di Claudio Caligari.
con: Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Silvia D'Amico, Roberta Mattei, Alessandro Bernardini, Valentino Campitelli.
Italia 2015
Il caso produttivo che purtroppo ha afflitto la lavorazione di "Non Essere Cattivo" può essere visto come un perfetto esempio di quanto ci sia di sbagliato nell'industria del cinema italiano. Un caos che parte da un episodio che definire doloroso sarebbe eufemistico: la morte di Claudio Caligari a riprese ancora non ultimate; lui, il grande escluso del cinema italiano, che con appena due lungometraggi di fiction è riuscito ad imporsi tra i filmmaker più interessanti degli ultimi 30 anni, se ne è andato fin troppo presto, come la riuscita del film dimostra.
Morte che getta la produzione in un limbo: la cabina di regia viene occupata dall'amico Valerio Mastandrea, ma il budget necessario ad ultimare riprese e post-produzione è introvabile; il che, per una produzione di appena 1 milione e 300 mila euro, è a dir poco vergognoso.
Per uscire dal pantano produttivo, Mastandrea lancia addirittura un appello a Martin Scorsese per ricevere aiuto; ma lo fa non tramite i canali tradizionali, bensì con una lettera aperta, come se il regista italoamericano fosse un mammasantissima nostrano qualsiasi. Ovvio che ad un'azione del genere non sia corrisposta alcuna reazione diversa dal silenzio.
E' stato così necessario creare una vera e propria cordata di produttori per finire il film: nessuno ha voluto farsi carico, da solo, dei pochi finanziamenti necessari, neanche si trattasse di un film maledetto o appestato da qualche rara malattia tropicale; senza pensare a come un investimento accompagnato da una buona campagna promozionale ben avrebbe potuto generare profitto. Ma si sa che l'Italia è qual paese dove "con l'arte non si mangia".
Polemiche a parte, l'opera postuma di Caligari svetta in un panorama filmico e televisivo che da qualche anno ha riscoperto il genere (grazie alle produzioni Sky), imponendosi come un perfetto spaccato sulla disperazione della periferia romana, terzo capitolo di un'ideale trilogia iniziata con "Amore Tossico" e proseguita con "L'Odore della Notte".
Il luogo è sempre quello, Ostia, questa volta nel 1995; un luogo che sembra fuori dal tempo, tanto che i due protagonisti, Cesare (Marinelli) e Vittorio (Borghi) entrano in scena come quelli di "Amore Tossico"; ma questa volta la storia è uguale e diversa: le due anime perse sono quelle di due piccoli spacciatori, pusherini da strapazzo che passano le giornate muovendosi per la periferia in cerca di un brivido, sia quello delle pasticche che quello di qualche rapina alla buona.
Finchè qualcosa cambia; Vittorio ha una catarsi durante un trip, realizza il vuoto che lo affligge e decide di cambiare vita, di lavorare onestamente, mettere su famiglia e allontanarsi dalla piccola criminalità.
Il ritratto è quello del vuoto pneumatico, di una vita votata al nulla. Ed il mondo in cui Vittorio e Cesare si muovono è in tal senso esemplare: una periferia da sempre afflitta dallo squallore, frequentata da personaggi inutili, donne sboccate in cerca solo di una botta di vita, piccoli gangster che si affaccendano tra piccoli furti e piccolo spaccio; persino il lavoro, la via d'uscita da quel mondo, è quello dei cantieri perenni, della speculazione dove tutti sono pagati a nero, con l'illegalità che diviene perfetto paradigma dello squallore morale e materiale che affligge Ostia e l'Italia intera.
Il riscatto, la risalita sociale e morale, è ardua: non sappiamo se alla fine Vittorio è davvero riuscito a cambiare vita; la sola speranza è per il futuro, per quei figli che, orfani o meno, meritano una vita migliore di quella fatta di stenti e violenza spicciola e dalla quale non è detto che riescano ad affrancarsi.
Vita che Cesare, a differenza dell'amico, abbraccia con tutto sè stesso: non c'è voglia di riscatto per lui, nè alternativa alla microciminalità. Pur toccato dalla tragedia, la perdita della sorella per prima, della nipote dopo, a causa del HIV, Cesare preferisce rispondere alla vita con la cattiveria da quattro soldi che la vita della borgata gli ha insegnato. Quel "non essere cattivo" resta un monito inascoltato, sino alle conseguenze estreme, con la tragedia che si ripete, inutile ma inevitabile.
La sua è un'indole autodistruttiva, che si compiace degli stenti in cui sguazza; un "matto", un uomo che foraggia avidamente i propri difetti per vivere alla giornata, persino nei rapporti con la propria amata. Una tragedia, la sua, che si consuma ben prima del finale, sin dalle prime battute, concretizzandosi nella ripetizione perenne ed ostinata di gesti autodistruttivi (la droga) o lesivi (le truffe, le rapine), generando una sarabanda di violenza spicciola che finisce per affogarlo.
E se il racconto è quello di uno spaccato di vita, Caligari usa un registro più vicino al noir che al dramma; non c'è stilizzazione, tuttavia, ma solo crudezza, una vicinanza al reale più simile a quella di "Amore Tossico" piuttosto che a "L'Odore della Notte". I movimenti di macchina fluidi e la bella fotografia restituiscono al narrato un respiro che da sempre manca al nostro cinema; mentre il ritmo, pur dilatato verso la fine, è sempre calzante.
La realtà, filtrata attraverso il registro di genere, diviene così iperbolica, eppure incredibilmente vera, in un'armonia di dissonanze che crea uno stile unico, personale, degno di un vero autore.
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martedì 3 luglio 2018
venerdì 8 giugno 2018
L'Odore della Notte
con: Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Emanuel Bevilacqua, Giorgio Tirabassi, Federico Pacifici, Alessia Fugardi, Little Tony.
Noir
Italia 1998
Arriva a quindici anni di distanza da "Amore Tossico", "L'Odore della Notte", seconda opera nel percorso di fiction di Caligari; e, inutile dirlo, nel frattempo tutto è cambiato: l'industria del cinema è crollata e nel panorama italiano desolato e desolante di fine anni '90, il noir di Caligari è opera a sè, che rifugge da tutte le derive falso intimiste e finto impegnate che incrostano il cadavere del cinema italiano per rifarsi a quello di un maestro d'Oltreoceano, quel Martin Scorsese che apprezzerà gli omaggi espliciti. E con esso, il grande autore romano riesce a fondere con efficacia inusitata gangster movie e impegno sociale, scavalcando le convenzioni narrative e sperimentando soluzioni visive ancora oggi frizzanti.
Ispirato in parte ad un libro di Dido Sacchettoni che ricostruisce i fatti della "banda dell'Arancia Meccanica" che terrorizzò i quartieri bene di Roma tra gli anni '70 e i primi '80, Caligari costruisce il film sulla figura di Remo Guerra, interpretato da un esordiente Valerio Mastandrea.
Remo è un poliziotto della squadra mobile di stanza a Torino che, in licenza nella nativa Roma, si abbandona a violente rapine ai danni dei ricchi. Lui, ex ragazzo di vita delle borgate, trova nella violenza un'ispirazione di vita: l'atto del furto è affermazione individuale del quale adora la scarica di adrenalina, al punto di vivere per quei momenti; non ci sono alternative alla vita violenta: quella da membro delle forze dell'ordine è una vita che gli va stretta, l'onestà non è nemmeno contemplata; non può esistere un'alternativa che gli permetta di vivere al massimo e senza dover rendere conto a nessuno. Remo è un drogato di emozioni, come i personaggi di Kathryn Biegelow e, sofrtunatamente, Mastandrea non riesce a comunicare a pieno la carica di vita del personaggio, in una perferomance piatta e monocorde.
Laddove il personaggio di Remo trova nelle rapine una ragione di vita a causa delle forti emozioni, Caligari carica di un significato ulteriore le sue azioni, una sorta di vendetta sociale dei sottoproletari contro la classe dirigente. Dopotutto il periodo storico è indicativo già per sè stesso della situazione sociale: il boom economico si è concluso da almeno un decennio, la scala sociale si è chiusa, i poveri restano poveri, i ricchi schifosamente agiati. Nell'atto della rapina, lo spiantato delle borgate romane spoglia letteralmente il ricco dei suoi averi e se ne appropria come in una forma deviata di esproprio proletario.
Ma non c'è idealizzazione nelle azioni di Remo e soci: Caligari li descrive sempre e comunque come personaggi negativi, persi nel proprio vizio, al pari dei tossicodipendente di "Amore Tossico".
I rimandi a Scorsese sono espliciti e diretti: la scena della tv scalciata e quello dello specchio come in "Taxi Driver" sono vere e proprie dichiarazioni di intenti. Ma la vera ispirazione sta in "Quei Bravi Ragazzi", nel modo in cui il regista italoamericano rilegge la forma filmica; il montaggio spezza le azioni, talvolta interrompendole con fotogrammi neri o rossi; la cinepresa si muove talvolta libera per gli ambienti, divenendo personaggio ulteriore; e tra voice off e sfondamento della quarta parete diretto, si assiste a tutto per il tramite del punto di vista del protagonista.
Il risultato è semplicemente magnifico: Caligari trova una sua forma, pur manierista, nel quale far confluire le intuizioni noir ed estetiche; forma che permette al narrato di avere una marcia in più, di imprimersi con maggior forza nei sensi dello spettatore, pur non raggiungendo i livelli delle fonti di ispirazione.
Duro ed irredento e bello nello stile, "L'Odore della Notte" è un noir riuscito ed interessante, una vera perla di puro cinema di genere come in Italia non se ne facevano da tempo.
lunedì 23 aprile 2018
Amore Tossico
di Claudio Caligari.
con: Cesare Ferretti, Michela Mioni, Enzo Di Benedetto, Roberto Stani, Loredana Ferrara, Mario Afeltra, Fernando Arcangeli.
Drammatico
Italia 1983
Chissà se sarebbe possibile al giorno d'oggi, in Italia, creare una pellicola come "Amore Tossico"; non tanto per i suoi contenuti, che nel corso degli anni hanno avuto una sovraesposizione mediatica impensabile nel 1983, quanto per la sua storia produttiva. All'epoca, l'industria filmica nostrana era ancora fiorente, benchè prossima al collasso. Ma Claudio Caligari si muoveva lo stesso al di fuori di essa, dapprima come documentarista, poi come autore di fiction; tanto che nel corso degli anni è riuscito a dirigere giusto un pugno di pellicole, di cui l'ultima, "Non Essere Cattivo", ultimato dopo la sua prematura scomparsa.
Caligari è stato, assieme a Corso Salani e Nico D'Alessandro, un'esponente di spicco del cinema indipendente italiano, quel cinema piccolo nei mezzi ma mai nei contenuti, girato per le strade con un occhio a De Sica ed uno a Pasolini; un cinema che oggi non esiste più, annichilito dal duopolio Rai/Medusa, dalle truffe del tax credit, dalla mancanza di soggetti coraggiosi pronti a finanziare le opere anche meno radicali, figuriamoci un film post-neorealista sulla tossicodipendenza interpretata da veri tossicodipendenti.
Fortunatamente, all'epoca Caligari aveva un nume tutelare illustre, quel Marco Ferrari mai troppo ricordato; trovare fondi e distribuzione non è stato troppo difficile; più ardua è stata la produzione, durata qualche anno, tanto che il primo ciak pare fosse stato dato già agli inizi del decennio. Ciononostante, "Amore Tossico" è venuto splendidamente alla luce e si è posto, all'epoca della sua uscita, come un perfetto pugno allo stomaco dei benpensanti e, in genere, di tutti coloro i quali preferiscono ignorare una realtà scomoda come quella ritratta.
Uno sguardo crudo, quello di Caligari, che non conosce compromessi, tanto che gli "schizzi" dei personaggi vengono mostrati in modo diretto, anche più di quanto avveniva in "Christiane F."; e proprio il raffronto con il film di Uli Edel è utile a comprendere la grandezza di "Amore Tossico"; laddove in "Christiane F." lo sguardo era ovviamente di biasimo, nel film di Caligari c'è un distacco empatico vero e proprio, non una condanna diretta, quanto una sospensione del giudizio morale che non rinuncia alla drammaticità. Laddove nel primo la protagonista trova una redenzione finale (nella realtà che lo ha ispirato solo momentanea, nel film perenne), nel secondo non c'è salvezza che non sia data dalla morte, auto o etero inflitta che sia, risultando ben più duro e scevro di compromessi, per questo decisamente più disturbante.
Durezza che si ritrova anche nella forma, decisamente ruvida, con immagini sgranate, rubate per le strade di Ostia e Roma. Città che Caligari dipinge in tutto il loro squallore, con le periferie desertiche e le spiagge luride, non c'è bellezza nella città eterna della Grande Bellezza.
I punti di riferimento, come detto, sono il neorealismo e il cinema di Pasolini. Dal primo viene l'idea di usare veri tossici come personaggi, vere anime perse (che poi troveranno anche nella realtà una morte prematura) chiamate ad interpretare sè stessi. La scrittura, di conseguenza, rinuncia all'intreccio vero e proprio per divenire spaccato: vengono ritratte le giornate tipo di Cesare, Roberta, Enzo, Loredana e amici, passate a cercare le piotte per comprarsi le spade e le dosi, a sopportare le crisi di astinenza e a subire le vessazioni dei più forti (il magnaccia); una vita vuota, agra e magra, della quale portano i veri segni sul volto e sul corpo.
Da Pasolini deriva l'empatia verso questo gruppo di disadattati votati alla morte, di questi "ragazzi di vita" che alla vita rinunciano un pò alla volta; tanto che quando arriva il momento fatale, questo avviene in due modi simbolo: una prima volta davanti al monumento alla memoria del poeta, all'epoca già in stato di abbandono; la seconda per mano di quella polizia che non conosce pietà per gli ultimi, come in "Mamma Roma".
Una dipendenza, quella di Cesare e compagni, ineludibile ed inesorabile, che comincia già durante la prima gioventù, ritratta sulle note di Battisti come un dolce amarcord di un'innocenza pronta a scomparire; una dipendenza irrinunciabile, oltre la quale non c'è nulla, solo la morte, ritratta, ancora, come in "Mamma Roma": una morte cristologica, il sacrificio di un poveraccio schiavo del male terreno.
Il lascito di Caligari è, neanche a dirlo, enorme; basti pensare al cult anni '90 "Trainspotting", il quale riprende parte del linguaggio di "Amore Tossico" rendendolo mainstream, ibridandolo con il videoclip ed il gusto pop, arrivando a snaturarlo fino a trovare una forma di cinismo acido e compiaciuto; altri tempi, altri modi di ritrarre lo stesso male; il quale, tuttavia, non ha mai fatto più paura come nel gioiello di Caligari.
con: Cesare Ferretti, Michela Mioni, Enzo Di Benedetto, Roberto Stani, Loredana Ferrara, Mario Afeltra, Fernando Arcangeli.
Drammatico
Italia 1983
Chissà se sarebbe possibile al giorno d'oggi, in Italia, creare una pellicola come "Amore Tossico"; non tanto per i suoi contenuti, che nel corso degli anni hanno avuto una sovraesposizione mediatica impensabile nel 1983, quanto per la sua storia produttiva. All'epoca, l'industria filmica nostrana era ancora fiorente, benchè prossima al collasso. Ma Claudio Caligari si muoveva lo stesso al di fuori di essa, dapprima come documentarista, poi come autore di fiction; tanto che nel corso degli anni è riuscito a dirigere giusto un pugno di pellicole, di cui l'ultima, "Non Essere Cattivo", ultimato dopo la sua prematura scomparsa.
Caligari è stato, assieme a Corso Salani e Nico D'Alessandro, un'esponente di spicco del cinema indipendente italiano, quel cinema piccolo nei mezzi ma mai nei contenuti, girato per le strade con un occhio a De Sica ed uno a Pasolini; un cinema che oggi non esiste più, annichilito dal duopolio Rai/Medusa, dalle truffe del tax credit, dalla mancanza di soggetti coraggiosi pronti a finanziare le opere anche meno radicali, figuriamoci un film post-neorealista sulla tossicodipendenza interpretata da veri tossicodipendenti.
Fortunatamente, all'epoca Caligari aveva un nume tutelare illustre, quel Marco Ferrari mai troppo ricordato; trovare fondi e distribuzione non è stato troppo difficile; più ardua è stata la produzione, durata qualche anno, tanto che il primo ciak pare fosse stato dato già agli inizi del decennio. Ciononostante, "Amore Tossico" è venuto splendidamente alla luce e si è posto, all'epoca della sua uscita, come un perfetto pugno allo stomaco dei benpensanti e, in genere, di tutti coloro i quali preferiscono ignorare una realtà scomoda come quella ritratta.
Uno sguardo crudo, quello di Caligari, che non conosce compromessi, tanto che gli "schizzi" dei personaggi vengono mostrati in modo diretto, anche più di quanto avveniva in "Christiane F."; e proprio il raffronto con il film di Uli Edel è utile a comprendere la grandezza di "Amore Tossico"; laddove in "Christiane F." lo sguardo era ovviamente di biasimo, nel film di Caligari c'è un distacco empatico vero e proprio, non una condanna diretta, quanto una sospensione del giudizio morale che non rinuncia alla drammaticità. Laddove nel primo la protagonista trova una redenzione finale (nella realtà che lo ha ispirato solo momentanea, nel film perenne), nel secondo non c'è salvezza che non sia data dalla morte, auto o etero inflitta che sia, risultando ben più duro e scevro di compromessi, per questo decisamente più disturbante.
Durezza che si ritrova anche nella forma, decisamente ruvida, con immagini sgranate, rubate per le strade di Ostia e Roma. Città che Caligari dipinge in tutto il loro squallore, con le periferie desertiche e le spiagge luride, non c'è bellezza nella città eterna della Grande Bellezza.
I punti di riferimento, come detto, sono il neorealismo e il cinema di Pasolini. Dal primo viene l'idea di usare veri tossici come personaggi, vere anime perse (che poi troveranno anche nella realtà una morte prematura) chiamate ad interpretare sè stessi. La scrittura, di conseguenza, rinuncia all'intreccio vero e proprio per divenire spaccato: vengono ritratte le giornate tipo di Cesare, Roberta, Enzo, Loredana e amici, passate a cercare le piotte per comprarsi le spade e le dosi, a sopportare le crisi di astinenza e a subire le vessazioni dei più forti (il magnaccia); una vita vuota, agra e magra, della quale portano i veri segni sul volto e sul corpo.
Da Pasolini deriva l'empatia verso questo gruppo di disadattati votati alla morte, di questi "ragazzi di vita" che alla vita rinunciano un pò alla volta; tanto che quando arriva il momento fatale, questo avviene in due modi simbolo: una prima volta davanti al monumento alla memoria del poeta, all'epoca già in stato di abbandono; la seconda per mano di quella polizia che non conosce pietà per gli ultimi, come in "Mamma Roma".
Una dipendenza, quella di Cesare e compagni, ineludibile ed inesorabile, che comincia già durante la prima gioventù, ritratta sulle note di Battisti come un dolce amarcord di un'innocenza pronta a scomparire; una dipendenza irrinunciabile, oltre la quale non c'è nulla, solo la morte, ritratta, ancora, come in "Mamma Roma": una morte cristologica, il sacrificio di un poveraccio schiavo del male terreno.
Il lascito di Caligari è, neanche a dirlo, enorme; basti pensare al cult anni '90 "Trainspotting", il quale riprende parte del linguaggio di "Amore Tossico" rendendolo mainstream, ibridandolo con il videoclip ed il gusto pop, arrivando a snaturarlo fino a trovare una forma di cinismo acido e compiaciuto; altri tempi, altri modi di ritrarre lo stesso male; il quale, tuttavia, non ha mai fatto più paura come nel gioiello di Caligari.
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