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sabato 14 marzo 2020

Color out of Space

di Richard Stanley.

con: Nicolas Cage, Joely Richardson, Q'Orianka Kilcher, Tommy Chong, Madeline Arthur, Julian Hilliard, Elliot Knight, Branden Meyer.

Thriller/Horror

Usa, Portogallo, Malesia 2019














23 anni di esilio dal Grande Schermo, per Richard Stanley. Allontanamento dovuto al caos generatosi sul set di "L'Isola Perduta", alla sua conseguente estromissione ad opera del produttore Bob Shaye e del flop che ne scaturì. Una ferita indelebile per il regista di Fishook, il quale resta confinato a vita privata per cinque anni, dopo i quali si dedica alla direzione di piccoli corti e documentari, sino al 2011, anno nel quale partecipa al collettivo "The Theatre Bizzare", con un episodio che ha letteralmente girato in casa.
Inutile dirlo, la volontà del pubblico per un suo ritorno al lungometraggio è stata forte e si è concretizzata solo nel 2019, anno in cui Stanley esce definitivamente dall'esilio per dirigere "Color out of Space", primo capitolo di una trilogia su Lovecraft pronta a decollare. E che dimostra come il grande cineasta non abbia perso un'oncia del suo talento, né del suo entusiasmo.




Bisogna partire da un concetto semplice  ma essenziale quando ci si approccia a questa sua terza fatica: il racconto omonimo di Lovecraft, come la maggior parte delle sue creazioni, mal si adatta ad essere trasposto sul medium visivo; e questo non solo perché tratta, letteralmente, di un colore alieno inesistente nella natura terrestre, ma anche per l'uso che fa del racconto descrittivo: il punto di vista è per una volta esterno agli eventi, cosicché molti dei quali restano celati, ancora come solito dello scrittore di Providence, nel non-detto; molto della narrazione, così come della mitologia adoperata, risiede nel suggerito, nella pura capacità della mente umana di scorgere un orrore immenso e al contempo indecifrabile dandogli una forma che non ne minimizzi la sostanza. E come rendere tutto ciò nel medium visivo per antonomasia?



La risposta è semplice, ossia sovrabbondando nei colori. Il colore venuto dallo spazio diviene così il magenta, una sfumatura tra il viola e il rosa, un corpo estraneo rispetto agli altri colori della fotografia; per sottolinearne la pericolosità, al colore si affianca il suono, con uno stridio che risuona ovunque esso si manifesti.
Con questi due elementi base e un occhio per l'atmosfera, Stanley riesce ad intessere sin dai primi minuti un mood vagamente opprimente, sia quando si sofferma sui fitti boschi a ovest di Arkham, sia quando indugia sulle immagini idealmente più rassicuranti della villa dei protagonisti. Un'atmosfera che, un po' alla volta, monta in una tensione che, da metà film in poi, si fa tangibile e che sfocia nell'orrore più puro, sia esso la follia di Nicolas Cage (la cui performance eccessiva viene centellinata a dovere) sia esso il body horror estremo, reminiscente del cinema di Carpenter ("La Cosa", la più lovecraftiana delle sue opere, viene citata esplicitamente) o di Stuart Gordon.




Stanley trova così un equilibrio perfetto tra detto e suggerito, tra esplosioni visive e sottrazioni forzate, anche quando calca un po' troppo la mano sul non visto (l'intera faccenda della dissociazione temporale poteva avere effetti decisamente più efficaci sulla storia). Per di più, crea un perfetto universo nel quale far muovere le creature di Lovecraft, dove, al pari dei suoi racconti, il Necronomicon fa capolino in modo quasi casuale, sottolineando la complessità del mondo nel quale gli eventi prendono piede.



Un ritorno in piena forma, si può dire; un ritorno che cancella l'onta di 23 anni prima e, si spera, prefigura la continuazione di una carriera florida già con soli tre lungometraggi all'attivo.

sabato 7 marzo 2020

Demoniaca

The Dust Devil

di Richard Stanley.

con: Robert Burke, Chelsea Field, Zakes Mokae, John Matshikiza, Rufus Swart, William Hootkins.

Horror/Fantastico

Sud Africa, Inghilterra 1992














Una storia desolante, quella di Richard Stanley e dei compromessi che ha dovuto subire durante la sua carriera; compromessi che arrivano già al suo secondo lungometraggio, "The Dust Devil" (distribuito in Italia con lo strano titolo "Deamoniaca", dagli echi argentiani): concepito come un road-movie sovrannaturale contaminato da derive splatter e gore, questa seconda fatica del visionario autore sudafricano viene categoricamente seviziata in sala montaggio; la Miramax, impegnata nella produzione e distribuzione della pellicola, taglia consistenti passaggi e intere sequenze horror per evitare un visto censura troppo elevato; questo dopo essersi già ingerita durante le riprese, chiedendo al regista di fare un film simile a "Il Silenzio degli Innocenti", per cercare di venderlo come un thriller-horror d'autore.




La visione di Stanley, influenzata dalle leggende del Sud Africa e da un sogno che lo aveva letteralmente assalito mentre era ancora al college, viene irrimediabilmente compromessa e la director's cut diverrà disponibile solo anni dopo, per il mercato in Dvd e neanche ovunque (in Europa, al momento, esiste solo un cofanetto Blu-Ray tedesco che contiene la theatrical cut oltre alla versione approvata dall'autore). Eppure, anche al netto del trattamento selvaggio subito, "The Dust Devil" riesce ad essere lo stesso una visione ipnotica e originale, un road-movie horror a dir poco ammaliante.




Difficile fare, comunque, un'analisi obiettiva del film, data la difficoltà nel capire quanto arrivato su schermo sia effettivamente voluto da Stanley; una cosa, tuttavia, sembra sicura: rispetto ad "Hardware", lo stile qui si fa più asciutto e lineare, con un montaggio meno sincopato e più compatto.
Facile, invece, parlare della storia e dell'atmosfera. Tutto parte dalla leggenda di Soo oop wa, uomo che, a causa di una maledizione, diviene il demone della sabbia, condannato a vagare sulla Terra per l'eternità, attirato dalle anime in preda alla disperazione. Con piglio epico, Stanley crea una mitologia affascinante e pone sulle spalle di Robert Burke il non facile compito di dare un volto e movenze credibili all'uomo-demone; e Burke, per fortuna, si rivela perfetto per il ruolo: il demone della sabbia è così un cowboy affascinante, attirato dalla disperazione umana, schiacciato dalla sua stessa maledizione e, al contempo, in cerca di compagnia, carnale o meno, nelle sue vittime. Un demone fin troppo umano nella sua disperata ricerca di potere e sollievo.




Laddove il protagonista risulta ben caratterizzato e affascinante, lo script mostra il fianco nella caratterizzazione dei personaggi secondari, tutti bene o male piatti, a partire dalla protagonista femminile Wendy, una semplice donna in pericolo e in preda ad una forma depressiva che non trova mai catarsi. Va peggio con suo marito Mark, il cui story-arc è puramente riempitivo, ma meglio con il personaggio del poliziotto Ben, la cui sottotrama è strutturata come un classico poliziesco e la cui natura di tutore dell'ordine nero in un paese afflitto dal razzismo permette a Stanley di affrontare, seppur brevemente, il tema dell'Apartheid. Peccato che la sua catarsi, nel cinema abbandonato, risulti monca e impossibile da comprendere.




Gran parte del fascino del film deriva anche dall'ambientazione, quasi inedita, del deserto del Sud Africa e della Namibia; Stanley inquadra i deserti polverosi con piglio visionario, come se fossero un mondo alieno, immergendoli in un'atmosfera mistica e a tratti onirica; da applausi, su tutto, l'uso del teleobiettivo per inquadrare i corpi in lontananza, facendoli assomigliare a figure fuoriuscite da un'altra dimensione, giustapposto al grandangolo per il volto e il corpo del protagonista.



Pur visibilmente monco e privato di alcuni dei suoi elementi caratterizzanti, "The Dust Devil" resta una pellicola affascinante, ammantata da un'atmosfera unica e dalla mitologia originale, seconda e inconfutabile prova del talento dei suo creatore.

mercoledì 12 ottobre 2016

Hardware

M.A.R.K. 13

di Richard Stanley.

con: Dylan McDermott, Stacey Travis, John Lynch, William Hootkins, Iggy Pop, Lemmy.

Fantastico/Post Apocalittico/Cyberpunk/Horror

Inghilterra, Usa 1990















Hollywood la macchina dei sogni, Hollywood la terra promessa, Hollywood la grande ammaliatrice, la Mecca del Cinema che tanti giovani talenti attira solo per distruggere a suon di compromessi e conformismo; Hollywood è sicuramente un crocevia essenziale per chiunque sogni di raggiungere la fama o di creare pellicole con valori produttivi talvolta anche semplicemente adeguati alle proprie ambizioni. Salvo poi cadere vittima dello strapotere e dell'ignoranza dei produttori.
Le storie di giovani filmmaker alle prime armi ed assetati di fama la cui carriera viene maciullata dagli ingranaggi del sistema hollywoodiano sono sempre esistite e sempre esisteranno (basti vedere cosa accaduto di recente a Josh Trank e Mark Landis), ma se c'è una parabola hollywoodiana che potrebbe assurgere a vero e proprio paradigma è quella di Richard Stanley.
Nato in Sud Africa, Stanley si fa notare ancora ventenne grazie al mediometraggio "Incidents in an Expanding Universe" per il suo approccio non convenzionale, anzi totalmente libero alla fantascienza. Si fa le ossa, subito dopo, dirigendo videoclip per i Fields of the Nephilim ed i Renegade Soundwave. Il suo esordio nel lungometraggio, "Hardware" datato 1990 diviene in brevissimo tempo una pellicola di culto presso gli estimatori della Sci-Fi meno ortodossa e dei B-Movies. Già nel 1992, Stanley riesce a trovare capitali americani per il suo secondo lungometraggio, anch'esso divenuto un piccolo e amato cult, il visionario "The Dust Devil"; ma il contatto con Hollywood avviene nel peggiore dei modi, per il tramite del diavolo in persona, al secolo Bob Weinstein, proprio lui, l'uomo in grado di eliminare mezz'ora di film da "Snowpiercer" (2013) perchè preoccupato del fatto che il pubblico dell'Oklahoma potesse non capirlo. Weinstein che già era stato coinvolto in modo marginale in "Hardware" ma che ora assume un ruolo predominante; e con un personaggio del genere a tirare le fila, la produzione di "The Dust Devil" finisce ben presto alle ortiche: in sala di montaggio tutto il film viene scompaginato e le sequenze più crude e paurose vengono mozzate in modo vistoso; dovranno passare oltre dieci anni e attendere l'avvento del mercato del DVD affinché Stanley possa finalmente dar vita ad una Director's Cut. In compenso, con il film successivo, il tristemente famoso "L'Isola Perduta" (1997), le cose andranno pure peggio.
Stretto tra le manie di protagonismo di un Val Kilmer fuori controllo e le ingerenze coatte del produttore Bob Shaye, Stanley si ritrova ad abbandonare il set in preda all'ira dopo pochi giorni, facendosi sostituire da un John Frankneheimer interessato solo alla paga, salvo poi tornarci in incognito travestito come una comparsa, come in un film di Mel Brooks. Ed il risultato è talmente disastroso da aver fatto storia e averlo costretto a ritirarsi dal mondo del cinema, per intraprendere una modesta carriera da documentarista.
Eppure quel suo primo lungometraggio, l'unico su cui abbia avuto il pieno controllo, è davvero un piccolo gioiello di fantascienza folle, un mix bizzarro ed affascinante di cyberpunk e visioni post-apocalittiche.






Facile intuire l'input alla base del progetto: il racconto "Shok!" apparso sulle pagine della mitica rivista 2000AD, il cui stile trasuda in ogni scena del film; la fantascienza folle, visionaria e grottesca di Judge Dredd e soci viene traslata su schermo in modo fedele.
"Hardware" è un vero e proprio mix di influenze eterogenee: il mondo desertico post-atomico di "Mad Max 2" (1981), le città fatiscenti, dove ciclopici palazzi danno rifugio a quel che resta dell'umanità ricordano le geometrie kafkiane di "Brazil" (1985) e vengono immersi in colori al neon e luci stroboscopiche come in "Blade Runner" (1982), mentre un androide assassino insegue una giovane donna come in "Terminator" (1984). Il tutto al servizio di una storia basica: il cacciatore di rottami Moses (McDermott) compra da un suo rivale i resti del prototipo di un robot da guerra, il M.A.R.K. 13, scambiandolo per un androide di servizio, al fine di regalarlo alla sua fidanzata, la scultrice Jill (Stacey Travis); nell'appartamento della donna, l'essere si riattiva e comincia a perseguitarla. Nulla più. Sarebbe quindi d'obbligo aspettarsi il classico slasher-horror, dove l'unico guizzo di originalità viene dato dall'ambientazione; ma sarebbe un errore: lo stile di regia ed alcune intuizioni narrative rendono "Hardware" un pellicola davvero folgorante.






La regia di Stanley si rifà ai classici del cinema di genere moderni: "Evil Dead" (1982) per l'uso dei movimenti di macchina in soggettiva, "Highlander- L'Ultimo Immortale" (1986) per l'uso espressivo del montaggio e persino l'allora recente "Tetsuo" (1988), dal quale vengono riprese diverse soluzioni visive ma anche il tema dello scontro tra la carne e il metallo.
"Hardware" è un film di puro montaggio, dove i tagli veloci e le inquadrature strette suppliscono agli scarsi valori produttivi per dare vita ad un mondo visionario, una post-apocalisse cinta tra le mura domestiche, fintamente sicure, nel quale il mostro è quella tecnologia da cui l'uomo ancora dipende (il robot, ma anche il portone blindato, le cui fauci sono spaventose al pari del villain).
Il mondo moderno è scomparso, la società è ridotta ad un gigantesco "slum", un inferno industriale nel quale vagabondi e senzatetto costituiscono la nuova umanità.




La tecnologia domina le vite dei comuni: l'appartamento di Jill è comandato da una gigantesca console di comandi. Ma al contempo, la tecnologia è un rudere, un cumulo di scarti e ferraglia avulso da ogni forma architettonica, è un elemento alieno, distaccato rispetto al resto delle scenografie ed ambienti. Da qui l'androide, ossia spazzatura che riprende vita: una tecnologia impossibile da fermare, in grado di ricrearsi da zero divorando ogni cosa che ha davanti. Una tecnologia che dovrebbe servire l'uomo, ma che finisce per distruggerlo, per dilaniarne le carni in un impeto omicida privo di fondamento. La tecnologia distrugge l'uomo, è per sua stessa indole forza disgregatrice, distruttrice il cui unico scopo è maciullare, fare a pezzi, sembrare le carni dell'essere umano (la citazione biblica, inventata dagli autori, "Nessuna carne sarà risparmiata"); una forza distruttrice che non può essere fermata con la violenza, con il ricorso alle armi convenzionali, essendo essa stessa un'arma, ma, per beffa, solo con l'acqua, ossia la fonte stessa della vita.





La visione di Stanley non è però ancorata alle regole del cinema di genere. Il ritmo è lento, quasi ipnotico anche nel terzo atto; l'azione e la violenza esplodono con fragore senza preavviso per poi tornare a nascondersi tra le ombre dell'appartamento o i vicoli luridi della metropoli (e qui è facile scorgere un'altra influenza eccellente, quella dell' "Alien" di Scott). Il ritmo interno delle singole scene è scandito dal montaggio frammentato, che spezza ogni azione in più segmenti e li alterna ai dettagli. Non c'è linearità nella messa in scena: come l'androide assassino, lo stesso film è un inseme di "rottami" che si coagulano per creare un unico essere. Il senso di claustrofobia e nervosismo viene così creato sopratutto per il tramite delle inquadrature e del loro alternarsi, piuttosto che dalle scenografie e dalla fotografia; le quali, nonostante il budget striminzito, non hanno davvero nulla da invidiare a produzioni più imponenti, anzi: l'uso dei forti contrasti anche cromatici crea un'atmosfera irreale, a metà strada tra fascino ed incubo, quasi un excursus all'interno della mente straniata dei personaggi.






Allo stesso modo, l'influenza eterogenea dei vari registri si fonde in un'unico stile, nel quale Stanley fa confluire una venatura grottesca degna erede delle pagine di 2000AD: la violenza viene elevata oltre il parossismo e i personaggi sono tutti sopra le righe, come il vicino di casa guardone, vero esempio di scrittura grottesca applicata al horror.
"Hardware" è pura anarchia visiva e narrativa applicata ad un registro squisitamente di genere. Una pellicola magistrale nella sua eterogeneità, affascinante ed ammaliante al punto da far rimpiangere la triste sorte toccata al suo creatore, visionario che ben miglior sorte avrebbe meritato.



EXTRA


Il caos produttivo e umano dietro le quinte de "L'Isola Perduta" è stato rievocato e documentato nel recente "Lost Soul: The Doomed Journey of Richard Stanley's Island of Dr.Moreau" di David Gregory, la cui visione è caldamente consigliata per capire lo stato di umano degrado a cui Stanley è stato esposto.