Visualizzazione post con etichetta Roger Vadim. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Roger Vadim. Mostra tutti i post

domenica 7 aprile 2013

Barbarella

di Roger Vadim

con: Jane Fonda, Anita Pallneberg, John Philip Law, Milo O'Shea, Ugo Tognazzi, Marcel Marceau, David Hemmings.

Fantastico/Commedia

Italia, Francia (1968)


















Anni '60: l'emancipazione dei costumi sessuali dalle restrizioni perbeniste diviene un'imperativo; la sessualità comincia ad essere rappresentata in maniera più diretta, meno velata; l'ipocrisia di un perbenismo mediatico che frustra qualsiasi pulsione sessuale esterna cede il passo alla gioia dell'esternazione; nel 1962 si affaccia nelle edicole francesi una strip ironica e provocatoria: "Barbarella", ideata da Jean-Claude Forest. 






In un mondo simile a quello del Flash Gordon di Alex Raymond, l'omonima eroina vive una serie di avventure sexy e demenziali, volte ad illustrare la tenerezza e l'innocenza della maturazione sessule, contrapposta al cupo e malefico controllo che la società vorrebbe imporli; nel 1968, ben 12 anni prima dell'adattamento di "Flash Gordon", Dino De Laurentiis decide di trasporre su schermo il fumetto di Forest, fiutando un possibile successo visti moti di contestazione (anche femminista) che infiammavano le strade: "Barbarella" diviene un film, diretto dal francese Roger Vadim e intepretato dalla bellissima Jane Fonda.





All'epoca non fu un grosso successo, ma nel corso degli anni la pellicola diviene giustamente un cult, citato e riverito da molti attori e filmakers, tra i quali Robert Rodriguez (che nel 2008 tentò di farne un remake con Rose McGowan, senza riuscirci) e Mike Myers (che ne riprende la sequenza d'apertura nel suo "Austin Powers: la Spia che ci Provava" nel 1999).
La trama del film è un puro pretesto: la bella atronauta Barnarella (la Fonda) viene incaricata dal Governo Terrestre di ritrovare uno scienziato perso nei meandri dello spazio cosmico; l'eoina presto giunge sul pianeta Lythion, governato da una Regina Nera (Anita Pallenberg) che ha trasformato la città di Sogo in un luogo di lascivi piaceri.



Nonostante il remoto futuro venga descritto come un'utopia pacifista in cui ogni guerra è stata bandita, è inutile cercare nel film metafore o simbolismi: l'universo di "Barbarella" non è e non vuole essere foriero di una morale politica; più che altro, l'intento del suo autore è la mera celebrazione degli ideali controculturali dell'epoca: il piacere sessuale viene dipinto in modo giocoso ed innocente perfino nelle sue devizioni più cupe, come il sadismo; fulcro perfetto di tale intento è proprio il personaggio della protagonista: Barbarella è bella, di una bellezza accecante ma candida, dal carattere determinato ma un pò naif; è una sorta di Alice alla scoperta di un mondo folle e affscinante, nel qualeviene letteralmente risucchiata ed imprigionata; Barbarella è un'eroina femminista vera e propria: decide lei a chi concedersi e come, è lei ad attirare le attenzioni degli uomini, ma non ne è mai vittima; un femminismo, il suo, che non ripudia la bellezza estetica e che anzi la trasforma in vantaggio.



Oggetto del desiderio diviene così l'angelo (o per meglio dire "alio-fusto") Pygar (John Phlip Law): celestiale ed innocente manzo palestrato semi-nudo che, in una perfetta sovversione dello stereotipo della "principessa in pericolo" dei romanzi avventurosi, diviene partner sessuale della protagonista e sogno proibito della Regnina Nera, interpetata da una conturbante Anita Pallenberg; perfetto controaltare di Pygar è "l'acchiappabimbe" Mark Hand, intepretato da un irsuto Ugo Tognazzi: uomo rude e affscinante, insegna a Barbarella le gioie dell'amore "vecchia maniera", in contrapposizione alla deriva tecnocrate che vorrebbe il coito relegato all'uso di pillole, inno all'"amore libero" ancora ilare (tant'è che Woody Allen riprenderà l'idea nel divertene "Il Dormiglione" nel 1973).



La sessualità, si diceva, è giocosa e divertente; le perversioni sono descritte acnh'esse come pratiche simpatiche e senza alcuna morbosità: l'amore saffico, solo accennato, tra Barbarella e la Regina Nera viene inserito in un contesto di devianza (la città di Sogo, moderna Sodoma), ma non condannato, il sadismo "maschio" del torturatore interpretato da Milo O'Shea viene ridicolizzato in una scena da antologia e l'abuso di droga, pur non condannato, viene posto sotto una luce sarcastica nella scena, anch'essa degna di memoria, del "narghilè umano":




Forte del grosso budget messo a disposizione da De Laurentiis, Vadim mette in scena un trip psichedelico ad occhi aperti: scenografie oniriche, costumi folli e musica pop (del mitico Charles Fox) creano un'atmosfera divertente e immagini pacchiane che deliziano l'occhio; le inquadrature di Vadim valorizano perfettamente lo sfarzo produttivo e si fanno ardite: lo striptease iniziale è ancora oggi affascinante e i costumi, squisitamente pop, che la Fonda sfoggia di volta in volta sono da antologia della seduzione.


"Barbarella" è un esempio riuscito di cinema pop d'àntan: coraggioso nella voglia di mostrare un mondo ignoto per l'epoca (quello della sessualità, da sempre censurata nel cinema mainstream) senza veli e senza morbosità, divertente nella sua semplicità narrativa, non annoia e, pur con le sue poche pretese, riesce a porsi come simbolo della voglia di emanciapzione di un'epoca.

lunedì 18 marzo 2013

Tre Passi nel Delirio

Histories Extraordinaires

di Roger Vadim, Louis Malle, Federico Fellini.

con: Jane Fonda, Peter Fonda, Alain Delon, Salvo Randone, Brigitte Bardot, Terence Stamp.

Episodi/Horror/Gotico

Italia/Francia (1968)











Negli anni '60, il film ad episodi rappresentava un filone di grandissimo successo nel cinema europeo: tre o più registi si cimentavano, sulla base di un argomento comune o, talvolta, direttamente "a contenuto libero", con il cortometraggio per creare una serie di episodi da incastonare in un unica pellicola; basta pensare a film come "Ro.Go.Pa.G.", "Capriccio all'Italiana" o "Le Streghe" per comprendere come il cortometraggio possa avere una forza espressiva e narrativa pari (se non talvolta addirittura superiore) a quella del lungometraggio (e di fatto Pier Paolo Pasolini, nei primi due film citati, ha diretto due opere imprescindibili della sua filmografia: "La Ricotta" e "Che Cosa sono le Nuvole?"); pratica, quella dell'eipisodico, che nel corso del tempo è purtroppo caduta in disuso: la differenza stilistica degli autori portava spesso a risultati fortemente stridenti, dove a corti eccellenti se ne affiancavano altri genuinamente mediocri, tant'è che il filone è stato ripreso molti anni dopo solo dal cinema horror americano (basti pensare a "Creepshow", del duo George A.Romero/Stephen King del 1982 o alla recente antologia V/H/S del 2012) o in quello orientale ("Three... Extremes") con risultati altalenanti.


"Tre Passi nel Delirio" può essere visto come il perfetto esempio del cinema ad episodi, foriero com'è di tutti i suoi pregi e difetti; tre grandi registi, Roger Vadim (autore di "Relazioni Pericolose" e del cult osè "Barbarella"), Luois Malle (regista dell'imprescendibile "Ascensore per il Patibolo") e Federico Fellini (servono presentazioni?) si cimentano con l'adattamento di tre racconti di Edgar Allan Poe, il cui orrore macabro e gotico all'epoca rappresentava ancora il sostrato fondamentale per ogni storia di brividi; nascono così tre episodi differenti per stile e contenuti, che formano un trittico non del tutto riuscito.

METZENGERSTEIN


Primo segmento, diretto da Vadim; la protagonista è la giovane contessa Frederique de Metzengerstein (Jane Fonda, bella più che mai), grossa proprietaria terriera che passa le sue giornate alternando orge promiscue, sadomaso e relazioni saffiche a lunghe cavalcate nei boschi; durante una di queste conosce un suo cugino, il bello e tenebroso Wilhelm Berlifitzing (Peter Fonda, nella realtà fratello di Jane), del quale si innamora perdutamente: sarà l'inizio della sua rovina.
Inutile negarlo: questo primo episodio è genuinamente brutto; Vadim costruisce l'intera narrazione basandosi quasi esclusivamente sul montaggio delle immagini, ma così facendo vanifica ogni enfasi e, pertanto, ogni forma di tensione; non aiuta di certo la trama, una storiella foriera di tutti i luoghi comuni dell'horror gotico, che non stupisce nè appassiona, riuscendo ad annoiare fin dai primissimi minuti; unico lato positivo: Jane Fonda; la bella attrice americana all'epoca era ancora una sex symbol e si concede in abitini striminziti che mettono in risalto le sue grazie; i fans apprezzeranno, ma per tutti gli altri vi sarà solo noia.

WILLIAM WILSON



Secondo episodio, diretto dal grande Loius Malle, questo "William Wilson" è la storia di un giovane ufficiale asburgico (Alain Delon, nelle inediti vesti di cattivo) sadico e beffardo, che viene perseguitato da un suo misterioso gemello che ne sabota le cattive azioni, umiliandolo di fronte al suo pubblico; il tema del doppio viene qui declinato nella classica dicotomia bene/male; nulla di nuovo, quindi, anche per quel che riguarda la poetica di Poe, dove in racconti quali "Il Gatto Nero" si assisteva alla distruzione di un tale minicheismo; Malle, tuttavia, riesce a trasformare un racconto non esaltate in un film godibile: inizia la narrazione in medias res per incuriosire il pubblico, non eccede in brividi, ma lascia tutta l'enfasi sulla caratterizzazione del giovane protagonista; al resto pensano gli attori: un Delon convincente e mefistofelico e una Brigitte Bardot bruna e bellissima; "William Wilson" risolleva le sorti del film, quindi, pur non essendo nulla di memorabile.

TOBY DAMMIT



Di tutt'altra pasta il terzo episodio, diretto dal grande Maestro riminese; "Toby Dammit" è la storia di un attore inglese (il mitico Terence Stamp) in trasferta capitolina, chiamato a girare uno spaghetti western dietro il compenso di una Ferrari ultimo modello; Fellini crea un'opera di grandissimo fascino: la sua visionarità sfrenata mette in scena le allucinazioni e le perversioni del protagonista, un attoruncolo sfatto e perennemente ubriaco; le visioni oniriche e deliranti copliscono per la messa in scena fastosa, barocca e genuinamente ammaliante: il delirio di Dammit diviene, nelle mani dell'autore, un girone infernale popolato da freaks unti, attrici formose e volgari, festival in pozze di fango e telecamere-fucili; la discesa agli inferi del protagonista è segnata fin dal titolo, quel Dammit che sembra stare per "damn it", dannato appunto, e viene costruita non come una narrazione lineare, ma episodica (quella propria di tutto il cinema di Fellini), per dare risalto allo straniamento del personaggio; in neanche un'ora di film, il grande regista crea alcune delle visioni più significative del suo cinema e tre icone: il protagonista, poi prototipo per tutti i divi strafatti apparsi sul grande schermo come stereotipo della decadenza moderna, la figura salvifica della donna ingioiellata, felice ribaltamento della modestia della salvazione, e sopratutto la bambina bionda vestita di bianco, incarnazione del diavolo e della dannazione, ripresa infinite volte da decine di altri film horror e citata persino da Tim Burton in "Frankeweenie"; da antologia anche il finale, dove con uno splendido anticlimax Fellini riesce davvero ad inquietare.

"Tre Passi nel Delirio" è quindi una pellicola non del tutto riuscita, ma affascinante, che, come detto, fa da perfetto esempio di un modo di fare cinema che, purtroppo, oggi è perssocchè scomparso.