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giovedì 5 ottobre 2023

Assassinio a Venezia

A haunting in Venice

di Kenneth Branagh.

con: Kenneth Branagh, Tina Fey, Riccardo Scamarcio, Camille Cottin, Kelly Reilly, Michelle Yeoh, Jamie Dornan, Jude Hill, Emma Laird, Ali Khan, Rowan Robinson.

Thriller/Horror

Usa, Regno Unito, Italia 2023














Il flop di "Assassinio sul Nilo" ha creato una brutta macchia sul curriculum di Kenneth Branagh, non tanto per la cattiva riuscita in sé stesso, quanto e soprattutto perché si va ad inserire nell'alveo di tutta una serie di progetti malriusciti che l'autore di origine nordirlandese ha creato negli ultimi anni, tra i quali rientrano l'inguardabile "Artemis Fowl" e persino il sopravvalutato "Belfast".
Un ritorno alla forma era necessario e Branagh ci prova con "Assassinio a Venezia", terza indagine del suo Poirot e film più ambizioso della trilogia.
Non una trasposizione diretta, quanto un adattamento a suo modo libero di "Halloween Party" della Christie, che Branagh ambienta a Venezia in modo da ricreare il leitmotiv esotico di questa sua trilogia; e nel quale gioca con i luoghi comuni e le idiosincrasie del personaggio, finendo per creare un giallo sicuramente non originale, eppure simpatico.



Venezia, 1947. Hercule Poirot (Branagh) ha deciso di ritirarsi dalla vita di investigatore, rinchiudendosi in una casa sulla laguna e in sé stesso. Ma su invito dell'amica scrittrice Ariadne Oliver (Tina Fey), decide di assistere ad una seduta spiritica tenuta durante la notte di Halloween presso la casa della cantante lirica Rowena Drake (Kelly Reilly) e tenuta dalla famosa medium Joyce Reynolds (Michelle Yeoh), la quale ha il compito di contattare l'anima della defunta figlia della Drake, Alicia (Rowan Robinson). Le cose ovviamente precipitano quando qualcuno uccide la Reynolds e tenta persino di uccidere Poirot.




Un Poirot diverso, quello di "Assassinio a Venezia"; un uomo triste e solo, in primis distrutto dal numero di morti ammazzati che ha visto prima durante le due grandi guerre, poi e soprattutto nei suoi numerosi casi, sorta di stilettata al luogo comune dei gialli della Christie nei quali la morte segue il detective di turno. Un investigatore stanco che Branagh riesce perfettamente a caratterizzare mettendo giustamente da parte il suo istrionismo, regalandoci un personaggio magnificamente mesto e per questo mai così empatico.



La costruzione della trama è ovviamente quella del giallo classico, dove questa volta i personaggi sono anche più blandi del solito, tanto che finiscono per vivere quasi essenzialmente grazie all'impegno del cast. Con l'unica eccezione del medico Ferrier (Jamie Dornan), uomo anch'egli distrutto dalla morte, nel suo caso dalla scoperta degli orrori di Bergen-Belsen, e del figlio Leopold (Jude Hill), bambino precoce che si occupa del bene del padre perseguitato dai fantasmi del passato.
E i fantasmi sono i veri protagonisti del film. Il fantasma di Alice, ovviamente, ma anche quelli dei bambini uccisi nel palazzo ove la vicenda si svolge. Fantasmi che ritornano e portano l'ateo e convinto razionalista Poirot ad interrogarsi sulle sue certezze, le quali si sgretolano per la prima volta. Ovviamente il colpo di scena finale metterà tutto in chiaro, ma anche alla fine Branagh decide di lasciare qualche dubbio addosso al suo personaggio altrimenti granitico nelle sue posizioni.



Se l'impianto è quello del whodunnit canonico, Branagh immerge tutto in una bellissima atmosfera da horror gotico. La sua Venezia è funerea, immersa in un mood oltremondano, tanto che potrebbe davvero essere la stessa del "Morte a Venezia" di Visconti.
Gli interni del Palazzo degli Innocenti sono puro horror gotico, illuminati da luci fioche, immersi in un'oscurità opprimente sempre pronta a divorare l'insicuro detective, un vero luogo stregato pieno di misteri.
Il lavoro svolto sull'estetica e sullo stile, con grandangoli magistrali che alienano la visione nei confronti dei singoli personaggi restituendo un senso di smarrimento tangibile, è ottima, tanto che non si capisce perché Branagh abbia deciso di condire il tutto con i soliti jump-scare indigesti, molti dei quali talmente gratuiti da risultare ridicoli.




Il lavoro di messa in scena permette così a tutto il film di decollare e coinvolgere e l'idea di spostare l'ambientazione in una Venezia spettrale dona al tutto un tocco di originalità; anche se con un piccolo prezzo da pagare: è evidente che Branagh non sa che la festa di Halloween non è mai stata davvero celebrata in Italia fino al XXI secolo.
Per il resto, "Assassinio a Venezia" fa il suo lavoro di giallo e riesce a convincere, lavando via l'onta di un capitolo precedente il quale si dimostrerà forse come il peggiore della serie. E regalando a Branagh una pellicola finalmente riuscita.

lunedì 14 marzo 2022

Belfast

di Kenneth Branagh.

con: Jude Hill, Lewis McAskie, Caitriona Balfe, Jamie Dornan, Judi Dench, Ciaràn Hinds, Josie Walker, Nessa Eriksson.

Biografico

Regno Unito 2021














La classica trappola dei film autobiografici risiede nell'idealizzazione dei fatti, dei luoghi e, maggiormente, del periodo storico, che filtrato attraverso l'occhio della memoria può sembrare migliore di ciò che è effettivamente stato e sembrare, su schermo, una rappresentazione falsa e ruffiana. E' quello che accade, da sempre, nel cinema di Giuseppe Tornatore, con la Sicilia del Secondo Dopoguerra che diventa un luogo magico, dove tutti sono belli, simpatici e allegri e nella quale non esistono ingiustizie o brutture di sorta. E' altresì il rischio che avrebbe corso Branagh nella sua ricostruzione "amarcordiana" della Belfast del 1969. Ma che, per fortuna, evita.


E proprio dal cinema di Tornatore sembra uscire quell'incipit: la macchina da presa si muove libera per la stradina, l'ideale "palco" delle vicende, mentre gruppi di bambini in bretelle e calzoni corti corrono spensierati per la strada, come in preda ad una gioia isterica. Se non fosse che, di punto in bianco, la Storia irrompe nel racconto: le proteste contro i Cattolici infiammano il quartiere, mettendo tutto a ferro e fuoco. Da qui una distinzione, quasi una dichiarazione: "Belfast" è sicuramente la materia del ricordo, ma questo ricordo non è per forza di cose dolce. Per quanto a Tornatore si ritorna nella prima scena del cinema, con il primo piano del protagonista che omaggia l'inquadratura più famosa di "Nuovo Cinema Paradiso".


Il punto di vista è quello di Buddy (Jude Hill), doppio di Branagh che assiste alle gioie e ai dolori della famiglia, dai problemi economici alla scoperta dell'amore, dalla passione per il cinema popolare al rapporto con i nonni, tutto è come da copione. Ma è la genuinità a rendere il tutto simpatico, oltre che l'ironia. La religione viene dipinta come mostruosa e la scena del predicatore, da sola, vale forse l'intera visione, anche se la sottotrama che genera non viene purtroppo risolta.
La struttura è quella episodica propria di molti biopic, con piccole scene che incapsulano dapprima la storia di famiglia, in secondo luogo la storia dell'Irlanda del Nord dell'epoca, con la recessione che miete le vittime, la minaccia dei gruppi armati e la guerra civile. Branagh non si sbilancia con il registro drammatico e lascia il racconto sempre asciutto, affidandosi alle ottime doti del cast e agli ottoni di Van Morrison per comunicare le emozioni.


Il racconto scorre bene, ma quando, nel climax, si decide di risolvere uno dei conflitti in modo ironico, la sospensione dell'incredulità crolla, così come ogni pretesa drammaturgica. Per fortuna, il resto bene o male funziona, grazie anche alla bellezza delle immagini, plastiche e ricercatissime, in un'opera tutto sommato riuscita, ma purtroppo mai davvero memorabile.

mercoledì 6 dicembre 2017

Assassinio sull'Orient Express

Murder on the Orient Express

di Kenneth Branagh.

con: Kenneth Branagh, Willem Dafoe, Johnny Depp, Michelle Pfeifer, Daisy Ridley, Penelope Cruz, Judi Dench, Leslie Odom Jr., Josh Gad, Derek Jacobi.

Giallo

Usa, Malta 2017















Rielaborare in chiave modernissima il classico; il cinema di Kenneth Branagh si è sempre basato su tale imperativo, sin dai suoi esordi con il bellissimo "Enrico V", adattamento dell'opera di Shakespeare che altro non era se non un remake della sua più celebre incarnazione, quella diretta da Laurence Olivier nel 1944; un "gioco" postmodernista e divertito, quello che porta avanti ogni volta, ma sempre e comunque rispettoso delle radici dei testi originali. E sebbene negli ultimi anni sembrava che il buon Kenneth avesse deciso di dedicarsi ad opere più impersonali, come il "Thor" di Kevin Feige o il fallimentare reboot su Jack Ryan, ora torna in un certo senso alle origini, dirigendo un nuovo adattamento del più celebre tra i gialli di Agatha Christie, operazione decisamente più nelle corde.




Il testo originale della Christie rappresenta già di per sè stesso una piccola variazione sul canone da lei stesso tracciato; non tanto per la costruzione della storia, il classico "whodunnit", quanto per le implicazioni che la trama e la caratterizzazione dei personaggi portano con sè; per la prima volta, più importante del "chi" ha ucciso è il "perchè", le ragioni che hanno spinto qualcuno a freddare il sinistro ed antipatico Ratchet (Johnny Depp) durante il viaggio sul famoso convoglio ferroviario. Domanda che porterà persino il precisino Poirot (Branagh) ad interrogarsi su sè stesso e le sue convinzioni.




L'idea di interpretare l'iconico detective in prima persona riesce a donare a questa nuova declinazione un tocco di originalità in più; non più basso e grassoccio, rotondo investigatore chic e snob, Poirot, sempre ossessionato dalla perfezione estetica, ha ora più fascino e carisma.
Il suo diviene un viaggio che ne destruttura tic e personalità: la realizzazione di quanto la natura umana possa essere fragile e, in senso lato, perversa ne distrugge la visione perfezionista e lo porta ad esorcizzare i suoi stessi vezzi, quel disturbo ossessivo-compulsivo che lo spinge alla costante ricerca dell'equilibrio nelle cose, dalle più piccole (le uova per colazione, che devono essere identiche al millimetro per forma e dimensioni) alle più importanti (le "crepe" nella perfezione dei luoghi divenuti scene del crimine, imput per la sua capacità investigativa).




L'originalità effettiva va ricercata però non nell'interprete protagonista, nè nella scelta del cast all star (ripresa in realtà dall'adattamento diretto da Sidney Lumet nel 1974, dove comparivano, tra gli altri, Albert Finney, Sean Connery, Vanessa Redgrave ed Ingrid Bergman), quanto nella messa in scena, al solito per Branagh virtuosistica.
Gli spazi stretti del treno vengono sezioni da una macchina da presa libera, che si diverte a girare attorno ad i personaggi con inquadrature a piombo, a camminare negli stretti corridoi dei vagoni come un passeggero fantasma, ad indugiare sui loro volti con inquadrature plastiche, talvolta pittoriche (l' "ultima cena" di Da Vinci ripresa un pò ridicolmente nel finale).




Con un controllo totale, Branagh riesce così a ridare grinta ad un plot oramai logoro, benchè ancora apprezzabile; questo nuovo adattamento riesce ad incantare e a stupire, merito della mano del grande attore e regista nordirlandese.

sabato 7 settembre 2013

Thor

di Kenneth Branagh

con: Chris Hemsworth, Tom Hiddleston, Anthony Hopkins, Natalie Portman, Stellan Skarsgaard, Kat Dennings, Rene Russo, Jaimie Alexander, Ray  Stevenson, Tadanobu Asano, Josh Dallas, Idris Elba, Clark Gregg, Colm Feore.

Supererostico/Fantastico/Commedia

Usa (2011)














Nell'infinita fucina di idee di casa Marvel (originali o derivate che siano), Thor è sicuramente il personaggio più bislacco, non tanto per la sua caratterizzazione o per il suo background, quanto per il fatto che esso venga puntualmente inserito in contesti fantascientifici o orrorifici con i quali la mitologia norrena non ha davvero nulla a che fare.



Creato da Stan Lee e Jack Kirby nel 1962, Thor rappresenta la componente "fantasy" della linea editoriale Marvel; il fumetto originale reinterpreta miti e leggende nordiche in chiave moderna, presentando il dio del tuono come un normalissimo super-eroe in costume, con tanto di alter-ego "civile" a celarne l'identità segreta; nella sua pubblicazione originaria, "The Mighty Thor", il biondo guerriero è protagonista di storie epiche e fantasy, nel quale deve affrontare orchi, elfi neri e la sua immancabile nemesi, il fratellastro Loki dio della notte; fumetto impreziosito da una curiosa particolarità: tutti i dialoghi sono scritti in un inglese arcaico e con una sintassi ai limiti del poetico, quasi come se si trattasse di saghe epiche in abiti moderni; trovata che permette all'albo di ritagliarsi una fetta di pubblico anche tra i lettori più esigenti.
I guai cominciano quando il personaggio viene successivamente inserito all'interno del gruppo dei "Vendicatori", nel quale è protagonista di storie che con la sua matrice mitologica non hanno nulla a che vedere: invasioni aliene, guerre segrete, complotti intergalattici portano il guerriero nordico in ambienti e scenari del tutto fantascientifici, e finisce così per perdere quell'aura di epica e di originalità che, almeno inizialmente, lo caratterizzavano.


Nella rincorsa al mega cross-over definitivo for fanatics only, Feige e soci decidono di dedicare un'intera pellicola al personaggio di Thor, e almeno inizialmente le intenzioni del produttore sembravano quanto meno interessanti; accantonati i nomi di Mel Gibson e Brad Pitt come regista e protagonista, Feige affida il progetto ad un autore d'eccezione: Kenneth Branagh, forse il massimo attore shakesperiano vivente; il coinvolgimento di Branagh non deve stupire: l'attore/regista si è sempre proclamato fan delle avventure fumettistiche del dio del tuono e visti i toni "aulici" che molte sue storie (sopratutto quelle più recenti) presentavano pareva la scelta più azzeccata a dirigirne l'adattamento su pellicola; e così sarebbe stato, se non fosse per l'ormai proverbiale ingerenza della Marvel Studios nella direzione del film.


Come già successo per l'Hulk del duo Laterrier/Norton, anche in questo caso il film entra in produzione con uno script, scritto dallo stesso regista, che poi verrà progressivamente distrutto durante le riprese; il progetto originale di Branagh era ambizioso ed originale: l'intero film doveva essere ambiento ad Asgard ed incentrarsi sull'amore/odio tra Thor e Loki; l'eroe sarebbe arrivato sulla Terra, per proteggerla, solo nel terzo atto; l'intera narrazione doveva essere epica ed aulica ed enfatizzare il lato drammatico ed avventuroso del personaggio; dell'idea originale, solo il palinsesto della storia è sopravvissuto.


La trama viene riscritta: l'intero film diviene così un romanzetto di formazione, con Thor (Hemsworth) esiliato sulla Terra da Odino (Hopkins) a causa di un sotterfugio di Loki (Hiddleston); la natura ultraterrena dei personaggi viene inoltre modificata: Asgard diviene un pianeta alieno e gli dei sono ora semplici alieni umanoidi, garantendo per lo meno un minimo di compattezza per il futuro cross-over. Come sempre l'intrattenimento viene basato su battutine da due soldi, umorismo scemo e scarne sequenze di azione; Branagh però riesce nell'impresa di non ridurre tutto ad un film usa e getta: le battute non scadono mai nel becero e l'azione è ben coreografata; sopratutto, l'autore riesce a caratterizzare a dovere il trio dei protagonisti e a dirigere in modo eccelso il cast; lo scontro tra Thor e Loki per l'affetto del padre riesce così ad avvincere e ad intrattenere per tutta la durata del film.



Molto meno riuscito è il resto; il cast presenta sempre una marea di nomi noti, messi lì come selling point; e spiace davvero vedere due attori del calibro di Tadanobu Asano e Ray Stevenson sprecati come comparse; ancora più controverso è invece il casting di Hopkins: Odino doveva essere inizialmente interpretato da Brian Blessed, attore feticcio di Branagh e dotato di una possenza fisica che lo rendeva perfetto per impersonare il re degli dei; ma Blessed non è una star e Feige impone al regista di chiamare il più blasonato Hopkins, per attirare più pubblico possibile; ancora più futile è la love-story tra Thor e il personaggio della Portman: ovvia e scontata, si mangia letteralmente tutto il secondo atto, annoiando per la sua futilità.



Sciocco e inutile, "Thor" è il tipico film Marvel, che ha però il grande pregio di non irritare il suo pubblico e di lasciarsi guardare per tutta la sua durata (bene o male), nonostante la sua palese natura di "film-episodio".