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mercoledì 19 giugno 2024

Lumberjack the Monster

Kaibutsu no kikori

di Takashi Miike.

con: Kazuya Kamenashi, Nanao, Riho Yoshioka, Keisuke Horibe, Minosuke, Shido Nakamura, Kyohiko Shibukawa, Shota Sometani, Reon Yuzuki.

Giappone 2023
















---CONTIENE SPOILER---

Cercare di dire qualcosa di originale con la tematica ultra abusata del serial killer è impresa ardua anche per un regista navigato come Takashi Miike e "Lumberjack the Monster" è il suo tentativo di far dire qualcosa di diverso, benché non proprio originale, alla solita storia su di un killer mascherato inseguito dalla polizia. Il risultato non è certo memorabile, ma neanche disprezzabile.




Akira Ninomiya (Kazuya Kamenashi) è un giovane e brillante avvocato, il quale nasconde un segreto oscuro: è uno psicopatico assassino. Assieme ad un collega medico, infatti, si diletta ad uccidere innocenti per poi usarli come cavie da laboratorio. Il paradosso è però dietro l'angolo: per la città è a piede libero un killer mascherato che lo aggredisce. Sopravvissuto all'attacco, Akira scopre di avere un chip impiantato nel cervello, che sembra limitarne l'empatia. Si mette così sulle tracce del suo assalitore, mentre la polizia si affida per il caso alla bella profiler Arashiko Toshiro (Nanao).




Un serial killer miete le proprie vittime ispirandosi ad una favola per bambini su di un mostro che si traveste da uomo; sembra quasi di leggere la sinossi del Monster di Naoki Urusawa, se non fosse che l'ultima fatica di Miike altro non è se non l'adattamento di un romanzo di Mayusuke Kurai, divenuto un best-seller in patria giusto qualche anno fa. L'influenza del prolifico mangaka si limita a solo qualche sparuto elemento, visto che per il resto "Lumberjack" è una storia con un significato in parte diverso: entrambe narrano di assassini seriali creati dall'uomo, anche questo è vero, ma la struttura e in generale la storia imbastita da Kurai e portata in scena da Miike è totalmente differente, restando in territori decisamente più convenzionali.




Lumberjack the Monster è il più classico thriller con elementi di whodunit che si possa immaginare, con tanto di red herring dato dall'agente Inue e risoluzione catartica con annessa spiegazione dell'antefatto. A mancare è solo il body-count, lasciato sempre fuori scena, con la narrazione che si focalizza principalmente sui personaggi e la tematica sempiterna del concetto di male umano.
Il conflitto è dato da Akira e il suo misterioso persecutore, ma alla base di tutto, in una mezza citazione de Il Gatto a Nove Code di Argento, c'è una ricerca scientifica che ha portato all'isolamento dell' "elemento nel male" presente nell'uomo, in questo caso un chip cerebrale che blocca le funzioni di empatia per arrivare a creare dei veri e propri assassini. Akira è uno di questi "killer fatti in casa", sopravvissuto da bambino ad una coppia di scienziati pazzi ossessionati dalla possibilità di curare il figlio affetto da devianze criminale.
Quello di Akira diviene così un inedito percorso di redenzione, che lo porta dall'essere un assassino spietato e egoista (come esplicitato nella prima scena) ad un uomo dotato di empatia che arriva persino a sacrificarsi per la donna che ama.
Una commistione, quella tra thriller classico e derive fantascientifiche, che finisce per ricordare un altro celebre adattamento al quale Miike ha lavorato, quello di MPD Psycho, ma dal quale si differenzia per un'atmosfera molto meno cupa e morbosa.




In questo coacervo di intuizioni interessanti e derivatività tangibile, il buon Miike fa il suo dovere usando una costruzione della scena che finisce per ricordare tanto cinema americano piuttosto che quello nipponico. La sua mano, semmai, si avverte nell'uso del montaggio sonoro, con il commento musicale che cala quando il protagonista viene distratto per sottolinearne lo stato di alterazione mentale, così come nella descrizione della villa nella quale l'esperimento si è consumato, vera e propria reminiscenza di tanto giallo gotico anni '70, che forse non sfigurerebbe nell'adattamento di qualche opera più mainstream di Edogawa Rampo.




Per il resto, "Lumberjack the Monster" è un thriller canonico e privo di veri punti di interesse, che Miike porta anche in scena con meno svogliatezza del solito, ma che non riesce mai a rendere davvero interessante.

lunedì 31 ottobre 2022

Audition

Odishon

di Takashi Miike.

con: Ryo Ishibashi, Eihi Shiina, Tetsu Sawaki, Jun Kunimura, Renji Ishibashi, Miyuki Matsuda, Toshie Negishi, Ren Osugi.

Giappone 1999
















L'apporto di Takashi Miike al filone J-Horror è spesso frainteso. Certo, ha sicuramente diretto quel "The Call", nel 2003 che, persino "graziato" da un remake americano, è un perfetto esponente dello stesso. Ma la vera pellicola con la quale Miike viene associato al fenomeno è "Audition", la quale, però, è uscita nel 1999, ossia giusto all'indomani del battesimo ufficiale della corrente e, soprattutto, con lo stesso non ha praticamente nulla a che vedere.
Non c'è una traccia sovrannaturale nella storia, non ci sono spiriti vendicativi dai lunghi capelli neri, tantomeno viene espressa una forma di disillusione verso l'uso della tecnologia. Al contrario, quella di "Audition" è una storia tremendamente umana, declinata come un thriller psicologico a tinte fosche, che si insinua nella vita di due personaggi borderline deviati.




Il progetto nasce in seno alla allora neonata Omega Projects, la quale cerca di salire agli onori delle cronache producendo un adattamento del libro omonimo di quel Ryu Murakami che si era fatto un nome da provocatore grazie a "Tokyo Decadence", che lui stesso aveva trasposto su pellicola nel 1992. Salito a bordo del progetto, Miike affida lo script all'amico Daisuke Tengan, a sua volta figlio di Shoei Imamura, ex sensei di Miike. La sceneggiatura risulta molto fedele alla fonte cartacea, ma al contempo dotata di una forte impronta originale.




Tokyo. A sette anni dalla scomparsa della moglie, l'editore ultraquarantenne Aoyama (Ryo Ishibashi) decide di voler trovare una nuova compagna. Con l'aiuto dell'amico Yoshikawa (Jun Kunimura), produttore cinematografico, organizza un provino per un falso film al fine di conoscere la donna più adatta. La sua attenzione viene calamitata fin da subito dalla ventiquattrenne Asami (Eihi Shiina), la quale sembra portare con sé un fardello di dolore troppo grande da sopportare.




Scisso in due parti distinte, "Audition" è il più classico "thriller psicologico", che Miike dirige con un pugno fermissimo. Nella prima parte seguiamo Aoyama nel suo approcciarsi ad Asami, gli incontri con i due, i dialoghi che ne costruiscono la caratterizzazione. La ragazza, giovane e bella, porta con sé una cifra oscura, data dalla veste bianca (simbolo di morte nella tradizione nipponica), ma anche dalla bellezza etera e vagamente sinistra di Eihi Shiina. Nella seconda si assiste al mistero sull'effettiva identità di Asami. Al cambio di tono, cambia in parte lo stile: la camera a mano e le luci naturalistiche lasciano spazio ad una costruzione dell'immagine ricercata e stilizzata, immersa in colori surreali, comunicando una sensazione onirica.




Quello di "Audition" è un percorso espressionista. Il punto di vista è in realtà saldamente ancorato al personaggio di Aoyama e la sua è una discesa nei meandri più neri della paranoia. Corroso dalla solitudine, decide di rifarsi una vita e l'incontro con una ragazza giovane, bella e matura causa una frattura psichica che porta a galla una serie di sensi di colpa mai soppressi.
In primis quello verso la moglie, che sente di tradire nonostante il gap dalla sua dipartita. In secondo verso la sua assistente, che forse ha precedentemente concupito e abbandonato o forse no, forse è solo cosciente delle sue attenzioni che puntualmente ignora. In ultimo verso la compagna del figlio, anch'ella giovane e bella, con la quale vorrebbe segretamente avere un rapporto sessuale.
Il che porta ad una proiezione verso Asami, quella ragazza anch'ella vittima (anche solo in teoria) di un raggiro, una manipolazione. La storia della ragazza, con gli abusi fisici da parte delle figure maschili, può essere vera o meno, ben può essere una semplice rielaborazione del senso di colpa generato non solo dal modo in cui Aoyama l'ha conosciuta, ma anche e soprattutto dalla differenza di età tra i due.




Il che porta alla violenza, alla dolorosa sequenza della tortura, a quel dolore fisico che diviene vendetta di una ragazza che ha sempre sofferto e che ora restituisce quel dolore al mittente. O anche la materializzazione di quel senso di colpa tramite una vendetta violenta da parte di quel genere femminile da sempre sfruttato.
Il che rende "Audition" non un film misogino, tantomeno misandrico, nonostante le critiche che negli anni gli sono piovute addosso. Non c'è una critica verso una donna che (forse) ha un'indole violenta, né un atto d'accusa vero e proprio verso un maschio manipolatore. Il lavoro di caratterizzazione è più sottile, meno diretto e per questo più efficace: c'è semplicemente la consapevolezza di come una coscienza non linda possa generare un delirio autodistruttivo. E la forza del film sta proprio nel non dare risposte sull'effettiva realtà degli eventi: benché Miike stesso abbia ammesso come la sequenza finale sia reale, dal corpo del film è davvero difficile evincere quale sia la realtà, quale sia frutto di un delirio, se la tortura o quel risveglio nel mezzo degli eventi.




La forza del film è in fondo tutta qui, in una componente ambigua affascinante fino all'ipnotico. Oltre al mestiere di Miike, il quale firma una delle torture più dolorose mai apparse su schermo, sapendo dosare con maestria il ritratto diretto all'implicazione, lavorando tanto di sottrazione quanto di eccesso.
Il resto, come si suo dire, è Storia: è da qui che il mito del regista ha inizio, soprattutto sul piano internazionale. E, sconcertati dalla visione, James Wan e Eli Roth si ispireranno a lui (da cui la comparsata in "Hostel") per dar vita a quel filone che sarà definito come "Torture Porn".

martedì 23 giugno 2020

As the Gods Will

Kamisama no iu tôri

di Takashi Miike.

con: Sota Fukushi, Nao Omori, Ryunosuke Kamiki, Mio Yuki, Lily Franky.

Grottesco

Giappone 2014















Un folle gioco che ha in ballo la vita di un pugno di giovani, sottoposti a prove senza senso per il solo gusto di vederli fallire o, per quei pochi che ci riescono, a sopravvivere affetti da un PTSD che non ha nulla da invidiare a quello di un qualsiasi soldato sopravvissuto ad un massacro bellico. In sintesi, questa è la metafora che "As the Gods Will" porta con sé, nulla più e nulla meno di una rivisitazione del "massacro scolastico" che molte altre opere nipponiche hanno portato alla ribalta. Torna alla mente, per forza di cose, "Battle Royale", sia nella sua versione cartacea anarchica e compiaciuta ad opera di Koushun Takami, sia nella sua veste più ragionata portata su schermo dal compianto Kinji Fukasaku.
E il manga scritto da Muneyuki Kaneshiro e disegnato da Akeji Fujimura ha più di un debito di ispirazione verso l'opera di Takami, così come verso il "Gantz" di Hiroya Oku, dal quale riprende il gusto crudele per lo splatter grottesco urlato in faccia al lettore.




Debiti di ispirazione che pur tuttavia non gli impediscono di essere efficace: c'è qualcosa di perfettamente bilanciato e veritiero nella parafrasi del sistema scolastico come quello di un gioco infantile piegato verso il gore dove ogni studente è in lotta con gli altri e con i propri limiti, per sopravvivere al quale sono necessarie abilità fisiche, intellettive e, alla fin fine, anche un po' di sana fortuna. Da qui, l'odissea di Shun Takahata, della e inossidabile Ichika e del crudele Amaya diviene perfetta rilettura di una realtà priva di rimorsi, nella quale l'unica ricompensa per i sopravvissuti è quella di divenire punto di riferimento per masse isteriche in cerca di una guida, di quel favore degli dei che identificano, in prima istanza, con la classe dirigente.




Ed una storia del genere, con il suo mix di atrocità talvolta gratuite e sincero sentimentalismo, calzava alla perfezione per Takashi Miike, scelta d'obbligo per la sua traspoizione su Grande Schermo, non per altro vista la sua capacità di creare in poco tempo un adattamento fedele alla fonte d'origine anche se talvolta non memorabile (si vedano in proposito "Blade of the Immortal" e, sopratutto, la deludente trasposizione di "Le Bizzarre Avventure di JoJo"). "As the Gods Will", per fortuna, risulta più riuscito di molte altre trasposizioni curate da Miike e, nonostante qualche difetto di scrittura, si impone anche su pellicola come una metafora riuscita e dirompente.




Shun Takahata (Sota Fukoshi) è uno studente nella media, afflitto però da una noia compulsiva riguardo alla routine che la vita da studente impone, il quale prega Dio affinché qualcosa di eccitante avvenga nella sua vita. E se, come dice il detto, bisogna stare attenti a ciò che si desidera, il suo desiderio si avvera nel peggiore dei modi possibili: una mattina, la testa del suo professore esplode durante una lezione e al suo posto compare una strana bambola daruma senziente che comincia a "giocare" con la classe. In una versione perversa del classico "un, due, tre- stella!", la bambola fa esplodere la testa di chiunque si muove quando posa il suo sguardo sulla classe. E questo non è che l'incipit di una serie di giochi al massacro che includono un gatto maneki-neko antropofago, delle bamboline koeshi che giocano a mosca cieca facendo a pezzi chi sbaglia ed un orso polare che fiuta le bugie e schiaccia chi è in fallo.




La morale è semplice: nella società nipponica, allo studente viene chiesto di emergere a discapito del prossimo. Ciò può avvenire in modo empatico, come fa Shun, che si prodiga verso i compagni; oppure in modo sociopatico, come fa Amaya, che invece disprezza i compagni e gioisce nel vederli morire, credendosi moralmente ed intellettivamente superiore a loro. In un modo o nell'altro, è il nichilismo a trionfare: solo i migliori arrivano alla vetta e non c'è salvezza per chi resta indietro.
La sceneggiatura riesce tutto sommato bene nel condensare in meno di due ore i cinque tankobon della prima serie del manga. Particolarmente riuscito è l'arco narrativo di Shun, che da annoiato altruista divine, nell'epilogo, un disilluso nichilista. Molto più blanda è, purtroppo, la caratterizzazione dei comprimari, ascrivibili a ruoli predeterminati e stereotipati. Allo stesso modo, alcune sottotrame (quella del clochard e quella dell'otaku) non trovano adeguata risoluzione. Ma la narrazione funziona e la metafora anche, rendendo questo adattamento riuscito.




La regia di Miike alterna trovate ispirate a passaggi più distratti. Particolare cura, ovviamente, viene riservata alle sequenze dei giochi; ma la tensione talvolta viene allentata troppo, come in quella del gatto, troppo altalenante nella costruzione. Tutto sommato, la sua mano resta comunque ferma e riesce a spiazzare a dovere quando serve.




"As the Gods Will" riesce lì dove "Il Canone del Male" aveva fallito, configurandosi come un'opera imperfetta ma altrettanto riuscita, una metafora, già forte sulla carta, che su schermo diviene genuinamente disturbante e incredibilmente azzeccata. 

mercoledì 3 giugno 2020

Il Canone del Male

Aku no kyôten

di Takashi Miike.

con: Hideaki Ito, Takehiro Hira, Takayuki Yamada, Mayu Matsuoka, Fumi Nikaido.

Giappone 2012

















---CONTIENE SPOILER---


Il sistema scolastico giapponese è tra i più rigidi e selettivi al mondo; una vera e propria "società nella società" dove gli alunni sono chiamati a competere sia tra di loro che con loro stessi per automigliorarsi sino alla perfezione, requisito necessario per accedere alle università più prestigiose (su tutte quella di Tokyo, la famosa Todai) e sperare di entrare a far parte della classe benestante.
Un tale incubo formativo ha ispirato molti autori, mossi da un profondo senso di disgusto verso un sistema che de-personalizza e de-umanizza la persona sin dall'infanzia. L'esempio più fulgido è il "Battle Royale" che su schermo porta la firma del compianto Kinji Fukasako, dove una classe del liceo viene selezionata per un gioco al massacro dove può esserci un solo sopravvissuto-vincitore.
Takashi Miike, dal canto suo, non è certo rimasto insensibile alle tematiche della formazione e dell'adolescenza; molte delle sue opere hanno come sfondo per l'appunto l'età adolescenziale, fatta di teneri amori, furiose risse e compiti in classe; ma sono due le sue opere che, in particolare, cercano di mettere a nudo la mostruosità del sistema scolastico nipponico: "As the Gods will" e "Il Canone del Male".



Partendo da quest'ultimo, il quale è anche il più difficile da considerare, vede al centro dell'azione un professore di inglese Hasumi (Hideoki Hito), lontano da ogni stereotipo: bello, brillante, giovane e benvoluto, nasconde in realtà uno sconvolgente segreto; nel suo profondo, è infatti un assassino assetato di sangue, il quale comincia a perseguitare i propri studenti sino ad arrivare ad uno spettacolare massacro a scuola.




Miike divide il film in due parti antitetiche e complementari. La prima è un thriller psicologico, dal ritmo meditabondo, dove la violenza resta fuori scena. La morte irrompe veloce e lascia poche tracce, focalizzandosi su personaggi in teoria scomodi, che vengono puniti dal professore assassino con metodi sottili e efficaci.
La seconda è un infinito massacro che coinvolge il resto della classe, dove il protagonista, come il killer di uno slasher, massacra le proprie vittime con un fucile all'interno della scuola deserta.
A fare da spartiacque tra i due tempi, un flashback-allucinazione che dà forma alla devianza interna di Hasumi.




Il risultato, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, è freddo: non si prova empatia né per l'assassino, in teoria giustiziere, né per le sue vittime, prive di caratterizzazione. La morte è spettacolare, enfatizzata da un abuso del sangue, il quale scorre a decalitri su schermo, ma lascia senza emozioni, essendo impossibile empatizzare per le situazioni su schermo. Miike cerca anche di inserire un contesto politico più ampio, mettendo in gioco la tradizione americana fatta di violenza, omicidi seriali e necrofilia, ma il messaggio appare blando e, sopratutto, codardo, quasi a voler scaricare la responsabilità della violenza su di un fattore esterno alla società, quando è, in realtà, la società stessa a generare la violenza. Persino il ricorso al simbolismo del "fucile mutante", reminiscenza cronenberghiana della devianza psichica che si fa tumore della carne, appare piatta e priva di vero significato.
La storia fallisce così nell'intento di prefigurarsi come metafora, restando inerte e, paradossalmente, innocua, poiché totalmente adagiata su sé stessa.




Se sulla carta "Il Canone del Male" è un'opera sconvolgente, nei fatti è un semplice esercizio di stile privo di mordente, dal grande potenziale, il quale viene però sprecato dalla mancanza di incisività. Resta tuttavia una testimonianza essenziale come potenziale atto d'accusa contro il sistema formativo nipponico, il quale comunque ne esce con le ossa rotte, sebbene non quanto avrebbe dovuto. Oltre ad essere, in definitiva, il film più cattivo di Miike.

lunedì 21 maggio 2018

JoJo's Bizarre Adventures- Diamond is Unbreakable Chapter 1

JoJo no kimyô na bôken: Daiyamondo wa kudakenai - dai-isshô

di Takashi Miike.

con: Kento Yamazaki, Ryinosuke Kamiki, Nana Komatsu, Yusuke Iseya, Jun Kunimura, Masaki Okada, Mackenyu Nitta, Takayuki Yamada.

Fantastico/Azione

Giappone 2017













Nel panorama del fumetto mondiale, non esiste davvero un' altra opera come "Le Bizzarre Avventure di JoJo", lo stralunato manga di Hirohiko Araki cominciato nel 1987 e tutt'oggi in corso di pubblicazione, che negli anni è stato anche il manga più venduto di sempre.
Un'opera definibile solo come "bizzarra", appunto, situata com'è tra la parodia, la commedia demenziale, horror e thriller, infarcita da un singolare senso dell'avventura e di combattimenti al fulmicotone, "JoJo" può rientrare tranquillamente nella categoria del "battle shonen", risultando come uno dei più belli, di sicuro il più originale di sempre. Merito del suo autore e della sua immensa capacità di ricreare, di serie in serie, la sua opera in modo sempre fresco e sgargiante.




"JoJo" nasce però come un semplice fumetto d'azione; la prima serie, "Phantom Blood", introduce il protagonista Jonathan Joestar, rampollo dell'omonima famiglia nobile inglese, che verso la fine del XIX secolo deve confrontarsi con il fratellastro Dio Brando, ambizioso popolano adottato dai Joestar, cattivo fin nel midollo ed intenzionato ad impadronirsi della fortuna della famiglia; questo finchè non fa irruzione il fantastico: a causa della maledizione di un'arcana maschera di pietra, Dio diventa un vampiro e JoJo, assieme al barone Zeppeli, all'ex tagliagole Speedwagon e ad un pugno di combattenti, inizia una crociata per distruggerlo.




In questa sua prima incarnazione, "JoJo" è poco più di un battle shonen caratterizzato da un tratto ipermuscoloso (simile a quello di Tetsuo Hara), colori innaturali (ispirati alle opere di Gauguin), una vagonata di citazioni dal mondo della musica ("Zeppeli" da Led Zeppelin, ma anche JoJo come nella canzone dei Beatles, Tom Petty e Dio Brando come Marlon Brando e Ronnie James Dio) e da combattimenti di buon livello: l'uso delle "onde concentriche" permette ai personaggi di compiere azioni spettacolari, garantendo una buona dose di intrattenimento. Ma il meglio arriva alla fine: con un colpo di scena spettacolare, Dio riesce in extremis a sconfiggere Jonathan, il quale muore a fine serie. A continuare le bizzarre avventure ci penserà così suo nipote Jospeh, la cui storia è ambientata durante la II Guerra Mondiale. Ed è qui che sta un'altra trovata geniale di Araki.




Ogni serie ha un protagonista ed un'ambientazione diversa. Rifacendosi alla saga de "Il Padrino", l'autore decide di mettere al centro della narrazione la famiglia Joestar, con un protagonista nuovo di volta in volta ed il protagonista della serie precedente nei panni di comprimario. La seconda serie, "Battle Tendency", inaugura anche un altro tratto essenziale del manga: i poteri limitati dei protagonisti. Contrariamente a quelli di "Dragon Ball" e "Naruto", i personaggi di "JoJo" hanno un move set limitato quasi fino all'essenziale, il che forza Araki a concepire soluzioni sempre fresche per i combattimenti; da antologia, in tal caso, in questa seconda serie è il confronto finale, che inizia con una sfida di corsa alle bighe.




Con la terza serie, "Stardust Crusaders", arriva anche il successo globale; protagonista è Jotaro Kujo, nipote di Joseph Joestar, che ritorna come comprimario, il quale scopre di avere un potere speciale: uno spirito combattivo che lo protegge, detto "stand"; ed è quest'ultima trovata che dona ulteriore originalità al manga, oltre ad essere stata plagiata ed omaggiata in centinaia di altri fumetti; ogni personaggio ha ora un suo stand, il quale ha massimo due attacchi, cosicchè la strategia del combattimento diviene essenziale e le battaglie divengono di conseguenza ancora più spettacolari. "Stardust Crusaders" è anche la serie più lunga, oltre a quella in cui il senso di esotismo si fa più marcato, essendo strutturato come un lungo viaggio verso Il Cairo, dove un redivivo Dio Brando attende i protagonisti. Ed è sempre qui che l'umorismo si fa più marcato, trasformando a tratti il tutto in una sorniona parodia di "Hokuto no Ken".




Trasposto in animazione per la prima volta negli anni '90, "JoJo" è un franchise che non conosce il tramonto, tanto che la nuova serie anime, prodotta a partire dal 2012 dallo studio David, ha dato ancora più esposizione ad una saga già amatissima. Da qui l'idea di trasporre al cinema le avventure della famiglia Joestar. 
Curiosamente, per l'adattamento, si è scelto di non trasporre "Phantom Blood", nè la più celebre "Stardust Crusaders" o una delle serie più recenti, bensì "Diamond is Unbrakable", quarta serie, con protagonisti Josuke Higashikata, figlio naturale di Joseph Joestar, e Jotaro Kujo. Il perchè è in realtà facilmente intuibile: è ad oggi una delle poche ad essere ambientata totalmente in Giappone, nella immaginaria cittadina di Morioh, rendendo le riprese più semplici.
E per trasporre un manga folle e ameno come "JoJo", forse non esiste miglior regista di Takashi Miike, il quale, fedele al suo stile, traspone in modo letterale lo stile di Araki su schermo.



Miike come sempre opta per un approccio del tutto fedele alla controparte cartacea: il design di tutti i personaggi è pressocchè identico a quello che hanno nel manga; il tono, tuttavia, è più serio, privo di quell'umorismo demenziale che rendeva davvero riuscita l'opera di Araki.
La rilettura di fatti e personaggi, ad ogni modo, non manca: largo spazio viene dato al rapporto tra Josuke ed il nonno poliziotto (interpretato dal grande Jun Kunimura) e la crescita del protagonista risiede proprio nella sua ammirazione per il genitore surrogato.


Per il resto si ha una trasposizione del tutto fedele delle pagine del manga: torna il serial killer Angelo, così come il comprimario Koichi e l'inquietante Yukako. Peccato che la storia si fermi esattamente a metà degli eventi: non c'è praticamente nessuna traccia di Kira Yoshikage, l'assassino seriale ispirato al Duca Bianco di David Bowie che tanto filo da torcere dà ai Joestar; tutta la trama è così spezzata in due, prima dal confronto con Angelo, poi con i fratelli Nijimura, con il mcguffin dell'arco che crea gli stand user a fare da collante.


E la natura episodica del film non permette allo spettatore occasionale di goderne a pieno: troppi gli interrogativi lasciati in sospeso, primo fra tutti quello sul mcguffin stesso, del quale non viene data la benchè minima spiegazione; così come sono spariti tutti i riferimenti a Dio e alle battaglie precedenti.
Su tutto è però la regia di Miike a lasciare perplessi: come spesso accade in quest'ultima fase della sua carriera, si limita a dirigere tutto con il pilota automatico, senza guizzi né virtuosismi di sorta, appiattendo il tutto.


Non stupisce, di conseguenza, la pessima accoglienza che la pellicola ha avuto in patria, rappresentando ad oggi l'unico vero flop del brand di "JoJo". Il che è, in fondo, anche un peccato: un secondo capitolo delle avventure live action di Josuke ben avrebbe potuto rimediare agli errori di questa prima incarnazione. E Miike aveva davvero tutte le carte in regola per rendere l'adattamento delle follie di Araki davvero memorabile.

martedì 25 luglio 2017

Yakuza Apocalypse

Gokudo Dainsensou

di Takashi Miike.

con: Yayan Ruhian, Lily Franky, Yuki Sakurai, Denden, Pierre Taki, Yoshiyuki Morishita, Riko Narumi, Reiko Takashima, Hayato Hichihara.

Grottesco/Azione/Splatter

Giappone, Francia 2015














Con 102 regie accreditate, Takashi Miike potrebbe tranquillamente superare il record di Jesus Franco (quota 203) e divenire il regista più prolifico della Storia; un autore nel senso pieno del termine, dotato di uno stile proprio e che affronta spesso un pugno di tematiche solide (il concetto di famiglia, la solitudine e la frustrazione dell'uomo moderno, la perversione come forma di affermazione individuale), fautore di alcuni tra i cult più importanti che la storia recente del cinema giapponese annoveri, quali "Ichi the Killer" (2001), "Visitor Q" (1998) e "Audition" (1999).
Eppure, da qualche anno a questa parte la sua stella sembra essersi in parte eclissata; ottenuto il consenso della critica e del pubblico con il capolavoro "13 Assassini" nel 2011, Miike dirige qualche mese dopo un altro remake, questa volta del classico "Hara-Kiri- Death of a Samurai" (1962) ed in 3D, raccogliendo nuovamente consensi unanimi (praticamente gli ultimi),  per poi dedicarsi quasi esclusivamente a portare su schermo adattamenti di manga, anime e videogame caratterizzati da un'adesione estetica totale alle fonti, dove però il suo stile si annacqua, non riuscendo a cogliere nel segno, né a graffiare o stupire. Ed essendo il suo prossimo film in uscita l'adattamento del cultissimo "Le Bizzarre Avventure di JoJo" di Hirohiko Araki, questo trend appare purtroppo ancora vivo.
Sinonimo perfetto di questa sua perdita di grazia è "Yakuza Apocalypse", progetto che, sulla carta, avrebbe anche molti punti in comune con i suoi film del passato, in particolare "Fudoh- The New Generation" e la trilogia di "Dead or Alive" per il modo in cui contamina lo yakuza-eiga con generi, filoni ed intuizioni del tutto eterogenee fino a creare un risultato folle eppure controllatissimo, ma che questa volta non riesce mai a cogliere nel segno.




Gli yakuza di "Apocalypse" sono creature a parte, che si distinguono dagli ordinari "civili", come mostri fantastici, tant'è che tra le loro fila appaiono persino un kappa e, sopratutto, vampiri; il mafioso viene visto come un predatore, un succhiasangue appunto, che si ciba degli altri esponenti della società e che senza di questi non può sopravvivere.
Ma lo yakuza è anche uomo d'onore, dotato di un proprio codice morale; ecco dunque il boss Makiura (Lily Franky), vampiro che domina i suoi istinti e controlla il suo quartiere come un monarca illuminato, amato dai cuoi "civili"; finché i membri più in alto dell'organizzazione, guidati da un prete assassino (Ryushin Tei) reminiscenza del "Django" di Franco Nero, non decidono di massacrarlo. Spetterà quindi al suo secondo, Kgeyama (Hayato Ichihara), vampirazzato in punto di morte, vendicarlo.




La cellula yakuza o comunque criminale come nucleo familiare era stato uno dei temi portanti della filosofia miikiana in molti suoi film; oltre ai citati "Fudoh" e "Dead or Alive", Miike ne dava una descrizione simile anche in "Deadly Outlaw Rekka" e sopratutto "Kikoku- The Yakuza Demon"; in "Yakuza Apocalypse", invece, il rapporto paterno tra il boss e Kageyama viene dato per scontato: la sua vendetta è azione meccanica posta in essere solo ed esclusivamente perché viene ordinata.
Allo stesso modo, l'uso del vampirismo come metafora di un'organizzazione che vive alle spalle della società come un parassita viene sprecato e non assurge mai a metafora portante.
Messa da parte ogni possibile lettura ed interpretazione metaforica, "Yakuza Apocalypse" finisce per essere un puro esercizio di stile, dove Miike si diverte ad usare il registro grottesco per colorare il genere. Peccato che anche così il film funzioni pochissimo.




Il ritmo è inutilmente stantio: poco o nulla viene raccontato nelle quasi due ore di durata, il ritmo stesso delle singole scene viene dilatato inutilmente, in un rimando costante dell'azione che non crea tensione, né ammalia. Il grottesco si stempera dinanzi ad una conduzione fin troppo seria di una storia arida, priva di mordente e caratterizzata da personaggi piatti.
Quando il colpo di genio fa capolino, è già troppo tardi. L'introduzione del personaggio più folle, il karateka terrorista vestito da rana, avviene nell'ultimo atto e, benché sfruttato a dovere, non colpisce quanto dovrebbe. Ma resta lo stesso la migliore intuizione del film, il che è dire tutto.




Non c'è vera voglia di spiazzare, né di stupire, tantomeno di coinvolgere. Miike dirige tutto con il pilota automatico e a causa della piattezza dello script, la noia fa spesso capolino; persino durante l'ultimo atto, dove i combattimenti folli mancano di pathos a causa della piattezza delle caratterizzazioni.
Alla fine, "Yakuza Apocalypse" si lascia notare unicamente per un paio di trovate simpatiche (i vampiri, la rana, il cervello fuso della yakuza donna che cola dalle orecchie) che, tuttavia, messe al servizio di una storia inesistente e di personaggi monocorde, finiscono per divenire colore inutile su di una tela bucata, perfetto esempio dell'incapacità dell'autore di esprimersi con quel registro e quel "genere" che una volta dominava perfettamente.

giovedì 19 settembre 2013

Ichi the Killer

Koroshiya 1

di Talashi Miike

con: Shinya Tsukamoto, Tadanobu Asano, Nao Omori, Alien Sun, Susumo Terajima, Hiroyuki Tanaka, Shun Sugata.

Giappone (2001)
















Oggi come oggi appare scontato da sottolineare, ma chiunque si sia mai approcciato al mondo del fumetto nipponico, ha avuto modo di constatare, con immenso stupore, l'abissale differenza tra questo e il più blando fumetto occidentale; "blando" poichè nelle sue incarnazioni mainstream, il fumetto occidentale è formato da opere destinate più che altro ad un pubblico di bambini/adolescenti, incrostato da tendenze e mode vecchie di quasi un secolo (si, i supereroi), stili superati (l'episodico), storie superficiali e tutta una serie di tabù a livello tematico che ne castrano ogni aspirazione "alta"; tant'è che i migliori esiti si sono avuti nelle correnti underground o grazie a singoli autori dal talento immane.
Situazione totalmente diversa si ha in Giappone, dove la differenza tra fumetto commerciale ed opera d'autore è pressocchè inesistente: ogni autore scrive le storie e le disegna in completa libertà, non vi sono restrizioni tematiche (salvo per quel che riguarda i singoli editori), il che porta il media fumettistico ad abbracciare un bacino d'utenza più vasto ed eterogeneo; la narrazione seriale, inoltre, permette agli autori di creare opere complete ed articolate, che non si limitano a semplici "avventure", ma che abbracciano intere saghe, complete di inizio, svolgimento ed epilogo.



Il grande vantaggio del fumetto nipponico sta nella varietà di storie, dovuto appunto alla mancanza di tabù: esistono fumetti per adolescenti così come per adulti, opere che fanno dell'impegno civile e intellettuale il loro punto di forza, così come manga totalmente basati sull'exploitation di sesso e violenza; in un'ideale via di mezzo tra queste due tendenze si situa "Ichi the Killer", manga di Hideo Yamamoto serializzato in patria nel 1998, la cui pubblicazione scioccò l'opinione pubblica al punto di vietarne la diffusione in alcune zone del paese; "Ichi" è un fumetto che può essere etichettato solo con l'abusato termine "pulp", una storia di violenza e sulla violenza, crudo oltre i limiti dello splatter, caustico e totalmente cinico.
Il mondo di "Ichi" è quello del sottobosco della yakuza di Shinjuku, il quartiere più malfamato di Tokyo, nel quale si muovono una serie di figuri loschi e pericolosi; un gruppo di ex yakuza ora reietti, guidati dall'anziano Jiji (letteralmente "il vecchio"), intraprende una lotta serrata con il clan del boss Anjo; la loro arma segreta è un ragazzo di nome Ichi: all'apparenza sereno e gioviale, Ichi è in realtà un killer psicotico, la cui frustrazione psichica e sessuale (dovuta agli atti di bullismo subiti durante l'infanzia), esplode ferocemente su chiunque gli si pari innanzi; eliminato il boss Anjo, è il suo secondo, il giovane criminale masochista Mabo Kakihara a dover fronteggiare Jiji e i suoi, in particolare Ichi, del quale ammira la carica distruttiva.
Opera controversa, quella di Yamamoto, che cerca di dare uno spaccato credibile della devianza sessuale che genera nel sadomasochismo, ma che si perde nella contemplazione compiaciuta delle sue stesse immagini scioccanti; la violenza, mischiata alla componente sessuale, fa spesso capolino nelle tavole iperrealiste ed incredibilmente espressive, ma è quasi sempre fine a sé stessa, usata con il mero scopo di dare al lettore quanto più sangue possibile, rendendo la lettura spesso piatta, oltre che inutilmente fastidiosa.
Le polemiche dovute ai temi trattati e all'estrema violenza grafica garantirono il successo del manga, tant'è che nel 2001 questo viene trasposto su schermo nientemeno che da Takashi Miike: "Ichi the Killer", nelle mani del geniale regista, da semplice racconto pulp diviene un saggio sulla violenza insita nella mente dell'uomo, potente ed efferato, ma, a differenza della sua fonte, mai davvero compiaciuto.




Adattando i personaggi di Yamamoto su schermo, Miike ne cambia la caratterizzazione; Ichi non è più un semplice adolescente frustrato, ma un sociopatico totalmente represso e sottomesso; la frustrazione sessuale si salda totalmente alla vena sadica ed ogni lato positivo della sua personalità viene cancellato; Ichi diviene così l'emblema del lato più distruttivo della psiche, che gioisce nell'infliggere dolore al punto di provare piacere fisico; Kakihara, d'altro canto, incarna il lato masochistico, che prova piacere dall'estremo dolore autoinflitto; il confronto tra i due è totale: come esplicitato dallo stesso Kakihara, ogni uomo ha un lato sadico ed uno masochista, il cui scontro porta alla distruzione totale della mente e del corpo. Due lati, due facce della stessa medaglia che Miike fonde nel personaggio di Kaneko, poliziotto reietto dapprima schifato dalla violenza, ma che più avanti non si fa scrupoli a torturare ed uccidere innocenti pur di ritrovare il boss scomparso.




La violenza è la vera protagonista del film; una violenza estrema, ai limiti del parossistico, fatta di corpi sventrati, braccia staccate di netto, persone divise in due come puzzle di carne, occhi tumefatti e lingue amputate; Miike non nasconde nulla: mostra ogni eviscerazione in modo crudo e diretto.
Tuttavia, la violenza non è usata per scopi spettacolari: ogni efferatezza mostrata altro non è che l'espressione della devianza dei personaggi, della loro intrinseca cattiveria e per questo della perversione insita nell'uomo; non c'è divertimento vero nel mostrarla nemmeno nei passaggi più grotteschi: la violenza è sempre sgradevole, ai limiti del rivoltante, mai ludica; ogni arto mozzato è accompagnato da grida di dolore, ogni colpo immerso nelle lacrime dell'assassino e della vittima; Miike non celebra la violenza, si limita a mostrare l'abisso più nero dell'animo umano, a guardarlo in faccia con un tono farsesco solo in apparenza; sotto la coltre di cattiveria gratuita, vi è la volontà di un autore di mostrare quanto di più cattivo vi sia nell'uomo, senza giudicarlo, ma eviscerandolo (è proprio il caso di dirlo) come un chirurgo.




E nel ritrarre le devianze dei personaggi, Miike adotta uno stile virtuosistico e spettacolare, fatto di accellerazioni, distorsioni, sequenze oniriche e dettagli disgustosi; la messa in scena diviene manifesto dei temi trattati: folle e disgustosa, ma al contempo perfettamente orchestrata ed affascinante.




Il personaggio di Ichi viene letteralmente cucito addosso a Nao Omori, attore dall'espressività sbalorditiva, il cui volto da bambino rende il killer sadico ancora più disturbante; il folle Kakihara ha invece il volto del mitico Tadanobu Asano, che gli conferisce un carisma inedito in quella che è la sua interpretazione più celebre; per il ruolo di Jiji, Miike chiama l'amico Shinya Tsukamoto, scelta a dir poco azzeccata: il cantore della distruzione della carne è semplicemente perfetto nel ruolo del mentore, il cui volto inflessibile nasconde un lato violento e manipolatore che Tsukamoto incarna senza strafare, rimando sempre tra le righe.




Sadico come i suoi personaggi, cattivo fin nel midollo, "Ichi the Killer" è un capolavoro di psicoanalisi e splatter, un coacervo delle ossessioni più inconsce ed oscene dell'essere umano frullato e servito in una veste affascinante; disgustoso e per questo perfettamente riuscito.

martedì 10 settembre 2013

Zebraman

di Takashi Miike


con: Shò Aikawa, Kyòka Suzuki, Atsuro Watabe, Yui Ichikawa, Koen Kondo, Naoki Yasukochi, Makiko Watanabe.


Fantastico/Grottesco/Supereroistico


Giappone (2004)














---SPOILERS INSIDE---


Prima degli adattamenti di "Watchmen" (2009) e "Kick-Ass" (2010) e dei semi-parodistici "Defendor" (2009) e "Super" (2010), è stato il geniale regista giapponese Takashi Miike a portare su schermo la figura del super-eroe "ordinario" ed inserito in un contesto quotidiano, con "Zebraman", finto adattamento di una vecchia serie televisiva del Sol Levante ed omaggio alla figura supereroistica Made in Japan.




Shin'Ichi Ichikawa (Shò Aikawa) è un maestro delle lementari timido e sottomesso; vive in un rapporto di amore/odio con la famiglia, che non lo comprende e non ne apprezza gli sforzi, e non trova soddisfazione nel lavoro; per sfuggire alle delusioni quotidiane, Shin'Ichi si rifugia nella fantasia: chiuso in uno stanzino, rievoca con la mente (e con un costumino da carnevale cucitosi da sé) i fasti di Zebraman, supereroe in calzamaglia protagonista di una serie televisiva degli anni'70 che da ragazzino adorava; quello che Shin'Ichi non sa è che la serie è basata su fatti realmente accaduti: i temibili alieni che l'eroe combatte nel serial esistono davvero e sono tornati sulla Terra per invaderla; toccherà quindi al timido maestrino, armato della sua sola fantasia e coadiuvato da un gruppo di improbabili militari, difendere gli abitanti del pianeta.


Nell'approcciarsi a "Zebraman" una premessa è d'obbligo: in Giappone i supereroi sono amati per la loro connotazione ridicola; il pubblico nipponico, di fronte ad un suepr-uomo vestito con una calzamaglia aderente colorata per mimare i colori di un animale, si sfracella dalle risate; il supereroe non è visto come incarnazione di valori come "Giustizia", "Pace", "Libertà" et similia, ma come un semplice demente che picchia nemici ancora più improbabili; i serial super-eroistici giapponesi enfatizzano tale concetto: con costumini improbabili, mosse enfatiche e combattimenti coreografati come balletti, i supereroi non sono altro che dei buffoni in calzamaglia, buoni ad intrattenere gli spettatori più piccoli con storielle ingenue e talvolta edificanti; non deve stupire, quindi, la patina demenziale che il film di Miike usa per colpire l'occhio dello spettatore; patina che altro non è se non un omaggio ad un modo di intendere l'eroe oramai sorpassato, a causa dei blockbusteroni americani che hanno importato anche nel Sol Levante la figura del "super-eroe complessato" Marvel style.




E la nostalgia per i vecchi serial nipponici sui supereroi, in "Zebraman" è sentita e vibrante; Miike omaggia la cultura pop con passione e reverenza, divertendosi a filmare finti spezzoni del telefilm di Zebraman come se l'eroe fosse davvero stato protagonista dei palinsesti televisivi negli anni d'oro del genere; l'illusione è perfetta: sembra davvero di assistere all'adattamento di un personaggio già esistente; sembra, perchè in realtà Zebraman è un personaggio nuovo di zecca, con cui Miike svecchia in parte il mito dell'eroe, gli dona una nuova connotazione "fantastica" e, al contempo, continua a declinare i temi a lui cari; sotto la patina di pellicola grottesca, "Zebraman" ha il cuore delle migliori opere dell'eclettico autore nipponico: personaggi splendidamente caratterizzati, situazioni grottesche e divertenti, nonchè la disanima dei temi della famiglia e del suo rapporto con l'individuo, da sempre al centro dell'opera dell'autore.



Shin'Ichi, all'inizio, è il classico protagonista miikiano: un reietto, un uomo che ha fallito nella sua vita e che si auto-esilia in un mondo "altro" (in questo caso la nostalgia per un programma televisivo); ignorato dai suoi cari, Shin'Ichi tenderà a ricostruirsi una nuova famiglia, partendo dalla figura filiale, uno studente paraplegico che lo rispetta; il super-eroe finisce così per incarnare tutte le virtù che l'uomo nasconde: il coraggio, la forza, l'astuzia e l'intelligenza; e man mano che Shin'Ichi si cala nei panni zebrati del paladino della Terra, questi poteri aumentano; è la fantasia, per Miike, la chiave per il successo: nel mondo tutto è possibile ("Anything Goes", come appare nella primissima inquadratura), dunque la forza del sogno permette all'uomo di superare tutte le difficoltà e finanche i suoi limiti; non è però tanto il sogno in sé a garantire il successo, quanto la fede nella forza intrinseca del sogno stesso: solo credendo pienamente in essa Zebraman riesce a volare e a sconfiggere l'alieno gigante alla fine. Tuttavia, nel suo percorso di apprendistato, Zebraman non è mai davvero un eroe, ma solo un pover'uomo chiamato ad affrontare una minaccia più grande di lui (e i temi di destino e predeterminazione, pur se relegati sullo sfondo, vengono ben incarnati dalle "sceneggiature" che gli eroi leggono per prevenire le mosse degli avversari) e continua ad essere descritto in chiave grottesca e demenziale; per tutta la pellicola l'eroe viene smitizzato e deposto sotto una luce ordinaria, con risvolti divertenti (le "prove di volo"), ma anche molto umani, come nel rapporto tra il protagonista e la sua "famiglia allargata"; è solo nello splendido finale che l'eroe si disvela come tale: arrestato dall'esercito (eh si: in Giappone un uomo che si pone al di sopra di tutto e tutti è pur sempre visto come un criminale), ma acclamato dalla folla, Shin'Ichi si abbandona definitivamente al sogno e si trasmuta totalmente in Zebraman, in un epilogo da applausi.


Ma "Zebraman", nella miglior tradizione delle pellicole supereroistiche, è innanzitutto divertimento; spazio quindi ad un'atmosfera grottesca e goliardica condita da alieni dalle forme talmente improbabili da divertire fino alle risate (gli uomini granchio, finiti arrosto!), a combattimenti folli e divertiti, situazioni da commedia degli equivoci (i due agenti in incognito scambiati dai vicini per due gay in fuga) e gag slapstick (la prima prova costume, con Zebraman rimasto in mutande dopo appena un colpo di karate); in tutto questo marasma di generi, influenze e stili, Miike ogni tanto si perde, annaspa allungando troppo il brodo con situazioni superflue che fanno inciampare il racconto e non sempre riesce ad imprimere il ritmo adatto (come nella parte centrale); per fortuna, Shò Aikawa (che per Miike ha recitato in circa altri 5 film) si dimostra carismatico e versatile, riuscendo a tenere ottimamente la scena anche nei momenti di stanca della regia.



Sotto la patina ingenua di commedia demenziale, "Zebraman" possiede uno spirito da romanzo di formazione; divertente e coinvolgente, l'Uomo Zebra di Miike è, senza ombra di dubbio, una delle migliori declinazioni del mito dell'eroe in calzamaglia che si siano visti su schermo, pur non essendo un film riuscito al 100%; i fans degli esangui film Marvel dovrebbero recuperarlo per capire quanto di buono la figura del super-uomo possa dare al cinema anche nelle sue declinazioni più smaccatamente demenzali (e non involontariamente ridicole), mentre gli spettatori occasionali dovrebbero guardarlo per comprendere quanto diversa sia la concezione del super-eroe che hanno in Oriente.



Accolto caldamente dalla critica ed osannato dal pubblico (in patria), "Zebraman" ha avuto persino un seguito, diretto sempre da Miike, "Zembraman 2: Attack on Zebra City", una pellicola mediocre, sprovvista, purtroppo, della forza visionaria e dell'acume del capostipite.