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martedì 31 dicembre 2024

Gremlins 2- La Nuova Stirpe

Gremlins 2- The New Batch

di Joe Dante.

con: Zach Galligan, Phoebe Cates, Robert Prosky, Dick Miller, John Glover, Christopher Lee, Robert Picardo, Haviland Morris, Jackie Joseph, Gedde Watanabe, Keye Luke, Kathleen Freeman, Don Stanton, Dan Stanton, Hulk Hogan.

Usa 1990













Il successo, immediato e globale, del primo Gremlins permise a Joe Dante di entrare nella fase più remunerativa e feconda della sua carriera. 
I progetti per un seguito, ovviamente, furono avviati dalla Warner già all'indomani dell'uscita, ma né Dante, tantomeno Spielberg volevano creare un nuovo film sui mostriciattoli verdi che fosse una semplice fotocopia del primo. Lo studio, dal canto suo, capì subito come i loro nomi fossero essenziali per la riuscita e per la vendibilità del film e sospese il progetto fino a che regista e produttore non avessero accettato.
Accettazione che arriva solo alla fine degli anni '80 e per un motivo anche alquanto brutto, ossia il cocente flop che (purtroppo) The Burbs si era rivelato. Dante fu così costretto ad accettare l'incarico per potersi dimostrare nuovamente come un artigiano affidabile e poter proseguire la sua carriera con progetti personali (cosa che sarebbe poi avvenuta con lo splendido Matinee).
Fortunatamente, sia la Warner che Spielberg gli diedero carta bianca: non importava il tono o il contenuto del film, quanto che ci fossero i gremlin e che fosse vendibile al pubblico. Cinismo che si rivelò come una benedizione: con un grosso budget e la più piena libertà creativa possibile, Dante diede sfogo a tutta la sua carica artistica per creare un seguito come davvero non se ne erano e non se ne sarebbero mai più visti.


In cosa consiste il valore di Gremlins 2? Semplice: nel suo essere l'esatto opposto del primo. Nel corso degli anni è stato lo stesso Dante ad ammettere come l'idea alla sua base fosse quella di scimmiottare il primo film, tanto che a tratti l'effetto parodia è avvertibile, soprattutto nella scena in cui Phoebe Cates cerca di recitare un nuovo monologo traumatizzante, ma viene interrotta da Zach Galligan che le dice come non ci sia tempo per certe cose, disinnescando quella che sarebbe stata la fotocopia della celebre scena.
Gremlins 2 è quindi una parodia? Non proprio. E', più precisamente, la scena del pub del primo film espansa a circa due ore, ossia un lungo sketch dei Looney Toons dove non esistono regole, dove la storia procede per piccole vignette e dove quello che conta è solo il divertimento estremo, sorretto da una vena creativa che sembra inesauribile. E', in pratica, una sorta di Hellzappopin' (pellicola molto amata dall'autore, difatti) con i gremlin al posto del gruppo di commedianti.



Riferimento che si palesa anche nella scelta dell'unità di tempo e luogo. Un tempo e un luogo che permettono al buon Dante anche di sfogare la sua anarchia politica, ossia i pieni anni '80 (benché il film giunga alla fine del decennio) e il grattacielo del magnante Clump, sorta di fusione tra Donald Trump (dal quale il personaggio prende la verve machista e il ciuffo ribelle) e Ted Turner (da cui prende la mania per il greenwashing e per il politicamente corretto). Il fatto poi che Dante decida di far scendere questo tycoon dalla sua torre d'avorio che sovrasta le nuvole e fargli compiere un arco narrativo che si completa con una sua redenzione, è la prova del suo valore come narratore oltre che come semplice filmmaker. Questo perché, al di là di tutto, sarebbe stato sin troppo facile usare Clump come macchietta in un film che è pura anarchia.



Anarchia è appunto la giusta espressione per definire Gremlins 2. Un'anarchia votata alla distruzione divertita di tutto e di tutti, uno sberleffo totalizzante che non fa prigionieri, né ha remore alcuna, avendo come unico limite il buon senso prima ancora che il buon gusto. Il che non le impedisce ovviamente di essere acida, come quando Dante porta in scena uno sketch nel quale i suoi gremlin aggrediscono Leonard Maltin, famoso critico cinematografico dell'epoca che aveva stroncato il primo film (e che dimostra la sua sportività prestandosi pienamente allo sberleffo, cose davvero di altri tempi). E di tutte le piccole e grandi vignette che compongono il film, è davvero difficile scegliere le più riuscite in un marasma di idee e trovati che sembra davvero non avere fine.
Si potrebbe citare quella del gremlin alato, che fugge dal labotorio creando il simbolo di Batman, riferimento al fatto che Dante fosse tra le prime scelte per dirigerne il film; o il gremlin ragno, la cui scena madre sembra davvero uscita da un film dell'orrore o da un film d'avventura degli anni '60. O il mitico "gremlin intelligente", sorta di Egon Spengler dei mostrini che strappa un risata anche solo con la sua parlantina forbita. E che dire del bellissimo inserto metarefenziale nel quale i mostriciattoli prendono in ostaggio la sala di proiezione per gustarsi Biancaneve e i Sette Nani, con tanto di Hulk Hogan chiamato ad intervenire per riportarli all'ordine?
In Gremlins 2 tutto è possibile e per due ore lo spettatore è chiamato semplicemente a divertirsi.



Anarchia e volontà parodistica che tuttavia non appiattiscono la narrazione sui binari del puro sberleffo. Già lo story-arc di Clump è indicativo della voglia di Dante di creare qualcosa di più, ma tale volontà si esplicita anche nella costruzione degli altri personaggi. 
Billy e Kate ora sono due adulti veri e proprio che si sono lasciati inglobare dalla metropoli, alle prese con un lavoro snervante che non li valorizza (sorge nuovamente l'indole liberal dell'autore) e con una piccola crisi relazionale dovuta alle ingerenze della volitiva manager Marla, perfetta incarnazione delle nevrosi e dell'arrivismo yuppie. Ancora più calzante è la sottotrama su Grandpa Fred, interpretato dal celebre caratterista Robert Prosky, sorta di Nonno Munster ridotto a presentare b-movie da accatto (alla tv è possibile ammirare alcune inquadrature del trashssimo Octaman, memorabile solo per la bruttezza e per rappresentare l'ultima apparizione della compianta Pier Angeli), il quale cerca di rivitalizzare la sua carriera improvvisandosi reporter dei disastrosi e spassosi eventi. E va citata anche il ruolo del mitologico Christopher Lee nei panni dello scienziato pazzo, inserto dedicato ai pericoli della scienza fuori controllo e degli orrori che può generare (benché qui vengono comunque tutti virati alla commedia).



Ovviamente Gremlins 2 è per prima cosa divertimento senza freni e da questo punto di vista si può solo applaudire alla verve di Dante e soci nel costruire questo tornado di gag memorabili, situazioni brillanti, sfottò allo stesso mondo del film (celeberrima è anche la scena nella quale il gruppo della sicurezza inizia a ridere delle regole dei mogwai), il tutto condotto con un senso del ritmo a dir poco sensazionale.
Un gioiello di sequel che, fatalmente, all'epoca della sua uscita non fu affatto apprezzato: a fronte di un budget di circa 50 milioni di dollari, finisce per incassarne poco più di 40 in tutto il mondo. Il pubblico che aveva amato la cupa dolcezza del primo si è ritrovato letteralmente spaesato dinanzi alla natura folle del seguito e stranamente neanche gli spettatori più piccoli sembra lo abbiano particolarmente apprezzato.
Ad oggi, Gremlins 2 è fortunatamente stato riscoperto praticamente da tutti ed ha raggiunto lo status di cult che merita. Un trionfo per Dante, autore il quale purtroppo non ha più potuto esprimersi a tali livelli.

lunedì 23 dicembre 2024

Gremlins

di Joe Dante.

con: Zach Galligan, Phoebe Cates, Corey Feldman, Hoyt Axton, Keye Like, Frances Lee McCain, Dick Miller, Polly Holliday, Judge Reinhold, Harry Carey Jr., Chuck Jones, John Carradine, Jonathan Banks.

Fantastico

Usa 1984













Si potrebbe discutere a lungo su quale sia il film che incapsuli meglio lo spirito del cinema degli anni '80. La risposta più corretta sarebbe il capolavoro di William Friedkin Vivere e Morire a Los Angeles, vero e proprio distillato di tutto quello che il decennio rappresenta e non solo per il cinema.
Tuttavia, se ci si concentra sul filone del cinema per ragazzi, il cosiddetto "cinema spielberghiano", il cerchio ovviamente si restringe a giusto un pugno di film, tra i quali figurano ovviamente il capostipite E.T. oltre che l'amatissimo I Goonies. E poi c'è Gremlins, quello che potrebbe essere visto come una variazione sul tema, ma che in realtà riprende tutti i topoi di quel tipo di cinema e li eleva al livello successivo; il quale proprio quest'anno festeggia i suoi primi quarant'anni e che non poche grane causò al buon Steven all'epoca della sua uscita in sala.
Questo non perché la relativa lavorazione sia stata burrascosa e neanche per l'esito che ha avuto una volta giunto in sala. Al contrario, pare che la collaborazione tra Spielberg e Joe Dante funzionasse davvero, nonostante quest'ultimo abbia dovuto trattenersi con le sequenze più orrorifiche; il successo poi di certo non è mancato, pur in quell'affollata estate del 1984.


I problemi Spielberg li ha avuti con la MPAA, che dinanzi ai suoi film non sapeva davvero che pesci prendere. Indiana Jones e il Tempio Maledetto, Poltergeist e appunto Gremlins erano sicuramente pensati per un pubblico di ragazzini piuttosto che per adulti (persino l'exploit horror iretto da Tobe Hooper), ma presentavano scene e atmosfere cupe, spaventose, a tratti genuinamente violente, tanto da non poter essere etichettate con il PG solitamente dato ai film per i quali è richiesta la presenza di un adulto. Allo stesso tempo, non erano certo tanto cupi e tanto violenti da richiedere il rating R, solitamente dato agli horror.
L'associazione ha dovuto così coniare appositamente il famigerato PG-13, che imponeva ai minori di 13 anni la presenza di un adulto in sala, aumentando la soglia per le ammissioni. Per Spielberg è stato in parte uno smacco, vista la sua nomea di regista e produttore di film per famiglie.
Poco male, perché con un budget di 11 milioni di dollari, Gremlins ne ha incassati ben 164 e ad oggi resta forse il più rappresentativo del suo filone proprio per come riesce a coniugare tenerezza e spaventi, dolcezza e anarchia. Merito di Joe Dante, ovviamente, che ha anche avuto la felice idea di renderlo un film natalizio, aumentandone la portata iconica.



Alla base di tutto c'è uno script di quel Chris Columbus che qualche anno dopo dirigerà quel Mamma, ho perso l'aereo anch'esso parte del filone per ragazzi, ma che qui aveva inizialmente inteso la storia delle pestifere creaturine verdi come un horror vero e proprio. I gremlins altro non sono che esserini del folklore britannico, la cui nomea è dovuta principalmente agli anni delle due guerre mondiali, quando le industrie pesanti dovevano produrre veicoli in fretta e furia quindi senza apportare quei controlli necessari al loro funzionamento; capitava spesso che questi subissero dei guasti improvvisi, dovuti a pezzi che si staccavano o compenti che si rompevano apparentemente senza motivo, da cui l'invenzione fantasiosa di questi esseri che si divertivano a smontare i congegni tecnologici per cibarsi dei singoli pezzi. Leggenda che già era alla base dell'episodio cult di Ai Confini della Realtà intitolato Incubo a 20.000 Piedi, nel quale un giovane William Shatner assisteva impotente ad un gremlin che sabotava l'aereo di linea su cui è imbarcato (e che poi Spielberg avrebbe fatto trasporre a George Miller nella sua rievocazione cinematografica della serie, nel 1982).
Per Columbus, Spielberg e Dante, i gremlin diventano degli arcani esseri esotici che inizialmente hanno la forma del tenerissimo Gizmo (letteralmente "congegno"), un mogwai (termine di origine mandarina traducibile come "diabolico"), un essere dalle origini ignote, forse asiatiche, forse no, il quale si ritrova in America dove viene venduto come regalo di Natale all'inventore Randall Peltzer (Hoyt Axton), che lo regala al figlio Billy (Zach Galligan). Prendersi cura di un mogwai è però più difficile di quel che si pensi: non bisogna dargli da mangiare dopo la mezzanotte, non bisogna bagnarlo, né esporlo a fonti di luce troppo intense. Billy, ovviamente, non osserva le regole e il tenero orsacchiotto genera i terribili gremlin, che iniziano a mettere a ferro e fuoco la cittadina di Kingston Falls.


Il setting è il primo elemento da considerare per comprendere la genuina bellezza del film. Kingston Falls non è una semplice cittadina della provincia americana, è in un certo senso l'ideale della cittadina di provincia americana, fissa com'è nel suo set volutamente artificiale, incorniciata in un'atmosfera natalizia che le dona un'aura ancora più surreale e onirica. 
Non un setting verosimile, ma volutamente filmico, come se fosse la cittadina di provincia standard che fa da ambientazione a tutti i tipici film americani; non per nulla, è interamene ricostruita nel back-lot degli Universal Studios, con scenografie comparse in decine di altre produzioni a partire dagli anni '60, delle quali la più riconoscibile è quella di Ritorno al Futuro; tanto che non ci si potrebbe meravigliare se Billy incappasse in James Stewart o in uno dei personaggio del classico La Vita è Meravigliosa; un paragone in realtà voluto dagli autori, tanto che il personaggio della terribile speculatrice Mrs. Deagle è praticamente una Harry Potter in versione femminile.
Dante crea così un'atmosfera fiabesca che passa necessariamente attraverso la fascinazione cinefila, la quale si avverte anche nelle piccole e gustose citazioni: in una scena verso la fine, è possibile vedere la macchina del tempo di L'Uomo che visse nel Futuro oltre che Robby, l'iconico robot de Il Pianeta Proibito o anche apprezzare la presenza di John Carradine nei panni del reverendo; così come il cameo del mitico cartoonist Chuck Jones, che disvela l'altra influenza dietro il film, ossia i classici dell'animazione slapstick americana come i Looney Toons.




Se il mondo in cui si muovono deriva da reminiscenze filmiche, i gremlin sono invece dei veri e propri Looney Toons in tre dimensioni, appunto. L'indole distruttiva e dissacrante è proprio quella dei cartoon della Warner, ma Dante, in ossequio alle origini seriose del film, ne devia praticamente sempre l'azione verso la cattiveria vera e propria. Tanto che la scena nella quale perseguitano la madre di Billy creando un pandemonio in cucina è costruita praticamente ricalcando il primo attacco del licantropo ne L'Ululato, solo con i mostriciattoli al posto serial killer lupino e con tanto di smiley che ne marca il luogo del delitto.
Di fatto, anche nella forma "sanificata" che Dante ha portato in scena, Gremlins è un horror vero e proprio, dove l'atmosfera sospesa contribuisce a creare un senso di straniamento che talvolta diventa vera e propria oscurità. La violenza, tra l'altro, non manca, anche se si limita ad abbattersi sui mostriciattoli, come nella citata scena della cucina, dove uno dei gremlin viene fatto a pezzi in un frullatore con tanto di schizzi di sangue verdastro; o nel bellissimo finale, dove il capobranco Ciuffo Bianco si liquefa fino alle ossa in un tripudio di dettagli degno di uno splatter vero e proprio.
La natura spassosa dei piccoli mostri viene invece lasciata libera nella divertente sequenza del pub, dove Dante si diverte a creare delle piccole vignette comiche che li vedono alle prese con gag pasticcione talvolta davvero irresistibili.



E' proprio questa commistione di serio e faceto, di simpatia e repulsione, di tenerezza e orrore che rende Gremilins unico. E forse la scena che ne incapsula questa natura discordante ma armoniosa è anche una delle più celebri, ossia il monologo di Phoebe Cates sul perché odia il Natale, con il racconto di come sua padre sia morto perché ha cercato di interpretare Babbo Natale, rompendosi il collo mentre si calava nella canna del camino. Una storia raccapricciante resa del tutto disturbante dalle buone intenzioni del genitore e dall'ambientazione natalizia, un contrasto tra il candore delle feste e il turpidume della morte (la cui estrema estrema stupidità la rende ancora più insostenibile) che si fa giustapposizione per toccare contemporaneamente due corde emotive lontane (parimenti a quanto ha poi fatto Tim Burton con l'intero Batman Il Ritorno). 
Una giustapposizione che dovrebbe passare anche dagli opposti dati dall'estrema simpatia di Gizmo e l'estrema ripugnanza dei gremlin, ma ben si può eccepire come anche questi ultimi siano tremendamente simpatici.



Come classico del cinema per ragazzi, Gremlins è però a suo modo lontano dall'effettivo paradigma del filone, a partire dal fatto che il protagonista Billy non è un adolescente nel senso stretto del termine, quanto un giovane uomo già alle prese con i problemi comuni di ogni ragazzo della sua età, ossia il lavoro e le responsabilità. Allo stesso modo, anche la sua relazione con la bellissima Kate non è la classica storia d'amore tra un imbranato e la cheerleader, anzi fin dall'inizio l'attrazione di quest'ultima nei suoi confronti è già palese. 
L'appartenenza al filone è data dalla formula classica dello stesso, ossia "ragazzini che combattono forze sovrannaturali", oltre che dalla paternità spielberghiana (e si potrebbe dire anche per la presenza di Corey Feldman). Se si tiene conto di come esso vi rientri, si può tranquillamente affermare come Gremlins possa essere considerato il migliore per come faccia sua questa formula e la rielabori in modo del tutto originale. Merito della direzione di Dante, che ha saputo costruire il tutto come una fiaba con una morale, ossia la base su cui molto cinema horror è costruito; riuscendo, al contempo, ad esaltare gli elementi propri degli stilemi fiabeschi intessendo un'atmosfera unica, sospesa tra sogni e realtà prima ancora che tra orrore e tenerezza o tra horror e cartoon.


Ancora oggi, questo piccolo gioiello del cinema di intrattenimento anni '80 riesce a risplendere grazie al mestiere dei suoi autori. La visione autoriale di Dante, tuttavia, è quella che lo rende davvero memorabile, con il suo mix di elementi eterogenei e alla sentita passione cinefila. Gremlins è una perfetta favola nera che incanta e sconvolge, diverte e intenerisce, ma soprattutto convince dall'inizio alla fine, quarant'anni fa come oggi.

mercoledì 19 luglio 2017

Matinee

di Joe Dante.

con: John Goodman, Simon Fenton, Cathy Moriarty, Omri Katz, Lisa Jakub, Kellie Martin, Jesse Lee Soffer, Robert Picardo, Dick Miller.

Usa 1993



















---CONTIENE SPOILER---


12 Ottobre 1962: gli Stati Uniti scoprono l'installazione di una serie di basi missilistiche con gittata intercontinentale ad opera dei Sovietici a Cuba. Il rischio di un attacco su suolo americano, per la prima volta, si fa concreto: il rapporto tra le due superpotenze, già incrinatosi a seguito della fallimentare tentativo dell'invasione della Baia dei Porci l'anno precedente da parte delle forze statunitensi, arriva ad un gelo totale; il che porta la Guerra Atomica ad un soffio dalla piena realizzazione.
E' l'inizio dei famosi "13 Giorni di Crisi", che si aprono con il celebre discorso di John Fitzgerald Kennedy alla televisione, il quale fa capire in modo implicito agli Americani come l'annichilimento nucleare sia adesso un'opzione effettivamente realizzabile.



All'epoca dei fatti, Joe Dante ha circa 16 anni e vive quei 13 giorni di paura, come quasi tutti i suoi concittadini e coetanei, totalmente immerso nella paranoia totalizzante che attanaglia il paese. Circa 30 anni dopo, rifletterà su quegli eventi con "Matinee", il suo film più curioso e sperimentale, nonché suo vero capolavoro, nel quale fa confluire, oltre allo spaccato d'epoca, anche l'omaggio sentito ad un suo mito d'infanzia che ne forgiò ineluttabilmente il carattere e la passione per il cinema, attivo proprio durante il picco della Guerra Fredda: William Castle.




Produttore di piccoli B-Movies caratterizzati perlopiù dalla presenza di mostri mutanti, Castle fu, assieme al più celebre collega Roger Corman, il più foriero fautore di un cinema di puro intrattenimento, dove lo spavento del pubblico era indice di divertimento e dove le pellicole dovevano letteralmente distrarre chi le osserva da ciò che accadeva nel resto del mondo. E a differenza di Corman, Castle fu l'entusiasta sperimentatore di tutta una serie di strambi sistemi per aumentare l'immersione dello spettatore: lanciare finti scheletri sulla folla, incitare il pubblico ad urlare per uccidere immaginari parassiti del cervello, interrompere il film per proiettare clip in cui lui stesso chiede allo spettatore di cercare l'assassino nascosto tra il pubblico. La sua era una visione ludica della Settima Arte, dove il divertimento era un must. Una visione, si, ristretta, ma al contempo visionaria ed ambiziosa: basti pensare agli odierni "cinema in 4D", di fatto figli delle sue intuizioni; e benché verso la fine della sua carriera si sia dedicato anche a produzioni più importanti (su tutte "Rosemary's Baby" di Polanski), il suo nome è e resterà sempre legato al quel cinema di serie B scalcinato, ma dalla grandissima inventiva.
In "Matinee" Dante cuce il ruolo di Castle, ribattezzato "Robert Woolsey", addosso ad un John Goodman gigionesco, dalla simpatia inarrestabile, mentre usa il protagonista Gene (Simon Felton) e il suo fratello minore Dennis (Jesse Lee Soffer) come controparti sue e sopratutto dei due sceneggiatori Jericho e Charles Hass, suoi collaboratori di fiducia, per immergersi in quello che potrebbe sembrare un "amarcord" d'altri tempi, ma che è in realtà una rilettura a tinte foschissime della sua prima adolescenza, dove la passione per il cinema è la sola "medicina" contro un mondo attanagliato dalla paura e dalla follia.




La vicenda è ambientata a Key West, ma ogni possibile immagine da cartolina viene evitata. La fotografia dai colori caldi dipinge in modo vivido i ricordi (personali e nazionali) di un'epoca. Epoca che trasuda paura allo stato genuino.
Nelle strade e dentro le sicure abitazioni, la Guerra Atomica è il nuovo spauracchio. La morte definitiva della Razza Umana diviene una possibilità. La paranoia, ai limiti della follia, costringe la gente a fare affidamento sugli scarni rifugi antiatomici (il padrone del cinema interpretato dal fido Robert Picardo ne è letteralmente ossessionato), mentre nelle scuole i ragazzi sono costretti ad effettuare inutili esercitazioni; e chi cerca di sottolinearne la futilità, ossia si pone come elemento anticonformista, viene punito: la piccola Sandra (Lisa Jakub), figlia di due liberal quasi ilari nelle loro ossessioni radical chic, fa subito colpo sul giovane Gene grazie alla sua intelligenza. L'attrazione tra i due è immediata, basata sul comune senso di tragedia che avvertono.
Tragedia che per loro diverrà tangibile quando resteranno chiusi nel rifugio antiatomico del cinema: lo spettro della Guerra Definitiva si fa reale, i due ragazzi si abbandonano ad una disperazione nera, quella data dalla coscienza di poter essere gli ultimi sopravvissuti. Ed anche quando, dopo pochi minuti, questa paura sarà spazzata via, anche dopo essere sopravvissuti alla prima di "Mant" ed ai 13 fatidici giorni, in loro resterà la coscienza di quell'esperienza, che li marcherà a vita. Come dirà Woolsey nel finale, ora hanno una certezza in più, ossia che il mondo può davvero finire da un momento all'altro; quando capiterà la prossima crisi globale, per loro, già scossi da una tale esperienza, sarà acqua fresca.




Orrore vero, tangibile, che Dante dipinge con le immagini dei soldati che cingono come d'assedio le belle spiagge di Key West. E che si contrappone a quello giocoso e catartico che Woolsey porta al cinema locale. "Mant", mezzo uomo e mezzo formica, B-Movie a muso duro e reminiscenza del cult "L'Esperimento del Dottor K", perfetta esemplificazione della filosofia di Castle, con il "rumblerama" a far muovere (e distruggere) l'intero cinema, le scariche elettriche sotto i sedili pronte a colpire i deretani degli spettatori ed un tizio vestito da formica ad aggirarsi tra il pubblico.
E' questo invece l'orrore liberatorio, l'urlo generato da un'emozione altrui, quella dei personaggi su schermo, che trae le sue origini da quelle stesse esperienze traumatiche che l'essere umano ha ormai assimilato. Come dice Woolsey, l'intrattenimento terrorifico nacque con l'uomo delle caverne, quando dopo essere sopravvissuto all'attacco di un animale preistorico ha deciso di dipingere le pareti di una caverna con le sue effigi affinché anche i suoi compagni potessero averne esperienza. Perché una volta passato lo spavento, ci si rende conto di essere salvi, di essere vivi. Un pò come accade nel finale ai due ragazzi: con l'evoluzione, la scissione dell'atomo prende il posto del bisonte, ma le emozioni che l'essere umano porta con sé sono le medesime.




L'emozione data da quei film scalcinati, eppure prodotti con tanta passione, si fa così sia catarsi liberatoria universale, che metodo di distrazione: chiusi nel cinema, al riparo dagli orrori della Guerra Fredda, ci si sente quasi al sicuro all'ombra di quelle immagini in bianco e nero, che pur ispirate all'Era Atomica presentano brividi decisamente più digeribili.
Ed alla fine questi due mondi non possono che scontrarsi: la realtà irrompe nel cinema, prima con il bullo Harvey Sarkweather (interpretato da James Villemaire, all'epoca vistosamente trentenne nei panni di un teen-ager, come la tradizione del cinema di serie B anni '50 impone, in un gioco di rimandi che si fa così totalizzante ed ancora più squisito) che perseguita il giovane Stan (Omri Katz), reo di avergli "fregato" la ragazza; poi, e sopratutto, con quella paranoia per la Fine che si insinua tra gli spettatori fino a generare un caos distruttivo.




Caos reale che viene combattuto con un'immagine; l'immagine più temuta, il vero volto dell'orrore: l'esplosione atomica, che si concretizza in modo vivido nel cinema facendo fuggire tutti, riportando parte della calma e risolvendo ogni questione come un deus ex machina sinistro e negativo.
Ma si tratta pur sempre di un trucco, una immagine appunto, che diviene così catarsi totalizzante, destabilizzante e salvifica al tempo stesso. L'annichilimento diviene così "fine" e "termine", unica certezza di un mondo che, attanagliato nel terrore, forse aspetta inconsciamente proprio il concretizzarsi di quella visione. Tanto che "Matinee" può ben essere definito come un film horror vero e proprio. Dove l'orrore è dato dalla presa di coscienza di quel gruppo di ragazzi verso la possibilità di una fine definitiva ed incontrovertibile per l'Uomo.





Ma "Matinee" è anche un perfetto esempio di "coming of age story", di pellicola che racconta il passaggio dall'età pre-adolescenziale a quella para-adulta. Il che avviene non solo per il tramite della scoperta dell'attrazione per l'altro sesso (Sandra per Gene, la bella Sherry per il suo amico Stan) come in molte commedie adolescenziali proprie degli anni '80 e '90, quanto per la realizzazione della possibilità di un'Apocalisse causata dall'uomo, dalla presa di coscienza verso quel "male" prettamente terreno, che ha le forme di quel volto tanto amato, di quel JFK che gli Americani hanno imparato ad amare forse troppo, di sicuro troppo presto.





Nelle sue tre anime, perfettamente amalgamate, "Matinee" è una pellicola riuscita e coinvolgente, uno spaccato perfetto di un'epoca e di un'età, un discorso al contempo intimo ed universale.
Un piccolo capolavoro (se non un capolavoro e basta) ad opera di autore che come pochi ha saputo dipingere con efficacia i temi dell'adolescenza, delle sue paure, dei suoi umori e speranze (anche con l'imperfetto "Explores") e che qui giunge al culmine della grazia.

lunedì 6 luglio 2015

Burying the Ex

di Joe Dante.

con: Anton Yelchin, Alexandra Daddario, Ashley Greene, Oliver Cooper, Stephanie Koeing.

Grottesco

Usa (2014)

















Uno dei peccati imperdonabili commessi da Hollywood è quello di aver obliato Joe Dante; la Mecca del Cinema, si sa, è sempre generosa con i giovani cineasti affiatati, e Dante, negli anni '80, era uno dei più promettenti autori che varcarono la soglia del B-Movie per imporsi come creatore visionario e folle, al pari di altri suoi amici e colleghi del calibro di John Landis o George Miller, anch'essi guardacaso spariti a seguito della collaborazione con Steven Spielberg.
Ma a differenza dei padri di "Mad Max" e "The Blues Brothers", Dante aveva una visione compatta, che si rifaceva all'immaginario americano anni '50 e all' horror europeo per trasfigurarlo verso il grottesco più acido al fine di smantellare il falso buonismo imperante; non è un caso, di fatto, che il suo esordio "L'Ululato" (1981) sia un horror senza compromessi, nel quale la bestialità umana viene ritratta tramite l'icona del licantropo, che incarna il lato più oscuro dell'uomo e della donna. Ma il cuore di Dante batte al ritmo dello sberleffo, della pernacchia distruttiva che ha le forme dei "Gremlins" (1984), la sua creatura più famosa e rappresentativa, vero e proprio inno distruttivo ad ogni forma di buonsenso fasullo. Visione caustica che, malauguratamente, trova un limite nei flop di "The Burbs" (1989) e "Matinee" (1994), nerissimi saggi sulla paranoia dell'americano medio, che al botteghino si rivelarono veri e propri bagni di sangue.
Alienatosi l'amicizia di Spielberg sul set del costoso e malriuscito "Small Soldiers" (1998), Dante resta sospeso nel limbo dei grandi registi americani degli anni '80 esiliati da Hollywood a causa della loro vena sarcastica e cattiva, oramai del tutto inconciliabile con le istanze di un cinema commerciale sempre più bigotto e idiota; limbo dal quale fuoriesce solo grazie al circuito indie, che gli permette di dirigere "The Hole"(2009) e ora "Burying the Ex", saggio al vetriolo sulla guerra dei sessi smaccatamente misogino, girato con pochi mezzi e purtroppo anche poca ispirazione.


Lo script di Alan Trezza altro non è se non una versione estesa di un suo cortometraggio del 2008; cosa lo abbia portato all'attenzione di Dante piuttosto che di un qualsiasi regista alle prime armi non è dato saperlo, fatto sta che la poca dimestichezza dell'autore con la scrittura è evidente. Tutti i personaggi, ossia quattro, sono piatti e stereotipati: Max è il classico bamboccione dal cuore d'oro, suo fratello Travis il ciccione sboccato, mentre le ragazze Evelyn e Olivia semplici incarnazioni dei concetti di Eros e Thanatos elevate all'ennesima potenza; e su schermo la scelta del cast paga grazie al talento degli attori, ma rende i personaggi ancora più caricaturali; perchè Anton Yelchin ha sicuramente talento, ma è ormai entrato nel typecasting di "sfigatello alle prese con il soprannaturale" dopo aver interpretato "Fright Night" (2009) e "Odd Thomas" (2013), tanto che ritrovarlo contro uno zombi era quasi scontato. Ashley Greene come la rediviva Evelyn paga sicuramente: con il suo fisico scheletrico e le sue curve è credibilissima nei panni della zombi infoiata; e la sua controparte Alexandra Daddario è altrettanto credibile nei panni della ragazza ideale; fin troppo, visto che ad una caratterizzazione da ragazza semplice e simpatica apporta un fisico da urlo, creando un'abominazione di perfezione.


L'intero arco narrativo è semplice e scontato, nulla più se non una disanima della guerra dei sessi combattuta dalla parte del maschio; è sicuramente facile anche per il pubblico femminile identificarsi in Max, ragazzo sensibile e onesto che si ritrova con una ragazza affetta da manie ossessivo-compulsive, votata all'ecologismo snob un tanto al chilo e del tutto incapace di comprendere le necessità del partner.
L'unico punto di interesse è dato dalla cattiveria, dovuta forse più all'intervento di Dante che alla sceneggiatura; l'odio viscerale verso il personaggio di Evelyn non è mai celato: è una stronza insensibile in grado solo di pensare ai propri bisogni; l'unico momento di lucidità le viene affidato poco prima della sua dipartita, ma più che per una forma di riconciliazione verso il pubblico, sembra esistere unicamente per cercare di dare una pretenziosa tridimensionalità al personaggio.
Cattiveria che di certo non risparmia neanche il personaggio di Max, tanto che inizialmente il ritorno della ex viene caratterizzato più come un castigo divino: Evelyn-zombi torna dall'ex in preda ad una irrefrenabile pulsione erotica, come una personificazione dei più bassi istinti maschili celata in un corpo putrescente. Ma ben presto la caratterizzazione varia e si adagia nuovamente sullo stereotipo della fidanzata possessiva, vanificando ogni possibile metafora psicoanalitica e misantropica.
Sempre merito del solo Dante è anche la cinefilia che abita in ogni singola scena, con Mario Bava che viene elevato da semplice regista di culto a vero e proprio "personaggio fantasma", tanto è alto il numero dei rimandi espliciti.



Cinefilia e cattiveria che alla fin fine non riescono a risolevare le sorti dell'operazione: complici anche gli scarsissimi valori produttivi, "Burying the Ex" è scialbo e noioso, forse l'esito peggiore di tutto il cinema di Dante.