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mercoledì 7 gennaio 2026

No Other Choice- Non c'è altra scelta

Eojjeolsuga eobsda

di Park Chan-Wook.

con: Lee Byung-Hun, So Yejin, Lee Sung-Min, 
Park Hee-soon, Cha  Seung-Won, Kim Woo Seung, So Yul Choi, Hwang Kyu Chan, Bae Kiebum, Hiram Piskitel.

Corea del Sud 2025













La forza del cinema di Park Chan-Wook forse è insita nella sua eterogeneità. Un cinema che ha come costante una ricercatezza formale che non scade mai nel tronfio, che riesce sempre ad ammaliare prima ancora che a sconvolgere, pur raccontando storie sempre diverse, talvolta anche tematicamente.
No Other Choice rappresenta in parte un'eccezione, configurandosi come una commedia nerissima dalla veste sfavillante, nella quale il cineasta sudcoreano ritorna ad un tema da lui già trattato, ossia l'iniquità del sistema capitalistico, che già aveva sviscerato in Mr. Vendetta. La base è il romanzo The Ax di Donald E. Westlake, che Park adatta con l'aiuto, tra gli altri, di quel Don McKellar già collaboratore di David Cronenberg e che già Costa-Gavras aveva portato su grande schermo nel 2005 con Cacciatore di Teste, tanto che questo nuovo adattamento gli è dedicato. E nel rielaborare le pagine di Westlake, Park crea un ritratto fosco e impietoso dei meccanismi di un sistema produttivo dove gli individui non contano nulla.



Corea del Sud. Man-Soo (Lee Byung-Hun) lavora da una ventina d'anni in un'azienda cartiera ed è riuscito a raggiungere una completa forma di benessere materiale e affettiva. A causa di una ristrutturazione aziendale, perde di punto in bianco il lavoro e passa quasi due anni senza riuscire a trovare un'occupazione soddisfacente. Deciso a tutti i costi a trovare un'occupazione che sia pari a quella che aveva, elabora un piano diabolico: uccidere tutti i potenziali candidati al posto al quale ambisce.




Il capitalismo è costruito su di un meccanismo che sfrutta e distrugge i lavoratori. Una dinamica risaputa, ma che qui viene declinata con la giusta dose di originalità e cattiveria.
Perché Man-Soo è al contempo vittima e carnefice, non solo letterale, schiavo di un sistema e di uno stile di vita al quale non riesce a rinunciare, al quale il divo Lee Byung-Hun dona la giusta dose di malizia e vulnerabilità.
Il capitalismo vive prosciugando il lavoratore, drenando ogni sua forza per autosostenersi. La modernizzazione dell'industria, in questo caso quella cartiera, porta alla superficialità del fattore umano. Nel meccanismo produttivo, non contano le persone, contano solo il prodotto e l'economicità del processo. E in questo Park crea un finale profetico e inquietante, nel quale tutti i lavoratori vengono sostituiti dalle macchine e dove solo pochissimi sono effettivamente necessari al mantenimento del meccanismo, essere umani non superflui in un sistema che si autoalimenta per il benessere di pochissimi.




L'alienazione del lavoratore è però solo una parte dell'affresco. Perché No Other Choice è figlio di una società, quella sudcoreana, che più di ogni altra ha visto una crescita economica vertiginosa negli ultimi trent'anni. Il che, a differenza di quanto acaduto in Cina, ha portato alla creazione di una classe media che ha sperimentato una forma di benessere mai vista in precedenza. Ed su questo piano che l'autore tira la sferzata più dolorosa: il vero nemico del lavoratore è il lavoratore stesso.
Man-Soo non riesce a concepire un posto di lavoro che sia diverso da quello che ha sempre occupato. La sua alienazione deriva dalla sua incapacità di adattamento, di far fronte alle avversità rinunciando ad una parte di ciò che ha guadagnato. Si potrebbe quindi pensare a No Other Choice come ad una riflessione sull'incapacità del singolo di adattarsi, ma si sarebbe in errore.
La risposta al quesito se il lavoratore debba necessariamente adattarsi alle circostanze è insista nel titolo del film, espressione ricorrente per tutto il racconto: non c'è altra scelta, la perdita di ciò che si ottiene è una circostanza non estemporanea, ma del tutto connaturata al meccanismo capitalista. In una società che ha fatto della produttività il suo imperativo, il singolo è chiamato a non attaccarsi a nulla, a non avere aspettative, a vivere necessariamente alla giornata perché parte di un meccanismo più grande che premia solo chi sta in vetta, mai davvero chi svolge manualmente il lavoro e nel quale tutti sono chiamati a competere per sopravvivere.




La discrasia tra aspirazioni e realtà porta all'alienazione, anzi ad una vera e propria forma di pazzia, la quale porta a dubitare anche della stabilità negli affetti. In un sistema dove chiunque è sostituibile, persino da una macchina, il valore individuale non esiste, per questo, per sopravvivere, bisognerebbe abbassare sempre di più le proprie aspettative. Ma chiedere di rinunciare a tutto quello che si è guadagnato pur di sopravvivere è, appunto, alienante. Il punto non è che questa forma di gioco a ribasso sia sbagliata, il punto è che essa è parte integrante del sistema produttivo. Ossia che, letteralmente, non c'è altra scelta.
L'alienazione, la pazzia e la rivalità tra nuovi poveri sono così inevitabili. Alla fine si salva solo chi lotta con le unghie e con i denti, chi elimina letteralmente la concorrenza, chi perde sé stesso pur di continuare a sopravvivere. Ma questa concorrenza non è formata che da altri soggetti del tutto uguali tra loro: il primo rivale, Bummo, non è altri che una versione più anziana e disperata di Man-Soo, così come il coetaneo Go Si-Jo altri non è se non un doppio anch'egli disperato. L'unico rivale a meritare tale nome è il viveur Namgu, un viscido che ha saputo piegarsi al sistema tramite la reverenza e, forse, ha persino truffato il prossimo per soddisfare il proprio edonismo, rappresentando il frutto più marcio del sistema; laddove Man-Su e i suoi doppi non sono che vittime, Namgu è colpevole quanto gli alti papaveri che decidono di tagliare teste a destra e a manca pur di aumentare il proprio margine di profitto.




Per raccontare la tragedia di Man-Soo, Park Chan-Wook predilige il registro grottesco, trasformando la sua storia in una vera e propria tragedia di un uomo ridicolo. La cattiveria dell'assunto viene sviluppata virando ogni situazione verso il grottesco, il quale raggiunge l'apice nella scena dell'omicidio di Gummo, vero e proprio saggio di cinema para-demenziale. Un registro che non stempera la ferocia di storia e assunto, i quali, anzi, vengono amplificati e il racconto diviene una maschera deformata della realtà dall'inusitata carica espressiva.
La messa in scena è come sempre esemplare. La regia sperimenta con i campi lunghi che spezzano l'inquadratura in più luoghi, ricercando soluzioni sempre spettacolari. E il virtuosismo, pur se talvolta insistito, non risulta mai spocchioso, la regia non scade mai nel gratuitamente compiaciuto pur osando con movimenti di macchina azzardati e inquadrature che ricercano sempre la soluzione più spettacolare, in un trionfo di equilibrio che ha semplicemente del miracoloso.


No Other Choice è così un racconto feroce ed elegante, un'opera che sebbene non originale, riesce a imporsi all'attenzione e a farsi amare per la sua forza iconoclasta e la cattiveria, la prova di come il talento di Park Chan-Wook sia sempre vivo e pulsante.

mercoledì 15 novembre 2023

Mr. Vendetta

Boksuneun naui geot

di Park Chan-Wook.

con: Shin Ha-Kyun, Song Kang-Ho, Bae Doona, Ji Eu-Lim, Bo-Bae Han, Lee Dae-Yeon.

Corea del Sud 2002

















---CONTIENE SPOILER---


Ottenuto un forte riscontro anche internazionale con "Joint Security Area", Park Chan-Wook si ritrova a poter dirigere letteralmente quello che vuole. Inizia così, nei primi anni 2000, quella che sarà conosciuta come la sua magnum opus e che lo trasformerà in uno dei cineasti più riveriti degli ultimi trent'anni, ossia la celebre trilogia della vendetta.
Un trilogia che in realtà non inizia nel migliore dei modi. Benché accolto caldamente dalla critica, "Mr. Vendetta" non è il successo commerciale sperato e, anzi, si rivela ben presto come un piccolo flop. Tanto che la distribuzione internazionale sarà molto limitata (in Italia arriva in primis solo sulle reti satellitari di Tele+ come inedito, per poi giungere direttamente in DVD a seguito del successo di "Oldboy"). Il che è davvero un peccato, visto che si tratta di un primo capitolo formalmente perfetto.




La vendetta è una spirale, o meglio un ciclo infinito. Laddove una persona si arroga la prerogativa di ripagare un torto subito adoperando la violenza, anche chi a sua volta subisce tale violenza si arroga a sua volta la medesima prerogativa. La storia di "Mr. Vendetta" è alla fine questo, nulla più che un complesso di avvenimenti che hanno inizio e fine quando una vittima decide di farsi carnefice.
Ma il primo torto non viene commesso da una persona, bensì da un sistema economico, quello neo-liberista e di stampo para-americano, che in Corea del Sud prevede un diritto alla salute subordinato al censo; solo chi ha i soldi, di conseguenza, può vivere, cosa che porta il giovane sordomuto Ryu (Shin Ha-Kyun) al punto di rottura: sua sorella (Lim Ji-Eun) rischia di morire se non ottiene un trapianto di reni. Truffato da un sedicente gruppo di trafficanti di organi, il giovane ha così una settimana per racimolare i cinque milioni necessari per pagare l'operazione in ospedale; e per trovarli, decide di rapire la figlia del suo ex capo Park Dong-Jing (Song Kang-Ho), il quale lo ha anche licenziato di punto in bianco.




Il sistema economico è il primo carnefice, l'iniquità sociale la prima ferita che dà vita al ciclo. Una ferita che arriva persino sulla carne di Park, con un suo ex operaio che si incide il torso come offerta sacrificale, ferendogli poi la mano destra. Ferita comune in realtà a tutti gli strati sociali: oltre al proletariato di Ryu, tocca anche quella classe media incarnata dal commissario Choi (Lee Dae-Yeon), il cui figlio è da tempo ricoverato, ma le cui cure sono oltre la sua portata.
La regia si sofferma con precisione sul disumanizzante lavoro pesante della classe popolare, sulla sua immolazione per la sopravvivenza, ma anche sul cinismo diffuso all'interno di essa, con il gruppo di "debosciati" vicini di casa di Ryu la cui unica attività è la masturbazione, talmente chiusi in loro stessi da scambiare le urla di dolore della sorella per orgasmi.
Il rapimento di un membro della classe più elevata è così tanto gesto di disperazione, quanto atto di ribellione, il quale però porta con sé tutte le conseguenze possibili. La scoperta del gesto causa la morte della sorella di Ryu, che si suicida, mentre la bambina annega praticamente per caso (viene inizialmente lasciato intuire che possa essere stato a causa delle pietre lanciate dal ragazzo mentalmente handicappato, ma durante l'autopsia si afferma come non ci siano ferite alla testa), il che avvia la seconda vendetta.




Park inizia una ineluttabile ricerca dei colpevoli. E nel frattempo è lo stesso Ryu a iniziare la ricerca di quei trafficanti che gli hanno portato via un rene e ogni effettiva speranza. Il che culmina da un lato nella tortura di Cha (Bea Doona), ragazza di Ryu, dall'altra nel massacro della gang.
Una doppia spirale di sangue dove non esistono buoni e cattivi, solo persone portate oltre il limite, le quali perdono ogni freno inibitore e si fanno assassini privi di rimorso.
Pur tuttavia, la violenza genera violenza e alla fine la distruzione è totale: Ryu viene castigato, con una catarsi che non porta alla riappacificazione, ma ad una comprensione che non include il perdono. Park viene castigato da quei sobillatori amici di Cha, la cui ribellione sociale si consuma in un atto di violenza fine a sé stesso. Ciò che resta alla fine, in quell'ultima inquadratura emblematica, non è che un cumulo di resti umani, spazzatura di carne frutto di una violenza cieca.
Park Chan-Wook qui non condanna l'atto di rivalsa violenta, si limita a descriverne tutte le implicazioni possibili sul piano affettivo: poiché ognuno è libero di vendicarsi, allora ciascuno, quando si arma, deve anche prepararsi a ricevere a sua volta un colpo, in una escalation dove è solo la morte a trionfare. Non una forma di biasimo vero e proprio, quanto un'analisi cinica e laica.




Il distacco verso la tematica prende le forme di uno stile più asciutto rispetto a quello hitchcockiano di "Joint Security Area"; un regia che lavora per sottrazione ed ellissi, con le scene che iniziano e finiscono in modo secco, quasi brutale. I movimenti di macchina sono limitatissimi, le inquadrature strette fino alla claustrofobia, tutto è basato su di un montaggio spezzato, che cuce insieme le scene in modo secco, talvolta apertamente violento. 
La ferocia esplode all'imrpovvso e di rado, ma quando lo fa è inarrestabile, per questo fa male a chi la osserva; se l'uccisione della gang di trafficanti è sopra le righe, quasi un cartoon splatter à la Takashi Miike, il castigo di Ryu è dolorosissimo in quell'immagine sadica richiusa in un'unica inquadratura.
Una freddezza quasi chirurgica che permette all'autore di ibridare i toni, con momenti più leggeri che trovano spazio in una narrazione angusta e tetra in modo del tutto naturale, creando un racconto denso e sfaccettato.




"Mr. Vendetta" apre così le danze dell'omonima trilogia in modo esemplare. Un racconto tanto cinico quanto brutale, un apologo a-morale su di una tematica sempre attuale che viene sviscerata in modo completo già in questo prima, bellissimo, capitolo.

giovedì 14 settembre 2023

Joint Security Area

Gongdong gyeongbi guyeok JSA

di Park Chan-Wook.

con: Song Kang-Ho, Lee Byung- Hun, Lee Yeong-Ae, Kim Tae-Woo, Shin Ha- Kyun, Herbert Ulrich, Christoph Hofrichter.

Thriller

Corea del Sud 2000














---CONTIENE SPOILER---


Portare il dramma della separazione delle due Coree sul grande schermo non è mai cosa facile per nessun cineasta. Ma Park Chan-Wook, oramai è cosa nota, è un cineasta del tutto anticonvenzionale persino all'interno del panorama di quel cinema sudcoreano che agli occhi di noi occidentali sembra già tanto anticonvenzionale di suo. E "Joint Security Area", suo terzo lungometraggio e primo a portarlo alla ribalta internazionale, affronta di petto la questione della divisione di un popolo e si configura come una pellicola coraggiosa e soprattutto toccante.



Uno sparo nella notte. Una corsa al riparo. Ma il luogo degli eventi non è un posto qualsiasi: si tratta del confine tra la Corea del Sud e quella del Nord. Dopo una breve schermaglia che per puro miracolo non porta ad un'escalation militare, vengono rinvenuti due cadaveri, due soldati del nord, oltre che due feriti appartenenti a ciascuna nazione.
Ad investigare sull'accaduto viene inviata il maggiore Sophie Jean (Lee Yeong-Ae), di nazionalità svizzera ma di padre sudcoreano, la quale interroga i due sopravvissuti, l'ufficiale nordista Oh Kyeong-Pil (Song Kang-Ho) e il soldato del sud Lee Soo-Hyeok (Lee Byung- Hun).




Park Chan-Wook traspone sullo schermo il romanzo "DMZ" di Park Sang-Yeon e lo adatta in un racconto non lineare; si parte in medias res e l'arrivo del maggiore Jean porta ad una ricostruzione episodica degli eventi simile a "Rashomon", dove il mistero dello scontro armato viene ricostruito poco alla volta. 
Una struttura tortuosa, da mystery vero e proprio, la quale si ferma bruscamente dopo il tentativo di suicidio del soldato Nam Sung-Shik (Kim Tae-Woo), a circa quaranta minuti dall'inizio: da questo momento in poi viene ripreso totalmente il punto di vista di Lee Soo-Hyeok e gli eventi trovano una ricostruzione piena ed effettiva, la quale diventa il vero fulcro di tutto il film.




Una verità presto svelata: a causa di un banale errore topografico, Lee ha sconfinato ed è rimasto indietro rispetto al resto del plotone; messo il piede su di una mina, si ritrova letteralmente ad un passo dalla morte, ma viene salvato dal subitaneo intervento di Oh e del soldato Jeong Woo-Jin (Shin Ha- Kyun). Episodio che dà il via ad un avvicinamento tra i tre uomini, i quali cominciano a comunicare con delle audiocassette lanciate attraverso il confine, per poi iniziare dei veri e propri incontri nel posto di blocco del nord; e ben presto al trio si unisce anche il soldato Nam, il quale si scopre essere anche amico d'infanzia di Lee.




La scissione tra i due popoli viene così annullata e quel confine, costituito da un piccolo ponte, abbattuto. I quattro soldati si scoprono amici, finendo per passare serate ai limiti del goliardico, come bambini in un parco giochi, tra sigarette, gare di sputi, abbuffate di dolci e riviste porno.
La visione di Park è tanto semplice quanto profonda: privati della sovrastruttura nazionale, di quelle ottuse regole che portano alla divisione, i popoli si riscoprono fratelli (il termine di consanguineo, prediletto dai sudcoreani, viene contrapposto a "compagno", di forte connotazione politica, quindi divisorio); come in "Duello nel Pacifico", gli esseri umani sono naturalmente portati all'unione ed è solo l'intervento esterno della politica (in questo caso, l'ingresso nella piccola casera dell'ufficiale nordcoreano) a rimettere gli uomini gli uni contro gli altri.
Non per nulla, Park nasce una decina d'anni dopo la fine della guerra e si forma in un'epoca nella quale anche la dittatura sudcoreana perde la presa di ferro su popolo e cultura; la visione di una terra divisa per un'idealogia fuori tempo massimo e preda del colonialismo politico americano diventa subito una scheggia nell'occhio e nella mente.




La sua visione sul ruolo delle autorità, di conseguenza, è pessimista; l'intervento del maggiore "apolide" non porta a nulla di concreto, mentre la descrizione di come la paura di una guerra con gli Stati Uniti porta i due schieramenti a ricompattarsi dinanzi ad un possibile conflitto che annichilirebbe entrambi i fronti in un battito di ciglia. L'ideale dell'autore è chiaro, ossia ricongiungere le due Coree nel nome di una fratellanza di fatto che va al di là di ogni idealogia e schiramento politico; una descrizione che sebbene prediliga lo stile di vita del sud (e come dargli torto, dopotutto) si fa tangibilmente umanitaria ed empatica. Tanto da concretizzarsi nella stessa figura del maggiore Jean, la quale si scoprirà figlia di un ex prigioniero di guerra nordcoreano che ha preferito l'espatrio piuttosto che l'unione ad uno dei due schieramenti, prova di come le origini non portino alla creazione automatica del carattere.



Con un soggetto che gli permette finalmente di dar sfogo alla sua creatività, Park crea immagini ipnotiche, nelle quali la sua fascinazione per il cinema di Hitchcock trova forma in inquadrature ricercatissime. Nella costruzione del quadro, enfatizza la divisione tra personaggi e corpi, con piccoli spazi negativi che scindono i soggetti, sottolineando la vicinanza effettiva delle persone. Ogni immagine si fa così genuinamente bella e riesce a convogliare perfettamente dapprima il senso di tensione dato dal luogo, in un secondo momento la comunanza ritrovata del quartetto di soldati.




"Joint Security Area" riesce perfettamente a fondere dramma umano e thriller, con una narrazione serrata e sentita, primo vero capo d'opera di Park Chan-Wook, che da qui in poi inizia la sua gloriosa carriera.
Ma non solo grosso successo in patria, dà il via, assieme al coevo "L'Isola" di Kim Ki-Duk, alla cosiddetta "Nouvelle Vague Coreana", che porterà il cinema sudcoreano ad imporsi sul piano internazionale in brevissimo tempo. E persino i bravissimi Lee Byung-Hun, Song Kang-Oh e Lee Yeong-Ae iniziano qui la loro gloriosa carriera di vere e proprie star nazionali.

lunedì 3 luglio 2023

Decision to Leave

Heojil kyolshim

di Park Chan-Wook.

con: Park Hae-Il, Tang Wei, Lee Jung-Hyun, Go Kyung-Pyo, Kim Shin-Young, Jung Younk Sook, Teo Yoo, Jeong Min Park, Seo Hyun-Woo, Yung Yi-Seo, Lee Hak-Joo.

Corea del Sud 2022
















---CONTIENE SPOILER---

Quando, nei primi anni 2000, il nome di Park Chan-Wook iniziò ad affacciarsi ai festival internazionali, si cominciò a parlare di "Nouvelle Vague Coreana" per indicare quel nugolo di autori sudcoreani che portava avanti le istanze di un cinema autoriale di grande impatto artistico ed emotivo, spesso caratterizzato dalla eterogeneità dei registri sapientemente mischiati. Autori poi divenuti celebri come Bong Joon-Ho, Kim Jae-Woon e quel Kim Ki-Duk che in realtà si era già affermato da qualche anno, riuscirono a portare sul piano internazionale l'interesse per una cinematografia nazionale fino ad allora per lo più ignorata.
E Park Chan-Wook, con la sua celeberrima "Trilogia della Vendetta", ha incarnato l'aspetto più popolare (e in parte pop) del filone, ma ovviamente identificare tutta la sua opera con questa celeberrima triade di film sarebbe riduttivo, poiché il suo cinema è ancora più profondo e sfaccettato di quanto si possa credere guardando anche solo quei tre capolavori. Come dimostra, da ultimo, "Decision to Leave".



Busan. Jang Hae-Joon (Park Hae-Il) è un capo ispettore della polizia dal forte senso del dovere. Le cose cambiano quando incontra la bella Song Seo-Rae (Tang Wei),  giovane immigrata cinese il cui marito sembra essere morto accidentalmente, ma la quale pare nascondere qualche segreto.
Park riesce a fondere, come da tradizione, tracce e registri, unendo una love-story da noir ad un poliziesco vero e proprio, iniettando a tratti forti dosi di umorismo. La narrazione regge benissimo, complice anche il suo stile virtuosistico che qui trova una nuova vetta nell'uso delle proiezioni mentali del protagonista. Ma è tutto il lavoro sui personaggi che rende "Decision to Leave" il capo d'opera che è.



Jang Hae-Joon è un uomo che ha il controllo della sua vita; o che almeno crede di avere. Poliziotto indefesso e amante del suo lavoro sino all'ossessione e marito affiatato, vive una doppia vita che lo appaga e che contemporaneamente lo sfianca, con l'insonnia come avvisaglia di un malessere celato nel profondo.
Song Seo-Rae è una donna bellissima e provata da una vita difficile. Immigrata giunta in Corea del Sud dopo un naufragio che l'ha ridotta in fin di vita, subisce le violenze di un compagno possessivo e porta sulla coscienza l'eutanasia della madre, che cerca di somatizzare tramite il lavoro come badante.
Il loro incontro è casuale, l'amore che finisce per legarli molto di meno.




All'inizio è Jang Hae-Joon a provare attrazione per Song, colpito dalla sua bellezza e dalla sua fragilità. Si insinua nella sua vita con la scusa dell'indagine, ne carpisce abitudini ed emozioni che poi usa a suo vantaggio per restare con lei. Ma nella seconda parte i termini del rapporto si invertono: laddove Song poteva inizialmente rientrare nell'archetipo della femme fatale, con la storia dell'omicidio del compagno e della manipolazione del poliziotto innamorato che affondano le loro radici nella più pura tradizione del noir classico (ricordando in parte la dinamica di "La donna che visse due volte"), è poi Song a divenire il soggetto attivo nel rapporto amoroso, colei che resta affascinata dalla sua controparte forse proprio a causa della sua serietà, della sua capacità di abbandonare i sentimenti quando questi si fanno pericolosi, cosa che a lei non riesce. Non per nulla, il quesito rivolto esplicitamente è il classico: "Perché le donne si innamorano degli stronzi?". Al quale nessuno sa davvero dare una risposta effettiva.




Tramite il punto di vista principale di Jang Hae-Joon assistiamo al dipanarsi degli eventi, al disvelamento di una (doppia) storia di omicidio in realtà semplice, ma resa complicata dall'azione degli stessi personaggi, dalla loro incapacità di relazionarsi e venire a patti con i loro sentimenti. proprio sulla scorta di quest'ultimo aspetto, Park adotta spesso la prospettiva di un occhio morto, ossia quello di un cadavere, di un pesce o di uno smartphone, ossia di esseri privi di sentimenti.
Il racconto si fa così profondamente emozionante e coinvolgente anche grazie alle ottime interpretazioni di Park Hae-Il e Tang Wei, che fanno loro i personaggi riuscendo a convogliarne le emozioni su schermo con la forza dello sguardo e di pochi gesti.



"Decision to Leave" riesce così a fondere abilmente due tracce narrative e due registri diversi, riletti e assimilati da Park Chan-Wook in modo sublime, per creare una storia affascinante e riuscita, un piccolo-grande gioello di narrativa filmica.