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sabato 16 marzo 2013

Tabù - Gohatto

Gohatto

di Nagisa Oshima

con: Takeshi Kitano, Ryûhei Matsuda, Tadanobu Asano, Shinji Takeda, Yôichi Sai, Jiro Sakagami.

Drammatico

Giappone, Francia, Inghilterra (1999)









Nel 1999 Takeshi Kitano, ormai divenuto una star internazionale grazie ai successi come regista (aveva appena vinto il Leone d'Oro a Venezia con "Hana-Bi") obbliga il maestro Nagisa ad uscire dal ritiro che si era autoimposto per dirigere un ultimo lavoro: nasce "Tabù-Gohatto", ultima opera del grande autore e suo vero e proprio testamento filmico. Tema centrale, come al solito nella filmografia dell'autore, è lo scontro tra le pulsioni personali e l'etichetta imposta dalla società.



Nel Giappone del XIX secolo, la Shin-Sengumì è l'accademia militare più rinomata; il suo codice di condotta, il "gohatto", è ferreo e chiunque lo violi viene giustiziato mediante decapitazione; a turbare l'ordine della scuola ci pensa la giovane recluta Kano (Ryûhei Matsuda, poi protagonista dello splendido "Big Bang Love- Juvenile A" di Takashi Miike nel 2006), abilissimo spadaccino che con la sua bellezza efebica e sfacciata fa innamorare dapprima l'allievo Tashiro (Tadanobu Asano, qui al suo primo ruolo importante e che nel 2001, sempre con Miike, sara protagonista del cultissimo "Ichi the Killer") e poi il resto dei samurai; l'ufficiale Hijikata (Takeshi Kitano), unico a non restare affascinato dalla bellezza del ragazzo, cerca una soluzione.



Nagisa declina ancora il tema a lui caro dello scontro tra due forze opposte, come si diceva; da una parte il codice di condotta del gohatto che, sebbene non escluda l'omosessualità giacchè basato sugli antichi codici dei samurai, prescrive la forza e la fermezza massima per ogni allievo; dall'altra Kano, simbolo della bellezza, forza selvaggia e irrefrenabile; eppure lo scontro qui si fa più ambiguo: chi sia davvero Kano e perchè seduca gli ufficiali resta un mistero; è davvero giusto portare lo scompiglio all'interno dell'istituzione? Nagisa, oramai vecchio e saggio, non risponde al quesito e lascia la soluzione allo spettatore; Kano diviene così, al pari del Querelle di Fassbinder, un personaggio-incognita: angelo, demone tentatore, iconoclasta, distruttore, ogni interpretazione appare possibile e non esclude il suo contrario; si può, però, tollerare che lo scompiglio prenda il sopravvento sulla condotta? Nagisa non ha, neanche qui come in "Furyo" alcun dubbio: no, l'elemento di disturbo va sradicato, poichè, a prescindere dalla sua volontà effettiva, esso rappresenta il male per la società; il distacco dell'autore verso il tema resta però costante durante tutto il film e viene sottolineato, a tratti, dalle scritte che incorniciano i singoli episodi e che fanno da contrappunto ironico e sardonico alle vicende mostrate.


La maestria stilistica del grande autore giapponese qui raggiunge l'apice: i duelli nel dojo sono ripresi da lunghe sequenze in steady che incorniciano i personaggi e le loro azioni in immagini pittoriche, tanta è la raffinatezza delle inquadrature e dei movimenti; l'atmosfera del film, come in "Furyo", è rarefatta e nella parte finale si fa smaccatamente onirica, anche grazie alla splendida colonna sonora di Ryuichi Sakamoto, fino a culminare nella splendida immagine finale, perfetta chiusura del cinema di un grande autore.
"Tabù-Gohatto" è il punto d'arrivo, estetico e filosofico, di Nagisa: dopo la sua uscita, egli tornerà al suo ritiro a vita privata, dal quale non uscirà più, fino a spegnersi, purtroppo, il 15 Gennaio 2013, lasciando un vuoto incolmabile nella cinematografia nipponica e mondiale.

venerdì 15 marzo 2013

Furyo

Merry Christmas Mr.Lawrence

di Nagisa Oshima

con: Tom Conti, David Bowie, Ryuichi Sakamoto, Takeshi Kitano, Jack Thompson, Alistair Browning, Johnny Okhura.

Drammatico/Guerra

Giappone, Usa (1983)














Divenuto celebre presso il pubblico internazionale, anche al di fuori del circuito dei festival, grazie all’eco suscitata da “L’Impero dei Sensi”, Nagisa Oshima incontra il mitico produttore Jeremy Thomas; nel 1983, tale incontro si rivela fecondo e gli permette di produrre un adattamento dell’amato romanzo “The Seed and the Seeder” di Sir Laurens Van Der Post, da lui scritto e diretto. Nasce così “Merry Christmas Mr. Lawrence”, suo ennesimo capolavoro, nonché cult plurigenerazionale.



Durante la II Guerra Mondiale, a Java, in un campo di prigionia giapponese, l’ufficiale Lawrence (Tom Conti) cerca di sopravvivere agli eventi insieme agli altri internati, riuscendo tuttavia a stringere un rapporto quasi amicale con l’ufficiale Hara (Takeshi Kitano, in uno dei suoi primi ruoli da protagonista). La relativa quiete viene interrotta dall’arrivo di altre due figure: il colonnello Yonoi (Ryuichi Sakamoto), nuovo comandante dal ferreo senso dell’onore e della disciplina, e lo scapestrato ufficiale delle Forze Alleate “Raffica” Jack Celliers (David Bowie), del quale Yonoi subisce una fortissima fascinazione.




La critica alla rigida etichetta della società conservatrice nipponica assume, qui, una nuova veste, quella dello scontro tra civiltà. Yonoi e Celliers divengono due opposti inconciliabili: un giovane dalla rigidissima educazione marziale e un uomo, di poco più grande, che ha deciso di disfarsi di ogni coordinata morale per divenire anarchia; un’anarchia la quale non ha alla sua base il semplice disprezzo delle regole, quanto una forma d’odio ingenerata dalla delusione conseguente all’aver sempre seguito i codici che la società impone; Celliers non è, di fatto, un folle, ma un uomo distrutto dal senso di colpa ingenerato dal voler conformarsi alle regole di un’istituzione per lui all’epoca sacra; un uomo a cui la società ha tolto tanto e che risponde disprezzando le regole che vengono imposte, a prescindere da chi le impone.



Lo scontro con Yonoi è inevitabile e incontenibile: ogni occasione diviene buona per sfidare l’autorità. La quale, a sua volta, non può che cadere vittima dello spirito indomito di chi la sfida. E se Yonoi e Celliers esistono agli antipodi l’uno dell’altro, Lawrence e Hara sono invece altre due facce della medesima medaglia: anche loro nemici, i quali riescono tuttavia ad avvicinarsi, sul piano umano, durante lo scontro. Due uomini che potrebbero essere amici, se non militassero in schieramenti opposti. Due veri e propri compagni divisi dalle regole della società. 
La rabbia e l’orgoglio si scontrano così a più riprese, mentre l’amore, inteso in senso universale, viene relegato sottopelle, pronto sempre a esplodere eppure sempre contenuto.




Molteplici sono le sequenze genuinamente belle che Nagisa Oshima riesce a creare. A cominciare dalla più famosa, quella del bacio tra Celliers e Yonoi; sequenza nella quale l’artista fa letteralmente esplodere i sentimenti dei personaggi: rabbia e sfida si confondono con la comprensione e il perdono, tramutandosi in una sensazione talmente forte da fare a pezzi la volontà di chi vi si oppone; sarà da qui che l’amore troverà la sua sottomissione, pur continuando a pulsare.
E non si può, al contempo, non citare la bellissima sequenza di “papà Natale”, che in pratica dà il titolo all’opera; durante la notte di Natale, Hara mette da parte l’orgoglio in favore dell’amore fraterno che lo lega a Lawrence, salandogli la vita. Scena che trova nel commovente epilogo il suo doppio, dove è impossibile non muoversi a compassione per l’accettazione del destino da parte del personaggio di Hara.





Nel raccontare questa storia di fraternità e guerra, Oshima crea un’atmosfera rarefatta e onirica; immerge ogni immagine nelle splendide e ammalianti note di Ryuichi Sakamoto, dalle sonorità moderne, arrivando ad una forma di post-modernismo poetico. L’emozione viene costantemente smossa sia dalla storia che dall’unione di immagini e musica, in un vortice emotivo unico e irresistibile.



Su di un piano strettamente visivo, d’altro canto, si diverte a distruggere la geometricità ozuiana di tanto cinema nipponico usando movimenti di macchina e stacchi che, alternativamente, seguono con parsimonia i personaggi, quasi a prendere per mano lo spettatore per condurlo al cuore della vicenda, senza mai scadere nel barocco o nel pretenzioso, in un equilibrio tra forma e contenuti semplicemente perfetto.



Il risultato è un piccolo-grande capolavoro di estetica e contenutistica, un inno all’amore universale che rapisce e scuote sin nel profondo, come solo la grande arte sa fare.

venerdì 8 marzo 2013

Ecco l'Impero dei Sensi

Ai no Korida

di Nagisa Oshima 

con: Eiko Matsuda, Tatsuya Fuji, Aoi Nakajima, Yasuko Matsui, Meika Seri, Kanae Kobayashi.

Pornografico/Drammatico

Giappone (1976)












1972: "Deep Throat" sbanca i botteghini, la pornografia, da genere totalmente underground riservato all'intrattenimento nei salotti per bene dell'alta borghesia e nei postriboli, viene promosso a genere filmico vero e proprio e sdoganato verso il pubblico di massa; tuttavia esso non riesce a trovare una sua vera e propria identità: la pornografia resta relegata a registro di puro intrattenimento e, nonostante circoli ora nei cinema di serie A, in molti sono scettici riguardo il suo effettivo valore artistico; nel 1976 Oshima Nagisa decide di approcciarvicisi nell'intento di darle una dignità filmica effettiva.
Tratto da un fatto di cronaca reale, "L'Impero dei Sensi" (titolo al quale i distributori italiani hanno aggiunto un trionfale "ecco" a causa delle vicissitudini distributive che ne bloccarono per qualche tempo la circolazione) narra la travagliata storia di passione tra la bella Sada (Eiko Matsuda) e Kichizo (Tatsuya Fuji), il cui rapporto extraconiugale presto si muta in una torbida e bollente storia d'amore, sullo sfondo del Giappone degli anni '30.


L'approccio di Nagisa è secco e diretto: il film è vera pornografia, gli amplessi tra i due attori sono reali e mostrati direttamente, senza lasciare nulla all'immaginazione dello spettatore; il grande autore tenta di mostrare un rapporto deviato tra un uomo e una donna: quest'ultima è irrefrenabilmente attratta dal suo amante, eppure non riesce a lasciarsi trasportare dall'eros; l'amore fisico che prova è totalmente meccanico, un rito di esternazione delle proprie sensazioni consenziente, ma non appagante; a differenza di quanto accade con la prima moglie di Kichizo, la quale riesce a concedersi totalmente durante l'amplesso; la rivalità e l'invidia di Sada la portano a sperimentare pratiche sempre più estreme e talvolta finanche degradanti, fino ad un epilogo fatale; Nagisa narra la pazzia d'amore, dunque, filtrata tramite la pornografia: l'ossessione del desiderio che non può appagarsi mai del tutto e che per questo si fa sempre più pressante; eppure qualcosa non torna: man mano che la pellicola procede non si capisce per quale motivo la donna non riesca a concedersi: non per pudicizia, giacché è sposata con il partner, né per motivi sociali, visto che le sue umili origini non le impongono di rispettare l'etichetta, né per paura del giudizio altrui, come si esplica in una determinata scena. 



La meccanicità dell'orgasmo non ha ragione d'essere e quindi diviene metafora fine a sé stessa, lasciando lo spettatore totalmente privo di certezze sul valore effettivo della storia, che diviene così un puro pretesto per mostrare le scene di sesso; e qui Nagisa compie un ulteriore passo falso: le pratiche sessuali dei protagonisti divengono, come detto, sempre più degradanti e, mostrate su schermo senza veli nè pudicizia, sfondano spesso il limite del cattivo gusto: davvero in pochi riuscirebbero a non disgustarsi di fronte alla scena dell'uovo o al tragico finale, sia per la forte componente grafica sia perchè non non rappresentanti una metafora o un simbolismo particolare, ma solo una forma di provocazione gratuita; ulteriore ingenuità dell'autore: il parallelismo che verso la fine compie con la situazione storica dell'epoca resta del tutto sterile: cosa dovrebbe significare la scena in cui Kichizo incrocia dei soldati, visto che quasi tutta la pellicola giace in un'atmosfera fuori dal tempo e quasi surreale? Si vorrebbe forse erigere la storia d'amore deviata tra amanti a metafora della deriva del paese? Non è dato saperlo: anche qui la metafora non funziona. Nagisa, dunque, delude: "L'Impero dei Sensi" è una pellicola forte e provocatoria, ma del tutto insipida e fredda; l'autore non riesce a dare dignità alla pornografia (anzi: la storia alla base del film si sarebbe potuta raccontare anche senza l'uso di scene hard e forse avrebbe funzionato di più), né a dare un significato preciso e chiaro alla pellicola, girando continuamente su sé stesso; ed è un peccato visto il suo immenso talento.

venerdì 1 marzo 2013

La Cerimonia


Gishiki

di Nagisa Oshima

con: Kenzô Kawarasaki, Kei Satô, Atsuko Kaku, Nobuko Otowa, Maki Takayama.

Drammatico

Giappone (1971)












A partire dagli anni '70, dopo l'iconoclastia forsennata del decennio precedente, il cinema di Nagisa si rinnova sia stilisticamente che tematicamente; "La Cerimonia" può essere visto come un rito di passaggio nella carriera del grande autore nipponico: in esso si ha il parziale recupero della geometricità dell'inquadratura propria della tradizione cinematografica del Sol Levante e lo sviluppo del tema del conflitto tra aspirazione personale e posizione sociale che caratterizzerà l'opera dell'autore da qui in poi.


Con quest'opera, Nagisa attua uno spaccato forte e dettagliato della classe dirigente nipponica dell'epoca; protagonista del film è Masuo (Kenzô Kawarasaki) rampollo illegittimo e mezzo coreano di una famiglia nobile; subito dopo la fine della guerra, Masuo viene accolto, assieme alla madre coreana, nella casa del defunto padre, dominata dalla figura del nonno (Kei Sato), vecchio nobile depositario dell'ideologia conservatrice del Giappone Imperiale; nel corso degli anni, il ragazzo si confronta con le sue pulsioni e il ruolo che è chiamato a ricoprire all'interno della famiglia.


Il nucleo familiare diviene metafora della società: Masuo altri non è che l'uomo comune del Giappone dell' epoca, un individuo privo di spina dorsale, combattuto tra le sue passioni e l'etichetta che deve rispettare; per tutta la pellicola, il protagonista non riesce mai a dare sfogo a nessuna delle sue pulsioni: la passione sessuale per la zia, l'odio per il nonno, l'insofferenza verso la stringente tradizione e i comportamenti impostigli; Masuo è, in poche parole, un codardo: subisce passivamente tutto, non prende mai l'iniziativa e vive la sua vita come una deriva inutile, perfetta metafora del servilismo proprio dell'uomo medio, inteso come "mediocre"; il suo perfetto contraltare è suo cugino Tadashi: vera e propria pecora nera della famiglia, Tadashi agisce sempre per prendere ciò che vuole e non permette a nessuno di imporgli l'etichetta voluta; è il simbolo non dell'individualismo sfrenato, bensì del coraggio: egli persegue strenuamente ciò in cui crede, ma non impone mai il suo punto di vista agli altri, come si intuisce nella scena in cui loda il cugino militante di estrema destra; Tadashi è il modello d'uomo che secondo Nagisa bisognerebbe essere: insofferente, appassionato, ma mai impulsivo o pericoloso, un uomo con dei valori propri, magari anche assoluti dal suo punto di vista, ma non assolutizzanti; la società nipponica, guidata da un pater familias onnipotente e castrante e da un'orda di ominidi privi di idee a lui del tutto asserviti è destinata al nulla; perfetto simbolo di questo vuoto è dato dalla cerimonia nuziale del titolo: obbligato a sposare la figlia di un pezzo grosso che non ha mai incontrato e che non può presenziare al matrimonio, Masuo officia comunque le nozze; la cerimonia diviene così un rito fine a sé stesso, del tutto privo di significato, utile solo a mandare avanti un'impresa; un'unione priva di passione per un uomo che da sempre sopprime le proprie aspirazioni per compiacere la società in cui vive: il risultato è un vuoto totale e totalizzante; Tadashi, d'altro canto, continua a perseguire le sue idee fino alle estreme conseguenze: la società non può permettere che un individuo possa mettere in discussione le sue regole.


Il formalismo estremo viene ricreato da Nagisa, si diceva, mediante il recupero della geometricità dell'inquadratura: abbandonata la camera a mano, l'autore crea immagini forti ed evocative; nel finale, per celebrare l'ingiusto sacrificio del vero uomo, ricorre ad una messa in scena smaccatamente onirica, che stride con il resto del film, ma che riesce davvero a colpire.
"La Cerimonia" è l'ennesimo capolavoro di un grandissimo autore, una pellicola stilisticamente affascinante e tutt'ora attuale.

domenica 24 febbraio 2013

L'Impiccagione

Kòshikei

di Nagisa Oshima

con:  Do-yun Yu, Kei Satô, Fumio Watanabe, Toshirô Ishidô, Hôsei Komatsu, Rokko Toura.

Drammatico

Giappone (1968)












La pena capitale è tutt'ora un argomento scottante: su cosa si basa il diritto che lo Stato si arroga di privare della vita un condannato? A cosa serve davvero uccidere un reo? Nel 1968 Oshima Nagisa decide di dare un proprio resoconto sull'argomento basandosi su un punto di vista insolito: quello del condannato dopo la sua uccisione.



In un carcere giapponese si verifica uno strambo accadimento: un prigioniero di origini coreane appena giustiziato (Do-yun Yu) si "risveglia" da sotto il patibolo e comincia a porsi domande come in preda ad un attacco di amnesia; le autorità presenti (tra i quali un prete e il pubblico ministero) cercano di capire come sia possibile.
L'intera pellicola si svolge su due piani narrativi; il primo è totalmente interno al braccio della morte, dove le autorità si confrontano con il redivivo; il secondo, invece, è in esterni e segue la vita precedente del ragazzo e il rapporto con la sua vittima, una giovane ragazza anch'essa di origini coreane. 


L'assunto di Nagisa è chiaro e preciso: la pena di morte è totalmente inutile poichè non permette al condannato di comprendere il proprio crimine; se si parte dal presupposto che la punizione che lo Stato dovrebbere infliggere al reo, in uno stato di diritto, serve a rieducare lo stesso in vista del suo futuro reinserimento nella società civile, tale assunto diviene incontrovertibile; geniale è l'idea di partire dal punto di vista del condannato: non avendo potuto affrontare catarticamente la sua colpa, egli non sa il perchè della sua morte, nè riconosce il suo crimine; l'intera narrazione si focalizza così sul suo procedimento cognitivo, sulla realizzazione del male che ha inflitto; e qui Nagisa picchia duro: nella società degli anni '60 rinfaccia al pubblico gli errori commessi nel dopoguerra, in particolare il forte razzismo con cui venivano trattati i coreani, immigrati dopo la guerra; i crimini sono il frutto di una società intollerante, dunque; eppure non vi è mai un'idealizzazione del protagonista: le sue colpe non vengono nè coperte, nè addolcite; l'autore si pone nei suoi confronti come un padre: accetta l'errore commesso e lo sprona a rimediarvi; la catarsi avviene con una riconciliazione tra vittima e carnefice, in cui entrambi comprendono i punti di vista reciproci, fino ad arrivare al perdono; ma una società intollerante e propensa all'eliminazione fisica del reo può davvero accettare un processo del genere? Nagisa non ha dubbi: no; e infatti, nell'epilogo, il personaggio del magistrato, emblrma dello Stato che condanna ogni errore ed ogni vizio, disvela la sua innata crudeltà: dopo aver assisitito, in silenzio e senza intervenire, alla catarsi del condannato, egli lo condanna nuovamente a morte, affermando che una colpa non può e non deve rimanere impunita, metafora della totale insensibilità dello Stato verso la persona.


"L'Impiccagione" è uno degli atti d'accusa più riusciti e vibranti contro la pena capitale, che tutt'oggi non ha perso un grammo nè della sua forza estetica, nè di quella contenutistica; un altro capolavoro nella filmografia di un grande regista.

mercoledì 20 febbraio 2013

Notte e Nebbia del Giappone

(Nihon no yoru to kiri)

di Nagisa Oshima

con: Miyuki Kuwano, Fumio Watanabe, Masahiko Tsugawa, Hiroshi Akutagawa, Kei Satô.

Giappone (1960)

 












Il '68, le proteste degli studenti e degli operai e tutto ciò che hanno comportato, sono da sempre un terreno fertile per il cinema europeo; In Giappone, dove le proteste studentesche iniziarono già dalla metà degli anni'50, l'argomento è stato più volte portato in scena nel corso degli anni; tuttavia, solo Oshima Nagisa è riuscito a darne un quadro fortemente contestatorio e al contempo completo e chiaro anche per lo spettatore occidentale.


Uscito in contemporanea a "Il Cimitero del Sole" e al capolavoro "Racconto Crudele della Giovinezza", "Notte e Nebbia del Giappone" è il film più politico e, al contempo, più cinico di Nagisa, con cui il grande autore nipponico realizza un feroce ritratto della politica extraparlamentare di estrema sinistra dell'epoca.
Il regista, da sempre militante nei movimenti studenteschi, arriva, dopo anni di attività, ad una conclusione definitiva: la rivoluzione chiamata a gran voce negli anni'50 non è mai avvenuta, nè avverrà mai; questo perchè i militanti dei movimenti rivoluzionari e pararivoluzionari altri non erano che degli scapestrati buoni a nulli che nel corso degli anni sono stati ossorbiti e ammaesstrati da quella classe borghese che inizialmente tanto contestavano; tutti i personaggi del film rappresentano un modello di rivoluzionario dell'epoca: dai più accaniti ai meno convinti, fino a quelli più distaccati, categoria cui apparteneva lo stesso regista, il quale, quindi, arriva a contestare anche il suo modo di porsi verso l'argomento; il fallimento del movmento rivoluzionario va cercato, oltre che nella mancanza di organizzazione, anche in altri fattori; primo fra tutti la dipendenza dello stesso dalla classe che voleva abolire: più volte si vedono gli pseudo contestatori prendere ordini da professori o comunque da figure autoritarie che in teoria dovrebbero ostracizzare; inoltre le loro teorie si limitano solo ad una folle pars destruens: distruggere il sistema per distruggere il sistema, senza avere idee effettive su come cambiare i valori che andrebbero così persi. In pratica, quello che in Occidente assumerà le forme del sessantottismo viene demolito da Nagisa fin dalle fondamenta.



L'iconoclastia politica diviene in mano all'autore anche perfetto controaltare per la sperimentazione stilistica: il film comincia in medias res durante una festa di matrimonio, con i protagonisti alle soglie dell'età adulta, per strutturarsi poi con una serie di flashback; nelle parti ambientate durante gli anni di militanza, Nagisa usa di nuovo la camera a mano per seguire i personaggi, mentre la parte del matrimonio viene messa in scena con una serie di piani sequenza, spezzati di volta in volta, i quali culminano in una serie di immagini decontestualizzate (fondo nero e luci flash) per introdurre i singoli flashback; il risultato è affascinante ed elegante: alla staticità del passato, l'autore preferisce ancora un forte dinamismo che, questa volta, si fa più elegante e meno schiettamente provocatorio.
Il risultato è, quindi, una pellicola affascinante e, sopratutto, importante: le accuse che l'autore muoveva più di cinquant'anni fa alla politica sono drammaticamente attuali e la sua riflessione distruttiva ha anticipato di ben sette anni quella (altrettanto attuale) di Jean-Luc Godard de "La Cinese", altro grande capolavoro della Nouvelle Vague.

lunedì 18 febbraio 2013

Racconto Crudele della Giovinezza


Seishun zankoku monogatari


di Nagisa Oshima

con: Yûsuke Kawazu, Miyuki Kuwano, Yoshiko Kuga, Fumio Watanabe, Shinji Tanaka.

Drammatico

Giappone (1960)


 





Il 15 Gennaio scorso, nel silenzio dei media specialistici e non, si è spento, dopo più di 10 anni dal ritiro dalle scene, Oshima Nagisa (o Nagisa Oshima, come era conosciuto in Occidente), pilastro del cinema nipponico nonchè grande autore di culto. Dotato di una forte personalità politica e di uno spiccato senso estetico, Nagisa è riuscito a rivoluzionare il cinema nipponico destrutturandolo dalle fondamenta, imponendosi fin da subito come apriprista di una Nouvelle Vague orientale che, coeva a quella europea, avrebbe cambiato il senso del media cinematografico in Giappone per gli anni a venire. "Racconto Crudele della Giovinezza", pur non essendo il suo esordio effettivo dietro la macchina da presa, è il film che lo ha portato alla ribalta, anche internazionale, e che mette in chiaro il suo modo di intendere il cinema.


Nella Tokyo delle rivolte studentesche, due ragazzi poco più che adolescenti (Yûsuke Kawazu e Miyuki Kuwano) si incontrano, si amano, si scontrano e, letteralmente, si arrabbattano per tirare avanti, fino alle estreme conseguenze.
L'intento di Nagisa è chiaro fin dalle primissime inquadrature: sradicare la tradizione estetico-stilistica nipponica classica, imposta da Yasujiro Ozu a partire dai primi anni '20, in favore di un cinema più libero e vero; bando, allora, alla macchina da presa raso-terra che inqudra personaggi nel centro dell'inquadratura come se fossero i soggetti di un quadro e via all'uso della camera a mano; i personaggi del film, così, non sono più confinati all'interno di uno spazio (filmico e scenico) chiuso: si muovono in perfetta libertà in esterni veri, location non set, e la mdp è così costretta a seguirli; il risultato è dirompente: sembra di assistere, talvolta, ad una ripresa dal vivo che insegue personaggi reali che si muovono in un contesto vero, non ricostruito; la tradizione nipponica classica (che nel decennio precedente era già stata fortemente ostracizzata da Akira Kurosawa) viene così demolita completamente; il risultato è un racconto "più reale del reale" che permette di entrare da subito nella storia ed appassionarsi alle vicende dei personaggi. 



Personaggi la cui caratterizzazione e le cui azioni divengono perno e, al contempo, motore stesso della storia; Kyoshi e Makoto sono due esponenti della post-adolescenza dell'epoca, figure proprie anche della civiltà occidentale: per puro spirito ribelle fuggono di casa e cominciano una difficile convivenza; pur di sbarcare il lunario sono pronti a tutto, dalle piccole truffe alle rapine; vivono ai margini della società: non lavorano, nè partecipano attivamente alle proteste; non hanno ideali, nè idee: tutto quello che conta per loro è la sopravvivenza e l'affetto reciproco; Nagisa si rapporta a loro in modo complesso ed affascinante: non ne condanna apertamente le azioni, lascia che sia lo spettatore a farsi un'idea precisa del loro peso morale; per quanto sbaglino, sembra dire, almeno tentano di fare qualcosa in una società ormai allo sbando; e l'intelligenza dell'autore si disvela del tutto nelle bellisime scene in cui i due protagonisti si confrontano con un uomo d'affari: esponente di una generazione precedente, criticata e combattuta dai più giovani, costui si rivela essere in realtà una figura simile a quella dei due protagonisti, solo più anziana; lo scontro generazionale, così, se da un punto di vista estetico si fa duro e senza compromessi, dal punto di vista contenutistico diviene più morbido e sottile: a differenza di molti suoi coetanei, Nagisa comprende perfettamente il fatto che la generazione precedente non è fatta da soli sfruttatori e cerca di rivelarne gli aspetti migliori, pur non idealizzandola.



"Racconto Crudele della Giovinezza" è, in conclusione, il primo capolavoro di un grande regista, girato più di cinquant'anni fa ma ancora attuale sia dal punto di vista formale che del contenuto.