Visualizzazione post con etichetta Kevin Smith. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Kevin Smith. Mostra tutti i post

mercoledì 30 novembre 2022

Clerks III

di Kevin Smith.

con: Jeff Anderson, Brian O'Halloran, Jason Mewes, Kevin Smith, Rosario Dawson, Trevor Fehrman, Marilyn Ghigliotti, Jennifer Schwalbach, Amy Sedaris, Justin Long, Harley Quinn Smith, Kate Micucci.

Commedia

Usa 2022 















Tra "Clerks." e "Clerks II" sono passati dodici anni. Tra "Clerks II" e "Clerks III" addirittura sedici. E nuovamente, né il cinema americano, né quello di Kevin Smith sono gli stessi.
Il cinema indie ha ritrovato parte dello spazio perduto anche grazie all'affermazione delle piattaforme streaming e alla loro endemica fame di contenuti, mentre il crowdfounding permette oggi agli autori meno convenzionali di trovare aria per i propri progetti.
Smith, dal canto suo, ha usato l'approvvigionamento dei fan in primis per creare il suo film più serio e spiazzante, ossia "Red State", per poi tornare ai collaudati territori della commedia. Umanamente ha affrontato le gioie dell'essere padre con la figlia Harley Quinn Smith e le ha persino dedicato ben due film, lo sgangherato "Yoga Hosers" e quel "Jay & Silent Bob Reboot" anch'esso sgangherato quanto si vuole, ma anche incredibilmente accorato. E' riuscito persino ad entrare nel multiverso DC, dirigendo alcuni episodi dei serial CW nei quali ha incluso Jay e Silent Bob, rendendo il suo Askewniverse parte del mondo di Flash e soci.
Ma il cinema di Smith ha anche avuto un'involuzione, non riuscendo più ad essere fresco e brioso e ricorrendo spesso ai solo giochi di parole per creare umorismo. Così "Clerks III" arriva purtroppo nel periodo peggiore della sua carriera e ne risente in maniera decisiva.




Progetto che trova il suo seme in un episodio del 2018: mentre si recava ad un'esibizione, Smith subisce un attacco di cuore e se non fosse stato ricoverato immediatamente, sarebbe morto. L'autore del New Jersey usa quest'esperienza per riflettere sul suo stato e sulla maturazione, oramai alla soglia dei cinquant'anni. Il ruolo di padre viene così declinato nell'ultimo film su Jay e Silent Bob, mentre il ruolo di persona e amico trova una declinazione qui, per il tramite di Dante e Randal. 




"Clerks III" è un film sulla morte e il rimpianto. La morte aleggia su tutto, a partire da quella di Becky, che ha lasciato un vuoto nella vita di Dante. Il rimpianto si fa strada poco alla volta nella mente dei due ex ragazzi; li avevamo lasciati lì, nel loro negozio, ora di loro proprietà e alle soglie di una vita migliore, ma li ritroviamo in un'esistenza che sembra essersi dimenticata di quanto accaduto nel mentre, ricollegandosi direttamente con il primo film, partite di hockey sul tetto incluse. Non un'esclusione di "Clerks II", quanto una negazione di quanto di buono sarebbe potuto conseguire, con i due personaggi persi di nuovo nel vuoto di un purgatorio asfissiante.
Tutti e due sono chiamati a confrontarsi con la morte, ma mentre Dante non riesce davvero mai ad elaborare il lutto, è come sempre Randal a scoprirsi più maturo di quanto si potesse sospettare, usando l'esperienza di quasi fine-vita per trovare un nuovo inizio, che prende le forme del meta-film sulle loro esperienze da commessi.



Il reboot che Smith sbeffeggiava in precedenza diventa mezzo salvifico e si diverte come un matto a far reinterpretare a Brian O'Halloran e Jeff Anderson le scene dei primo film con 25 e rotti anni in più sul groppone. Il che lo porta anche indirettamente a riflettere sul lascito di quel film: se non ci fosse stato, anche lui, forse, sarebbe ancora confinato al Quick Stop Grocery ad immaginare una vita migliore, a contare i "se fosse" e "se avessi", con un alone di tristezza tangibile che rende la storia quantomai empatica anche al di là della tematica della morte.
Eppure, come in molti suoi film recenti, non c'è vera realizzazione, né la piena maturazione delle idee di base. L'importanza del lutto e del suo superamento non trovano catarsi, non di certo grazie a quel colpo di scena un po' raffanzonato che di certo non colpisce quanto dovrebbe e che tantomeno aiuta a trovare una chiusura ideale al tutto.
Quel che è peggio, l'umorismo non raggiunge neanche per sbaglio le vette dei capitoli precedenti. I dialoghi su "Star Wars" non hanno mordente, neanche quando Randal spiega ad Amy Sedaris la bellezza di "The Mandalorian" e non ci sono più di tanti riferimenti al cinema pop odierno, come se questo terzo capitolo vivesse in un vuoto distaccato dal resto dell'esistenza. Le battute sconce non sono ilari, è intelligenti e persino lo sketch dove il cristianissimo Elias diventa un "satanista rinato" risulta fiacco, anche perché ripetuto sino allo sfinimento.




Un terzo capitolo decisamente in tono minore, questo "Clerks III". Un conclusione (si spera temporanea) all' Askewniverse che di certo non rende giustizia a quanto di buono fatto in passato, né al potenziale dato da personaggi e situazioni. E si spera davvero che Smith ritrovi la grinta al più presto.

sabato 26 novembre 2022

Clerks II

di Kevin Smith.

con: Brian O'Halloran, Jeff Anderson, Rosario Dawson, Trevor Fehrman, Jason Mewes, Kevin Smith, Jason Lee, Ethan Supplee, Jennifer Schwalbach, Jake Richardson.

Commedia

Usa 2006














Dodici anni dopo "Clerks", il cinema americano non è più lo stesso. Il revival del cinema d'autore ha lasciato spazio al ritorno dei blockbuster, mentre il cinema indie si è ritagliato un piccolo spazio solo talvolta commercialmente rilevante. Kevin Smith, dal canto suo, ha continuato una carriera bene o male coerente, ha diretto qualche film davvero ben riuscito ("Chasing Amy"), qualcun altro decisamente meno ("Mallrats" e "Dogma") e ha persino sfiorato la possibilità di prendere parte ad un film di supereroi ("Superman Lives"). 
Ma a metà degli 2000 qualcosa va storto: "Jersey Girl", il suo film più costoso e meno personale, non solo si rivela un flop, ma viene anche considerato come un semplice veicolo per sfruttare la fama dell'amico Ben Affleck. Qualcosa si rompe e l'enfant prodige degli anni '90 si rende conto di dover fare un passo indietro, tornare ad una dimensione più personale. Si ricorda così di una promessa fatta all'amico Jason Mewes su di un possibile sequel del suo esordio; e anche a causa dei problemi di dipendenza da alcool e droga di quest'ultimo, decide di mettere davvero in cantiere una continuazione della vita di Dante e Randal, nonostante quell'universo narrativo, l' "Askweniverse", fosse teoricamente terminato nel 1999. Riportati a bordo anche Brian O'Halloran e un inizialmente ributtante Jeff Anderson, Smith torna in piena forma dirigendo un sequel che fa crescere i suoi personaggi e che resta tutt'oggi foriero di alcuni dei migliori sketch di tutta la sua filmografia.




Che fine hanno fatto i due cazzoni più simpatici degli anni '90? Semplice: nessuna. 
Dieci anni dopo, sono ancora a lavorare al Quick Stop Grocery e all'adiacente videoteca. Questo finché una mattina il negozio non prende fuoco. I due vengono così assunti al fast food "Mooby's" e Dante è ora alla vigilia dalla partenza dal natio New Jersey con la sua ragazza e prossima moglie Emma (Jennifer Schwalbach, nella realtà moglie di Smith), ma sembra avere fin troppa affinità con il suo capo, la bella e simpatica Becky (Rosario Dawson).




Dante e Randal sono cresciuti... più o meno. Il primo ha messo la testa a posto, sta per lasciare il Jersey e diventare finalmente un adulto, mentre il secondo è ancora il fannullone sboccato di sempre. Ma è davvero così?
Dante forse non vuole davvero una vita lontana da casa, con una donna a cui piace, ma che non ama. La sua vera anima gemella è Becky, non solo attraente, ma anche dotata di una simpatia fuori dal comune. E Randal sarà anche sempre perso nella sua pochezza, ma ha le idee chiare: quella dell'amico non è maturità, ma spirito conformativo. Se nel primo film i due erano persi in una vita vuota, ora rischiano di trovare un senso che però non li appartiene, trovare una forma di realizzazione che altro non è se non un dettame di una società della quale restano e resteranno comunque ai margini. E la realizzazione questa volta non arriva grazie al deus ex machina Silent Bob (il quale per la prima volta non dice nulla di importante per l'evoluzione della trama), ma grazie ad un confronto diretto e accorato tra i due protagonisti. Il loro è un grido di libertà a tutti i trentenni del mondo: non sentitevi obbligati a fare nulla, cercate voi la vostra strada. Ed in un beffardo gioco del destino, alla fine Smith li fa tornare al punto di partenza, a quel passato in bianco e nero che in teoria si erano lasciati alle spalle all'inizio, ma che ora ha un nuovo significato, più vivo e importante che mai.




Diventare adulti non significa tradire sé stessi, non vuol dire perdere la propria anima. E Smith lo sa al pari dei suoi personaggi, ecco perché costruisce questo seguito con una struttura del tutto simile al primo, nuovamente basata su dialoghi briosi e folli. I quali vanno oltre la tradizione del regista e si configurano come gag davvero irresistibili, delle quali almeno due sono da antologia, ossia l'incredibile dissertazione di Randal sul termine "porch monkey" e il dialogo che lui stesso ha con il giovane imberbe Elias e la sua impossibilità di avere rapporti con la fidanzata a causa del troll che vive nella di lei vagina... mentre in sottofondo parte la marcia funebre di "Shining". Ma si potrebbe citare anche la sequenza di Kinky Kelly, che da sola vale l'intera visione.




Lasciatosi alle spalle in bianco e nero sgranato dell'esordio, "Clerks II" vive di colori sfavillanti, come il giallo sgargiante del Mooby's; e Smith si concede persino un timido numero musicale, giusto per dare spazio ad un budget più alto che in passato. Ma la colonna portante è sempre data dai dialoghi, al solito immersi in una cultura pop pulsante, ma che viene costantemente messa alla berlina. La generazione X è cresciuta e i suoi gusti non sono più quelli dominanti: affianco alla trilogia per antonomasia, ossia quella di "Star Wars", ora c'è quella de "Il Signore degli Anelli" di Jackson ad insidiarne il trono. Ma anche quella "trilogia prequel" che ne ha infangato i fasti. E Smith si diverte come un matto a far scontrare i fanboy e a defecare sulla sacralità di entrambi i franchise, benché lo faccia con amore e più rispetto di quanto si possa credere.




La scommessa alla fine è vinta: Smith è riuscito a ritrovare lo smalto perduto e "Clerks II" finisce paradossalmente per essere tutt'oggi uno dei suoi film migliori e tranquillamente annoverabile tra i migliori sequel di sempre.

giovedì 17 novembre 2022

Clerks- Commessi

Clerks.

di Kevin Smith.

con: Brian O'Halloran, Jeff Anderson, Marilyn Ghigliotti, Lisa Spoonauer, Jason Mewes, Kevin Smith, Scott Moiser, Scott Schiaffo.

Commedia 

Usa 1994

















Nei primi anni '90, il sistema produttivo hollywoodiano riceve un piccolo scossone. Complice anche il crescente successo del Sundance Film Festival di Robert Redford, il pubblico prima che la critica dopo cominciano a riscoprire una forma cinematografica lontana dal mainstream, dall'action iperviolento così come dall'horror slasher, così come dal cinema falso impegnato e superclassico. Il cinema d'autore torna così alla ribalta, in una ideale continuazione delle istanze della New Hollywood di due decenni prima.
Ma se la crisi dello Studio System e dei kolossal alla fine degli anni'60 portarono all'era degli autori, nei '90 a trionfare sono proprio gli studios. Questa volta non i grandi conglomerati quasi secolari, ma le piccole case di produzione, che fino ad allora sgomitavano per avere un posto al sole e che ora si ritrovano con un mercato potenzialmente in espansione. La figura dei leoni la fanno la New Line di Bob Shaye, che tempo dieci anni e diverrà una major vera e propria, oltre alla Miramax (e la relativa succursale Dimension Film) dei fratelli Weinstein.
Proprio questi sono i responsabili dell'ascesa di due degli autori americani più rappresentativi di queste nuova corrente filmica, ossia Quentin Tarantino e Kevin Smith.


E forse non possono esistere due cineasti più diversi. Laddove Tarantino ha un background cinefilo eterogeneo ed enciclopedico e nel suo cinema è l'influneza dei cineasti europei e dei grandi artisti americani è più forte di quanto lui stesso voglia ammettere, Smith, nato e cresciuto nel New Jersey, è invece quello che oggi verrebbe definito "un geek", appassionato di cultura popolare "bassa" come i fumetti di supereroi, "Star Wars" e il cinema adolescenziale americano anni '80. Non per nulla, per finanziare "Clerks", con i suoi 27 mila dollari di budget, ha venduto gran parte della sua collezione di comics.
Ma proprio come Tarantino, Smith dimostra subito un'abilità nello scrivere dialoghi frizzanti davvero unico, che diventa già da ora una cifra stilistica nel suo cinema. Dialoghi infarciti di tutte le profanità possibili: vagonate di “cazzi”, autotreni di “fregne” e intere galassie di “’fanculo” scandiscono le otto ore della giornata tipo dei due protagonisti, dure ragazzi qualunque, impiegati (male) in due negozietti limitrofi. Due tipici giovani adulti americani (e non).
"Clerks." non un è semplice film sulla crescita, quanto un vero e proprio spaccato generazionale, un ritratto livido e sferzosamente ironico di una generazione persa, quella “generazione X” composta dai nati tra l’inizio degli anni ’60 e la fine degli anni ’70. Ragazzi e ragazzi che si ritrovano negli anni ’90 alle soglie della vita adulta, ma senza veri programmi per il futuro, sogni, ambizioni o ideali di sorta.




Dante (Brian O'Halloran) e Randal (Jeff Anderson) sono due aspetti speculari di una gioventù del genere: bloccati in una eterna vita da ragazzi, alle prese con un lavoro modesto e sottopagato e senza la minima voglia di porvi rimedio. Il primo si preoccupa di essere coerente, di “fare il proprio dovere” da commesso come se fosse un gran lavoro, mentre il secondo è un lavativo totale ed irredento.
Ma per il loro tramite, Smith non elogia l’ozio o la stupidità endemica, bensì ritrae con dosi da rinoceronte di ironia questo vuoto pneumatico, puntellandolo qua e là con una pacata ma efficace dose di malinconia.
Mentre Randal viaggia per tutto il film come una meteora, fregandosene di tutto e di tutti e riuscendo, con questo suo strambo cinismo, persino a far chiarezza sulla vita all’amico di sempre, Dante si rifugia sempre più nella sua nullità. Un giovane uomo che non vuole crescere, che si rifiuta di continuare la relazione con la più matura Veronica (Marilyn Ghigliotti), preferendo l’immatura ex Caitlin (Lisa Spoonauer), anch’ella in fuga dalla maturità, personificata dal matrimonio. Relazioni che si barricano dietro alla repulsione per una sessualità femminile vista come troppo esuberante (“Hai succhiato 37 cazzi!?!?!?”) per non evolversi e restare sospese in un limbo di inconcludenza, persino quando lo sboccatissimo Jay e il saggio Silent Bob, vere e proprie icone degli anni ’90 e non solo, suggeriscono saggiamente all’imberbe commesso cosa sarebbe meglio fare.




Inconcludenza che Smith eleva a forma narrativa: non c’è conclusione nella storia, nessuna vera catarsi liberatoria per Dante o Randal, solo il personaggio di Caitlin finisce per autodistruggersi in modo tragicomico. D’altro canto la vita è anche questa: un purgatorio esistenziale dal quale non sembra esserci via d’uscita, ma solo poche ancore di salvezza. Come il sesso (vero o anche solo immaginario), l’idolatrazione della cultura pop, le partite di hockey o le poche, vere, relazioni interpersonali. Non per niente, la vita può finire in un attimo, come accade all'amica scomparsa giovanissima e il cui funerale viene dissacrato dai due ragazzacci fuori scena.




Un cinismo tipico della prima metà del decennio che ammanta il film con un'aura quasi distruttiva. Se non fosse per quella bella scena nella quale Dante e Veronica si avvicinano nella prima parte. Controbilanciata, ovviamente, nella seconda, da quel piccolo piano sequenza statico nel quale Dante confronta Caitlin e la sua intenzione di sposarsi, che sposta nuovamente l'asticella verso la freddezza. Smith forse non vuole che questi personaggi si salvino, anche perché all'epoca lui era parte di loro: tutto il film è basato sulla sua esperienza da commesso e girato nel negozio in cui lavorava. L'unica concessione data loro è la salvezza fisica: il finale originale, con Dante che veniva letteralmente freddato durante una rapina a fine giornata, è stato tagliato e il film sfuma verso il nulla, come in un loop eterno nel quale questi buffi perdenti continuano a vivere, ma sono destinati a restare perennemente intrappolati in un mondo in bianco e nero, privo di vie di fuga e vera realizzazione. In proposito, Smith stesso ha ammesso di aver strutturato il film come una sorta di "Divina Commedia", con il protagonista, chiamato in omaggio ad Alighieri, perso in una serie di gironi infernali.




Ad alleviare il tormento, solo l'umorismo, una risata tanto salvifica quanto acida, corrosiva, che non cela il cinismo sottostante. E le gag sono tutt'oggi irresistibili, tra i siparietti dei due protagonisti, le cazzate di Jay e Silent Bob, le incazzature con i clienti e il monologo cult di Randal che elenca una serie infinita di titoli porno davanti ad una madre con la figlia.
"Clerks.", ad oggi, è un manifesto di un cinema che fu e la cui influenza è ancora presente in tante pellicole indie, ma a differenza di queste ha una carica di sincerità e passione che molto "giovane cinema d'autore" odierno ha perso. Il suo umorismo è irresistibile, i personaggi simpatici e la direzione di Smith sa dosare i tempi e dimostra un buon gusto estetico. Tanto che il premio come miglior regia ottenuto a Cannes è stato, tutto sommato, davvero meritato.