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venerdì 3 febbraio 2023

Babylon

di Damien Chazelle.

con: Diego Calva, Margot Robbie, Brad Pitt, Jovan Adepo, Jean Smart, Li Jun Li, Phoebe Tonkin, Flea, Lukas Haas, Eric Roberts, Oliva Hamilton, Ethan Suplee, Tobey Maguire, Katherine Waterson, Samara Weaving, Olivia Wilde.

Usa 2022















Ogni volta che Damine Chazelle ha diretto qualcosa, critica e pubblico si sono prostrati ai suoi piedi venerandolo come un genio assoluto della Settima Arte. Al suo esordio con "Whiplash" in pochi hanno avuto il coraggio di sottolineare come gran parte della riuscita del film sia dovuta al cast, mentre "La La Land" è stato accolto come uno dei migliori musical di sempre benché non avesse una colonna sonora più di tanto memorabile, mentre "First Man", pur restando il suo film migliore, è stato incensato come il capolavoro imprescindibile che di fatto non è.
Idillio che si è spezzato con l'uscita di "Babylon", suo primo film che riceve giusto qualche nomination agli Oscar in categorie praticamente di second'ordine e che ha subito critiche feroci, finendo persino per dividere il pubblico tra chi lo detesta senza mezzi termini e chi invece ne parla lo stesso come di un'opera d'arte.
Il che è anche triste, perché se esiste un suo film al quale l'epiteto di "capolavoro" potrebbe calzare non troppo stretto, è proprio questo.



Le prime immagini del film sono al contempo perfettamente esplicatore e altamente fuorvianti. Quella defecazione del pachiderma verso il pubblico, con tanto di dettaglio del deretano che si allarga per far fuoriuscire gli escrementi, sembrerebbe preludere ad un'opera dall'indole unicamente acida, una sorta di "La Grande Bellezza" ambientata nella Hollywood di cento anni fa. Sensazione che si ha anche durante tutto il primo atto, quel prologo decadente e compiaciuto che illustra alla perfezione il caos edonista dell'epoca, quasi una sorta di incipit de "Il Cacciatore" dove il cinismo estremo e le trovate gradasse sostituiscono le emozioni e i rapporti fraterni tra personaggi.
E non c'è modo migliore, in realtà, di introdurre il cast del film, questo quartetto di star, aspiranti star, starlette e manovalanza ambiziosa della fabbrica dei sogni.



Prima dell'avvento del codice Hays, Hollywood era davvero una Babilonia à la Kenneth Anger, un luogo dove i ricchi e famosi si davano al piacere più sfrenato senza alcun ritegno, da cui la descrizione della festa del produttore che apre il film come una sorta di rilettura felliniana dell'orgia di "Eyes Wide Shut". 
Hollywood era il regno dell'eccesso, dell'appagamento oltranzista dei sensi, del sesso urlato a squarciagola. Quelle immagini di una carnalità gratuita dove una donna asiatica incarna un sex symbol stile Marlene Dietrich e persino l'omosessualità esibita non è un tabù, oggi appaiono anacronistiche, eppure era tutto vero. Tanto che Chazelle alla fine non fa rielaborare in minima parte le vere esperienze di Clara Bow e di John Gilbert, alla base dei personaggi di Margot Robbie e Brad Pitt, ossia Nellie La Roy e Jack Conrad.




Una cacofonia che si ripercuote sul set, o sui set, vista la velocità con cui più produzioni venivano girate in contemporanea; un vero e proprio casino ambulante con riprese schizofreniche e oscenità gratuite, dove persino la violenza estrema e la morte vengono ritratte in modo grottesco, iperbolico, senza alcun ritegno e rispetto. Dove tra tossicodipendenti travestiti da vichinghi, superstar ubriache marce, sessualità esplicita anche su schermo, alla fine qualcosa di bello viene lo stesso prodotto, quei sogni pronti per essere consumati dalla massa finiscono davvero per prendere vita. E' Hollywood, baby.




Nel 1927 tutto cambia. L'avvento del sonoro, lo spostamento delle produzioni nei capannoni degli studios, l'impossibilità di costruire le scene in quel modo selvaggio e sanguigno delle origini riforgiano tutta l'industria. Un nuovo mondo pronto a schiacciare quello precedente, che Chazelle porta in scena con la lunga ed estenuante sessione di riprese puntualmente rovinate.
Poi arriva la morigerazione, la trasformazione di quelle feste da un circo degno della Roma pagana ad un brunch per mummie in abiti di lusso. Se prima il sesso era distruttivo ma liberatorio, ora è oppressivo, fastidiosamente celato sotto sorrisi di circostanza, con una coltre di perbenismo ipocrita che nasconde la natura selvaggia di quella classe dirigente che fino a qualche anno prima non si imbarazzava ad abbandonarsi a divertimenti dionisiaci in pubblico. Da cui il grido liberatorio di Nellie, che vomita in faccia ai Rotschild in segno di rigetto delle costruzioni sociali.




Tramite l'ascesa al successo di Manny Torres (Diego Calva), Chazelle rievoca poi l'età dell'oro dei primissimi film sonori, nonché l'avvento del cinema "multietnico", della prima blaxploitation mainstream e delle produzioni in spagnolo. E sempre tramite lui, fa un giro negli anfratti della "nuova" Los Angeles, creando (non si sa quanto volontariamente) un vero e proprio panegirico del libertinismo: laddove in precedenza gli eccessi venivano vissuti in modo diretto e gioioso, con l'avvento del perbenismo sono confinati n un vero e proprio sotterraneo degli orrori, dove la repressione porta all'esasperazione. E regala a Tobey Maguire il miglior ruolo nonché la migliore performance della sua carriera. 



Oltre il ritratto impietoso del tramonto del primo periodo d'oro di Hollywood, "Babylon" è anche un dramma umano, una storia d'amore distruttiva e il letterale "viale del tramonto" di un divo.
Manny Torres si innamora subito della vivace Nellie La Roy, il cui rapporto distruttivo ne segnerà indelebilmente al sorte, Jack Conrad si ritrova da uomo più amato del grande schermo a pagliaccio da deridere una volta che il pubblico ha udito la sua voce poco convincente, mentre Sydney Palmer (Jovan Adepo, che a tratti sempre un giovane Billy Dee Williams) decide di abbandonare le scene per le umiliazioni subite e l'ex femme fatale Fay Zhu (Li Jun Li) vede la su carriera spegnersi poco alla volta.
Gruppo di personaggi che porta la tragicità in un ritratto altrimenti iperbolico e cinico, da cui la distanza con il lavoro di Sorrentino e la vicinanza con quello di Fellini e "La Dolce Vita", benché mai citato. Chazelle ci fa vedere i lati umani di questi divi, siano essi quelli dati dal loro ritorno nei tuguri privati dopo la sfavillante festa o i difficili rapporti famigliari, riuscendo a creare una vera forma di coinvolgimento in un racconto che altrimenti sarebbe risultato freddo.




La visione è invece coinvolgente, oltre che spettacolare grazie inquadrature vorticose, ai piani sequenza liberi, ad un montaggio scattante. E il tutto trova un coronamento in un finale appassionato e appassionante nel quale Chazelle celebra la forza della Settima Arte, la sua innata capacità di rigenerarsi, cambiare volto, adeguarsi alle mode e alle tecnologie per restare sempre e comunque potente, sempre lontano da quella "Fin du Cinema" tanto temuta.
Tanto che alla fine, "Babylon" risulta essere un omaggio alla grandezza del cinema persino più accorato del coevo "The Fabelmans" e del celebratissimo "The Artist". Perché allora tanto astio nei suoi confronti? Risposta semplice: perché è un film scorretto e poco conciliatorio, che vive di momenti cinici e non regala un lieto fine alcuno, ossia tutto quello che il grande pubblico e la critica per bene odiano. Motivo per il quale non ne hanno riconosciuto né la grandezza, tantomeno la perfetta riuscita.

lunedì 23 gennaio 2023

First Man- Il Primo Uomo

First Man
 
di Damien Chazelle.

con: Ryan Gosling, Claire Foy, Kyle Chandler, Jason Clarke, Corey Stoll, Patrick Fugit, Ciaràn Hinds, Pablo Schreiber, Olivia Hamilton, Shea Wigham, Lukas Hass.

Biografico

Usa, Giappone, Cina 2018
















Il ritratto passato alla Storia di Neil Armstrong è quello di un uomo del tutto distaccato dalle passioni, uno scienziato stoico fino alla freddezza più totale, tanto che Oriana Fallaci, inviata a Houston durante l'operazione Apollo 11, lo descrisse come un vero e proprio "robot". Non c'è da stupirsi, dunque, che il volto più famoso della conquista della luna sia divenuto il ben più affabile Edwin "Buzz" Aldrin. Ma questa sua freddezza era innata?
Al suo terzo film, Damien Chazelle porta su schermo il libro omonimo di James R.Hanse e per la prima volta lascia scrivere la sceneggiatura ad un terzo (Josh Singer, affermatosi anche grazie a "Il Caso Spotlight" e "The Post") cercando di indagare la figura di Armstrong sul piano strettamente umano e finendo per creare il suo miglior film.




Neil Armstrong è un uomo letteralmente inseguito dalla morte. In primis quella della figlioletta, scomparsa a pochi anni di vita a causa di un tumore; poi quella dei colleghi morti durante i test della missione Apollo; non da ultima, la sua stessa morte, sfiorata durante il collaudo del veicolo lunare.
Nella visione di Chazelle, Armstrong usa il distacco emotivo come meccanismo di elaborazione del lutto, per non annegare nel dolore di una perdita devastante che lo avrebbe compromesso a vita. Da cui la lontananza emotiva verso i colleghi e gli amici, ma anche verso quella moglie e quei figli che quasi non saluta prima di partire per la luna.
Una lettura vincente e interessante, graziata anche dalla scelta di Ryan Gosling come protagonista, la cui abituale calcolata inespressività si sposa alla perfezione con la caratterizzazione. E che ben si integra in un cast composto da alcuni dei migliori caratteristi odierni.




"First Man" è poi anche una perfetta cronaca della missione lunare, dagli inizi del Progetto Gemini sino al ritorno sulla Terra. L'occhio di Chazelle è quasi clinico nel ritrarre l'evoluzione della corsa alla luna, i test fisici e meccanici e la stessa missione Apollo 11. Le fasi dell'allunaggio, ricostruite con dovizia di particolari, vengono magnificamente enfatizzate dall'uso del freeze-frame quando il modulo lunare tocca il suolo per la prima volta, mentre il primo passo viene descritto in modo più diretto, ma non meno emozionante. Tanto che l'unico difetto della messa in scena è dato da un uso della camera a mano talvolta troppo caotico, non aiutato dalla scelta di usare per lo più inquadrature molto strette per aumentare il coinvolgimento emotivo.




Vincente è anche l'idea di portare in scena tutte le sequenze più spettacolari usando esclusivamente il punto di vista dei personaggi, restando sempre all'interno dell'abitacolo dei veicoli, usando come finestra sugli eventi solo i piccoli oblò; il che riesce a rendere perfettamente giustizia agli eventi anche grazie ad un ottimo sound design.
E ottima è anche la scelta di lasciare la descrizione della società americana ai margini, isolandola in sequenze piccole ma efficaci, che descrivono in modo diretto lo scetticismo del pubblico verso una conquista valutata come inutile (a far specie, su tutte, le vere dichiarazioni di Kurt Vonnegut, fortemente contrariato dal fatto che lo stato americano investisse tanti soldi a fronte di una forte crisi urbanistica in corso e del tutto ignorata), solo per poi trasformarsi in trascinante entusiasmo durante i momenti clou della missione.




Forte di uno script azzeccato e di una messa in scena di ottimo livello, "First Man" è ad oggi il miglior esito del cinema di Chazelle, la prova di quel suo talento tanto sbandierato e che qui trova piena e completa espressione per la prima volta.

mercoledì 1 febbraio 2017

La La Land

di Damien Chazelle.

con: Emma Stone, Ryan Gosling, J.K. SImmons, Amièe Conn, Terry Walters, Thom Shelton, Cinda Adams.

Usa 2016


















Si può pensare ciò che si vuole di Damien Chazelle e del successo inaspettato avuto l'anno passato con il suo "Whiplash": che sia un autore sopravvalutato, che il successo del suo exploit sia dovuto più alla passione (sua e del cast) che al talento effettivo o che si tratti davvero di un nuovo enfant prodige di Hollywood, fuoriuscito da quella fucina di talenti, veri o anche solo presunti, che è la scena indie americana. Fatto sta che il successo ancora più clamoroso di "La La Land" è stato ancora più spiazzante: strage ai Golden Globes (meritati sopratutto quelli al cast), Coppa Volpi a sorpresa ad Emma Stone (strameritata) e ben 14 nomination agli Oscar, che pongono questa produzione tutto sommato piccola (appena 30 milioni di budget) al pari di un classico quale "Eva contro Eva" (1950) e del kolossal moderno per antonomasia, quel "Titanic" (1997) che fin troppi record ha infranto.
Spiazzante perché "La La Land" è a ben vedere un film anomalo sotto tutti i punti di vista: non un musical vero e proprio, né un semplice omaggio agli anni d'oro del musical hollywwodiano, è più che altro un leggero e tutto sommato innocuo connubio tra la dramedy indie classica e la rievocazione nostalgica di quel modo leggero di intendere il cinema che Hollywood ha, a torto o a ragione, dimenticato.




Connubio che prende le mosse dai due protagonisti e delle loro passioni, distanti eppure complementari; da una parte Mia, che ha il volto dalla bellezza particolare eppure magnetica di Emma Stone, ragazza del Nevada che sogna di diventare un attrice, persa in un mondo colorato e vivido che sembra uscito da un film di Vincente Minnelli; dall'altro Sebastian, che ha il volto altrettanto magnetico di Ryan Gosling, jazzista hardcore che sogna di acquistare un vecchio locale di L.A. per farlo tornare ad essere un santuario del Jazz classico, rimando sia al precedente film di Chazelle che ad un altro classico che omaggiava il classico, quel "New York, New York" (1977) di Scorsese dove il Jimmy Doyle di De Niro era un sassofonista in erba in un contesto musicale. Due sognatori incalliti, persi nelle loro visioni, la cui attrazione passa per il tramite degli stessi: il suono del piano di Seb attira Mia, una festa di giovani aspiranti attori li fa incontrare. Una storia d'amore, la loro, che comincia con il piede sbagliato, ma che carbura subito grazie alla forza delle loro aspirazioni.




Sullo sfondo lei, La La Land, ossia L.A. Hollywoodland, in parte ricreata in studio, in parte ripresa dal vivo, le cui strade sconnesse vengono immerse in luci calde, colori primari con rossi accesi e blu intensi ai livelli del Technicolor, in immagini in glorioso Cinemascope. Ma Chazelle non cerca la rievocazione estetica d'antan totale e coerente (nel bene e nel male) come invece accadeva in "The Artist" (2011); per lui la fusione dei registri è cifra stilistica essenziale; ecco dunque ritornare il musical in esterni, come ai tempi di "West Side Story" (1960) e "Sweet Charity" (1969), dove i ballerini si muovono sullo sfondo di vere strade e vicoli talvolta logori, aggiornati ad uno stile più moderno per il tramite degli ormai usurati finti piani-sequenza, onnipresenti in quasi tutte le sequenze canore al punto di giungere ad una sovraesposizione che toglie al virtuosismo ogni motivo d'essere.




L'impianto della storia, così come i richiami a quella cultura Jazz che sembra stare tanto a cuore al regista, vengono invece dritti dal mondo indie; l'idealizzazione del romanticismo propria del classicismo hollywwodiano cede il passo alla disillusione, quasi alleniana, data dall'instabilità nella relazione; alla sequenza più onirica e visionaria del film (ambientata all'osservatorio astronomico, omaggio ad un altro classico dell'Epoca d'Oro, quel "Gioventù Bruciata" che molti cineasti moderni farebbero meglio a riscoprire per davvero) segue l'inevitabile declino, condotto non senza rimpianti, eppure con la coscienza di come il compromesso sia l'unica soluzione per perseguire i propri scopi in un mondo reale. La forza dei sogni, l'inno ai sognatori e alla loro forza si colora di quella disillusione, quella coscienza della necessità della perdita che la sensibilità moderna spesso ha incluso anche nelle favole più dolci.




Ma il musical per Chazelle sembra non dover mai diventare vero mezzo espressivo; le canzoni non divengono quasi mai il tramite con il quale far evolvere il racconto; sono usate più che altro per enfatizzare stati d'animo. L'unica eccezione è quell'ultima sequenza, sorprendente ed emozionante, che chiude il film con una nota amara, che finisce lo stesso per sottolineare ciò che è già stato narrato. Musica e coreografie divengono irrimediabilmente un orpello alla narrazione vera e propria, in un mix tra prosa e poesia che riesce ad incantare solo grazie ai due attori.
Perché non esistono parole per descrivere l'affiatamento di Gosling e della Stone, la perfezione dei loro movimenti, del trasporto con il quale tratteggiano due personaggi tutto sommato piatti e perfettamente ascrivibili ai cliché più comuni. E' solo grazie a loro se la love-story funziona, se riesce a non tediare nonostante l'estrema prevedibilità dell'assunto e di ogni singolo risvolto.




Chazelle, d'altro canto, finisce per cadere nella trappola più ovvia: non riesce mai davvero ad emozionare con le sue visioni musicali; colpa non solo di coreografie ed immagini talmente ancorate alla tradizione da divenire spesso mere citazioni anche quando fanno ricorso alle tecniche più moderne, ma anche di canzoni che non sempre riescono a stupire o emozionare davvero.
Il mix tra la grandezza del musical classico e il minimalismo del cinema indipendente è perfettamente riuscito: gli elementi di entrambi i filoni ci sono e si amalgamano bene, ma la somma crea un totale poco trascinante, anzi a tratti decisamente freddo. Questo nonostante il sincero senso di nostalgia e di rimpianto che affligge i personaggi nel finale: la prevedibilità della storia e la piattezza della scrittura finiscono per affossare in parte anche l'emozione più genuina e a tenere in piedi lo spettacolo resta solo il mestiere. Non poco, ma neanche molto, tanto che, al netto, di tutti quei premi, nomination e riconoscimenti vari, gli unici davvero meritati riguardano unicamente i due strepitosi, incredibili e bellissimi protagonisti.






lunedì 16 febbraio 2015

Whiplash

di Damien Chazelle

con: Miles Teller, J.K. Simmons, Paul Reiser, Melissa Benoist, Austin Stowell.

Usa (2014)





















Il Jazz è lotta, opposizione, violenza; le note improvvisate, gli ottoni che salgono e sopratutto le violente percussioni sono l'incarnazione stessa della rabbia repressa di un popolo, i neri d'America, che si ribella contro chi gli ha incatenati; una lotta che il cinema ha sempre amato, basti pensare allo splendido "Bird" (1988), con cui il grande Clint Eastwood rievocava la figura del mitologico Charlie Parker; senza contare come il primo film sonoro riconosciuto (anche se non il primo in assoluto) sia stato proprio "The Jazz Singer" (1928). E i temi della lotta e del riscatto si sono da sempre ben coniugati con l'american way of life: fin troppe sono le pellicole dedicate ad artisti che cercano di affermarsi contro tuttto e contro tutti e che si sacrificano per l'arte.
In tal senso, "Whiplash" potrebbe sembrare una pellicola fuori tempo massimo, salvabile solo come omaggio sentito e vivo ad un genere musicale oggi come oggi trattato con troppa sufficenza; per fortuna, l'esordio al lungometraggio di Damien Chazelle riserva qualche gustosa sorpresa.


Da poco entrato in prestigioso conservatorio di New York, il diciannovenne Andrew (Miles Teller) sogna di diventare un batterista Jazz di prim'ordine; scoperto dal professor Fletcher (J.K. Simmons), Andrew entra a far parte della classe di primo livello, ma si rende presto conto delle difficoltà che deve affrontare; Fletcher, infatti, è inflessibile ed ossessionato dalla perfezione al punto di umiliare i suoi studenti; tra i due nasce così spontaneamente una gara di resistenza.


Il tema della lotta viene rielaborato da Chazelle nella classica opposizione tra studente e allievo; Andrew è il classico ragazzo con un sogno mentre Fletcher è l'ennesima incarnazione dell'autorità insesibile, volta a forgiare la nuova generazione al meglio a prescindere dal metodo utilizzato; canovaccio visto e rivisto ma che l'autore rimescola in modo peculiare.
Andrew è disposto a tutto pur di affermarsi: Chazelle descrive tutte le figure che lo attorniano come ostacoli, personaggi in grado solo di denigrarlo per la sua peculiare attività, il batterista in un conservatorio in un mondo dimentico delle sue radici; ancora di più, Chazelle rilegge la classica love-story adolescenziale in chiave negativa, trasformandola in un peso di cui Andrew deve disfarsi; il protagonista diviene così non solo in centro totale della narrazione, ma, a sua volta, il punto focale della concentrazione narrativa: lo spettatore è chiamato ad identificarsi con Andrew anima e corpo e a seguire passo passo il suo percorso formativo. Nella descrizione di tale percorso, Chazelle mostra tutto il suo coraggio: Miles Teller, in performance incredibile, suda, impreca, versa lacrime e ben presto anche fiotti di sangue sui tamburi, il tutto in nome dell'affermazione; la determinazione e lo spirito d'affermazione raramente sono stati mostrati in modo tanto diretto, lucido e violento su Grande Schermo, tanto che il percorso formativo presto viene percepito più come un calvario da superare, una serie di prove umiliante e distruttive da sopportare pur di affermarsi. Affermazione che qui fa rima con "pazzia", distruzione di sé, isolamento, tanto che il finale viene lasciato in sospeso: l'affermazione e il superamento del limite servono davvero?
D'altro canto, la nemesi Fletcher ben presto si dimostra come qualcosa di diverso dal semplice "istruttore folle"; Fletcher è, in un certo senso, l'incarnazione stessa dello spirito del Jazz: un uomo rude, volitivo, sboccato e sopratutto violento, che plasma i suoi allievi con una cattiveria volta a farli raggiungere il limite e superarlo, poichè solo chi è stato preso a calci e sa rialzarsi può davvero avere la forza di suonare quelle note giose e disperate.


Malauguratamente, Chazelle non sempre controlla la narrazione; laddove dovrebbe aumentare l'enfasi (la gara di Andrew con i due rivali) lavora di sottrazione, facendo sfumare possibili sequenze di culto, mentre quando la storia non ha bisogno di ulteriore drammaticità, la carica di elementi inutili; fin troppo drammatica è la svolta a metà film, così come il finale, nel quale la semplice esibizione di Andrew sarebbe stata una catarsi soddisfacente, forse addirittura più in linea con lo spirito musicale.
Di ben altra caratura è invece la direzione degli attori, semplicemente eccellente, con i due protagonisti perfettamente mimetizzati nei ruoli dell'allievo caparbio e dell'insegnate violento; e se per Simmons non c'è da stupirsi, vista la sua ultraventennale carriera da magnifico caratterista, la vera rivelazione è Miles Teller, che già si era fatto notare in "Rabbit Hole" (2010) e che ora trionfa come protagonista assoluto.