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mercoledì 6 agosto 2025

Gen di Hiroshima

Hadashi no Gen

di Toshio Hirata, Mori Masaki, Shuichi Hirokawa.

Animazione/Drammatico/Storico

Giappone 1983-1986

















---CONTIENE SPOILER---

Alle ore 8:15 del 6 Agosto 1945, il mondo è cambiato per sempre.
Il bombardamento della città di Hiroshima ad opera dell'esercito americano ha sancito la fine della Seconda Guerra Mondiale e l'inizio dell'Era Atomica. L'inizio dell'era del terrore, dello spettro dell'annichilimento definitivo. Ancora oggi, le immagini delle vittime del bombardamento del 6 agosto '45 e di quello del successivo 9 agosto su Nagasaki, rappresentano l'emblema del supremo orrore del quale l'essere umano è capace, anche al netto di quelle, altrettanto sconvolgenti, dei campi di concentramento scoperti in Europa.
Prima ancora, la coscienza di come l'intera razza umana possa essere spazzata via nell'arco di pochi minuti ha portato ad un risveglio del sentimento pacifista, della religiosità sentita, oltre che del condiviso antimilitarismo. Tanto che non sarebbe sbagliato dire come l'odierna sensibilità umana sia nata proprio quel 6 agosto, forgiata sulla pelle degli abitanti di Hiroshima prima, di Nagasaki dopo.
Differenti sono state nel corso degli anni le testimonianze, sia dirette che indirette, dell'olocausto nucleare in Giappone. Ma se ce ne è una che è riuscita a saldarsi in maniera indelebile nella cultura popolare, è quella data da Keiji Nakazawa con il suo manga Gen di Hiroshima.



Classe 1939, Nakazawa ha vissuto sulla sua pelle i terribili eventi di Hiroshima, sua città natale. Inutile dire come la tragedia lo abbia segnato in modo indelebile: quel fatidico giorno perse il padre, sua sorella maggiore e un fratello minore, mentre lui stesso contrasse una serie di malattie dovute alle radiazioni e alle terribili condizioni di vita nel periodo immediatamente successivo all'attacco.
I ricordi di quegli eventi furono rielaborati in un primo momento in due racconti a fumetti, tra le prime opere della sua carriera di mangaka, ossia Colpiti da una Pioggia Nera nel 1966, e soprattutto Io l'ho Visto, nel 1972, che riporta fedelmente la testimonianza di come sia sopravvissuto all'esplosione; proprio il successo di quest'ultimo fumetto convinse i vertici di Shonen Jump ad affidargli la creazione di una serie vera e propria incentrata sui suoi ricordi del periodo post-nucleare, che diventa la celebre Hadashi no Gen (ossia "Gen dai piedi nudi"), arrivata in Italia nel 1999 con il più ordinario ed esplicativo titolo Gen di Hiroshima.


In Hadashi no Gen, Nakazawa fa confluire ricordi e tragedie personali con altre più diffuse, creando uno spaccato lungo e complesso del Giappone nel periodo che va dagli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale alla fine degli anni '40. Protagonista è Gen Nakaoka, non un semplice doppio di Nakazawa, quanto un personaggio a tutto a tondo con il quale l'autore può appunto rielaborare esperienze proprie e altrui.
Un'opera la cui stesura è durata circa quattordici anni (ossia dal 1973 al 1987) e che è ufficialmente incompiuta, con un ultimo capitolo che avrebbe dovuto fungere da epilogo all'epopea di Gen più volte annunciato, ma mai concretizzatosi a causa dell'aggravarsi delle condizioni di salute dell'autore, che pur in tarda età ha contratto una forma di leucemia dovuta alle radiazioni del bombardamento; la storia di Gen, tuttavia, resta comunque completa, con un finale che in realtà chiude praticamente tutte le trame aperte nel corso della lunga pubblicazione, tanto che risulta praticamente sbagliato parlare di un finale mancante o monco.
Non un'opera perfetta, quella di Nakazawa: la lunga serializzazione lo ha forse forzato a dilatare troppo alcune trame, come nel caso di quella riguardante il personaggio di Ryuta, fratello putativo del protagonista la cui storia subisce diverse deviazioni per tornare sempre allo stesso punto. Allo stesso modo, molte situazioni tendono a ripetersi con variazioni poco sostanziali, facendo ritornare in scena eventi che si erano già visti. Senza contare come lo stile di disegno cartoonesco, tipico dei manga dell'epoca, possa risultare indigesto a chi preferisce le fisionomie verosimili a là Ryuchi Ikegami quando si tratta di raccontare una storia realistica e dal forte impatto drammatico.
Difetti i quali spariscono quando ci si approccia alla lettura, per scoprire come la forza umana e drammaturgica del manga siano innegabili.


E' impossibile non commuoversi leggendo le pagine vergate da Nakazawa. Le avventure di Gen e del fratellino Shinji prima, del suo doppio Ryuta dopo e del folto cast di comprimari che si avvicenda nel corso dei tankobon trasuda un'umanità tangibile. 
Su tutto vige un sentimento di miseria prima ancora che di rabbia, la miseria che una generazione di innocenti ha dovuto provare suo malgrado a causa della megalomania del governo nazionalista di Hirohito e Tojo, della follia fascista che ha ridotto alla fame la popolazione per imbarcarsi in una guerra la quale non era preparato a combattere, figuriamoci a vincere, oltre che di chi grazie a quella guerra ha potuto speculare e prosperare senza praticamente dover pagare prezzo alcuno.
Nei primi capitoli, l'autore descrive la vita agra della gente comune durante il conflitto: la fame dovuta al cibo razionato, ma anche l'intolleranza verso chi si professa contrario alla guerra, con il padre di Gen, Daikichi, pittore e orgoglioso anti-patriota, subito bollato come paria; oltre che il razzismo verso i diversi, che si sostanza nella storia del vicino di casa Baku, di origine coreana ma obbligato a rinnegare patria e retaggio ed essere assimilato alla cultura giapponese, solo per dover poi dover vivere comunque ai margini della società.
Il dito di Nakazawa è sempre puntato contro i propri connazionali, persino quando ritrae l'invasore americano in modo dispregiativo. Il suo biasimo va tanto verso chi quella bomba l'ha sganciata, quanto e soprattutto verso chi ha portato in primis al conflitto.



Quando la bomba cade, spazza via un mondo già moribondo, ma l'autore non si risparmia nel ritrarre l'orrore concomitante all'esplosione e soprattutto il lungo dramma dei sopravvissuti. Le sue tavole ritraggono la tragedia di Hiroshima senza filtri o abbellimenti e, anzi, proprio lo stile naif dei disegni riesce a a convogliare meglio i dettagli più sconvolgenti.
Il ritratto che il mangaka offre è così insostenibile, ma quell'orrore così vivo e viscerale colpisce più il cuore che lo stomaco, senza mai scadere nel ricattatorio nonostante i problemi di lunghezza della storia.
Una storia che trova una serie di adattamenti già negli anni '70, quando viene trasposta in una serie di film live-action a partire dal 1976. Ma decisamente più celebre è l'adattamento animato che Hadashi no Gen conosce tra il 1983 e il 1986, diviso in due lungometraggi  che ancora oggi permettono di fruire dell'opera di Nakawaza in modo più immediato e che, alla fine, sacrificano ben poco dell'originale.
Il primo film viene scritto dallo stesso Nakazawa e diretto a sei mani da Toshio Hirata, Mori Masaki e Shuichi Hirokawa, veterani del circuito televisivo che vengono ingaggiati dal mitico studio Madhouse; e pur non potendo contare sui budget faraonici di molte produzioni animate giapponesi dell'epoca, si pone lo stesso come un ottimo adattamento.


A colpire è in primis il bel character design di Kazuo Tomisawa, il quale, pur restando fedele al tratto originale, riesce a conferire ancora più carattere ai singoli personaggi.
La storia viene per forza di cose semplificata per poter essere riassunta in un totale di circa 170 minuti complessivi tra i due film, con il primo che ne dura  80 al netto dei titoli di coda. Una durata breve che causa l'omissione di alcuni personaggi e la forte semplificazioni di alcuni episodi, come quello di Boku, alla cui origine coreana stranamente neanche si accenna, oltre che l'elisione dei fratelli maggiori Gen, Koji e Akira, ma soprattutto il forte sfoltimento dell'episodio che narra del pittore Seiji, il cui story-arc finisce per essere del tutto sterile, perdendo la forza drammatica che aveva su carta.
Ma quando questo adattamento deve trasporre il cuore dell'opera, si dimostra perfettamente degno. La lunga e drammatica sequenza del bombardamento restituisce con livore tutta la carica orrorifica dell'evento. La scelta di ritrarre in modo diretto e crudo gli effetti del calore sul corpo delle persone crea un effetto straniante che ne restituisce appieno il senso di raccapriccio. L'uso di una palette cromatica del tutto innaturale, appaiata ad un sound design che consta del solo rumore del vento e dei boati dell'esplosione, trasmettono un senso di spaesamento quasi grottesco. I due sentimenti propri della tragedia, ossia la sorpresa e la repulsione, giungono allo spettatore come un pugno in faccia, serviti in una forma tanto surreale quanto credibile.



La storia di Gen, in questo primo film, si concentra sulla sua vita prima e dopo il tragico evento e si chiude con la morte della neonata sorella Tomoko. La struttura episodica del manga viene trasposta fedelmente, con il ragazzino che si sposta dapprima in scenari segnati dalla miseria, poi dal disastro.
Il risultato è un ritratto a tinte fortissime che però, proprio come il manga, non scade mai nel ricattatorio, tantomeno nel patetico spicciolo. E che, anzi, piuttosto che limitarsi a ritrarre il dramma al fine di coartare un sentimento di pietà, decide di celebrare la forza del suo protagonista e con lui di tutto il popolo nipponico, il quale, a prescindere dalla miseria e dalle mille difficoltà quotidiane, è sempre pronto a rialzarsi, sempre pronto a superare ogni ostacolo pur di sopravvivere, come le spighe di grano che il padre di Gen piantò per lui.



Nel 1986 esce nei cinema giapponesi la seconda parte del dittico, intitolata semplicemente Hadashi no Gen 2; ad essere trasposta è ora la porzione di storia che va dal flshforward che sposta gli eventi al 1948 sino alla tragica scomparsa della madre del protagonista, dovuta ad un lento avvelenamento da radiazioni.
Questa volta la regia è curata dal solo Toshio Hirata, mentre la sceneggiatura è firmata da Hideo Takayashiki, non più direttamente da Nakazawa; l'animazione risulta poi ancora più fluida, merito di un budget più alto.
Laddove il primo film era una storia di orrore, questo seguito è una storia di pura sopravvivenza, con i personaggi impegnati a cercare cibo e soldi per i medicinali. Il dramma è così ancora più umano, più tangibile per lo spettatore, che può identificarsi facilmente con Gen e il fratello adottivo Ryuta e con i loro neoacquisiti compagni, orfani di guerra lasciati a loro stessi.



Quella di Gen diventa così la storia di un ragazzino impegnato a sopravvivere alla giornata, stretto tra la responsabilità scolastica e la pura necessità di vivere in un mondo dove le vittime della guerra sono abbandonate. Un mondo che ha prima sfruttato quella gente comune per poi dimenticarla, lasciarla marcire tra le macerie della città e accatastarne le ossa nelle fosse comuni, riempite con noncuranza dai soldati americani. E dove i sopravvissuti alla bomba che portano sul loro corpo gli effetti dello scoppio sono visti con sospetto e aperto disprezzo, come dei moderni appestati.
Gli story-arc dei personaggi questa volta risultano incompleti, non è dato sapere se per una precisa scelta narrativa o perché inizialmente doveva essere prodotto anche un terzo film che trasponesse l'ultima parte del manga. Così che non trovano risoluzione né la storia degli orfani, né dell'anziano ex giornalista al quale il bombardamento ha causato una forma di sfinimento fisico e psichico.
Nuovamente, laddove lo script pecca di compattezza e compiutezza, trova la sua forza nel restituire appieno la forza drammatica del manga e, in generale, della storia, che anche qui viene caratterizzata come un inno alla forza di volontà di chi ha saputo rialzarsi dal colpo più feroce che la Storia potesse infliggere.



Ottant'anni dopo quel fatidico sei agosto, trentanove dall'uscita in sala di Hadashi no Gen 2 e trentotto dalla fine della serializzazione del manga in patria, quelle immagini così vivide proposte da Nakazawa e dagli adattamenti animati riescono ancora a sconvolgere, a scuotere nel profondo anche chi non era presente né durante la guerra, né nei decenni successivi, caratterizzati dalla costante presenza dello spettro della distruzione totale, prova di come il lavoro degli autori sia ancora oggi a dir poco essenziale.
Nel frattempo, il mondo è cambiato radicalmente: crollato il Muro di Berlino, finita la Guerra Fredda, le persone hanno forse dimenticato quell'orrore fino a qualche anno fa così presente tanto memoria collettiva che nella cultura, sia alta che popolare. E nella loro idiozia, hanno consegnato il potere assoluto ad una nuova generazione di imperialisti, demagoghi e veri e propri idioti i quali spesso paventano l'arma atomica come puro vanto personale.
Forse è vero che la Storia si ripete sempre: prima come tragedia, poi come farsa.

martedì 29 luglio 2025

I Fantastici 4- Gli Inizi

The Fantastic Four: First Steps

di Matt Shakman.

con: Pedro Pascal, Vanessa Kirby, Ebon Moss-Bachrach, Joseph Quinn, Julia Garner, Ralph Ineson, Natasha Lyonne, Paul Walter Hauser, Sarah Niles, Mark Gatiss.

Fantastico/Supereroistico

Usa 2025











Ma è davvero così difficile fare un film decente sui Fantastici Quattro?
Certamente il concept è antiquato, non per nulla la relativa testata è stata praticamente la prima che il dio dei comic Jack Kirby creò per l'allora neonata Marvel Comics. Senza contare come l'idea di una famiglia di supereroi con superproblemi è stata portata al cinema in modo definitivo da Brad Bird con il bel Gli Incredibili già nel 2004, con uno degli omaggi più sinceri al mondo dei supereroi che si siano mai visti.
Ma quando si tratta di portare sul grande schermo le imprese di quel primo supergruppo di famigliari affiatai e incasinati, ad Hollywood tremano i polsi e i risultati, fino ad ora, sono stati a dir poco imbarazzanti.



Si parte ovviamente con il mitico "bootleg" del 1994, orchestrato da Roger Corman per permettere al produttore Bernd Eichinger di mantenere i diritti di sfruttamento della testata. Il risultato è un film talmente brutto da diventare affascinante, ma non si può davvero essere cattivi con quello che è praticamente un mero obbligo contrattuale girato con un budget di appena un milione di dollari.



Si passa per i due exploit di Tim Story, datati rispettivamente 2005 e 2007.
Il primo, il quale è praticamente la prima vera incarnazione dei personaggi su grande schermo, porta la firma di Mark Frost sullo script, ma alla fine non è dato sapere quanto del lavoro dell'autore sia effettivamente arrivato su schermo. Perché quello giunto su schermo non è che una commedia che talvolta sfiora la parodia, un film che non riesce a prendere sul serio i personaggi neanche quando vorrebbe scadere nel patetico e che li fa muovere nella più ovvia delle origin-story nella quale persino l'arcidemonio Dottor Destino diventa una macchietta da strapazzo.
I Fantastici 4 e Silver Surfer è invece il perfetto esempio di potenziale sprecato. La storia è anche interssante, con l'inclusione del villain Galactus come minaccia cosmica e quel Silver Surfer magnificamente trasposto in tre dimensioni. Ma sul tutto vige l'aura della superficialità, persino quando si è semplicemente chiamati ad imbastire un elementare spettacolo a base di effetti visivi e avventura. Sciattezza perfettamente simboleggiata dal design di Galactus, il quale non è quello classico, caratterizzato da colori sgargianti e forme pacchiane tipiche del tratto di Kirby, abbandonate in favore di un design semplicemente inesistente, dove la sua apparizione viene risolta con una nuvola parlante, ossia la vera e propria morte della creatività.



E poi c'è ovviamente il già mitologico Fant4stic di Josh Trank, un film dove semplicemente non funziona nulla e a confronto del quale persino il film di Corman acquista dignità. A Trank forse non interessava neanche dirigere un adattamento della superfamiglia di Kirby e Stan Lee e vedeva l'opportunità di lavorare per uno studio come una pura occasione lavorativa. Tanto che la sua mancanza di entusiasmo si avverte ad ogni fotogramma.
Si parte dall'estetica, semplicemente anonima: le tutine azzurre vengono scartate in favore di un tristissimo look nero che fa sembrare questo exploit fermo ai primi anni 2000; la fotografa lava via ogni colore in favore di una palette dove dominano grigio e nero. Ogni forma di leggerezza viene bandita, se non in sparutissimi inserti, e vengono persino inseriti alcuni risvolti horror, con la scoperta dei poteri di Mr. Fantastic che sembra uscita da un body horror e le stragi del Dr. Destino degne di un film di Stuart Gordon. A ciò va ovviamente aggiunta una trama che trama non è, con il supergruppo che si limita a formarsi e a sventare la minaccia di turno, imbastita all'ultimo momento per dare un climax al tutto. Tanto che alla fine, più che ad un film sembra di assistere ad un brutto episodio di una brutta serie televisiva.




Riottenuti i diritti di sfruttamento, Kevin Feige può finalmente fare suo il celebre gruppo e inserirlo nel multiverso MCU. E per farlo, decide di fare le cose in grande... per modo di dire.
First Steps è di fatto il perfetto esempio di film Marvel Studios degli ultimi anni, quantomeno sul piano produttivo. Dopo un lungo development hell, Feige opta per un regista televisivo anziché spendere soldi per un grosso nome la cui visione deve necessariamente adattarsi alla standardizzazione made in Marvel. La scelta cade su Matt Shakman, veterano del piccolo schermo che per Feige aveva già diretto qualche episodio di WandaVision, ma il colpo di scena è presto servito: per i Fantastici Quattro si opta per un look alternativo, giustificato dal fatto di non essere ambientato nell'universo Marvel principale, il che gli dona immediatamente una personalità distinta rispetto al mare magnum di prodotti fatti con lo stampino.
Ecco quindi il supergruppo muoversi in un mondo camp ricalcato sull'estetica dei primi anni '60, in ossequio alla Silver Age dei comic, cosa non originalissima, sia visto il recente Superman di James Gunn che, soprattutto, il bel X-Men- L'Inizio di Matthew Vaughn. Ed ecco, finalmente, i Fantastici Quattro indossare dei costumi del tutto simili alle loro controparti cartacee in un film che non sia l'exploit cormaniano del 1994.



L'estetica è anche il pezzo forte del film, il quale, per il resto, vive dei soliti difetti delle produzioni Marvel.
Su tutto, ovviamente uno script claudicante. Laddove i personaggi hanno carattere e grinta e i dialoghi funzionano, la storia presenta buchi dovuti alla classicissima filosofia secondo la quale ogni film deve essere un episodio. Ecco dunque lasciata in sospeso non solo la vera natura di Galactus, della sua fame e del suo ruolo di divoratore di mondi, praticamente uscito fuori dal nulla e nel nulla ritornato, ma soprattutto il ruolo di Franklin Richards, il figlio di Reed e Sue, il cui potere è praticamente il centro di tutto il film, ma che non viene mai davvero spiegato a chi non ha mai neanche sfiorato un albo a fumetti.



Se lo spettatore che non conosce la fonte d'ispirazione si trova così spaesato una volta immerso in una storia dove mancano gli elementi essenziali per il giusto funzionamento, potrebbe rifarsi con il puro spettacolo. Da questo punto di vista, il film non delude... più o meno.
Le sequenze spettacolari di certo non mancano, come l'arrivo alla nave di Galactus o il confronto finale; ma la mano di Shakman è sin troppo televisiva, tende a risolvere praticamente ogni singola scena con inquadrature strette, spesso i canonici primi piani, cosi che la spettacolarità viene fortemente contenuta.



Su tutto vige così una mancanza d'enfasi e di completezza che avvicina pericolosamente il film ai territori televisivi. Tanto che a tratti, la sensazione è proprio quella di guardare un lungo episodio di una serie o una serie di episodi che narrano l'ultimo story-arc di una stagione. Una serie certamente più curata da quella concepita da Josh Trank, ma una serie pur sempre.
Forse è proprio questo il punto d'arrivo della filosofia dei Marvel Studios: quando decidi di creare film in serie, tutti con la stessa fotografia e la stessa estetica, con sparutissime eccezioni, e finisci persino per assumere dei semplici mestieranti dietro la macchina da presa, il risultato non può che essere televisione sul grande schermo, con un biglietto per ogni singolo episodio.
Episodi che, come in questo caso, sono talvolta molto più che dignitosi, ma episodi pur sempre.

lunedì 14 luglio 2025

Superman

di James Gunn.

con: David Corenswet, Rachel Brosnahan, Nicholas Hoult, Edi Gathegi, Skyler Gisondo, Nathan Fillion, Isabela Merced, Marìa Gabriel de Farìa, Anthony Carrigan, Pruitt Taylor Vince, Neva Hawell, Sara Sampaio, Fank Grillo, Mikaela Hoover.

Superoistico/Fantastico/Azione

Usa 2025













Il DC Extended Universe è morto. E, va detto, contrariamente agli auspici, spesso violenti, dei redditers fan di Zack Snyder, non tornerà mai in vita.
Circa dieci anni dopo l'esordio in sala de L'Uomo d'Acciaio, l'esperimento dell'universo supereroistico condiviso di Warner e DC Comics si è rivelato un tonfo che ha quasi affossato la prima e fa ridere vedere oggi quei fanboys che non vogliono rassegnarsi alla sconfitta, quando, ad ogni singola uscita, magari erano proprio loro che criticavano ferocemente la visione di Snyder e soci.
Il nuovo DCU di James Gunn e Peter Safran esordisce ora con Superman Legacy, ribattezzato subito semplicemente Superman. Per Gunn è la prova del nove, dopo essere stato acclamato per la bella trilogia sui Guardiani della Galassia in casa Marvel e aver creato l'altrettanto bello The Suicide Squad per lo Snyderverse.
Un esordio che ha scatenato le solite polemiche di paglia nel fandom, che come sempre non ci perde nulla a massacrare un film basandosi su pochi fotogrammi dei trailer, oltre che a scatenare la perplessità degli spettatori durante le proiezioni test, tanto che Gunn ha dovuto rimettere mano al montaggio più volte, pare arrivando addirittura a cambiare l'intera struttura del film. Uscito in sala, nonostante i molti pareri positivi, ha poi finito per dividere il pubblico. Ed è del tutto normale che un film del genere, che non vuole scendere praticamente mai a compromessi nella sua visione, divida tutto e tutti.


Gunn, in buona sostanza, unisce il classico al moderno, in questa sua lettura del personaggio.
Dal passato torna la visione coloratissima e un po' camp del mondo dei supereroi, che lui riesce a portare in scena in modo serio senza scadere nel ridicolo involontario o nel pretenzioso, come già faceva in The Suicide Squad. Al bando supertizi in abiti scuri e dal cipiglio depresso, ecco arrivare su schermo gli assistenti robot di Kal-El nella Fortezza della Solitudine o il simpatico cagnolino Krypto, ma anche quel Metamorpho il cui design è praticamente lo stesso dei fumetti della Silver Age, compreso il bizzarro accostamento di colori. Allo stesso modo, tornano tutti i concetti più strambi, come gli universi tasca e l'esistenza di molteplici forme di superpoteri e di forme di vita aliena, che Gunn introduce con nonchalance, senza aspettare seguiti o spin-off.
Nel mondo del Superman del 2025, i supereroi esistono da generazioni e il mondo si è abituato a crisi dimensionali e invasioni aliene. Gunn non insulta l'intelligenza dello spettatore, che al pari degli abitanti di Metropolis conosce concetti del genere da almeno 25 anni. Tanto che omette persino il solito racconto di origini per concentrarsi direttamente su storia e personaggi.



Proprio storia e personaggi rappresentano la parte moderna del film.
Tutta la trama prende le mosse dal fatto che Superman si permetta di interferire in un'invasione programmata di uno stato dell'est Europa ai danni di un altro e non c'è neanche bisogno di specificare a cosa in realtà Gunn si riferisca. Il personaggio di Superman diventa così il paladino degli oppressi, non solo dei deboli, un eroe che non ha confini e non si piega alle logiche moderne, non a quelle dell'inerzia politica, tantomeno quelle che vorrebbero gli eroi come dei semplici brand delle aziende, con la Justice League che diventa praticamente un esercito privato.
Un Superman che diventa qui ancora più umano, piegato dai sensi di colpa derivanti dalle sue azioni, insicuro sul fatto che il suo ruolo nel mondo sia effettivamente positivo, ma che nonostante tutto si batte per un ideale di giustizia che non conosce distinzioni, cosa che riporta il personaggio praticamente alle sue origini, persino quando si decide di rileggere il ruolo dei Kryptoniani (cosa che probabilmente verrà rettificata nei seguiti), un pacifista che sfida tutto e tutti in nome del suo ideale. Tanto che non si può reagire con un sorriso amaro quando questo Superman esclama che essere buoni in un mondo di cattivi è la cosa più punk possibile.
Laddove Superman incarna (nuovamente) il meglio dell'umanità, Lex Luthor anche al cinema diventa l'incarnazione del peggior lato dell'essere umano, un omuncolo che, nonostante l'intelligenza superlativa, è schiavo dei peggiori vizi umani, ossia la megalomania e l'invidia. Lo scontro tra i due diviene quello tra i due poli opposti dell'uomo, oltre che quello tra due persone dai grandi talenti, ma dall'insicurezza altrettanto grande. Entrambi restano sempre ancorati ai ruoli di superbuono e supercattivo, non ci sono scale di grigio, si tratta pur sempre di un racconto supereroistico, ma pur senza strafare, Gunn rende credibili queste due figurine, proprio perché fa leva sulla loro estrema umanità; che nel caso di Superman, diviene ancora più marcata, riportandolo alla visione che Donner e Reeve avevano del personaggio. E nonostante si odano anche le fanfare di John Williams, richiamate in servizio perché oramai indissolubilmente legate al personaggio, non siamo dalle parti di un Superman Returns: qui c'è il rispetto per il passato, ma non la sua feticizzazione.


Se nella scrittura Gunn crea così un perfetto distillato del personaggio, nella messa in scena fa anche di più e porta su schermo tutte le possibili situazioni nelle quali lo spettatore può immaginare l'Uomo d'Acciaio. Ecco dunque Superman combattere contro un kaiju nel centro di Metropolis, prendere a cazzotti una sua nemesi, volare tra gli universi e interagire con altri superuomini, oltre che ad intrattenere una tormentata storia d'amore con una Lois Lane agguerrita, perfettamente incarnata dalla bellissima Rachel Brosnahan. E persino l'amico Jimmy Olsen qui diventa parte attiva del racconto e sveste i panni del "simpatico sfigato" per divenire un vero e proprio tombeur des femmes, in un'inversione ironica che paradossalmente finisce per funzionare a dovere.
Gunn paga certamente quando si tratta di infilare tutti gli elementi possibili in una storia di poco più di due ore, con lo script che spesso risulta didascalico, soprattutto nei primi minuti; ma la sua visione è certamente coerente e spettacolare.


Tanto che alla fine, non sarebbe sbagliato definire quello di James Gunn come IL film di Superman: qui c'è tutto ciò che ha reso celebre e amato il personaggio, cucito in una confezione spettacolare dove però il racconto non cede mai passo agli effetti.
E' normale detestarlo: chi è abituato agli eroi DC come personaggi depressi e violenti non potrà che inorridire davanti ai colori sgargianti e al volto umano di David Corenswet. Chi invece conosce il personaggio dai fumetti o dal classico di Richard Donner, non può che apprezzare questa sua nuova lettura.

martedì 8 luglio 2025

Hollywoodland

di Allen Coulter.

con: Adrien Brody, Ben Affleck, Diane Lane, Bob Hoskins, Robin Tunney, Kathleen Robertson, Lois Smith, Philio Mackenzie, Caroline Dhavernas.

Biografico/Giallo/Drammatico

Usa, Canada 2006

















Nel Maggio 1995, alla notizia dell'incidente che paralizzò a vita Christopher Reeve, la mente di molti spettatori e dei fan dell'Uomo d'Acciaio di casa DC non poté che correre ad un altro tragico evento che colpì uno degli storici interpreti di Superman.
Il 16 Giugno 1959, il corpo di George Reeves, che prestò volto e corpo a Superman a partire dal 1951, venne ritrovato senza vita nella sua casa di Los Angeles. Morto a soli 45 anni, Reeves lasciò un segno indelebile nella cultura popolare e per anni fu il suo volto ad essere quello associato direttamente al personaggio.
Ma il suo nome e la sua morte sono ricordate tutt'oggi per il mistero che ancora li permea. Sebbene inizialmente registrato come suicidio, il decesso lasciò perplessi molti di coloro che assistettero alla scena del crimine e soprattutto di chi conosceva la tumultuosa vita privata dell'attore.
Nel 2006, oltre cinquant'anni dopo gli eventi, Hollywood decide di rievocare la figura di Reeves in Hollywoodland, mix tra crime drama e biografia vera e propria atto a chiarire molti dei lati oscuri della vita e della morte dell'interprete.


Un'opera che all'epoca venne accolta molto bene: Allen Coulter ricevette una nomination come miglior regia al Festival di Venezia e la performance di Ben Affleck, che una decina d'anni dopo, paradossalmente, avrebbe combattuto Superman in Batman v. Superman- Dawn of Justice, gli valse parecchi riconoscimenti, compresa la Coppa Volpi.
Hoollywoodland rievoca la morte di Reeves tramite gli occhi di Louis Simo (Adrein Brody), immaginario detective privato losangelita incaricato di scoprire la verità dietro la morte dell'attore. La vita di quest'ultimo viene ricostruita per il tramite di flashback atti a disvelarne l'ascesa alla fama e la caduta in disgrazia, entrambe dovute a due figure femminili: l'amante Toni Mannix (Diane Lane), moglie di Eddie Mannix (Bob Hoskins), boss della MGM (la cui figura sarebbe poi stata rievocata dai fratelli Coen in Ave, Cesare!) e la fidanzata Leonore Lemmon (Robin Tunney).


Le ipotesi sulla morte di Reeves sono tre, ossia suicidio, omicidio per mano della Lemmon e assassinio per conto di Mannix, scontento di come la sua relazione con la Lemmon avesse causato la depressione della moglie Toni. 
Coulter e lo sceneggiatore Paul Bernbaum decidono di non dare una risposta al mistero, propongono tutte e tre le piste e lasciano che sia lo spettatore a decidere cosa davvero sia successo quella fatidica sera. Il focus del film riguarda piuttosto la persona di Reeves e, soprattutto, il mondo in cui questo si muove, un mondo fatto di gelosia e invidia, dove non esistono valori umani comunemente intesi.


Hollywood è il luogo dei sogni, ma la fama è sempre un'arma a doppio taglio. Una statuizione che nel 2006 era già vecchia, ma che qui trova la giusta forma.
Reeves diventa una star dalla sera alla mattina, ma le sue ambizioni vengono frustrate dal typecasting: a metà degli anni '50, essere il volto del supereroe per antonomasia era motivo di scherno e il costume di quello che già all'epoca era un'icona popolare non era percepito diversamente da quello di un comune clown.
Reeves diventa così l'ennesima vittima della cultura dell'apparire, di un mondo dove a nessuno importa davvero del talento o dell'ambizione, solo della vendibilità di un volto. Nella rievocazione tornano alcuni degli episodi più famosi a lui associati, come la proiezione test di Da qui all'Eternità durante la quale il pubblico rideva ad ogni sua apparizione e persino l'aneddoto secondo cui ad un evento pubblico un bambino cercò di sparargli con una vera pistola, per scoprire se fosse davvero a prova di proiettile, confinato in un sogno di Simo vista la sua poca plausibilità.
Il personaggio di Simo, poi, da buon detective, è lo strumento con il quale scandagliare la corruzione sottostante al business spietato, con i capi degli studio che arrivano ad utilizzare la polizia per spazzare lo sporco sotto al tappeto. A Hollywood non c'è genuinità, ciò che conta è la pura apparenza, dunque anche il mistero della morte di un attore è meglio che resti tale, con il fardello dell'indecifrabilità degli eventi che viene simboleggiato dalla figura dell'anziano culturista, apparizione lynchiana che accompagna Simo ogni qual volta sembra progredire con l'indagine.



Su tutto vige una coltre di tristezza, un'atmosfera mesta e funerea. La fotografia di Jonathan Freeman (poi attivissimo in televisione) desatura i colori e li vira al seppia, tecnica solitamente utilizzata per generare un sentimento nostalgico, che qui viene sostituito da uno di pura tristezza.
Hollywood diventa così non il luogo in cui i sogni si avverano, ma quello in cui sogni e ambizioni finiscono per morire, parabola malauguratamente calzante se si guarda alla figura di Reeves.
Laddove il cast fa il suo dovere e persino Ben Affleck riesce a creare un personaggio affascinante e empatico, la regia di Coulter è forse troppo vicina ad un formato televisivo, troppo ancorata alle parole della sceneggiatura, adagiandosi su di una narrazione "classica" che riesce sicuramente a trasmettere il giusto mood, ma che a tratti si dilunga sin troppo senza che nulla venga davvero aggiunto alla narrazione.



Hollywoodland è così un ritratto riuscito, anche se non memorabile, una rievocazione  di una figura suo malgrado tragica che ha fatto epoca, nonostante oggi sia poco ricordato.

martedì 13 maggio 2025

Thunderbolts*

di Jake Schreier.

con: Florence Pugh, Lewis Pullman, Sebastian Stan, David Harbour, Julia-Louis Dreyfus, Wyatt Russell, Olga Kurylenko, Hannah-John Kamen, Geraldine Viswanathan.

Azione/Fantastico

Usa, Australia, Canada 2025
















---CONTIENE SPOILER---

I Marvel Studios stanno risalendo la china? Al momento sembrerebbe di si.
Perché di certo Captain America- Brave New World è un film mediocre e insipido, ma decisamente un passo avanti rispetto all'inqualificabile The Marvels; così come Daredevil- Rinascita è l'ombra di quel primo Daredevil televisivo che una decina d'anni fa incantò gli spettatori, ma è sicuramente migliore di tanta spazzatura in streaming targata Marvel vista su Disney+. E persino quel Agatha All Along, da molti deprecato, è un'operazione riuscita e simpatica.
Thunderbolts* sta ricevendo parecchi consensi finanche in quel fandom che un tempo idolatrava qualsiasi cosa avesse il logo della Casa delle Idee, ma che ora ne depreca qualsiasi incarnazione, segnando un primo passo avanti nel ritorno alla forma di una casa di produzione la cui caduta in disgrazia era forse inevitabile. Il che è paradossale se ti tiene conto sia in parte di ciò che effettivamente è l'operazione alla base del film, sia del gruppo di supertizi al quale si ispira.



















Il primo gruppo a portare il nome del film, creato da Kurt Busiak nel 1997, era composto da un manipolo di supercriminali che si spacciava per supereroi, guidati da quel Barone Zemo visto anche nel MCU, in un periodo nel quale  i Vendicatori e i Fantastici Quattro erano deceduti nell'evento Onslought, lasciando l'universo 616 privo dei suoi eroi più potenti. Dei cattivi che iniziano a "fare giustizia" come mezzo per coprire le proprie malefatte, ma che finiscono per trovare un vero senso di giustizia nelle loro azioni, divenendo, a loro modo, dei buoni. Una trovata intrigante, che però ha avuto poco fortuna, nonostante tra le varie incarnazioni i Thunderbolts siano stati in giro per una quindicina d'anni abbondante.
D'altro canto, la formazione più celebre del gruppo, risalente ai tempi di Marvel Now!, vedeva tra le fila alcuni degli antieroi Marvel più amati, ossia Elektra, il PunitoreDeadpool e Agent Venom, guidati in battaglia dall'Hulk rosso Thunderbolt Ross.


La formazione del film, invece, si rifà alla serie più recente, probabilmente tirata su appositamente per scopi pubblicitari, e vede un gruppo creato letteralmente con gli scarti del MCU: U.S. Agent da The Falcon and the Winter Soldier, quel "Taskmaster-Terminator" visto in Black Widow, Red Guardian, quella Ghost vista la prima e ultima volta nel brutto Ant-Man and The Wasp, Bucky Barnes e Yelena Belova, che assume il ruolo di leader al servizio di Valentina De Fontaine, praticamente nuova Nick Fury, il cui allineamento morale va però dal grigio al nero cupo. Un gruppo di "sfigati", supereroi di riserva in cerca di rivalsa che nel film alla fine diviene praticamente la nuova formazione degli Avengers, da cui l'asterisco del titolo, in un arco narrativo tutto sommato piatto.
Decisamente più interessante è l'inclusione, nei panni dell'antagonista, di Sentry, uno dei personaggi più singolari di tutta la vita editoriale Marvel.



















Sentry non è che il Superman della Marvel, visto che ne ha praticamente tutti i superpoteri e persino una grossa S sul costume. Tutto qui? Certo che no.
Il suo creatore è quel Paul Jenkins che, soprattutto grazie alla sua run su Hellblazer, si è imposto come un narratore anticonvenzionale persino quado si cimenta in operazioni più mainstream. E la sua prima miniserie sul Superman Marvel di convenzionale aveva ben poco.



Introdotto come un uomo comune, Sentry è Robert Reynolds, alcolizzato di mezza età che inizia ad avere strani ricordi su di un passato da supereroe e, contemporaneamente, visioni future del ritorno della sua mortale nemesi, una creatura amorfa chiamata Void. Pian piano i superpoteri iniziano a manifestarsi, ma se lui è davvero un superuomo, perché nessuno ha memoria degli eventi che lo hanno visto protagonista?
Reynolds inizia così un viaggio per recuperare i ricordi perduti, incontrando tutti gli eroi dell'universo 616, fino ad una scioccante rivelazione: lui era davvero Sentry e ha combattuto, assieme agli altri eroi, Void in una battaglia che ha causato milioni di morti. Ma il vero colpo di scena in realtà è un altro: Void altro non è che la manifestazione del suo subconscio, quindi più Sentry compie azioni eroiche, più Void ha la possibilità di prendere forma fisica. L'unica soluzione era quindi quella di obliare ogni ricordo riguardo a quegli eventi.
Jenkins crea così non solo un classico eroe tormentato, ma anche una intrigante declinazione sulla necessaria coesistenza tra bene e male e sulla tematica della malattia mentale, in una delle miniserie più interessanti della Marvel post 2000. Nonché quello che è praticamente uno degli ultimi supereroi originali sfornati dalla Casa delle Idee, visto che da lì a poco si sarebbero limitati a cambiare l'identità segreta degli eroi classici.
Sentry viene poi bene o male incluso nel roaster principale degli eroi e la sua origin story rimodulata per adattarsi meglio all'universo Marvel, con tanto di collegamento al progetto del Super Soldato: i poteri gli sono stati infatti concessi da una variante della formula che aveva creato Capitan America, grazie ad un serio che aveva ingerito durante una crisi di astinenza, portando avanti la sua caratterizzazione di eroe afflitto dalla tossicodipendenza.
La seconda serie di Sentry compie poi un'operazione ardita, ma che alla fine paga, ossia includere persino Paul Jenkins come personaggio: in una simpatica mossa metatestuale, si scopre come la prima miniserie altro non fosse che un fumetto pubblicato nell'universo 616. Il vero Sentry si era messo in contatto telepatico con Jenkins e aveva ispirato quella storia, la quale è stata rielaborata dall'autore. La differenza sta nel fatto che il legame tra Sentry e Void è meno forte di quanto visto in precedenza, quindi Reynolds ora può usare più liberamente, combattendo al fianco degli eroi classici. Anche se, in un ulteriore ribaltamento, finisce per diventare il braccio armato di Norman Osborne nella miniserie Regno Oscuro, portando il caos nel mondo, culminando in una delle vignette più iconiche della storia Marvel, nella quale apre in due il dio Ares.

























Thunderbolts*, inteso come film, appare essere un'operazione derivativa. Inutile girarci attorno: questo non è altro che il Suicide Squad del MCU, con un gruppo di reietti quasi tutti privi di veri superpoteri chiamati a combattere una minaccia sovrannaturale e soverchiante per conto di una dirigente dei servizi segreti (qui anche imprenditrice) dalla moralità dubbia, in una storia immersa in un tono sarcastico e abrasivo. Forti però sono anche altre due influenze, ossia quella di The Boys per il modo in cui Sentry viene reinventato, divenendo praticamente un supereroe costruito ad hoc da un'azienda privata per scopi militari; oltre che l'influenza dell'ancora sottovalutato Legion per il modo in cui la psiche tormentata di Reynolds, qui ribattezzato con il diminutivo Bob, prende forma.
Ed è anche bene mettere in chiaro un'altra e più ovvia cosa: nonostante il film si chiami Thunderbolts, i Thunderbolts non sono il vero perno della narrazione.















Sebbene lo script tenti di mettere al centro di tutto i superproblemi di Yelena, di suo padre Alexei, del "Capitan America scartato" John Walker e persino di quella Ghost che anche qui lascia il tempo che trova, è Bob ad essere non solo il vero motore degli eventi, ma anche il vero centro emotivo di tutto il film. Se i Thunderbolts finiscono per essere delle macchiette in un film che serve praticamente solo a riunirli, con la conseguenza che tutta la prima parte risulta a tratti raffazzonata e quasi noiosa, per fortuna il modo in cui il personaggio di Sentry viene trasposto finisce per salvare il film e renderlo davvero interessante.
Bob ha innanzitutto il volto perfetto di Lewis Pullman, che riesce a comunicarne magnificamente la fragilità e le insicurezze. Void viene poi reinterpretato come non più una semplice manifestazione del subconscio del personaggio, ma come il coacervo di tutti i sentimenti negativi che reprime, una forza astratta che divora qualsiasi cosa si trovi innanzi per trasportarla in una dimensione altra nella quale ciascuno è chiamato a confrontare i propri timori e quel dolore rimosso che solitamente si cerca di seppellire nel profondo.
Tale manifestazione prende le mosse non solo dalla depressione che affligge lui così come Yelena, che qui diventa forza empatica e salvifica, ma anche dal disturbo dissociativo che ha sviluppato a causa dei traumi infantili. Una tematica brutale, che il film riesce a maneggiare tutto sommato a dovere, declinandola con la giusta sensibilità, senza scadere nel pedante, né nel patetico. E, soprattutto, dando una morale tutto sommato giusta, soprattutto per il giovane punto di riferimento del pubblico: il dolore si supera solo aprendosi al prossimo.


















Per il resto, questo Thunderbolts* è giusto un simpatico film d'azione, condotto con mano altalenante da un regista, Jake Schreirer, praticamente al secondo lungometraggio e che si è fatto le ossa con i videoclip e le serie in streaming (tra le quali spuntano episodi dei simpatici Al Nuovo Gusto di Ciliegia e Star Wars- The Skeleton Crew); una regia di buon mestiere, soprattutto nel dar vita alle scene d'azione e alle visioni, che paradossalmente incespica nei momenti più rilassati, i quali durano troppo e ben avrebbero potuto essere sfoltiti in sede di montaggio.
Un nuovo exploit che è solo l'ennesimo tassello nell'ennesimo mosaico Marvel. Nulla di memorabile ma tutto sommato ben condotto, per questo meglio di quanto visto ultimamente.

venerdì 28 febbraio 2025

Captain America: Brave New World

di Julius Onah.

con: Anthony Mackie, Harrison Ford, Giancarlo Esposito, Tim Blake Nelson, Danny Ramirez, Shira Haas, Xosha Roquermore, Carl Lumbly.

Azione/Thriller

Usa 2025













Ricapitoliamo tutta la storia produttiva di "Captain America: Brave New World".
La produzione inizia ufficialmente a metà del 2021, praticamente subito dopo la pubblicazione dell'episodio finale di The Falcon and the Winter Soldier su Disney+, sotto il titolo di "Captain America: New World Order".
A riprese completate, il test-screening è un disastro, con il pubblico che lo definisce come uno dei peggiori exploit dello MCU. Una prima sessione di riprese aggiuntive per "aggiustare" il prodotto entra quindi subito in produzione, ma al secondo test-screening il risultato non è migliore e nel frattempo il film cambia anche titolo in "Brave New World", con il preciso scopo di non stuzzicare i cospirazionisti perdigiorno. Arriva dunque una terza sessione di riprese, a conclusione della quale viene anche rivelato il primo teaser del film e fissata la data di uscita al 14 Febbraio 2025, circa quattro anni dopo l'inizio della produzione. Nel mentre, un'ulteriore sessione di riprese viene effettuata per cercare di creare un prodotto con un minimo di coerenza.
Una storia produttiva che ricorda quella di Ant-Man, il quale fu scritto in un modo da Edgar Wright, girato in un altro da Peyton Reed dopo il suo licenziamento e montato in un terzo per cercare di rendere il tutto più fluido. Ma se in quel piccolo exploit le tre visioni bene o male riuscivano a mescolarsi, qui la sensazione di guardare un qualcosa di monco è evidente.



Cosa sia rimasto del progetto originario non è chiaro. Alcune voci di corridoio parlano della presenza iniziale di She-Hulk come villain aggiuntiva al fianco del Leader, eliminata sia per il flop della serie omonima, sia per l'effetto ridicolo del suo ruolo nella storia: pare che l'eroina avrebbe dovuto cambiare bandiera solo per, letteralmente, attirare l'attenzione del cugino. Modifica praticamente confermata è invece quella che ha visto i cattivi della Serpent Society, storico gruppo di avversari di Capitan America presenti anche nel film finito; nei piani originari avrebbero dovuto avere dei superpoteri, ma in fase di post-produzione questi sono stati eliminati e il gruppo è stato ridotto ad un misero drappello di anonimi mercenari.
Destino simile è toccato al personaggio di Ruth Bath-Seraph, supereroina di origine israeliana che avrebbe dovuto avere un ruolo di spicco negli eventi, ma che alla fine è poco più di una spalla, ridimensionamento seguito probabilmente alla scoppio della tragedia di Gaza. Quanto al coinvolgimento di Giancarlo Esposito nei panni del villain Sidewinder, leader dei Serpent, alla fine ciò che resta è solo un tizio armato di fucile che compare di tanto in tanto.
E in tutto questo, non si capisce in quale parte della linea temporale dello MCU questa vicenda sia ambientata, visto che non si fa menzione degli eventi di Secret Wars o di The Marvels, forse prima o forse dopo questi e tutti hanno dimenticato il vecchio presidente e la sua guerra agli alieni.



L'operazione di taglia e cuci tra le varie versioni del film ha così portato ad un prodotto che di certo non fa rimpiangere la bruttezza di The Marvels, ma che alla fine è di una blandezza sconcertante: poco meno di due ore dove nulla risalta, la storia è basilare e priva di veri spunti di interesse e l'azione, pur ben congegnata, è piatta.
La cosa più evidente è come tutta la trama manchi di un focus preciso. Tutto dovrebbe essere trainato dalla vendetta del Leader, che finalmente si mostra a quasi vent'anni dal cliffhanger visto ne L'Incredibile Hulk. Una vendetta volta a mostrare al mondo come il suo carceriere Thunderbolt Ross non sia cambiato, sia ancora il "caccia-Hulk" guerrafondaio delle origini e non un presidente preoccupato per il bene dell'intero globo. Una motivazione in realtà evanescente, che riduce ad un semplice scontro di personalità una storia che avrebbe anche ambizioni da fantapolitica e spy-story.
L'eco di The Winter Soldier è forte nella prima parte, dove il mistero sugli agenti dormienti è il traino principale, così come la tematica della collaborazione mondiale per il corretto sfruttamento delle risorse, qui il mitico adamantio, riletto come il materiale di cui è costituito il celestiale nato alla fine di Eternals e ora calcificatosi.
Ma più il film procede, più questa ambizione si va perdendo e il tutto alla fine si appiattisce sulle più che ovvie coordinate di un thriller d'azione. Fino ad arrivare al mid-point, con il disvelamento del villain e la scelta di virare tutto verso l'action scontato.



La cosa strana che emerge da questo montaggio definitivo è come Sam Wilson non abbia nessun peso narrativo. Il vero protagonista è Thunderbolt: suo è il conflitto, suo l'arco caratteriale. E va dato merito a Harrison Ford, ultraottantenne e a sua detta a che fare con un personaggio nel quale si è limitato a fare lo scemo, il quale non si è risparmiato e ha dato comunque una buona performance. Anthony Mackie, d'altro canto, appare talvolta spaesato, probabilmente a causa delle molteplici sessioni di riprese; ma il problema è proprio il personaggio per se stesso, il quale è il classico "eroe che non si sente all'altezza del mentore", praticamente lo Spider-Man di Homecoming, qui riproposto giusto per dare un senso al fatto che sia lui il protagonista; un conflitto che per di più sembrava aver superato alla fine della serie in streaming e che qui ritorna solo perché altrimenti non avrebbe letteralmente nulla da dire. E quando poi questo Cap senza poteri si rialza come se niente fosse dopo aver subito colpi di accetta e d'arma da fuoco, la sospensione dell'incredulità vacilla.
Quanto agli altri personaggi, c'è davvero poco da dire. Il nuovo Falcon, vero e proprio Robin della situazione, è una macchietta. Ruth Seraph è lì giusto per fare numero e la scelta di far interpretare un ex vedova nera e agente di sicurezza supercazzuta a Shira Haas, attrice di un metro e mezzo, genera matte risate. Quanto al Leader è un mcguffin vivente e nulla più, tutte le potenzialità derivanti da un cattivo il cui potere è praticamente quello di predire il futuro vengono evitate per risparmiarsi mal di testa in sede di scrittura (o riscrittura o ri-riscrittura, chissà).



Juluis Onah ha anche diretto The Cloverfield Paradox, ma il suo curriculum è quello di un autore indie; la scelta di affidargli la regia di un blockbuster, inutile cercare di negarlo, è ascrivibile al suo essere afroamericano (evidentemente solo un nero può dirigere un film su di un Cap nero...). La sua volontà di creare scene divertenti è forte, ma paga lo scotto dell'inesperienza: le coreografie sono convincenti, ma la costruzione delle singole scene è ovvia e priva di inventiva. L'unico momento in cui riesce a dare qualcosa di apprezzabile è ovviamente nello scontro finale contro Hulk Rosso, il quale però dura troppo poco per giustificare la visione.
La noia, come da copione, fa capolino, visto la basilarità della storia e la debolezza della messa in scena. Alla fine, più che ad un blockbuster da sala, sembra di stare guardando un semplice special direct-to-streaming: un qualcosa di dignitoso, ma totalmente dimenticabile.