The Adventures of TinTin
di Steven Spielberg.
con: Jaime Bell, Andy Serkis, Daniel Craig, Simon Pegg, Nick Frost, Toby Jones, Daniel Mays.
Animazione/Avventura
Usa, Nuova Zelanda 2011
Un incontro scritto nel destino, quello tra Spielberg ed Hergè, che risale ai primi anni '80. Impegnato nella promozione europea de "I Predatori dell'Arca Perduta", il Re Mida di Hollywood vede costantemente paragonato dai recensori il suo Indiana Jones con TinTin, protagonista di un fumetto a lui sconosciuto, ma molto popolare in Europa, cosa che lo incuriosisce.
La successiva lettura della bande dessinèe lo colpisce al punto di decidere di portarla sullo schermo: quel mix di avventura esotica, mistero ed azione è perfetto per il suo cinema rocambolesco e genuinamente escapista; ma vi è un problema, ossia come trasporre le avventure del reporter dai capelli rossi senza creare una pellicola manierista, una sorta di inutile variazione de "I Predatori". Ed è questo l'inizio di un progetto che si realizzerà solo 30 anni dopo, con l'aiuto di Peter Jackson e, in sede di script, di Edgar Wright, Joe Cornish e Steven "Doctor Who" Moffat. Una trasposizione rispettosa del materiale di partenza, che riesce perfettamente nell'essere un ottimo film di avventura, dal ritmo sempre alto e dall'inventiva, sia visiva che narrativa, stupefacente.
Creato dal belga Georges Remi, in arte Hergè, già nel 1929, il personaggio di TinTin è protagonista di una serie regolare che dura sino al 1983, anno della morte del suo autore. Reporter integerrimo, vive una serie costante di avventure che lo portano ad intrecciare sovente il cammino con personaggi ed eventi reali, in contesti storici sempre credibili, anche quando finisce sulla luna prima di Armstrong.
Il tono picaresco, spensierato ed il ritmo veloce conquistano da subito il pubblico francofono prima, europeo in un secondo momento, dove i libri di Hergè conoscono un successo sempre crescente. Merito anche della bella caratterizzazione dei personaggi: TinTin è un idealista pronto a tutto pur di svelare il mistero di turno, il suo migliore amico, il capitano Haddock, un burbero lupo di mare dall'imprecazione sempre pronta, il duo Dupond e Dupont, gemelli mancati, due poliziotti un pò imbranati, perennemente in giacca e bombetta, o lo stralunato professor Girasole, uno scienziato un pò toccato; senza dimenticare il fido Milù, cagnolino dall'intelligenza spiccata e perfetta spalla, che spesso si rivela essenziale per uscire dai guai.
Già trasposte in una bella serie televisiva a cartoni dei primi anni '90 e prima ancora in un film del 1961, le avventure di TinTin arrivano per la seconda volta sul grande schermo nel 2011, come un film d'animazione in performing capture, quella tecnologia che negli stessi anni ossessionava Robert Zemeckis, ma che Spielberg riesce ad usare in modo decisamente più convincente.
Chiusi gli attori nel volume, usando una macchina da presa radiocomandata e forte di un budget di quasi 100 milioni di dollari, Spielberg crea movimenti di macchina funambolici ed impossibili da replicare nella realtà, interi piani sequenza che seguono costantemente il protagonista nelle sue corse e capriole, in movimenti velocissimi, quasi sincopati, che donano un ritmo unico alla pellicola. Il controllo totale sull'inquadratura, data dallo strumento dell'animazione con cui si cimenta per la prima volta, lo porta anche a creare immagini più plastiche del solito, che divengono veri e propri quadri nei passaggi di scena, con dissolvenze analogiche che giocano sulle forme degli oggetti e paesaggi. Il che, mixato con una storia di ampio respiro, rende questa trasposizione come un vero e proprio nuovo capitolo di Indiana Jones: il senso dell'avventura e della velocità proprio dei film con l'archeologo armato di frusta e fedora si ritrovano più qui che nell'orrendo "Il Regno del Teschio di Cristallo", tanto che il reporter belga di Hergè può davvero essere considerato come il suo perfetto erede cinematografico.
Un plauso fa fatto all'intero team degli effetti speciali (circa 900 animatori) per essere riusciti a ricreare con credibilità i lineamenti e le espressioni degli attori senza far scadere la percezione dei personaggi in quell' "uncanny valley" che li renderebbe mostruosi, cosa che invece accadeva sia in "Polar Express" che nel successivo "Mars needs Moms".
Ma la riuscita definitiva è dovuta ad uno script che fonde con gusto ben tre delle storie di Hergè, per creare un'avventura dal ritmo indiavolato, dove il mystery e l'azione si inseguono sino alla risoluzione.
Spielberg dal canto suo riesce perfettamente a mischiare i due registri; il ritmo è sempre alto, ma quando c'è bisogno di dar spazio alla storia, questo rallenta senza incepparsi. Sopratutto, capisce quando il tono necessita serietà e quando no: incredibile vedere TinTin impugnare una pistola per difendersi, come se si fosse ancora il quel bel cinema per ragazzi anni '80, dove le maglie della censura permettevano un tono adulto alla narrazione; e quando arriva lo splapstick, lo fa in grande stile e senza far scadere il tutto nella farsa, persino quando la gag di turno consiste nel vedere il capitano Haddock ruttare nel serbatoio di un aeroplano.
Un'avventura dal gusto retrò perfettamente riuscita, questa prima trasposizione di TinTin da parte di Spielberg; il vero erede del suo miglior cinema d'avventura, uno spettacolo incredibile ed ammaliante, puro e magnifico cinema di intrattenimento, quello della miglior specie.
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giovedì 15 marzo 2018
lunedì 5 gennaio 2015
Lo Hobbit- La Battaglia delle Cinque Armate
The Hobbit- Battle of Five Armies
di Peter Jackson
con: Martin Freeman, Ian McKellen, Richard Armitage, Benedict Cumberbatch, Luke Evans, Evangeline Lily, Aidan Turner, Sylvester McCoy, Christopher Lee, Cate Blanchett, Lee Pace, Hugo Weaving.
Fantastico/Avventura
Nuova Zelanda/Usa (2014)
di Peter Jackson
con: Martin Freeman, Ian McKellen, Richard Armitage, Benedict Cumberbatch, Luke Evans, Evangeline Lily, Aidan Turner, Sylvester McCoy, Christopher Lee, Cate Blanchett, Lee Pace, Hugo Weaving.
Fantastico/Avventura
Nuova Zelanda/Usa (2014)
---SPOILERS INSIDE---
Le leggi del commercio sono spietate: se da una medesima quantità di materiale si possono ottenere più prodotti da vendere, bisogna farlo a prescindere dalla qualità effettiva degli stessi. Legge che ha consentito a Jackson e soci di trasformare un libro di appena 300 pagine dapprima in due pellicole da tre ore ciascuna, poi in tre film, ossia una nuova trilogia che si va ad aggiungere alla collezione di sciagurate operazioni commerciali che Hollywood propina al pubblico da una quindicina anni a questa parte; è toccato a "Matrix" (1999), film che si chiudeva perfettamente con il suo finale, ma che è stato gonfiato a trilogia per mere ragioni commerciali; è successo con la saga di Harry Potter, il cui ultimo, squallido capitolo è stato diluito in due pellicole da due ore e mezza ciascuna, durante le quali accade ben poco; è toccato anche a "Lo Hobbit", che si ritrova con un terzo capitolo che di fatto non è nulla se non un gigantesco epilogo, finanche visibilmente monco nella sua versione cinematografica, la cui durata è la più breve di tutti i film tratti dall'opera di Tolkien: appena 2 ore e 45 minuti a fronte della media di 3 ore delle pellicole precedenti.
L'aver gonfiato e scisso quello che doveva essere il secondo atto de "Lo Hobbit" in due film non paga dal punto di vista narrativo; il precedente "La Desolazione di Smaug" (2013) si concludeva in modo sciatto e frettoloso, con il drago lanciato verso la distruzione di Pontelagolungo, lasciando lo spettatore interdetto perchè privato di una conclusione adeguata, o anche e più semplicemente decente e rispettosa nei suoi confronti; fa ancora più senso notare come il prologo de "La Battaglia delle Cinque Armate" altro non sia se non quell'epilogo, che separato dal secondo capitolo viene incorporato nel terzo giusto per allungare la sua durata di una decina di minuti: tanto valeva lasciarlo in coda al secondo e non tagliare le parti necessarie per la continuità di quest'ultimo film.
Perchè di falle nelle continuità, "La Battaglia delle Cinque Armate" ne è pieno: Gandalf ritrova magicamente il bastone che gli era stato spezzato, Legolas, lanciatosi all'inseguimento di Bolg alla fine de "La Desolazione di Smaug", riappare all'improvviso alle spalle di Tauriel, Saruman e Elrond appaiono e scompaiono quasi senza soluzione di continuità, re Thranduil muove guerra ai Nani per reclamare il suo tesoro, ma alla fine torna a casa dimenticandosene, l'Archengemma, motore narrativo di tutto il film, sparisce da una scena all'altra, Bilbo parte da Erebor a mani vuote ma arriva alla Contea ricoperto di tesori e l'epilogo è visibilimente frettoloso. Il montaggio cinematografico a tratti non ha significato e sembra che per apprezzare davvero l'ultimo viaggio nella Terra di Mezzo bisognerà necessariamente attendere un anno e comprare la versione estesa per il mercato Home-Video.
Il che è un vero peccato se si tiene conto del fatto che, pur con tutti i suoi difetti, "La Battaglia delle Cinque Armate" è il capitolo più riuscito dell'intera Saga dell'Anello da un punto di vista strettamente narrativo. Il tema della ricchezza che corrompe l'animo umano, già al centro de "Il Signore degli Anelli", qui trova una rappresentazione più fulgida e convincente con l'ascesa e caduta di re Thorin, che da guerriero impavido e leale si trasforma in un monarca paranoico capace solo di ammassare oro; la sua catarsi, con la visione del lago d'oro che lo inghiotte, è al contempo kitsch e poco visionaria, ma rende tutto sommato giustizia al personaggio. Ricchezza che diviene necessità dal punto di vista degli Uomini, privati di casa ed averi, i quali si trovano a combattere per la loro stessa sopravvivenza; mentre gli Elfi, da creature nobili e elevati, mostrano per la prima volta il loro lato più materiale attaccando i Nani per il solo gusto di reclamare un vecchio tesoro.
La conseguente battaglia viene scatenata e combattuta non più per "salvare il mondo" o sconfiggere una non meglio identificata personificazione del Male, bensì per una semplice contrapposizione di vedute; una battaglia più terrena e per questo più credibile e coinvolgente, che Jackson riesce a portare in scena senza gli eccessi superomositici e ridicoli che affliggevano i conflitti de "Il Signore degli Anelli"; ne "La Battaglia delle Cinque Armate" a farla da padrone è l'estrema fisicità di ogni colpo, con decapitazioni e personaggi principali che muoiono come persone comuni; al bando re invincibili ed elfi in grado di sbaragliare intere armate da soli, ora ogni personaggio sanguina, cade, si rialza e viene trafitto come se la guerra per la conquista del tesoro fosse combattuta in un vero campo di battaglia piuttosto che in un reame di pura fantasia. E nella costruzione delle scene, Jackson dimostra un gusto più fine per la coreografia che rende finalmente giustizia agli alti valori produttivi dislocati, facendo dimenticare, per fortuna, gli orrori di messa in scena de "Il Ritorno del Re" (2003).
Tuttavia, una volta calato il sipario, non si può glissare sulla fallacia dell'intera operazione de "Lo Hobbit": a fronte di quanto visto su schermo, tanto valeva condensare la narrazione in soli due film, lasciare la sottotrama sul ritorno di Sauron alla sola versione estesa e garantire, così, uno spettacolo più completo e compatto.
lunedì 16 dicembre 2013
Lo Hobbit- La Desolazione di Smaug
The Hobbit- The Desolation of Smaug
di Peter Jackson
con: Ian McKellen, Martin Freeman, Richard Armitage, Ken Scott, Orlando Bloom, Evangeline Lilly, Aidan Turner, Lee Pace, Luke Evans, Stephen Fry, Sylvester McCoy, Benedict Cumberbatch.
Fantasy/Avventura
Usa, Nuova Zelanda (2013)
Ad un anno esatto dall'uscita del primo "Lo Hobbit. Un Viaggio Inaspettato" (2012), Jackosn e soci tornano per la prosecuzione delle avventure di Bilbo, Gandalf e company con la seconda parte della trilogia-prequel de "Il Signore degli Anelli": "La Desolazione di Smaug"; un secondo capitolo più breve e rutilante, ma anche molto meno riuscito del precedente.
Superate le insidie degli orchi di Uzog, Bilbo (Martin Freeman), Thorin (Richard Armitage) e la compagnia dei nani proseguono il loro cammino verso la Montagna Solitaria; nel frattempo Gandalf (Ian McKellen) decide di separarsi momentaneamente dal gruppo per investigare sul male che si raduna a Bosco Atro, il regno elfico di re Thranduil (Lee Pace) e suo figlio Legolas (Orlando Bloom).
Accantonato definitivamente ogni rimando al testo di origine, Jackson intesse un avventura a tutto tondo; il viaggio dello Hobbit e dei nani diviene una quest più simile ad un road movie che ad un racconto fantasy; i luoghi visitati, le avventure e le insidie si moltiplicano a dismisura, tanto che spesso si fa fatica a seguire il fluire magmatico delle vicende; la narrazione diviene così estremamente frammentata e, malauguratamente, anche frammentaria; dopo un primo atto in cui la trama si concentra esclusivamente sul viaggio del gruppo, i punti di vista si moltiplicano e si accavallano; si hanno così ben 5 trame che si intersecano: Bilbo alla ricerca dell'Archengemma, Thorin che cerca di sconfiggere il drago Smaug, Gandalf alle prese con il mistero di Dor Guldur, Bard in cerca della redenzione per gli errori commessi dai suoi avi e, dulcis in fundo, una love story "interspecie" tra il nano Kili e la bella elfa Tauriel. Cinque storie che si intrecciano spesso malamente, finendo per spezzare reciprocamente la tensione delle rispettive narrazioni, sopratutto quella che vede il minuscolo Bilbo affrontare da solo e disarmato il gigantesco drago; Jackson, di fatto, non sempre riesce a dosare gli eventi, i rimandi e le singole azioni, finendo talvolta per tediare l'attenzione; fortunatamente, il picco nero di piattezza narrativa ed emotiva de "Le Due Torri" (2002) viene evitato, sopratutto grazie alle massicce dosi di azione frenetica e ben orchestrata.
Ad un secondo tempo fin troppo caotico e frammentato, si giustappone una prima parte dove l'azione e la narrazione sono ben miscelate e in cui Jackson dimostra nuovamente di aver assimilato perfettamente l'estetica e la grammatica del cinema d'avventura; anche grazie ad un buon utilizzo del 3d e delle riprese a 48 fps, l'autore neozelandese confeziona una delle sequenze più divertenti e adrenaliniche di sempre: la fuga nei barili nel fiume; divertente, veloce, infarcita di un'ironia ai limiti del goliardico, è la perfetta erede di un cinema d'avventura d'antan eppure modernissimo (non solo per l'uso della tecnologia digitale, ma sopratutto per il montaggio veloce e gli splendidi inserti in soggettiva), che richiama alla mente le migliori peripezie di un'altra mitica serie d'avventure made in Usa, l'insuperata saga di Indiana Jones.
Eppure, tra un fuga rocambolesca e l'altra, Jackson commette un errore madornale, un "peccato originale" che rende questa "Desolazione di Smaug" tutto fuorchè memorabile: la mancanza di empatia verso storia e personaggi; per le quasi tre ore di durata della pellicola non ci si riesce mai ad appassionare davvero alle disavventure di Bilbo e soci; le immagini scorrono fredde, i pericoli non spaventano, le vittorie non esaltano; tutta la narrazione risulta glaciale e inerte, non riuscendo mai a coinvolgere; colpa anche della natura "transitiva" di questo secondo capitolo: privo di un prologo vero e proprio, atto a far entrare in sintonia lo spettatore con i personaggi, ma anche fatalmente di un epilogo in grado di soddisfare le aspettative; il tutto scorre sullo schermo senza guizzi di sorta, lasciando interdetti quando, a proiezione finita, ci si accorge, sventuratamente, della natura di film-episodio che gli autori hanno voluto conferire alla pellicola, mero viatico per il gran finale in uscita tra un anno, alla faccia del rispetto per il pubblico pagante.
di Peter Jackson
con: Ian McKellen, Martin Freeman, Richard Armitage, Ken Scott, Orlando Bloom, Evangeline Lilly, Aidan Turner, Lee Pace, Luke Evans, Stephen Fry, Sylvester McCoy, Benedict Cumberbatch.
Fantasy/Avventura
Usa, Nuova Zelanda (2013)
Ad un anno esatto dall'uscita del primo "Lo Hobbit. Un Viaggio Inaspettato" (2012), Jackosn e soci tornano per la prosecuzione delle avventure di Bilbo, Gandalf e company con la seconda parte della trilogia-prequel de "Il Signore degli Anelli": "La Desolazione di Smaug"; un secondo capitolo più breve e rutilante, ma anche molto meno riuscito del precedente.
Superate le insidie degli orchi di Uzog, Bilbo (Martin Freeman), Thorin (Richard Armitage) e la compagnia dei nani proseguono il loro cammino verso la Montagna Solitaria; nel frattempo Gandalf (Ian McKellen) decide di separarsi momentaneamente dal gruppo per investigare sul male che si raduna a Bosco Atro, il regno elfico di re Thranduil (Lee Pace) e suo figlio Legolas (Orlando Bloom).
Accantonato definitivamente ogni rimando al testo di origine, Jackson intesse un avventura a tutto tondo; il viaggio dello Hobbit e dei nani diviene una quest più simile ad un road movie che ad un racconto fantasy; i luoghi visitati, le avventure e le insidie si moltiplicano a dismisura, tanto che spesso si fa fatica a seguire il fluire magmatico delle vicende; la narrazione diviene così estremamente frammentata e, malauguratamente, anche frammentaria; dopo un primo atto in cui la trama si concentra esclusivamente sul viaggio del gruppo, i punti di vista si moltiplicano e si accavallano; si hanno così ben 5 trame che si intersecano: Bilbo alla ricerca dell'Archengemma, Thorin che cerca di sconfiggere il drago Smaug, Gandalf alle prese con il mistero di Dor Guldur, Bard in cerca della redenzione per gli errori commessi dai suoi avi e, dulcis in fundo, una love story "interspecie" tra il nano Kili e la bella elfa Tauriel. Cinque storie che si intrecciano spesso malamente, finendo per spezzare reciprocamente la tensione delle rispettive narrazioni, sopratutto quella che vede il minuscolo Bilbo affrontare da solo e disarmato il gigantesco drago; Jackson, di fatto, non sempre riesce a dosare gli eventi, i rimandi e le singole azioni, finendo talvolta per tediare l'attenzione; fortunatamente, il picco nero di piattezza narrativa ed emotiva de "Le Due Torri" (2002) viene evitato, sopratutto grazie alle massicce dosi di azione frenetica e ben orchestrata.
Ad un secondo tempo fin troppo caotico e frammentato, si giustappone una prima parte dove l'azione e la narrazione sono ben miscelate e in cui Jackson dimostra nuovamente di aver assimilato perfettamente l'estetica e la grammatica del cinema d'avventura; anche grazie ad un buon utilizzo del 3d e delle riprese a 48 fps, l'autore neozelandese confeziona una delle sequenze più divertenti e adrenaliniche di sempre: la fuga nei barili nel fiume; divertente, veloce, infarcita di un'ironia ai limiti del goliardico, è la perfetta erede di un cinema d'avventura d'antan eppure modernissimo (non solo per l'uso della tecnologia digitale, ma sopratutto per il montaggio veloce e gli splendidi inserti in soggettiva), che richiama alla mente le migliori peripezie di un'altra mitica serie d'avventure made in Usa, l'insuperata saga di Indiana Jones.
Eppure, tra un fuga rocambolesca e l'altra, Jackson commette un errore madornale, un "peccato originale" che rende questa "Desolazione di Smaug" tutto fuorchè memorabile: la mancanza di empatia verso storia e personaggi; per le quasi tre ore di durata della pellicola non ci si riesce mai ad appassionare davvero alle disavventure di Bilbo e soci; le immagini scorrono fredde, i pericoli non spaventano, le vittorie non esaltano; tutta la narrazione risulta glaciale e inerte, non riuscendo mai a coinvolgere; colpa anche della natura "transitiva" di questo secondo capitolo: privo di un prologo vero e proprio, atto a far entrare in sintonia lo spettatore con i personaggi, ma anche fatalmente di un epilogo in grado di soddisfare le aspettative; il tutto scorre sullo schermo senza guizzi di sorta, lasciando interdetti quando, a proiezione finita, ci si accorge, sventuratamente, della natura di film-episodio che gli autori hanno voluto conferire alla pellicola, mero viatico per il gran finale in uscita tra un anno, alla faccia del rispetto per il pubblico pagante.
lunedì 18 febbraio 2013
Lo Hobbit- Un Viaggio Inaspettato
The Hobbit- An Unexpected JourneyDi Peter Jackson
Con: Martin Freeman, Ian McKellen, James Nesbitt, Richard Armitage, Ian Holm, Cate Blanchett, Hugo Weaving, Christopher Lee, Elijah Wood, Sylvester McCoy, Andy Serkis, Lee Pace, Benedict Cumberbatch.
Fantasy/Avventura
Usa, Nuova Zelanda (2012)
Nove anni dopo il trionfo nelle sale de "Il Signore degli Anelli- Il Ritorno del Re", Jackson torna nella Terra di Mezzo tolkieniana dirigendo il prequel della famosa saga dell'anello; proggeto dalla genesi travagliata: avviato a metà del decennio scorso dalla MGM, per la regia di Guillelmo Del Toro, subì uno stop impovviso a causa dei problemi finanziari della major; tornati i diritti in mano alla New Line, fu riaffidato al regista neozelandese, il quale, durante le riprese, decise di aggiungere allo script originario, basato sull'omonino romanzo, delle parti tratte dall'appendice de Il Signore degli anelli; il risultato è una nuova trilogia che costituirà il punto di partenza effettivo della narrazione della vecchia trilogia: di fatto questo primo film comincia in medias res con la stessa scena con cui si apriva "La Compagnia dell'Anello".
60 anni prima dell'inizio del viaggio verso Mordor, Bilbo Baggins (Martin Freeman) è un hobbit pigro e pantofolaio, la cui vita lenta e paciosa viene sconvolta dall'arrivo dello stregone Gandalf (Ian Mckellen), che lo coinvolge in un'impresa ai limiti dell'impossibile: riconquistare il regno sotteraneo di Erebor, sottratto dal drago Smaug ai nani anni prima; Bilbo, all'inizio riluttante, s'imbarca nell'avventura unendosi alla compagnia di nani giudati da Gandalf e dal re nano Thorin (Richard Armitage).
Il paragone con "Il Signore degli Anelli" è d'obbligo: lì Jackson dirigeva un kolossal epico basato su un libro di più di mille pagine, dimostrando di non avere la minima padronanza tecnica del mezzo cinematografico: ritmo altalenante, costruzione delle scene zoppicante, dialoghi orrendi ed enfasi messa a caso rendevano difficile apprezzare la grandezza della produzione, nonchè impossibile appassionarsi davvero alle vicende narrate.
Il rischio di bissare gli errori commessi in precedenza anche con questo nuovo capitolo sembrava, sulla carta, scontato: "Lo Hobbit" è una storia molto più semplice e lineare, poco spettacolare sopratutto nella prima parte, ossia quella che viene trasposta in questo "Un Viaggio Inaspettato"; per fortuna Jackson riesce a stupire: li dove "Il Signore degli Anelli" falliva, "Lo Hobbit" trionfa; la regia dell'autore neozelandese si fa finalmente, e per la prima volta in 25 anni di carriera, sicura e precisa: le scene sono impostate in modo plastico, poco viene lasciato al montaggio, i dialoghi sono scritti bene (pur non essendo eccezionali) e il ritmo, sia delle singole scene che della narrazione in toto, è fluido, mai troppo veloce, nè troppo lento (sebbene l'incipit con un triplo prologo sia un pò troppo barocco). Azzecate anche le scelte estetiche, una su tutte il flashback con la battaglia di Moria, dall'impostazione squisitamente pittorica, sottolineata da un ralenty che deve molto a Snyder, ma che per fortuna riesce a non essere troppo pacchiano.
La riuscita dell'opera si deve però anche al solido lavoro svolto in fase di sceneggiatura: infischiandone (finalmente) del purismo dei fans della controparte cartacea, Jackson e gli sceneggiatori (tra i quali figura anche Del Toro) decidono di allungare la storia di base, inserendo passaggi inediti, tratti, come detto, dall'appendice de Il Signore degli anelli o addirittura inventati ex novo; così facendo la narrzione viene spezzata, si fa meno lineare, più avventurosa ed eipica, decisamente coinvolgente; ottima, infine, l'idea di inserie un villain vero e proprio (che nella triologia precedente mancava): Uzog, l'orco bianco, arcinemico di Thorin; i due duellano in più parti del film, regalandoci scene dal forte impatto estetco ed emotivo.
Jackson, dunque riesce in una duplice impresa: ridare dignità filmica agli scritti di Tolkien e dimostrare di aver raggiunto (finalmente) la padronanza del mezzo cinematrografico; sperando, sempre, che non decida di perderla nuovamente con i successivi "La Desolazione di Smaug" e "Andata e Ritorno".
EXTRA
Uzog l'usurpatore, l'orco bianco, cavalcatore del mannaro albino, signore di moira, cavaliere del lavoro, presidente del consiglio dei ministri e pitipimm e pitipom ritrova il fratello gemello dal quale era stato meschinamente separato alla nascita...... KRATOS!
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