kill For", costituente il secondo volume della serie; il personaggio principale, così, si ritrova nei suoi soliloqui a fare riferimento a fatti riguardanti il suo passato difficili da seguire per chi non ha letto il fumetto originale. Le tre trame, inoltre, furono originariamente concepite da Miller per essere autoconclusive, ma Rodriguez decide, scioccamente, di incastrarle tra loro, forse per ricreare un affresco corale stile "Pulp Fiction" (1994); operazione non riuscita: la narrazione viene spezzata e frammentata, resa difficile da seguire nonostante l'uso dei salti temporali; le storie non si amalgamano mai in un unico racconto, finendo per divenire, talvolta, frammenti narrativi slegati e ricuciti alla bene e meglio, come nel caso dell'episodio-cornice, davvero inutile ai fini della narrazione.
Al di là delle questioni narrative, è il modo in cui le storie sono trasposte a destare dubbi; per ottenere la massima aderenza con il materiale di partenza (probabilmente sull'onda della polemica di quegli anni, che portava a criticare gli adattamenti dei fumetti mainstream come troppo distanti dalle rispettive controparti cartacee), Rodriguez segue pedissequamente ogni vicenda così come avviene sulle pagine del fumetto, non aggiunge nulla e toglie ben poco; il risultato è a tratti freddo e meccanico: benchè impostate come racconti filmici, le storie originali erano comunque concepite per essere lette su carta, si dipanavano mediante un uso massiccio della voce-pensiero che su schermo finisce inevitabilmente per infastidire, andando a depotenziare l'atmosfera cupa che gli autori vorrebbero intessere. Nella costruzione delle scene, inoltre, i due autori spesso sbagliano il ritmo, talvolta troppo lento (come nel finale del terzo episodio), talaltra troppo veloce (quello del primo), aumentando la distanza con il pubblico.


Benché l'emozione talvolta manchi, resta da ammirare il lavoro sull'estetica: i corpi degli attori donano tridimensionalità alle tavole originali e la bella fotografia in chroma-ray compie veri e propri miracoli cromatici; il bianco e nero viene alternato a sapienti sprazzi di colori che donano alla pellicola un look originale ed affascinante; il make-up sugli attori, inoltre, è sbalorditivo: Mickey Rourke è semplicemente uguale al Marv di "A Harsh Goodbye", così come Nick Stahl nei panni dell'orrendo "Bastardo Giallo"; ed è proprio il cast a regalare le sorprese maggiori: il terzetto di protagonisti Rourke-Owen-Willis è in parte ed affiatato, sopratutto il primo, che qui torna a vestire i panni del protagonista in una produzione di serie A dopo anni di oblio; magnifica anche la scelta dei comprimari: dalle sensualissime Jessica Alba e Rosario Dawson al viscido Stahl, passando per un Benicio Del Toro divertente e divertito.


"Sin City" è, in definitiva, una pellicola poco riuscita, ma interessante: la trasposizione meccanica delle storie non sempre funziona, ma riesce comunque a dimostrare come sia possibile portare su schermo un fumetto senza tradirne lo spirito estetico e narrativo; gli ottimi incassi trasformeranno ben presto l'intuizione di Rodriguez in una moda, basti vedere i successivi adattamenti di "300" (2007) e "Watchmen" (2009).