Visualizzazione post con etichetta Joe D'Amato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Joe D'Amato. Mostra tutti i post

giovedì 31 ottobre 2024

Antropophagus

di Joe D'Amato.

con: George Eastman, Tisa Farrow, Serena Grandi, Saverio Vallone, Margaret Mazzantini, Mark Bodin, Bob Larson, Rubina Rei, Zora Kerova.

Slasher/Gore

Italia 1980















Nel corpo della filmografia di Aristide Massaccesi, in arte Joe D'Amato, le pellicole che hanno finito per imporsi come cult effettivi sono davvero poche e non coincidono per forza con i suoi migliori exploit. Il titolo di cult, ad esempio, non può di certo essere dato al pur buon La Morte ha sorriso all'Assassino, mentre di certo può essere dato a Buio Omega, forse il miglior esito del suo cinema di genere, così come al pessimo Porno Holocaust.
Poi c'è Antropophahus, sua prima incursione nello slasher effettuata assieme a George Eastman, al secolo Luigi Montefiori, datata 1980, la quale di certo non ha l'originalità di Buio Omega o l'indole folle e ricercata di La Morte ha sorriso all'Assassino, ma che risulta alla fine un prodotto estremamente dignitoso, al contrario di quel Rosso Sangue concepito inizialmente come suo seguito.



















Uno slasher che, come da tradizione per il cinema di D'Amato, non vuole di certo riscrivere le regole del filone, con una trama che presenta, come al solito, tutti i topoi del caso: un gruppo di amici in vacanza in Grecia, al quale si unisce anche la giovane Julie (Tisa Farrow), si ritrova suo malgrado bloccato su di un'isoletta apparentemente disabitata, sulla quale vengono braccati da un mostruoso cannibale sfregiato (George Eastman).


















L'ambientazione esotica è praticamente l'unico elemento originale e si deve più che altro all'intuizione di Eastman. Pare che tutto il progetto sia nato da un appunto di Massaccesi al quale gli abbia chiesto di mettere su le mani e che si limitava a descrivere un naufragio con una famigliola a bordo di un gommone. Eastman trasforma questa immagine nella storia di un uomo che per sopravvivere ha dovuto divorare il figlioletto e che il conseguente trauma ha reso folle; decide di ambientare la storia vera e propria in Grecia praticamente per avere una scusa per trascorrere del tempo sulle sue assolate spiagge; sfortuna poi ha voluto che poi tutte le sue pose siano state girate nei dintorni di Roma, sabotandone i piani di relax. Poco male, perché il risultato finito è uno slasher tutto sommato riuscito e a tratti davvero interessante.



















La fama del film e il suo conseguente status di cult movie sono dovuti ovviamente alla sua carica gore, che all'epoca sembrava guardare con aria di sfida gli exploit di Fulci e che oggi ha praticamente come unico rivale il Terrifier di Damien Leone, per lo meno nel cinema non relegato ai circuiti squisitamente underground. Cosa in realtà alquanta strana quando si guarda il film, visto che tutto il sangue e le eviscerazioni vengono limitate all'ultima mezz'ora e le "portate principali" agli ultimi quindici minuti, se non meno.
Da questo punto di vista, il duo Massaccesi/Montefiori non delude certo le aspettative. Le due sequenze più famose ben hanno guadagnato la loro fama: la scena nella quale Eastman strappa dal ventre di Serena Grandi un feto e lo divora a favore di macchina è davvero agghiacciante, così come quel finale nel quale divora le sue stesse viscere. Due immagini davvero peculiari, figlie della volontà di stupire e far rivoltare lo stomaco, portate in scena senza alcun ritegno o buon gusto, per questo magnificamente capaci di colpire; anche grazie ad effetti di buona caratura, cosa che certo non si può dire per quanto mostrato in altre scene, come la decapitazione del mozzo, ottenuta con la solita testa di manichino platealmente finta.
A rivederle oggi, quelle due scene di puro sadismo trasformato in pop-corn per gli appassionati del gore colpiscono anche per un motivo alquanto peculiare, ossia la loro breve durata. D'Amato, stranamente, non insiste sui particolari splatter come faceva in Buio Omega, né come avrebbe fatto il suo punto di riferimento Lucio Fulci. Non c'è volontà scopofila nel far perdurare l'atto violento oltre il voluto, non si vuole mettere a disagio per davvero lo spettatore, solo scioccarlo in modo estemporaneo. Proprio per questo, quelle due immagini finiscono per funzionare.























Di converso, il vero limite di Antopophagus è forse proprio quello di limitare gli eccessi, cosa strana per un film di D'Amato. Per tutta la prima parte si assiste ad una serie di scenette ovvie nelle quali i malcapitati tentano di capire la situazione, in pratica nulla più di quanto le decine se non centinaia di slasher dell'epoca mostravano. Parte che se finisce per funzionare, lo deve soprattutto grazie al cast, con la compianta Tisa Farrow che si dimostra un'ottima final girl e persino Serena Grandi (che si firma con uno pseudonimo) che riesce ad essere credibile, oltre che ad una giovane Margaret Mazzantini. Tutti gli attori interpretano dei personaggi certamente non memorabili, ma la cui caratterizzazione permette di affezionarvisi, garantendo quel coinvolgimento necessario affinché le loro uccisioni risultino davvero emozionanti.


















Peccato però che alla lunga finisca per fare capolino anche la noia, con una narrazione che per funzionare davvero avrebbe dovuto essere più stringata o presentare scene di vera tensione. Questo perché D'Amato si limita ad inserire giusto un omicidio nella prima parte, la cui esecuzione manda anche in parte in frantumi la sospensione dell'incredulità, con il gruppo di personaggi che non si accorge di passare acconto ad un omaccione dal volto marcescente che trascina un cadavere decapitato. Per il resto, ricerca la tensione con jump-scare anche falsi o con la sola atmosfera desolata, senza però riuscire a trovarla sempre.


















Antropophagus funziona così come horror gore nel senso proprio e genuino del termine e come slasher finisce per funzionare unicamente per il buon lavoro del cast, assistito dalla scrittura di Eastman. La sua fama è certamente meritata, così come l'amore che i fan vi riversano, rappresentato un ottimo esempio di splatter nostrano.
Quanto al lascito di Massaccesi al cinema horror e in generale di genere, va detto come il suo nome sia diventato conosciutissimo dai cultori e c'è persino che afferma come il suo cinema vada riscoperto.
Forse è un'esagerazione, visto che, anche ad essere buoni prima ancora che onesti, c'è davvero poco da riscoprire, non per altro per il fatto che le sue opere migliori sono già state oggetto di riscoperta da almeno venticinque anni a questa parte.
Semmai bisognerebbe celebrarle maggiormente, visto anche il forte riscontro che hanno conosciuto nel corso degli anni. Antropophagus, per esempio, ha avuto ben tre sequel "ufficiosi", ossia Antropophagus II del 2022, Antropophagus Legacy di quest'anno, entrambi ad opera di Dario Germani, oltre che Antropophagus 2000 del mitico Andreas Schnaas. Prova di come l'opera di D'Amato valga più di quanto si possa pensare.

venerdì 25 ottobre 2024

Buio Omega

di Joe D'Amato.

con: Kieran Carter, Cinzia Monreale, Franca Stoppi, Sam Modesto, Anna Cardini, Lucio D'Elia, Mario Pezzin.

Italia 1979


















Quando si parla di Joe D'Amato, la mente non può che correre alle decine di exploit hard che ha diretto e prodotto nel corso di tre decenni. Ma se ci si riferisce a lui come autore di film di genere, in particolare di pellicole horror, la mente non può che giungere immediatamente ad un titolo diventato famoso anche presso chi di horror magari ne mastica poco o niente, ossia Buio Omega.
Un film che in realtà si discosta platealmente dalla tradizione orrorifica dell'epoca, sia quella nostrana fatta ancora di "giallo movies" a là Dario Argento, che quella più fantastica di stampo baviano: non ci sono serial killer dai guanti neri, né streghe vendicative, tantomeno zombi affamati di carne umana, benché non manchi il cannibalismo. La storia di Buio Omega è in realtà più ricercata, caso strano nell'ambito della filmografia di Massaccesi, che ha sempre fatto della derivatività il suo cavallo di battaglia; non che le influenze anche importanti manchino, tutt'altro, potendosi benissimo ascoltare l'eco di Hitchcock e dei suoi Rebecca- La Prima Moglie e l'immortale La Donna che visse due volte, ma anche quel L'Orribile Segreto del dottor Hichcock di Riccardo Freda che per primo si rifece ai classici per portare in scena una morbosa storia d'amore coniugale.
Quello che il buon Massaccesi fa qui è semplicemente quello che ogni vero filmmaker fa, ossia rielaborare le influenze altrui per creare qualcosa dotato di una propria personalità; cosa che, per una volta, gli riesce davvero.




In un paesino dell'Alto Adige, il giovane Frank (Kieran Carter), appassionato di tassidermia, ha da poco sepolto la giovane e bellissima moglie Anna (Cinzia Monreale). Incapace di dire addio all'amata, decide di trafugarne il cadavere e imbalsamarlo, così da tenerlo ancora nel talamo nuziale. Situazione precaria complicata dalla presenza di Iris (Franca Stoppi), sinistra governante perdutamente innamorata del giovane vedovo.


















La trama è quella di un dramma d'amore virato all'orrore puro, quello più terreno, dato dalla devianza rivoltante di una mente a pezzi, la quale porta alla necrofilia e all'omicidio. Un soggetto che Massaccesi riprende sia da Freda che da quel Il Terzo Occhio, dimenticato thriller con venature necrofile interpretato da Franco Nero nel 1966. Non per nulla, anche Buio Omega porta la firma di Mino Guerrini, che aveva già diretto quel deviato horror gotico.
Massaccesi ovviamente carica lo stesso soggetto con tutto il sesso e la violenza possibile e Buio Omega diventa automaticamente una sorta di storia d'amore fatta di budella eviscerate, un racconto della gelosia incasellato in mezzo a corpi fatti a pezzi a suon di mannaia, il ritratto di una mente folle immerso in una pozza di carne putrescente; in poche parole, un'ideale via di mezzo tra l'exploitation più viscerale e una rielaborazione in abiti moderni delle storie del terrore di stampo vittoriano.














All''interno di un classico intreccio che potrebbe figurare benissimo in una produzione Hammer del decennio precedente, Massacesi aggiunge poi un paio di ossessioni tipiche del cinema nostrano anni '70 e del suo stesso cinema.
La prima è data dalla tematica dell'incesto, che si affaccia in modo esplicito solo in una scena per poi restare tra le righe per tutto il film. L'amore sempiterno di Frank per Anna altro non è se non la sublimazione di quello mai consumato per la madre, della quale la donna è una perfetta sosia. Il personaggio di Iris diventa così doppio oscuro non solo della angelica moglie, ma anche della madre, data la differenza di età tra i due. Il legame anch'esso morboso che li unisce è anche qui quello tra un figlio e una madre virato alla devianza più genuina, come esplicitato nella scena in cui lei lo allatta al seno per sedurlo e calmarlo.
La seconda è data dal cannibalismo, che D'Amato inserisce come riferimento a quel filone che aveva ampiamente saccheggiato in quegli anni e che prende le forme dei morsi che sovente Frank infligge alle sue vittime, a sottolinearne lo stato di devianza irrecuperabile, non tanto quella di un amante folle, quanto quello di un vero e proprio psicopatico ossessionato.


















A decretare la riuscita del racconto è in primo luogo l'azzeccatissimo cast. Kieran Carter funziona certamente per la sua bellezza glaciale, ma soprattutto per la sua inespressività, che lo rende una maschera fredda e immobile persa nella contemplazione di un amore perduto. Franca Stoppi, con i suoi lineamenti da tipica signora meridionale, è perfetta nei panni della volitiva matrona. Mentre la bellissima Cinzia Monreale, dai lineamenti candidi e fragili, incarna alla perfezione l'ideale di un amore etereo.
Ciò che rende Buio Omega del tutto indimenticabile è poi la cosa più ovvia, ossia il gusto di Joe D'Amato per l'eccesso senza freni.


















Come sempre nel suo cinema, la regia non lascia nulla all'immaginazione: l'eviscerazione del corpo di Anna avviene a pieno favore di macchina, con le budella sfilate via dal ventre e gli occhi sostituiti da protesi. Anche la macellazione del corpo dell'autostoppista americana diventa un trionfo di carni spappolate dinanzi all'obiettivo curioso della regia. La sensazione di disgusto che ne deriva è semplicemente sublime, ma la mano di Massaccesi si ritrova anche in modo più sottile (per modo di dire) quando rende del tutto insostenibile una scena sulla carta normale, ossia il pranzo a base di spezzatino, il quale viene ritratto in modo decisamente più rivoltante di maciullazioni ed eviscerazioni.




















La costruzione delle scene è qui più ricercata che in molti altri exploit di D'Amato. L'occhio per l'inquadratura a effetto non manca mai, con la macchina da presa che sa davvero come muoversi nei meandri della grande villa, ricercando soluzioni sempre belle sul piano estetico. E per una volta, Massaccesi non deve limitarsi a copiare la sonorità dei Goblin, potendosi permettere quelli veri; peccato però che le note della loro partitura, pur orecchiabile e affascinante come sempre, finisca per stridere con la cupezza di storia e personaggi.


















Buio Omega è così un racconto morboso e voyeuristico perfettamente riuscito e persino godibile e affascinante. Si da per scontato, ovviamente, che lo spettatore non si lasci impressionare facilmente dalla sua carica gore, la quale rappresenta sicuramente un punto di interesse, ma per una volta non l'unico all'interno di un film di Joe D'Amato.

venerdì 18 ottobre 2024

Deliria

di Michele Soavi.

con: Barbara Cupisti, David Brandon, Giovanni Lombardo Radice, Richard Barkeley, Robert Gligorov, Mary Sellers, Piero Vida, Jo Anne Smith, James E.R. Sampson.

Horror/Slasher/Splatter

Italia 1987


















L'avventura produttiva della Filmirage, fondata da Aristide Massaccesi nel 1980, rappresenta il perfetto paradigma dell'apoteosi e della caduta dell'industria del cinema di genere italiana. Costituita al fine di produrre e ottenere gli accordi distributivi per pellicole a basso budget e tutte rigorosamente exploitation, entra in crisi verso la fine degli anni '80 e chiude i battenti nel fatidico 1994. I motivi del tracollo non sono chiari, c'è chi lo attribuisce anche ad una serie di pessimi investimenti fatti dai soci di Massaccesi che hanno finito per mettere in crisi l'intera società; ma uno dei motivi fondamentali è forse di natura strettamente produttiva: il cinema, in quegli anni, stava cambiando e per trovare spazio in un mercato giù saturo di prodotti simili la Filmirage (così come tutte le altre casi produttrici nostrane) avrebbero dovuto alzare il tiro, cercando budget più elevati e magari non limitarsi a creare prodotti derivativi, sciatti o anche di puro exploitation privo di pretese. Non per nulla, sempre nello stesso periodo la crisi produttiva avrebbe colpito anche altre storiche piccole case di produzione, come la New World Pictures di Corman e la Empire Pictures di Charles Band (poi divenuta Full Moon Features per sopravvivere giusto una manciata di anni).
A dare una scorsa al curriculum della Filmirage si resta basiti per la scarsa qualità delle sue produzioni, tanto che se c'è un film che alla fine andrebbe davvero visto, questo è Troll 2 e per tutti i peggiori motivi. Eppure, anche nel mare di pattume, esiste un'eccezione, un film che ancora oggi riesce a dare lustro al nome della società, ossia quel Deliria che rappresenta anche l'esordio da regista di Michele Soavi.



















Parliamoci chiaro: Deliria non è un capolavoro che scompagina un filone dato, ossia quello dello slasher, per ricrearlo a nuova forma; è semplicemente un onestissimo prodotto di genere che vuole solo portare in scena al meglio tutti i topoi dello stesso, riuscendoci perfettamente.
La storia della produzione del film è poi presto detta: George Eastman scrive una ennesima sceneggiatura per l'amico e collega D'Amato, una che possa essere girata in economia anche di location, come già fatto per Rosso Sangue. E proprio da Rosso Sangue arriva Soavi, che a partire da quel film iniziava la collaborazione con D'Amato, assieme a quella con Argento che lo porterà a lavorare in Tenebre, Dèmoni e Opera tra gli altri. Ma il suo desiderio di dirigere un film tutto suo è grande e l'occasione gli si presenta, a quanto pare dopo sue forti insistenze, proprio grazie a questa piccola produzione. Che lui trasforma da semplice prodotto d'accatto in un piccolo gioiello.



A proposito di teorica mancanza di ambizione, la trama è quanto di più blando si possa immaginare: gruppo di attori che stanno portando in scena un musical su di un serial killer vengono braccati e uccisi uno alla volta da un vero serial killer che, fuggito da un ospedale psichiatrico per inseguire la final girl, ha trovato rifugio nel teatro.
Un pretesto vero e proprio per presentare i personaggi e dare inizio alla danza di sangue. Questo non vuol dire che la scrittura manchi di punti di interesse, data proprio dal modo in cui tratteggia i personaggi: con tocchi veloci ma incisivi, si riesce a comprendere appieno la loro storia e la loro psicologia, riuscendo ad appassionarsi alla loro sorte. Non si sta parlando, ancora, di chissà quale originalità o profondità drammaturgica, ma tutti hanno bene o male il loro carattere. Si comincia dalla protagonista Alicia, interpretata da quella Barbara Cupisti che è stata la cosa più vicina ad una scream queen che l'horror italiano abbia avuto assieme a Daria Nicolodi (e decisamente più di Asia Argento), attrice in cerca di affermazione che subisce le angherie del volitivo e nevrotico regista Peter, interpretato da David Brandon, attore che meriterebbe più credito di quanto gli sia normalmente riconosciuto. C'è poi il ballerino Brett, interpretato dal compianto Giovanni Lombardo Radice, sorta di "checca isterica" che però risulta simpatico persino quando si diverte a perseguitare l'attricetta Laurel; o anche la coppietta di artisti Danny (interpretato da Robert Gligorov, poi divenuto noto scultore) e Sybil, prossimi a formare una famiglia.


















Una scrittura basilare ma ben congegnata, quindi, che però evita ogni rimando metatestuale che l'ambientazione gli consentirebbe per concentrarsi sulla pura narrazione di intrattenimento. La quale riesce grazie all'occhio di Soavi per la messa in scena.
A fare la differenza con le altre produzioni Filmirage è innanzitutto la bella fotografia di Renato Tafuri, che riesce davvero a restituire un'atmosfera surreale grazie alle luci, ma anche a imprimere la giusta profondità alle immagini; Soavi costruisce così con gusto ogni sequenza, dando loro il giusto ritmo e iniettando la giusta carica di tensione, che sfocia poi in effettoni splatter ben curati, i quali risultano credibili anche perché la regia non vi ci insiste mai troppo, come nella scena del corpo tagliato in due, la quale funziona proprio perché vi si alterna l'uso di un manichino con quello dell'attrice in un sapiente gioco di montaggio e di giustapposizione tra un'inquadratura più larga ed una più stretta.


















Il tutto funziona anche grazie all'atmosfera sospesa tra realtà e incubo, dove nessuno dei due piani prevale sull'altro creando una sorta di incertezza su quanto possa accadere; sebbene anche qui non ci si spinga mai verso la direzione del surreale vero e proprio, Soavi inietta in ogni scena una carica che rende la visione ammaliante e che esplode nel finale, quasi gotico nelle sue suggestioni oniriche.
A rendere memorabile il tutto è poi anche l'iconica maschera del killer, un barbagianni bianco dalle proporzioni enormi, inquietante nella sua sottile carica grottesca, che rende il personaggio riconoscibile e interessante anche in assenza di una caratterizzazione e persino di una backstory.



















Deliria rappresenta così non solo e non tanto il classico ottimo esordio di un cineasta di buon talento, quanto soprattutto uno dei migliori lasciti di Joe D'Amato, sebbene non abbia messo mani alla regia (e forse proprio per questo); Soavi resta certo più vicino ai territori di Dario Argento nella messa in scena (non per niente Tufari veniva proprio dal set di Opera), ma è grazie a D'Amato se è riuscito a portare in scena questo piccolo horror slasher in modo così efficace.

mercoledì 16 ottobre 2024

Porno Holocaust

di Joe D'Amato.

con: George Eastman, Mark Shannon, Dirce Funari, Annj Goren, Lucia Ramirez, Ennio Michettoni, George Du Brien.

Pornografico

Italia 1981
















Si può davvero riconoscere un valore a Porno Holocaust? Si intende ovviamente un valore che vada al di là del semplice sollazzo derivante dal guardare un porno. Perché, sebbene spesso spacciato per il contrario, questo exploit di Joe D'Amato non è un horror splatter con inserti hardcore, bensì un semplice film hard con un paio di timidi inserti splatter.
Una forma di valore forse questo bizzarro pornofilm ce l'ha davvero, anche oltre il suo status di cult movie, che non si capisce davvero perché abbia ottenuto, forse per il solo fatto di essere l'ennesimo frutto della collaborazione tra Joe DAmato e George Eastman. E Porno Holocaust incapsula perfettamente tutta la filosofia filmica di D'Amato: è un prodotto rigorosamente alimentare, derivativo in tutto e per tutto, per certi versi sciatto oltre i limiti di sopportazione e che spesso scade nel ridicolo involontario.
Un brutto film? Assolutamente si. Un brutto film divertente stile Troll 2? Solo se si è in cerca di un film a luci rosse. Un film interessante? Questo si, ma solo se posto all''interno della filmografia di Massaccesi e Eastman.



La trama, ovviamente, è puramente pretestuosa: un gruppo di scienziati si reca su di un isola dei tropici dove anni prima ci sono stati degli esperimenti nucleari e sulla quale sembrano siano comparsi degli animali più grandi del normale. Giunti lì saranno tutti vittime, in un modo o nell'altro, di un essere animalesco, una sorta di gigante mutato dalle radiazioni e in cerca di sangue e sesso.
Una storiella simpatica nel suo essere del tutto figlia di influenze e intuizioni altrui: c'è l'esotismo di quella Emanuelle che D'Amato già saccheggiava da anni, c'è l'eco del cinema cannibale di Umberto Lenzi e Ruggero Deodato e c'è l'eco di tanta fantascienza americana di serie B anni '50, con gli animali mutati dalle radiazioni delle bombe atomiche.



















Più impellente dell'avvelenamento da radiazioni c'è la lussuria delle protagoniste, due scienziate e una contessa che non perdono occasione per lasciarsi andare in amplessi sia etero che saffici, tutti ripresi da D'Amato senza inibizioni e senza voler celare la vera natura di tutta l'operazione, tanto che la presenza di George Eastman appare sempre fuori luogo, come nella sequenza nella quale Mark Shannon e Annj Goren si danno da fare sotto il suo sguardo e lui schifato se ne va via, forse perché il vero Eastman solo in quel momento ha realizzato in cosa si era cacciato. Certo, la sceneggiatura porta il suo nome, ma a vedere come sono state montate le sequenze è facile pensare ad un raggiro subito ad opera del buon Massaccesi, che lo ha convinto a prendere parte ad un porno facendoli credere che si trattasse dell'ennesimo festival gore a buon mercato. Tanto che la violenza appare solo di rado, il vero focus di tutto è dato dalle scene hard, con esiti talvolta ilari, come quando l'immagine del pescatore fatto a pezzi viene giustapposta all'amplesso lesbo della Goren con Dirce Funari o in quel finale dove Shannon e Liza Martinez ci danno dentro su di una barca dopo essere sfuggiti a stento dalla furia del mostro.


Un mostro che da solo ha garantito la notorietà al film, sorta di cugino dominicano di Antropophagus che preferisce usare il membro per uccidere le malcapitate. E la scena dove lo usa per soffocare la Funari è davvero un esempio di cinema trash cult come se ne sono davvero visti pochi.
Questo è in fondo il vero valore di tutto il film, ossia quello di un divertissement trash che schiferà i palati buoni ma che farà la festa del movie-junker vista la sua irrefrenabile carica da film di serie Z. Oltre che a rappresentare, appunto, tutto il cinema di Joe D'Amato in neanche due ore di durata.

martedì 8 ottobre 2024

Rosso Sangue

 
di Joe D'Amato.

con: George Eastman, Annie Belle, Charles Borromel, Edmund Purdom, Katya Berger, Kasimir Berger, Hanja Kochansky, Ted Russoff, Ian Danby.

Horror/Slasher/Gore

Italia 1981






















Il sodalizio artistico tra Aristide Massaccesi (in arte Joe D'Amato) e Luigi Montefiori (in arte George Eastman) è iniziato nel 1980 e ha subito prodotto il cultissimo Antrophagus; un anno dopo, l'affinità elettiva tra i due si ripete con Rosso Sangue, pellicola che nasce come reiterazione e quasi come un sequel di quel primo film, ma che non ha certo prodotto nessuno dei risultati sperati.
George Eastman, dal canto suo, non ha mai cercato di imbellettare tali esperienze: per lui entrambi i film non sono che divertissement fatti solo per dare al pubblico quella dose di splatter che piace e che lui non ritiene neanche dignitosa, se non che per il divertimento che ha provato nel scrivere le singole sequenze. E se in Antropophagus qualcosa di divertente si può anche trarre, Rosso Sangue è invece la quintessenza del film derivativo e privo di vero interesse.
Derivativo perché alla fine questo exploit slasher e gore altro non è se non un'imitazione dell'Halloween di Carpenter, dal quale riprende diversi elementi, condendoli poi con la solita carica di emoglobina che contraddistingue i film di D'Amato. Al di là di tutti i limiti che ne derivano, ne ha anche un altro decisamente più indigesto: la noia.



Una storiella, quella scritta da Eastman, con pochissime pretese. Il mostro di turno è un ex scienziato di origini greche arrivato in qualche modo in America (da cui il labilissimo collegamento con Antropophagus), la sua particolarità è insita nella capacità di rigenerare i propri tessuti, il che lo rende in pratica un novello Michael Myers; a piede libero e reso pazzo dalla morte scampata, inizia un massacro perché si e sulle sue tracce si mette un prete che a quanto pare ha preso parte agli esperimenti perché anche esperto in biologia, oltre che lo sceriffo locale. Il duo di detective viene presto messo da parte per lasciare spazio ad un pugno di giovani donne e un ragazzino in una casa isolata e il solo prete tornerà giusto in tempo nel finale, anche qui avvisato dal ragazzino in fuga, per cercare di risolvere la situazione con una rivoltella.


















Tutto nella norma, dunque: non c'è davvero nulla che differenzi Rosso Sangue dalle decine di slasher dell'epoca, se non il fatto che George Eastman bene o male si sforza anche qui di essere credibile come psicopatico assetato di sangue; a suo sfavore gioca però il fatto che il suo killer mostruoso non ha certo l'iconicità delle maschere del filone, tantomeno la carica archetipica del boogeyman di Carpenter, nonostante nella versione inglese sia proprio apostrofato come "the boogeyman" al pari di Michael Myers.
La regia di D'Amato, poi, è qui totalmente funzionale, non si sforza di trovare soluzioni originali o ardite, limitandosi a mettere la macchina da presa a favore degli attori come uno shooter qualunque. Con la conseguenza che anche le scene di morte, la maggior parte delle quali totalmente gratuite, finiscono per essere prive di inventiva, altro peccato capitale per un horror slasher e gore. L'unica nella quale sia lui che Eastman sembra abbiano cercato di fare qualcosa di più del dovuto è quella del forno, reminiscenza di quella simile portata in scena da Hitchcock ne Il Sipario Strappato, non di certo una delle sue opere migliori tra l'altro. Tanto che alla fine è solo l'immagine che chiude tutto il film ad essere riuscita, davvero troppo poco.


















Gli amanti del gore e dello slasher forse apprezzeranno qualcosa in questa declinazione di tutti i relativi stereotipi priva di qualunque ambizione, così come i superfan di Joe D'Amato e del suo cinema artigianale. Ma a conti fatti, questa sua fatica non lascia davvero nulla di concreto allo spettatore, nemmeno quella carica di violenza e cattiveria che normalmente renderebbe interessante anche un prodottino di routine come questo, la quale qui finisce per essere anch'essa blanda.

mercoledì 2 ottobre 2024

La Morte ha sorriso all'Assassino

di Joe D'Amato.

con: Ewa Aulin, Klaus Kinski, Angela Bo, Sergio Doria, Attilio Dottesio, Marco Mariani, Luciano Rossi, Giacomo Rossi Stuart, Fernando Cerulli, Carla Mancini.

Thriller/Gotico/Horror/Splatter

Italia 1973














---CONTIENE SPOILER---

Aristide Massaccesi, alias Joe D'Amato. Alias Joe De Amato. Alias Stephen Benson, Steven Benson, Steve Benson,  Donna Aubert (!), John Bird, Alexandre Borski, Alexandre Borsky, James Burke, Lee Castle, Lynn Clark, , O.J. Clarke, Hugo Clevers, Raf de Palma, Michael Di Caprio, Dario Donati, Robert Hall, Richard Haller, David Hills, Igor Horwess, George Hudson, Kevin Mancuso, Arizona Massachuset (!!), Andrea Massai, J. Metheus, Peter Newton, Zak Roberts, Joan Russell (!!!), Tom Salina, Jon Shadow, Dan Slonisko, Federico Slonisco, Frederick Slonisco, Fédérico Slonisco, 
Chang Lee Sun (!!!!!!), Michael Wotruba, Mikail Wotrubae, Robert Yip.
Un'infinità di pseudonimi, tutti rigorosamente campati in aria e ricercati ad hoc per far passare i propri film come "qualcosa di più alto", tanto da essere talvolta femminili o di matrice cinese per un cineasta maschio e romano doc. Un cineasta che ha diretto circa duecento film tra pellicole e direct-to-video, la maggior parte di stampo strettamente pornografico. Ha poi prodotto un'altrettanta infinità di ameni e talvolta osceni horroracci con la sua casa di produzione Filmirage, tra i quali va menzionato almeno il mitologico Troll 2.























Lo si potrebbe etichettare come un affarista, un artigiano di prodotti di genere che ha saputo sfruttare trend e mode fin quando ha potuto e non ha mai davvero creato qualcosa di realmente significativo, un po' come altri suoi colleghi tipo Ciro Ippolito e Claudio Fragasso. Il che è anche vero, visto che non può vantare di certo una carriera costellata da chissà quali capolavori; ma una statuizione del genere sarebbe del tutto ingiusta e persino irrispettosa verso il suo lascito.
Un lascito costituito da un pugno di pellicole horror per le quali ancora oggi è ricordato e apprezzato; e a ben donde, perché di certo non presentano la vena creativa e geniale di quelle di un Lucio Fulci o la verve visionaria e innovativa di quelle di Mario Bava e neanche l'eleganza di quelle del Dario Argento dei tempi d'oro, eppure i suoi exploit dell'orrore sono sempre bene o male stati memorabili, anche solo per l'estrema ferocia gore che tutt'oggi li contraddistingue.
Non siamo di certo davanti ad un maestro che ha creato piccoli gioielli del cinema gore, quanto ad un artigiano che ha sempre lavorato letteralmente con due soldi, ma i cui exploit sono a loro modo degli onesti horror per patiti dello splatter; opere per un pubblico ristretto, il quale però può davvero apprezzarli nella loro estrema onestà, oltre che per la loro incredibile bizzarria. E i termini "bizzarro" e "ameno" spesso li descrivono a dovere.
Il suo primo excursus nel cinema di genere è datato 1973 e intitolato La Morte ha sorriso all'Assassino; titolo tipicamente italiano anni '70 per un piccolo esperimento thriller e horror dove Massaccesi mischia il giallo all'italiana con il gotico, influenze di Edgar Allan Poe con una spruzzata di H.P. Lovecraft. Il risultato è incredibilmente ameno e frammentario, alla fin fine memorabile nel suo essere estremamente variegato e schizzato; ma soprattutto per l'essere una pellicola davvero ben confezionata.



















L'amenità parte da una trama bizzarra e disorganica, la quale può essere più o meno riassunta come: nel 1909, da qualche parte in Europa centrale, la giovane e bella Greta (Ewa Aulin) viene ritrovata morta dal fratello Franz (Luciano Rossi), con il quale era legata da una relazione incestuosa. Qualche tempo dopo, sempre Greta precipita letteralmente tra le braccia del ricco Walter Von Ravensbrück (Sergio Doria), con il quale intraprende una relazione sessuale appassionata; e una relazione appassionata la intraprende anche con la di lei moglie Eva (Angela Bo), a insaputa dell'uomo di casa; Greta è però afflitta da amnesia e viene sottoposta alle cure del sinistro dottor Sturgess (Klaus Kinski, qui sacrificatissimo in un ruolo che non gli consente di imporsi più di tanto), il quale presto scopre come si tratti di un corpo rianimato con la stessa tecnica che lui sta sperimentando nei sotterranei del suo laboratorio. Nel frattempo, la tenuta Von Ravensbrück è sconvolta da una serie di misteriosi omicidi. Quando poi Eva scopre la relazione che Greta aveva intrapreso con Franz, decide di ucciderla murandola viva nei sotterranei della tenuta. Entra così in scena Herbert von Ravensbrück (Giacomo Rossi Stuart), padre di Franz, il quale a sua volta, qualche tempo prima, aveva anch'egli avuto una relazione con Greta.
Questa è solo la prima parte della storia, la seconda è ancora più scatenata: pur creduta morta, Greta riappare come spettro per uccidere chiunque le capiti a tiro, spesso nelle forme di un gatto. Il killer della tenuta altri non è se non il servo Simeon (Marco Mariani), a sua volta anch'egli follemente innamorato di Greta. Compiuta una strage, si scopre come Greta fosse morta di parto da un figlio avuto forse con il fratello, a sua volta ucciso da lei sotto forma di gatto. Colpo di scena finale: la moglie dell'ispettore Dannick (Attilio Donnesio), che investiga sul mistero di Greta, altri non è che la stessa Greta... forse. O forse una sosia più anziana. O forse la madre, non è dato sapere.


















Confusi? E' normale. D'Amato qui gioca volutamente al rialzo in ogni singola scena, introducendo una serie di infinita elementi di disturbo in una trama che ben avrebbe potuto essere lineare, quasi come il Mario Bava di Reazione a Catena. Ma laddove Bava sapeva condurre a dovere la narrazione, è chiaro come per il buon Aristide tutto altro non sia che un giochino volto a spiazzare, una storiella nella quale ogni singolo elemento è subordinato alla creazione di una forma di shock a buon mercato, dove logica e coerenza cedono il passo al puro spettacolo. Con la conseguenza che ad un certo punto non si riesce davvero a credere all'estrema pazzia di una storia che prende elementi eterogenei e li mischia praticamente a caso.


















I riferimenti sono più che ovvi, ossia la tradizione gotica e thriller nostrana che all'epoca ancora impazzava, oltre che le sue dirette influenze letterarie. Da Poe viene ripresa ovviamente la tradizione vittoriana, i riferimenti alla sepoltura quando Greta viene murata viva e il gatto assassino, qui non nero, senza contare come la festa del ballo in maschera sembra uscita direttamente da un suo scritto. L'idea di un fluido che resuscita i morti è sicuramente ripresa da Mary Shelley, ma ricorda ovviamente anche Lovecraft (tanto che anche anche qui è di colore verde, in un'anticipazione di quanto fatto da Stuart Gordon nel decennio successivo). Da tutta la tradizione del cinema di genere nostrano viene poi il gusto per la visceralità e per l'erotismo, anche saffico.



Il risultato è una vera e propria "satura lanx", un piatto stracolmo di cibo disparato i cui gusti si mischiano tutto sommato bene, ma che sono talmente diversi tra di loro e giustapposti in modo talmente insistito e casuale da ingenerare talvolta un effetto parodistico, con colpi di scena su colpi di scena, deviazioni su deviazioni di deviazioni, assassini da whodunit che si accostano a spiriti vendicativi, incesto e lesbismo messi insieme e animali assassini come accompagnamento. Il tutto con una carica splatter esagerata, per l'epoca, con cui Massccesi si diverte a insistere in modo sadico, come nella celebre scena della morte di Franz, che dura davvero troppo.



















Laddove lo script risulta sin troppo compiaciuto della sua frammentarietà, è nella messa in scena che La Morte ha sorriso all'Assassino trova un vero punto di forza, che lo rende memorabile nel senso migliore del termine. Come artigiano di immagini, D'Amato dimostra una mano fermissima e una voglia di sperimentare non troppo comune a tanti artigiani del genere italiani. Il suo uso dei grandangoli è a dir poco spettacolare, con l'ottica che distorce immagini realistiche per trasformarle senza sforzo in vere e proprie visioni febbrili. Il montaggio serrato riesce a rendere interessante anche quelle lunghe sequenze di inseguimento che purtroppo non trovano la tensione ricercata, tenendo lo stesso alta l'attenzione. E quando deve dare forma alle influenze gotiche, riesce senza sforzo a creare immagini evocative usando i giusti tagli luce e i colori accesi della tradizione della Hammer.
Il suo gusto per l'esagerazione, oltre che nello splatter, si avverte nelle scene di erotismo, le quali risultano davvero calde, talmente esplicite da risaltare persino all'interno di una filmografia nazionale che in quel decennio si divertiva a insistere sempre sulle forme delle attrici. Qui Massaccesi trova sponda con la bellissima Ewa Aulin, che tanta fortuna ha trova nel cinema pruriginoso italiano, la cui bellezza fanciullesca riesce davvero a colpire.



















La Morte ha sorriso all'Assassino è così un thriller horror bizzarro che colpisce per la sua estrema follia, la quale altro non è che il sinonimo di una vena creativa che pur non potendo rivaleggiare con quella di altri suoi contemporanei, garantisce lo stesso a Massaccesi la capacità di creare film interessanti. I patiti del genere lo apprezzeranno per la vis estrema e persino i patiti del trash gioiranno dell'estrema amenità del tutto. Ma questo esordio nel cinema di genere nazional-popolare ha meriti anche strettamente filmici che gli vanno, a buon merito, sempre riconosciuti.