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giovedì 18 giugno 2020

Da 5 Bloods- Come Fratelli

Da 5 Blood

di Spike Lee.

con: Delroy Lindo, Jonathan Majors, Clark Peters, Norm Lewis, Isaiah Witlock Jr., Mélanie Thierry, Chadwick Boseman, Johnny Nguyen, Paul Walter Hauser, Jean Reno, Jasper Paakkonen.

Drammatico

Usa 2020













Recuperata la credibilità come autore grazie a "BlacKkKlansman", Spike Lee si è buttato a capofitto in un progetto alquanto rischioso; "Da 5 Bloods" parte infatti come lo scialbo "Miracolo a Sant'Anna", ossia con l'intenzione di sottolineare l'apporto essenziale delle truppe di colore in una guerra, questa volta quella del Vietnam. Fortunatamente, questa volta Lee riesce ad evitare le trappole più ovvie e, sebbene pecchi di ridondanza, riesce nell'intento di creare un apologo forte sul dramma degli afroamericani e degli orrori del conflitto bellico.



Un'America che non riconosce, quella di Spike Lee, dove gli Afroamericani votano convinti per Trump e i valori di amicizia e fratellanza vengono calpestati in nome dell'arricchimento personale.
Con un occhio ad "Apocalypse Now" e l'altro a "Il Tesoro della Sierra Madre", immerge i protagonisti in un viaggio di distruzione dal quale nessun tornerà come prima. Loro, i quattro reduci Eddie, Melvin, Otis, Paul e il di lui figlio David. Quattro ex membri del Big Red One che già 50 anni prima erano vecchi, già segnati da quei traumi che li avrebbero presto o tardi annichiliti e ora schiacciati tra il ricordo idealizzato del capo-squadra Norm e l'avidità verso il tesoro sepolto anni prima.



Non c'è vera evoluzione nel loro cammino, solo l'acuirsi di quei difetti che hanno in partenza. Se Paul è quello che finirà peggio (magistrale la performance istrionica di Delroy Lindo, che buca lo schermo in ogni scena), non meglio andrà ai suoi compagni, che si ritroveranno divisi e pronti a tutto pur di sopravvivere.




Laddove lo scontro tra ideale e avidità è netto e manicheo, a Lee non interessa essere originale e, come spesso accade nel suo cinema, le sue tesi sono urlate a squarciagola, recitate direttamente verso il pubblico nel modo più didascalico possibile. Se la semplicità narrativa riesce comunque nell'intento di convincere e coinvolgere, più indigesta è la costruzione di una storia resa artificiosa ad arte, con forzature, ripetizioni e svolte talvolta improbabili.



Ma a Lee pare non interessare la creazione di un intreccio saldo o credibile, quanto veicolare un messaggio di disperazione per portare ad una riflessione (personale e universale) sullo stato delle cose. E da questo punto di vista, "Da 5 Bloods" riesce perfettamente ad imporsi come una metafora cristallina e riuscita sulla perdita dei valori e la disgregazione sociale propria dell'era Trump. Un pamphlet didascalico quanto si vuole, eppure impossibile da ostracizzare.

sabato 6 ottobre 2018

BlacKkKlansman

di Spike Lee.

con: John David Washington, Adam Driver, Laura Harrier, Alec Baldwin, Jasper Paakkonnen, Ryan Eggold, Topher Grace, Robert John Burke, Micahel Buscemi, Ashlie Atkinson, Isaiah Whitilock Jr., Harry Belafonte, Nicholas Turturro, Corey Hawkins.

Drammatico

Usa 2018















Definire "discontinuo" un autore come Spike Lee sarebbe ingiusto nei riguardi di una filmografia che, tra alti e bassi, presenta opere sempre e comunque interessanti, anche quando del tutto non riuscite. Basti pensare ai suoi ultimi exploit, lontani anni luce dai fasti di opere quali "La 25ma Ora" o "Fà la cosa giusta"; "Oldboy" era un remake dal fiato cortissimo di un piccolo capolavoro amato ad ogni latitudine, ma che perlomeno era rispettoso del materiale di partenza, il quale non veniva nè snaturato, tantomeno edulcorato; "Da Sweet Blood of Jesus" era un altro remake, diel piccolo cult della blaxploitation "Ganja & Hess", nel quale Lee adoperava in modo a dir poco maldestro il registro orrorifico, ma che aveva il pregio di portare all'attenzione del pubblico moderno un piccolo gioiello ingiustamente sottovalutato.
Grande era l'attesa, dunque,  per "BlacKkKlasnman", opera più vicina al cinema degli esordi di Lee, che portava in scena una storia talmente improbabile da poter solo essere vera, quella di un poliziotto di colore che si infiltra ne Ku Klux Klan e ne scala la gerarchia. E che si rivela come un ritorno in piena forma per Lee.



Impossibile non giocare sull'assurdità di un assunto del genere; e Lee si diverte ad usare un registro talvolta altamente sarcastico, ad immergere il suo Ron Stallworth in situazioni ai limiti della commedia demenziale, lasciando tuttavia sempre un asciuttezza di fondo che ci ricorda di come queste situazioni, per quanto paradossali, sono lo stesso vere.
Stallworth è un personaggio stretto tra due poli, quello bianco e quello nero; da una parte il KKK, gli zotici di provincia, ritratti come veri e propri "ritardati" che si esprimono solo a parolacce e frasi razziste; dall'altro le Pantere Nere, la loro ossessione per l'affermazione di una dignità del popolo nero che non conosce confini e con le quali in parte simpatizza. Al contempo, Satllworth di trasforma, si tramuta da nero calmo e cosciente della situazione razziale al suo opposto, quel bianco ottuso che per forza di cose deve essere incarnato dal vivo da Flip Zinnerman che ne diviene un'emanazione (d'obbligo la visione in lingua originale, dove la diversa parlata dei neri è tratto essenziale della caratterizzazione dei due personaggi).



Stallworth è al altresì un avatar di Spike Lee, che tramite la sua storia ed il contesto storico in cui avviene (l'America dei primi anni '70) parte da una critica feroce del Ku Klux Klan per compiere un discorso completo sull'assurdità ed universalità della forza distruttrice dell'odio.
Ad aprire il film è infatti la scena della propaganda, con Alec Baldwin a dare corpo e voce alla dottrina dell'odio divulgata in modo scolastico, antesignana dei discorsi che verranno intavolati dal gran maestro David Duke nel corso del secondo e terzo atto. Ed in modo analogo, Lee da voce all'odio cinto dall'altra parte della barricata, quello delle Pantere Nere che nel reclamizzare la dignità del nero propagandano parimenti lo scontro armato con i bianchi. E' nelle affinità elettive tra i due opposti che sta in punto di vista di Lee, quello di un nero che sta certamente dalla parte dei neri, ma che condanna non tanto la xenofobia in sè, quanto l'odio inteso come sentimento universale vero portatore di drammi.
Un odio che per il Klan ha le forme cinematografiche di "Nascita di una Nazione", il cui contenuto razzista ispiratore viene flagellato pubblicamente. E che per i neri ha la forma del vittimismo incontrollato, quello della storia del linciaggio da parte di Harry Belafonte, il divo del cinema "nero" degli anni '50 e '60 che esorta le folle nere all'odio al pari di Duke; da cui l'indifferenza verso quegli slogan "White Power/Black Power" fin troppo simili tra loro.



Un odio che nasce sicuramente prima del 1917 e del successo del film di Griffith, ma che di sicuro non ha smesso di fare presa sulla gente; sono le ultime immagini, quelle vere, le più scioccanti, con le manifestazioni dei suprematisti bianchi contrapposte a quelle dei neri ed il ricordo delle vittime dell'odio (anche bianche) che gettano un ponte ideale con il passato. Un passato che ha la voce del presente, con gli slogan "America first", "Make America great again" e "America love it or leave it" che ci ricordano di come l'era di Trump sia figlia del bigottismo, di come al di là della barricata di politically correct eretta ipocritamente da Hollywood, la ghettizzazione autoproclamata sia ancora una piaga sociale (come sottolineava Jordan Peele in "Get Out", che qui troviamo nelle vesti di produttore).



Lee, in sostanza, torna a condannare l'odio così come faceva con "Malcolm X" e "Fà la cosa giusta", senza distinzioni di razza o sesso (anche le donne hanno un ruolo centrale nelle due organizzazioni), riproponendo quell'obiettività e profondità di sguardo che ne ha fatto grande il cinema e che ancora oggi risulta attuale. Al punto che, nell'Italia che idolatra Salvini e la xenofobia leghista, un film come "BlacKkKlansman" andrebbe proiettato nelle scuole.

domenica 9 marzo 2014

Oldboy

di Spike Lee.

con: Josh Brolin, Elizabeth Olsen, Sharlto Copley, Samuel L.Jackson, Michael Imperioli, Pom Klementieff, Max Casella.

Drammatico/Thriller

Usa (2013)
















---SPOILERS INSIDE---

Remake, rifare, rigirare, ri-creare, re-immaginare; un' "arte" che ossessiona Hollywood e che negli ultimi anni, complice una bulimica carenza di idee, ha portato le major ad "americanizzare" ogni singolo film non americano anche solo involontariamente graziato dal successo di critica o pubblico. E il remake di "Oldboy" (2003), il brutale e struggente capolavoro del maestro Park Chan-Wook, era un passo inevitabile: il cult per antonomasia degli anni '00 era una preda troppo ghiotta per non essere divorata; e se la scelta di un regista anticonformista e dotato come Spike Lee sembrava azzeccata per dirigere il cupo dramma di vendetta di Oh Dae-Su in chiave occidentale, il risultato finale è, malauguratamente, frustrato proprio da una regia scialba e poco ispirata.



La trama è la medesima del film di Park e del manga di Nabuaki Minegishi e Garon Tsuchiya: lo sregolato Joe Deucett (Josh Brolin), dedito all'alcool e alla fornicazione, viene segregato per venti anni in una stanza-prigione senza un motivo apparente; liberato di punto in bianco, Joe decide di vendicarsi del suo misterioso assalitore.




La brutalità della storia e il suoi risvolti più crudi e "scandalosi" vengono mantenuti anche in questa "versione yankee": l'incesto come innesco della vendetta e punizione ritorna, senza alleggerimenti di sorta; anzi, Lee e lo sceneggiatore Mark Protosevich alzano ancora più il tiro: il "cattivo" Pryce (Copley) non è semplicemente legato da una relazione incestuosa alla sola sorella, ma alla sua intera famiglia; e nel finale, Joe non si fa cancellare la memoria, ma continua a vivere con i ricordi del dramma vissuto per punirsi; il pericolo di vedere la storia originale snaturata ed ammarbidita è fortunatamente evitata, ma ciò non riesce comunque a salvare l'operazione.




Quello che manca alla pellicola di Lee è l'enfasi; ogni scena viene costruita senza sottolinearne la carica drammatica; ogni forma di tensione viene vanificata, come se l'autore volesse concentrarsi più sul dramma umano che sui risvolti "hard-boiled"; intenzione che cozza fortemente con la costruzione narrativa, tutta basata sulla duplice vendetta dei due antagonisti.
Il film, in pratica, non decolla mai, non coinvolge, nè stupisce: tutto scorre su schermo senza guizzi, lasciando lo spettatore avvolto nel gelo della mancanza di empatia. E se il cult di Park era, stilisticamente, un coacervo di dramma, pellicola di genere e commedia dove la violenza era diretta, Lee usa uno stile iperrealista ai limiti del cartoonesco dove la violenza è, si, forte, ma talmente esasperata da raggiungere quasi il parossistico; basterebbe vedere la scena del pestaggio ai danni degli studenti per accorgersi della sua inefficacia: plastica e spezzata, sembra uscita da un comic movie supereoistico piuttosto che da un crime-drama.
E a nulla serve citare la mitica scena del pestaggio nel corridoio del film originale o costruire i flashback come visioni: la regia resta sempre fredda e priva di mordente.




Nemmeno l'ottimo cast può risollevare le sorti della visione; Brolin, in testa, riesce a dare una carica di sudiciume e violenza inusitata al suo personaggio, Sharlto Copley riesce a caratterizzare Pryce come un mellifluo gentiluomo senza scadere nella macchietta e Elizabeth Olsen dona sensualità e carattere alla sua Marie, pur relegata sullo sfondo della vicenda; talento sprecato: Lee dirige il tutto "con il pilota automatico" e persino le belle performances non bucano lo schermo; e non si capisce il perchè: l'ultima volta che l'autore newyorkese si è dato al cinema "commerciale" ha sfornato quel piccolo gioiello di "Inside Man" (2006).