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lunedì 13 gennaio 2025

Il Caso Mattei

di Francesco Rosi.

con: Gian Maria Volonté, Francesco Rosi, Luigi Squarzina, Peter Baldwin, Renato Romano, Francesco Graziosi.

Inchiesta/Biografico

Italia 1972


















Rivedendo a distanza di parecchi decenni gli exploit del Cinema Civile ai tempi della Prima Repubblica, sorge spontaneo il dubbio su come determinati argomenti potessero essere trattati in modo così esplicito e diretto al cinema in una nazione famosa per le morti misteriose, le sparizioni improvvise e gli omicidi liquidati in quattro e quattr'otto che spesso celavano realtà ben più spaventose. La regola è che dei misteri, dei veri e propri complotti, del malaffare e delle collusioni si può parlare apertamente, ma per ogni regola esiste pur sempre almeno un'eccezione. 
L'eccezione in questo caso è il famoso Il Caso Mattei, film di inchiesta che Rosi dedica a quello che forse è il principe dei "misteri italiani" a una decina d'anni dagli avvenimenti.



Il 27 Ottobre 1962, l'aereo aziendale sul quale Enrico Mattei, patron dell'ENI, volava dalla Sicilia, viene visto schiantarsi nelle campagne milanesi. I testimoni affermano inizialmente di aver visto schiantare al suolo il velivolo già in pezzi, ma poi ritratteranno affermando di averlo visto collassare per intero. Questo è solo il più semplice dei misteri che riguardano una morte che ad oggi non ha trovato colpevoli e che fatalmente finirà per creare un effetto a cascata che genererà altre due morti illustri.
Poco più di otto anni dopo, Francesco Rosi decide di dedicare una pellicola alla figura del famoso ingegnere e alla sua enigmatica morte. Inizia così a stilare una sceneggiatura con l'aiuto del giornalista Mauro De Mauro, il quale indaga autonomamente sulle ultime ore di Mattei in Sicilia
Tuttavia De Mauro scompare misteriosamente, pare dopo aver effettuato una scoperta scioccante in merito a Mattei e al progetto, poi mai compiuto, della realizzazione di un oleodotto che collegasse la Sicilia alla Tunisia. Tale seconda tragedia finisce per riplasmare il progetto di Rosi, che ora si concentra anche su tale secondo mistero, anch'esso ad oggi privo di effettiva risoluzione.
Il terzo mistero concerne niente meno che la morte di Pier Paolo Pasolini. Poco tempo dopo l'uscita de Il Caso Mattei, anche il grande regista e romanziere decide di approcciarsi al relativo mistero, iniziando a redigere Petrolio, suo ultimo romanzo, pubblicato postumo e incompiuto. Tra le teorie riguardanti la sua morte, avvenuta il 2 Novembre 1975, una riguarda proprio il suo coinvolgimento nella scoperta di retroscena scottanti sull'omicidio Mattei, che avrebbe portato alla sua esecuzione da parte di forze vicine tanto alla DC quanto a Cosa Nostra.



Quella di Mattei resta così un figura legata indelebilmente ad un mistero che genera altri misteri. Ma Rosi non si limita a creare una sorta di resoconto degli enigmi che ne hanno caratterizzato la scomparsa, quanto a crearne un ritratto a tutto tondo. 
La figura che ne emerge è quella di un visionario, un progressista dall'indole fortemente umana devoto alla creazione di un sistema di interconnessione per lo sfruttamento delle risorse energetiche il quale bypassasse il predominio del cartello petrolifero panamericano, quello delle cosiddette "sette sorelle", sette conglomerati che tutt'oggi hanno il predominio sui combustibili fossili, ossia Shell, Exxon, Texaco, British Petroleum, Mobil, Chevron e Gulf. 
Il Mattei di Rosi è un patriota che cerca di emancipare l'Italia dall'ingerenza del lobbisti privati prima ancora che dall'influenza del governo americano, al quale Gian Maria Volonté dona uno slancio vitale palpabile. Questo ovviamente non vuol dire che Rosi ne celi o ne smussi il carattere machiavellico: i giochi di potere tra DC e PCI che ha ordito, oltre che l'opportunismo che talvolta ne caratterizzava l'azione vengono riportati talvolta con piena dovizia di particolari, completando il quadro di un vero e proprio tycoon la cui indole era forse davvero quella di un devoto servo di una patria che, come al solito in Italia, non ne ha voluto apprezzare gli sforzi.



La struttura de Il Caso Mattei va persino oltre quella canonica che il film d'inchiesta aveva avuto fino ad allora, finendo per far confondere ulteriormente il confine tra fiction e documentario. 
Si inizia con la ricostruzione dei primi soccorsi nel luogo del disastro aereo (in una sorta di rimando a Salvatore Giuliano, che già partiva dall'epilogo di una morte dalle tinte fosche per poi ricostruire la vita del personaggio) e già qui Rosi utilizza la camera a mano per ricreare le interviste ai testimoni nel modo più verosimile possibile. Adoperando una struttura a flashback, narra la storia di Mattei e dell'ENI dalla fine della guerra sino alla costruzione dell'azienda nazionale che tanto lustro ha avuto, in un puzzle che si compone poco alla volta, ma sempre in maniera precisa. E con uno stratagemma apparentemente didascalico, fa seguire il suo protagonista da un giornalista al quale illustra la sua attività. Una trovata in teoria scolastica, ma che ad oggi rappresenta il principale centro d'interesse del film come documento storico, fornendo una testimonianza essenziale per comprendere sia il contesto storico che il funzionamento dell'allora AGIP.



Scompaginando ulteriormente la struttura, Rosi inserisce se stesso nella narrazione per dare spazio al mistero della morte di De Mauro. La quarta parete, così come il limite tra ricostruzione e documento, scompaiono del tutto e Il Caso Mattei, in questa sua parte, diventa una sorta di instant-movie che fa da testimonianza pressocché diretta di un altro arcano fatto di cronaca nera.
Il risultato è un'inchiesta che riesce davvero a scavare in una storia torbida finendo per connotare anche possibili soluzioni, come quella della pista dei servizi segreti francesi, pur non sbilanciandosi mai del tutto per dare un'effettiva risoluzione o anche solo un possibile volto dietro al complotto che si disvela in maniera quantomai diretta dinanzi agli occhi dello spettatore. E che viene condotta con un ritmo incalzante anche quando rallenta per dare spazio alla descrizione del ruolo di Mattei all'interno dell'organizzazione della sua azienda.



Ad oggi, Il Caso Mattei rappresenta una visione quasi obbligata per come impartisce una vera e propria lezione sul cinema d'inchiesta. Il suo valore come documento storico è poi innegabile e finisce per eclissare del tutto anche quella carica polemica, pur ancora avvertibile, di j'accuse verso un sistema tipicamente italiano sempre pronto ad annichilire chi cerchi di risollevare le sorti di un sistema-Paese talvolta artatamente pilotato verso il fallimento.
Quanto al suo lascito, esso è alquanto strano: pur restaurato dalla Cineteca di Bologna nel 2012, non è praticamente mai stato distribuito in home-video, ma fortunatamente è presente sul catalogo di RaiPlay, oltre ad essere trasmesso in modo abbastanza regolare su Rai 3 e Rai Storia. Persino recuperare una copia in VHS è opera assai ardua, essendo stato editato in tale formato solo in due occasioni: una prima edizione della De Laurentiis-Ricordi, ancora oggi venduta a prezzi alti, e una seconda editata per una retrospettiva sul cinema italiano de L'Espresso.
Si può dire come ad oggi sia un film scomodo, che getta una luce forte, benché chiarificatrice solo in parte, su di un personaggio la cui azione ha infastidito troppi. E se la regola nel cinema dell'impegno civile era che si poteva parlare liberamente di ogni argomento con pochissimi limiti, oggi la regola per poter fruire di quelle testimonianze e opere pare essere quella di poterlo fare solo con i mezzi che lo Stato mette a disposizione, finché questi esisteranno. Possedere una copia de Il Caso Mattei anche solo per preservarne l'esistenza a fronte di una sua possibile cancellazione dalla piattaforma streaming sembra essere un'esigenza trascurabile.

martedì 24 settembre 2024

Uomini Contro

di Francesco Rosi.

con: Mark Frechette, Gian Maria Volontè, Alain Cuny, Giampiero Albertini, Pier Paolo Capponi, Franco Graziosi, Mario Feliciani, Alberto Mastino, Brunetto Del Vita, Nino Vingelli, Daria Nicolodi.

Guerra

Italia, Jugoslavia 1970













L'esperienza non proprio idilliaca avuta con C'Era una Volta fece nascere in Rosi la necessità di riconnettersi con la realtà, andando al di là delle pretese fantastiche per ritrovare un territorio narrativo che gli fosse più consono. Il suo progetto successivo, tuttavia, non narrava una realtà contemporanea, cosa inedita nel suo cinema persino contando il passato recente di Salvatore Giuliano; Rosi si confrontava infatti con un passato che già nel 1970 appariva remoto, ossia la Prima Guerra Mondiale.
Un passato che nell'Italia della fine degli anni '60 era però pressoché inedito su Grande Schermo; certo, c'era stato il successo del kubrickiano Orizzonti di Gloria e persino il celebre esperimento di La Grande Guerra, ma uno sguardo onesto e veritiero verso il primo conflitto globale non era mai stato davvero gettato; cosa che risultava ancora più urgente laddove si tenesse conto di come persino i libri di scuola dell'epoca non arrivavano a coprire quel dato periodo storico, per questo considerato ancora come troppo delicato.
Rosi, dal canto suo, parte dal capolavoro Un Anno sull'Altopiano di Emilio Lussu (che riadatta in maniera molto libera assieme ai collaboratori abituali Tonino Guerra e Raffaele La Capria), per creare un affresco sporco nel quale fa confluire assieme ad un'onesta ricostruzione storica anche uno sguardo politicamente impegnato. Il risultato è tutt'oggi notevole, benché fatalmente imperfetto.



















Un affresco che poggia sulla dinamica tra tre personaggi, ciascuno rappresentativo di un ideale diverso: il generale Leone (Alain Cuny) è il conservatore, un vecchio nobile che incarna i valori guerrafondai della destra italiana; Ottolenghi (Volonté) è l'anarchico, un ribelle che aspetta di tornare in patria per dar vita ad una rivoluzione volta a cancellare il regime costituito; tra di loro, il pacifista Sassu (Mark Frechette, all'epoca reduce dal Zabriskie Point di Antonioni), che disprezza il conflitto e la classe dirigente, ma è cosciente di come una rivolta non porti davvero a nessun cambiamento.
Una dinamica a tre che diventa paradigma del potere. Un potere in mano a pochi, ad una classe dirigente tanto bieca quanto incapace, non per nulla si tratta di quella che è riuscita a perdere la Grande Guerra pur avendola vinta, un nugolo di ufficiali di alto grado che rappresenta il vero nemico dei soldati; sono questi ultimi gli "uomini contro", uomini che cercano invano di ribellarsi alla gerarchia, ad un nemico interno ben più feroce dell'evanescente nemico esterno (i Tedeschi appaiono giusto di sguincio) ; una "massa", un popolo che viene sfruttato e distrutto a piacimento e senza remore alcuna.


















I risvolti marxisti più estremi vengono perorati da Ottolenghi, a cui Volonté dona un naturale carisma dato anche da una performance magnificamente tra le righe. Quelli meno feroci da Sassu, vera e propria figura mediana: non un rivoluzionario, non un guerrafondaio, quanto un uomo che comprende appieno i meccanismi del potere e quelli della guerra e ed è cosciente di come non possano essere elusi o eradicati in alcun modo; comprensivo quando può, ferreo quando serve, sa quando esporsi per il prossimo (il climax) e quando rimettere in riga i sottoposti; tra questi spicca Marrasi, l'eterno disertore, ed è purtroppo qui che la visione di Rosi trova un primo difetto; a Marrasi viene demandato il ruolo del pacifista, del ragazzo semplice, il campagnolo del sud che cerca di salvarsi dall'ingiusto massacro delle trincee; ma la sua caratterizzazione è troppo basilare e insistita, divenendo antipatico sin dal prologo, quando lo sguardo che dovrebbe suscitare dovrebbe essere invece quello di piena comprensione e compassione.
Monodimensionalità che purtroppo affligge anche il personaggio del generale Leone, vero e proprio cattivo del film; e che purtroppo porta la costruzione drammaturgica a cedere.


















Non si riesce davvero a prendere sul serio questo generale da macchietta immerso in un contesto serissimo. Leone è lo stereotipo del nobiluomo avulso da ogni realtà che manda al massacro i sottoposti e ne ordina l'esecuzione sommaria solo per compiacere il proprio fanatismo ed il proprio immane narcisismo. Cuny lo rende a suo modo memorabile caricandolo con tutta la teatralità possibile e se non risulta mai credibile non è certo per colpa sua, quanto per una scrittura che da drammatica decide di farsi satirica praticamente solo su questo piano; colpa, probabilmente, delle simpatie politiche degli autori, le quali qui finiscono solo per creare un difetto davvero becero.














Rosi riesce tuttavia a portare in scena una Grande Guerra da incubo: soldati immersi nel fango, ammantati in capi logori e fiaccati dalle angherie dei superiori, persi in un'atmosfera lugubre dove dietro ogni ordine si nasconde una forma di prevaricazione. La guerra di Rosi altro non è se non un massacro ideologico prima ancora che fisico, dove i molti vengono chiamati a morire per il lusso di pochi, dove la vita non vale nulla in primis per i propri superiori. Non esiste speranza, non c'è lo scampolo della vittoria e la morte è la sola certezza; una morte brutale e veloce, talvolta ironica, ma sempre aberrante.
I limiti del budget si vedono tutti nelle prime sequenze, dove l'unico vero scontro frontale tra i due eserciti viene risolto con una serie di tagli veloci e inquadrature strettissime; una trovata che oggi potrebbe essere percepita come moderna, visto che tempo qualche decennio e sarebbe diventata lo standard per la costruzione delle scene di battaglia anche nelle grandi produzioni americane, ma che qui non riesce a trasmettere il senso di scala e drammaticità che tenta di ricercare.


















Uomini Contro resta così un'opera sospesa tra grandissime ambizioni e risultati solo in parte raggiunti. La disanima della disumanità del sistema di potere palesato dal contesto bellico è ben definita, così come la ricostruzione storica e la tensione data dal conflitto. E' semmai il sistema narrativo ad essere fin troppo basato sulla convenienza dell'uso di archetipi che cozzano con un racconto drammatico tout court, gene3rando un corto circuito che affossa parte della credibilità.

venerdì 24 maggio 2024

C'Era una Volta

di Francesco Rosi.

con: Sophia Loren, Omar Sharif, Georges Wilson, Leslie French, Dolores Del Rio, Marina Malfatti, Anna Nogara, Rita Forzana, Carlo Pisacane.

Fantastico

Italia, Francia 1967
















Il nome di Francesco Rosi resterà per sempre legato al cinema dell'impegno civile. Ma, proprio come il collega Elio Petri, anche lui non si è tirato indietro quando si è trattato di partecipare a pellicole leggere e lontane dai canoni della sua filmografia.
"C'Era una Volta" non è di certo l'unico exploit commerciale di Rosi, visto che giusto un paio di anni prima c'era stato "Il Momento della Verità", che raccontava la storia di un torero; e se quel viaggio dell'Andalusia degli anni '60 aveva ancora qualche elemento del cinéma vérité del maestro di origine napoletana, questa favola partenopea ha un fascino più strampalato. 
Progetto nato dalla volontà di Carlo Ponti di creare un film fantastico che facesse da ennesimo e tutto sommato inutile biglietto da visita per la moglie Sophia Loren, viene affidato al grande autore che cerca in ogni modo di farlo suo, senza però riuscirci davvero e fallendo anche nel trarne un racconto interessante.




Nella Campania del XVI secolo, lo scapestrato principe spagnolo Rodrigo (Omar Sharif, all'epoca forte del successo de "Il Dottor Zivago", sempre con Ponti) si imbarca in una serie di avventure che lo portano a stringere un legame amoroso con la contadina Isabella (la Loren), tanto bella quanto rozza.





Una favola vera e propria, un racconto semplice dove il rapporto di odio/amore tra i due bellissimi interpreti fa da trait d'union di una serie di scenette altrimenti slegate tra di loro. Il primo limite di "C'Era una Volta" è difatti proprio questo, ossia una frammentarietà narrativa a tratti imbarazzante, con una storia che progredisce per puro caso.  Il che sarebbe anche un difetto scusabile, vista la natura appunto favolistica del film, se non fosse che tutta la storia non riesce mai ad avere quel fascino che Rosi cerca costantemente di imprimerle. 
Avvicinando la narrazione alla natura popolare de "Lo cunto de li cunti" di Basile, cerca di fatto di rifarsi al floklore meridionale, ma la scarsità dei riferimenti e la generale superficialità con la quale la materia viene maneggiata non porta davvero da nessuna parte. Più che favola, "C'Era una Volta" finisce così per somigliare ad una telenovela nella quale le schermaglie amorose non sono mai contornate dalla giusta carica visionaria. E quando il fantastico irrompe, le cose non vanno sempre per il meglio.




Rosi decide di restare stretto tra l'ambientazione storica e le influenze sovrannaturali, con una congrega di streghe che si affaccia nella storia assieme ad un fraticello in grado volare. Il rapporto tra bene e male resta ambiguo, ingenerando talvolta confusione sul ruolo delle figure ancillari, in particolare sulle streghe, talvolta caratterizzate come antagoniste, talaltra come figure benigne, con uno sguardo che resta così scisso tra influenze rivalutative moderne e quelle del manicheismo storico. 
La messa in scena di tali derive fantasiose è poi altalenante: il sabbath nel bosco ha anche il giusto mood, ma l'apparizione dello stormo di santi volanti risultava ridicola anche all'epoca dell'uscita in sala.




Di certo non più riusciti sono gli aspetti "terreni" delle avventure che i protagonisti devono affrontare. Qualche episodio gustoso c'è anche, come quello della truffa dell'asinello che "caga oro", ma in generale il tono, per quanto popolare, non risulta mai davvero accattivante. Basta paragonare quanto qui si vede con quello che Pasolini, giusto qualche anno dopo, farà con i racconti popolari nella Trilogia della Vita per accorgersi dello mancanza di mordente: Rosi non riesce mai a creare situazioni davvero simpatiche o a stimolare a dovere i sensi dello spettatore persino quando si affida all'avvenenza dei protagonisti.




Alla fine, di "C'Era una Volta" restano impressi la cura dei valori produttivi, le curve della Loren e il carisma di Sharif. Il resto è un viaggio opaco e insipido in un mondo tra il verosimile e il fantastico che avrebbe meritato uno sguardo decisamente più sensibile verso tale tipo di materia per essere davvero riuscito.

mercoledì 10 aprile 2024

Le Mani sulla Città

di Francesco Rosi.

con: Rod Steiger, Salvo Randone, Guido Alberti, Marcello Cannavale, Dante Di Pinto, Alberto Conocchia, Carlo Fermariello, Terenzio Cordova, Alberto Amato.

Italia, Francia 1963



















E' ampiamente diffusa l'opinione secondo la quale un film "vecchio" che affronti le problematiche civili e politiche di un dato tempo sia inevitabilmente datato (a maggior ragione, poi, se è addirittura in bianco e nero) e la sua visione, di conseguenza, sia inutile. 
E' anche per questo che alla fine della (ri)visione di "Le Mani sulla Città" ci si sente scossi nel profondo, scioccati dal fatto che problemi, vizi, scandali e vere e proprie sciagure che Rosi descriveva e ascriveva all'Italia di oltre sessant'anni fa siano ancora tranquillamente identificabili (magari anche con nome e cognome) nell'Italia odierna.
Colpa di un sistema-paese privo di direzione e di nerbo, di una popolazione che spesso idolatra i vizi e chi se ne fa portavoce, di un paese privo di vere ideologie, idee e bandiere, con un popolo sempre pronto a farsi manipolare all'occorrenza e di una classe dirigente da sempre impegnata unicamente a riempirsi le tasche a scapito di tutto e di tutti. Colpa, altresì, della persistenza del mito dell'arrivismo, che ha portato e porta tutt'oggi con sé solo brutture e ingiustizie. Tutto questo esisteva già nel 1963 e "Le Mani sulla Città" non fa che metterlo nero su bianco, in splendide immagini.
Per Rosi, dopotutto, un film del genere è poco più di un'evoluzione del precedente "Salvatore Giuliano": laddove con quest'ultimo ricostruiva il passato (allora) recente, ora volge il suo sguardo direttamente sul presente e su quei guai che attanagliano la politica e il sistema civile.




In cosa è invecchiato il film di Rosi? Sicuramente in quel discorso finale tenuto dal consigliere De Angelis, riguardante l'imminente presa di coscienza del corpo elettorale che porterà con sé lo spodestamento dei corrotti dai palazzi del potere. Rosi, ovviamente, non poteva immagine come, nel corso di pochi anni, l'anticultura prima e la fine delle ideologie poi avrebbero invece portato ad un'anestesia totale del popolo, che oggi più che mai è un puro suddito di quei centri di potere che governano la democrazia.
"Le Mani sulla Città" è in fondo null'altro che un'analisi lucida e spietata di tali centri di potere, di come essi si dimenino all''interno sia dei palazzi che nelle strade per affermare sé stessi a scapito e a prescindere dal resto.
Tutta la vicenda ruota intorno al confronto tra due figure essenziali: da un lato, Edoardo Nottola, consigliere comunale ed esponente di spicco del partito di maggioranza, nonché e soprattutto grosso imprenditore edilizio il cui business si impenna grazie agli aiuti di Stato; dall'altro il consigliere De Angelis, politico di sinistra e ingegnere civile che invece porta avanti un'inchiesta riguardante un crollo avvenuto in uno dei cantieri di Nottola, che violava tutte le norme in merito. Il primo ha il volto di un magnifico Rod Steiger americano di nascita, ma perfettamente credibile nei panni del napoletano rampante, il secondo di quel Salvo Randone vero e proprio volto cardine del cinema impegnato nostrano. Lo scontro disvela, ovviamente, tutta l'ipocrisia sottesa all'apparato politico e amministrativo.




Il tema è quello del conflitto di interesse e di come la speculazione economica (già ai tempi del Boom) abbia finito per far fagocitare la politica dalle logiche industriali. Un conflitto che, anche se non detto esplicitamente, è connaturato al sistema democratico: Nottola è un politico ruspante che aspira a diventare assessore al fine di poter aver carta bianca con la propria azienda, il sistema gli permette di scalare la politica e questa viene da lui utilizzata per puri fini speculativi. L'immoralità sottesa a tali azioni è palese e conosciuta da tutti, ma tollerata perché un grosso imprenditore porta con sé grandi batterie di voti. E a farne le spese sono le persone comuni, uccise dalla mancata osservazione delle norme di sicurezza, sfruttate come forza elettorale prima ancora che come forza lavoro e cacciata dalle case al fine di permettere alle nuove costruzioni di poter fiorire. Nottola si vende a loro come un salvatore, come un uomo del popolo che modernizza la città abbattendo le "catapecchie" che tanto squallore portano, vincendone facilmente le simpatie.
La corruzione spicciola, quella usata dai "pezzi grossi" per carpire le simpatie degli elettori viene ritratta da Rosi in una scena ancora oggi agghiacciante, quella in cui il sindaco di Napoli elargisce banconote ad un gruppo di cittadini affamati all'interno della casa comunale, esclamando come questo sia il vero cuore della democrazia.




De Angelis, di converso, è implacabile nella sua ricerca delle responsabilità e si scontra subito con il famoso "muro di gomma" di una burocrazia dove non esistono vere responsabilità, dove i danni avvengono di punto in bianco e nessuno paga per morti e feriti. L'inchiesta, tanto è vero, altro non è se non un buco nell'acqua, uno scandalo del tutto momentaneo che non sortisce effetti alcuni, se non un mutamento temporaneo nelle dinamiche di partito.
Nottola, di fatto, è costretto a cambiare alleanze, a trovare nuovi supporter per le sue speculazioni, solo per poi riappacificarsi con i referenti originari, in un girotondo dove, come sempre, tutto cambia senza che nulla cambi davvero. Non per nulla, il film si apre con la sua proposta di costruire nuove palazzine modificando il piano regolatore e si chiude con l'avvio dei lavori nello stesso sito, con il crollo già dimenticato e le fanfare pronte a fargli festa.
In tale ottica, la figura più sordida non è neanche quella dell'imprenditore arrivista e menefreghista, quanto quella del capo partito, un vecchio interessato solo a mantenere lo scranno dentro il comune, perennemente seguito da una squinzietta trattata come un animale da compagnia, immagine a dir poco profetica del politico-tipico della Seconda e Terza Repubblica.




Rosi ambienta questa storia di speculazione e scandali nella natia Napoli, scelta in realtà non scontata. Benché già all'epoca simbolo del malcostume, la città di Partenope è in realtà null'altro che un'ambientazione neutra, un mero simbolo di qualsiasi altra città italiana dell'epoca il cui volto veniva deturpato dalla riqualificazione edilizia. Non per nulla, le immagini che aprono il film potrebbero tranquillamente appartenere a Roma, Milano o Palermo, con i casermoni che spuntano come metastasi in ogni angolo, mentre le baracche della povera gente resistono come sfregi solo in apparenza peggiori, marchio di una popolazione la cui miseria viene doppiamente sfruttata.
Il suo stile di messa in scena qui si fa più secco, ai limiti del documentaristico. Non c'è la ricerca del colpo d'occhio nelle immagini, né di un'estetica pittorica, quanto la volontà di ritrarre gli eventi nel modo più naturalistico possibile (ancora più che nelle blasonate pellicole neorealiste), alla ricerca di una veridicità tale che a tratti sembra infrangere il limite della finzione per farsi puramente veritiera, incredibilmente reale.




A rivederlo oggi, "Le Mani sulla Città" fa più spavento di quanto potesse fare oltre sessant'anni fa. Espressioni come "conflitto di interessi" e "questione morale", che pur fino ad una ventina d'anni fa erano dei tormentoni nei discorsi dei politici anche di destra, ora sono sparite dal vocabolario comune. Personaggi come Nottoli hanno raggiunti i vertici supremi della politica e nessuno si scandalizza più dei famosi "inciuci" tra partiti, tantomeno di quelle Tangentopoli che a scadenza regolare vengono scoperte. Mentre ogni tre mesi un'alluvione causa un'emergenza umanitaria e abitativa e si fatica a far fronte alla ricostruzione di interi paesi, nulla si fa per un'eventuale messa in sicurezza delle abitazioni e delle città, a rischio crollo sia a causa della situazione idrogeologica della nazione che dei postumi della perenne speculazione edilizia portata avanti anche grazie ai capitali riciclati della criminalità organizzata.
Nulla è cambiato, nulla è diverso, tutto continua a svolgersi come allora. Rosi aveva messo in immagini scandali e malaffare avvertendoci di come un sistema del genere crei solo danni, ma nessuno gli ha dato ascolto, perché non interessato a porvi rimedio. E oggi, quella scritta che chiude il film appare ancora tristemente veritiera.


venerdì 15 marzo 2024

Salvatore Giuliano

di Francesco Rosi.

con: Frank Wolff, Salvo Randone, Pietro Cammarata, Max Cartier, Nando Cicero, Cosimo Torino, Carmelo Oliviero, Renato Pinciroli, Francesco Rosi.

Storico/Inchiesta

Italia 1962















Il 5 Luglio 1950, il corpo esanime del bandito Salvatore Giuliano viene ritrovato nel cortile di un'abitazione privata in Castelvetrano. E' questo l'epilogo di una storia controversa e sanguinosa, della quale molti dettagli risultano ancora oggi oscuri e sulla quale è sempre stata avvertita l'ombra di Cosa Nostra, oltre che degli ambienti più meschini della Democrazia Cristiana. 
Quello che si può dire della storia di Giuliano con certezza, è che, culminata come fu con la strage di Portella della Ginestra il 1 Maggio 1947, ha rappresentato il perfetto battesimo di sangue della Repubblica Italiana e di quella Prima Repubblica a guida DC nella quale le stragi di cittadini innocenti e la violenza esasperata saranno elementi caratterizzanti; e che la sua morte ha rappresentato il primo mistero di una storia italiana che farà di arcani, menzogne e sangue i suoi tratti essenziali.




Una storia che inizia durante la Seconda Guerra Mondiale. Nato in una famiglia di contadini e anch'egli dedito all'agricoltura, Giuliano avvia la propria carriera criminale appena ventenne, contrabbandando alimenti del mercato nero. Dopo essere fuggito da un posto di blocco e aver freddato un carabiniere nel 1943, organizza il nucleo di quella che diventerà la "Banda Giuliano", della quale elemento di punta è il sodale Gaspare Pisciotta, che negli anni successivi si rivelerà elemento chiave delle vicende. 
Durante la guerra, la banda di Giuliano si occupa di sequestri e estorsioni per conto di Cosa Nostra in danno della popolazione, tanto che persino Tommaso Buscetta, anni dopo, lo inquadrerà come membro dell'associazione mafiosa.
Tuttavia, è dopo la fine della guerra che la sua figura inizia a diventare più di quella di un semplice mafioso. Giuliano si avvicina infatti al Movimento Indipendentista Siciliano e ne diventa il braccio armato, inscenando vere e proprie azioni di guerriglia contro lo Stato, che si sostanziano in attacchi aperti contro le stazioni dei carabinieri sparse per la Sicilia. 
Dopo la fine dell'esperienza separatista, Giuliano viene acclamato come un eroe del popolo da parte della popolazione siciliana, per il suo essersi scontrato contro una classe politica percepita come ostile, e le sue gesta vengono caricate di un'aura mitica, nonostante siano sempre rivolte all'illegalità spicciola; anche perché, nelle sue parole, l'azione brigantesca era sempre rivolta all'emancipazione del popolo siciliano.
Dopo la strage di Portella della Ginestra, ai danni della popolazione contadina che sfilava per la Festa del Lavoro, la Banda Giuliano devasta anche le sedi del PCI sparse per la Sicilia, mettendosi così contro sia le autorità che parte di quella popolazione che, a parole, sosteneva.
Poco prima della sua morte, Giuliano, in una serie di interviste rilasciate ai giornalisti che si recavano sui monti nei quali viveva alla macchia, attestava la sua vicinanza agli ambienti conservatori, in particolare della Democrazia Cristiana, prima ancora che con i separatisti e i movimenti sovversivi dei primi anni della Repubblica. La sua morte, di fatto, arriva all'improvviso e ha tutti i connotati di un'esecuzione adoperata sia per buttare via uno strumento oramai inutile, sia per obliare quelle scomode verità da lui conosciute.




Nel 1960 circa, Francesco Rosi inizia la lavorazione di un film su Giuliano, la sua storia e le implicazioni sociali e morali che la connotano. Di concerto con la sceneggiatrice Suso Cecco D'Amico, sviluppa un primo script definibile come "convenzionale", con Giuliano al centro della vicenda ed una costruzione drammaturgica del tutto classica. Tutto questo avviene a porte chiuse negli uffici di Roma ed è proprio a causa di questa lontananza fisica dai luoghi in cui il bandito ha vissuto che Rosi sente la necessità di recarsi in Sicilia, anche solo al fine di collegare il suo personaggio lì dove le riprese dovrebbero avvenire.
Giunto a Montelepre, inizia a raccogliere tutta una serie di testimonianze dei cittadini del luogo, ove il nome del bandito risuona ancora forte dieci anni dopo la sua scomparsa. Contemporaneamente, la D'Amico, assieme ad un ispettore di produzione, inizia a spulciare i fascicoli dei processi ai membri della banda e a Pisciotta, ritrovando tonnellate di incarti presso il Tribunale di Viterbo contenenti le relative testimonianze. Il numero di aneddoti è talmente alto e talvolta talmente dettagliato, così come le deposizioni sono chilometriche e così dense di dettagli inquietanti, che Rosi e la d'Amico decidono di optare per una forma narrativa più libera, meno vincolata alla costruzione classica e lineare degli eventi. Una forma che finisce praticamente per ibridare la canonica narrazione documentaristica con la messa in scena propria della fiction: nasce il film d'inchiesta, che unisce i due registri per crearne un terzo, dotato della verosimiglianza del primo e della forza drammatica del secondo.
"Salvatore Giuliano" potrebbe così essere applaudito solo per questa intuizione che finirà per cambiare il volto di tanto cinema impegnato e non. Ma la sua importanza e la sua bellezza sono ulteriori e attengono tanto alla forma filmica quanto al contenuto civile di tutta l'opera.




Rosi parla apertamente di mafia, pronunciando il sostantivo più e più volte con la sua stessa voce narrante. 
Il ritratto che compie in primis del MIS è impietoso, descritto come un gruppo di opportunisti facinorosi che pur ispirati da nobili ideali, non disdegnano la violenza contro gli stessi Siciliani. Ma di più, arriva già in tempi non sospetti a descrivere il rapporto simbiotico tra criminalità organizzata e Stato: i carabinieri inviati in Sicilia per reprimere il banditismo lavorano gomito a gomito con Cosa Nostra una volta che la regione acquisisce l'autonomia, rendendo inutili i movimenti separatisti e vetusti i metodi di Giuliano. Gli ufficiali sono ritratti mentre incontrano i capi mandamento e trattano con gli stessi per la consegna dei membri della banda, come due facce della stessa medaglia, due incarnazioni di un potere che può affermarsi solo con il sotterfugio e il ricatto.




La storia del bandito e della banda viene scissa in quattro parti, poi sovrapposte in sede di racconto: la collaborazione con il MIS, l'attività di banditismo dopo l'ottenimento dell'autonomia (con la strage di Portella della Ginestra), la morte di Giuliano e il processo a Pisciotta e ai membri della banda, con le clamorose rivelazione fatte durante le udienze.
Rosi non vuole raccontare Giuliano, la sua figura mitologica e i motivi che lo spinsero a continuare l'attività di bandito anche dopo i giorni del MIS. A Rosi interessa fare il punto della situazione, dare uno spaccato credibile di un pezzo di Storia (allora) recente, illustrando le contraddizioni di una regione che da sole rappresentano le contraddizioni dell'intero Paese. E' per questo che in "Salvatore Giuliano" di Giuliano non c'è quasi traccia: appare quasi sempre in campo lungo, spesso di spalle, talvolta viene persino lasciato fuori campo; quando la macchina da presa gli si avvicina, lui è un cadavere, puro oggetto passivo. Perché in questa storia lui è solo un tassello, importante quanto si vuole, ma pur sempre una parte di un tutto più grande, proprio come il vero Giuliano era nella realtà, solo uno strumento in un gioco di potere ben più grande di lui.
Rosi non formula teorie sulla strage del primo maggio, lascia che siano i personaggi a sollevare i dubbi, recitando gli estratti degli interrogatori; laddove la connivenza tra Stato e mafia viene ritratta esplicitamente, il rapporto tra il bandito e gli alti papaveri della DC viene lasciato fuori dal testo, non per paure di ritorsioni, quanto perché all'epoca delle riprese molte delle verità scomode non erano ancora emerse. Tant'è che sarà solo "Segreti di Stato", nel 2003, a ipotizzare che tra i mandanti della strage ci fosse niente meno che Giulio Andreotti.




Il racconto di "Salvatore Giuliano" è di una modernità ancora oggi sorprendente. Partendo da una storia lineare per ovvi motivi, Rosi intesse una narrazione fatta di andirivieni e non semplici flashback, iniziando dall'epilogo, con la prima, iconica, immagine del cadavere di Giuliano riverso in terra, per poi tornare indietro e ricostruire la storia della banda partendo dal 1945, fino ad approdare, nell'ultimo atto, all'uccisione e al successivo processo alla banda.
L'intento è quello di creare un documento fedele ai fatti e precisa nella ricostruzione storica, ma che non sia davvero una semplice cronaca, lasciando talvolta l'emozione trasparire. L'immagine più famosa (e in realtà anche più ovvia) è quella della bellissima scena nella quale la madre del bandito viene chiamata ad identificarne il cadavere, dove l'emozione della donna viene ritratta senza filtri, con una spontaneità che riesce davvero a far vacillare il limite tra documentario e finzione. Ma per tutto il film si lascia che le emozioni dei personaggi traspaiano con chiarezza, quando necessario, senza cercare di contenerle, lasciando che la loro espressività colori i fatti in modo vivido. Una passione umana che fa un paio perfetto con quella civile sfoggiata dagli autori.




Grazie alla splendida fotografia del fido Gianni Di Venanzo (che poi illuminerà anche "8 1/2"), l'occhio di Rosi forgia nuovamente immagini ammalianti, dalla squisita composizione pittorica nelle inquadrature, la cui precisione della disposizione dei corpi nello spazio è a tratti sorprendente, come nelle sequenze del processo, graziate da movimenti di macchina precisi al millimetro. E sempre in tali sequenze, Rosi sfoggia un montaggio virtuosistico, che fa della cesura temporale uno strumento narrativo che anziché frammentare il racconto, lo cuce in modo perfetto, saltando avanti e indietro nel tempo con la sola giustapposizione delle inquadrature.



La grandezza di Rosi come narratore va così ritrovata nella dirompente forza di "Salvatore Giuliano". Un'opera tutt'ora interessante per la ricostruzione certosina degli eventi, ma soprattutto per la sua capacità di intessere un racconto dalla modernità forse oggi persino più apprezzabile, che continua a sorprendere sia per la bellezza estetica che per l'efficacia di un registro narrativo innovativo e pregnante.

mercoledì 10 gennaio 2024

La Sfida

di Francesco Rosi.

con: Rosanna Schiaffino, José Suàrez, Nino Vingelli, Decimo Cristiani, Tina Castigliano, Pasquale Cennamo, José Aspe, Elsa Valentino Ascoli.

Italia, Spagna 1958


















Tra i vari filoni nati durante la stagione d'oro del cinema italiano, quello del cinema dell'impegno civile e politico è forse il più dirompente, non solo perché ha portato alla creazione di un genere vero e proprio (il film d'inchiesta, punto d'incontro ideale tra fiction e documentario), quanto per gli effetti indelebili che ha lasciato nel tessuto sociale, il quale sovente è stato scosso da opere pensate a tal fine, che portavano all'attenzione delle masse realtà scomode e spesso rimosse per il quieto vivere. 
Se già il Neorealismo e persino la Commedia all'Italiana proponevano spaccati del costume, il Cinema Civile affrontava di petto questioni scottanti senza alcuna rielaborazione, portando davanti agli occhi del pubblico le malefatte, i complotti, lo squallore morale e talvolta persino materiale che circolava tanto nelle strade quanto nei palazzi del potere, con i loro intrighi, gli inciuci e le ruberie assortite sepolte sotto la coltre di omertà e di quella rispettabilità "sacrale" tanto propagandata dalla vecchia Democrazia Cristiana.
Una stagione in realtà mai conclusasi, visto che la filmografia a riguardo è praticamente l'unica che ha ancora una produzione attiva; e che ha portato alla creazione di film imprescindibili, oltre all'affermarsi di un pugno di autori le cui opere, benché figlie del loro tempo, sono tutt'oggi eclatanti persino sul semplice piano contenutistico, vista la forte arretratezza culturale che ha sempre caratterizzato il Belpaese. E il primo autore a dover essere citato a riguardo è il compianto Francesco Rosi, padre putativo di tutto il filone.




Campano d'origine, romano d'adozione, Rosi si forma artisticamente sotto l'ala protettrice di Luchino Visconti, per il quale scrive anche "Bellissima". La prima esperienza dietro la macchina da presa arriva precocemente, quando, nel 1952, completa la lavorazione di "Camicie Rosse" dopo la defezione di Goffredo Alessandrini. Esperienza che non lo porta immediatamente ad occupare la sedia di regista, la quale lo reclama solo nel 1958, quando dirige "La Sfida", suo effettivo esordio artistico.




"La Sfida" è un racconto che parte dalla lezione del Neorealismo e del dramma popolare per diventare subito altro, una storia a sé che riprende dai modelli di base poco o nulla. Quello di Rosi è uno stile crudo, che lo porta a guardare a fatti e persinaggi con distacco, come la materia pretende. E la storia alla base della trama è ispirata ad un fatto realmente accaduto, benché nei titoli di testa si dica il contrario: a Napoli, Vito Polara (José Suàrez) è un delinquente di bassa lega che vuole entrare nel giro del traffico ortofrutticolo, in mano ai fratelli Ajello; dei due, Salvatore (Pasquale Cennamo), il più impulsivo e violento, tenta subito di estrometterlo, ma torna su suoi passi dietro consiglio del più riflessivo Ferdinando (José Jaspe). Fatta fortuna e sposata la bellissima vicina Assunta (Rosanna Schiaffino), Vito decide di fare il classico passo più lungo della gamba...




Il termine "Camorra" viene pronunciato un'unica volta negli 83 minuti di durata, ma quello di Rosi è un perfetto antesignano dei moderni gangster-movie nostrani à la "Gomorra". Vito è il classico giovane rampante, un criminale che vive di piccoli espedienti ed ha un'ambizione più grande della sua stessa intelligenza. Il suo arco umano è classico, ma non scontato: la Camorra non tollera sgarri, la via della delinquenza porta facilmente alla fortuna e altrettanto facilmente alla morte. Nel ritrarre tale verità universale, Rosi porta in scena un mondo che fino ad allora si voleva ignorare o relegare quasi esclusivamente alla narrativa di genere. "La Sfida", in maniera opposta, è un film che vive alla luce del sole, che porta in prima piano le violenze che si consumano quotidianamente per le strade delle città e vuole dare spazio a quei personaggi squallidi che le popolano.




Lo sguardo di Rosi è, su di un primo livello, quello di un documentarista che usa il registro del dramma per parlare d'altro. Il suo racconto affonda le radici nella narrativa popolare, della quale però decide di ignorare i risvolti più frivoli. Si pensi alla storia d'amore con Assunta, interpretata dalla diva Rosanna Schiaffino, all'epoca superstar dei rotocalchi rosa di tutta la penisola; una storia che viene portata in scena con tutti i crismi possibili: gli sguardi teneri, l'inseguimento nella palazzina popolare, l'incontro focoso e il matrimonio da favola; ma che, alla fine, non è che una nota di colore che rende quel finale ancora più tragico ed il personaggio del protagonista ancora più deprecabile.
A Rosi interessa scandagliare la rete che intercorre tra l'impresa agraria e gli affari della criminalità organizzata ed è in tale aspetto che il film trova la sua perfetta dimensione, riuscendo a descrivere il mondo dei traffici e della co-dipendenza tra impresa locale e Camorra in modo talmente veritiero da risultare ancora attuale.




Tale denuncia, questa dissezione di un meccanismo simbiotico raccapricciante, viene poi immessa in una storia fin troppo umana; quello di Vito è in proposito la perfetta maschera della piccola delinquenza. Un uomo minuscolo, quasi ingenuo nella sua meschinità, un arrivista pronto a tutto pur di incartare qualche soldo. Un uomo la cui vita, alla fine, non vale niente, contrariamente a quanto lui pensa, essendo un egocentrico convinto di poter surclassare una famiglia criminale più esperta e potente. Tanto che alla fine, la vera vittima non è lui, quanto la sua neo-moglie il cui grido straziante chiude il film.



L'occhio di Rosi non si ferma alla mera cronaca degli eventi. Benché ricerchi sempre la verosimiglianza, non appiattisce la messa in scena sulle coordinate del laconico, anzi trova sempre la soluzione visiva migliore, con la conseguenza che "La Sfida" è un film bello anche sul piano strettamente estetico.
Il suo esordio resta quindi ancora oggi interessante: uno spaccato dell'Italia che fu e che per certi verso ancora è.