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venerdì 19 agosto 2022

Nope

di Jordan Peele.

con: Daniel Kaluuya, Keke Palmer, Steven Yeun, Brandon Perea, Michael Wincott, Wrenn Schmidt, Keith David, Devon Graye, Terry Notary, Donna Mills, Barbie Ferreira.

Usa 2022

















---CONTIENE SPOILER---

Ad un tweet nel quale un utente scriveva trionfante, all'indomani dell'uscita americana di "Nope", di come Jordan Peele sia il più grande regista horror mai esistito, Peele ha risposto in maniera secca come in realtà il miglior regista horror di sempre sia John Carpenter e di come l'autore della frase facesse meglio a posare il telefono e a guardare più film.
Al di là dell'onestà intellettuale del regista (di questi tempi a dir poco ben accetta), va comunque notato come il povero twittatore blastato avesse forse ragione ad entusiasmarsi. Jordan Peele è sicuramente l'autore di genere americano più interessante degli ultimi anni e "Nope" ne conferma pienamente il talento dopo i folgoranti "Get Out" e "Us".




E "Nope" rappresenta anche una prima (momentanea?) svolta nella carriera del regista, dove per la prima volta il registro di genere non è asservito ad un testo di stampo politico-sociologico. La natura di afroamericani dei protagonisti non ha davvero un peso negli eventi e si esaurisce nella loro mera lontana parentela con il fantino che ha condotto il cavallo durante la famosa ripresa denominata "Sallie Gardner at a Gallop".
"Nope" è più un film sul cinema, sull'ossessione per la cattura di immagini spettacolari. Lo stesso Peele ha citato come fonti di ispirazioni "King Kong" e "Signs" (oltre che "Neon Genesis Evangelion" per il design finale della creatura, che tra l'altro si somma ad una bella citazione di "Akira"), ossia film dove sono la componente spettacolare e la suspense a trainare la storia. E infatti la sua altro non è che una storia sullo spettacolo, che si sostanzia principalmente anche se non esaustivamente nella sottotrama sullo scimpanzé Gordy.
E' dedicata a lui la cold open, che ci fa credere come la storia di questa scimmia responsabile suo malgrado di una strage sia parte integrante del racconto. Ma questa è in realtà solo una storia tangente, utile a rinforzare la caratterizzazione del personaggio di Steven Yeun e la tematica trainante: noi, in quanto spettatori, siamo attirati dalla visione di creature strane, che esulano dalla nostra quotidianità, soprattutto quando queste si rivelano come predatrici, responsabili di azioni tanto crudeli quanto spettacolari. Oltre alla stabilità impossibilità, nella storia, di poter domare per davvero un predatore.




Tutto il film si concentra sull'atto del guardare. Come spettatori, siamo solitamente chiamati a guardare ciò che accade su schermo, a fissare le azioni dei personaggi dettate dal mostro di turno. Ma il mostro, come Hitchcock insegna, meno viene mostrato, più crea tensione. Peele gioca su quest'aspetto chiedendo anche ai personaggi di non guardare, di legare la loro sopravvivenza al distogliere lo sguardo. Noi, d'altro canto, siamo gli unici che possiamo ammirarlo in tutto il suo terrorifico splendore. Non un atto scopofilo, quanto quello, più basilare e umano, di meravigliarsi di fronte a qualcosa di inusuale.
Da cui deriva la storia di questi personaggi che decidono di documentare, di dare una visione chiara e definitiva su di un criptozoide, forse alieno, forse no, definitivamente qualcosa di lontano dalla nostra realtà. Con la conseguenza che la ripresa diventa atto necessario e la spettacolarizzazione un imperativo. Peele gira tutto in IMAX, cosa inedita per un "semplice" horror, rendendo tutto più grande, più spettacolare, più vivo.




Peele come sempre maneggia magnificamente la tensione e rende la visione sempre tesa, confermando definitivamente il suo talento di autore di genere che con questa nuova fatica trova nuove vie espressive e originalità.

mercoledì 1 settembre 2021

Candyman

di Nia DaCosta.

con: Yahya Abdul-Mateen II, Teyonah Parris, Nathan Stewart-Jarrett, Colman Domingo, Kyle Kaminsky, Vanessa Williams, Tony Todd.

Horror

Usa 2021

















Nonostante l'ottima accoglienza di pubblico e (inizialmente) di critica, la serie di "Candyman" non è riuscita ad imporsi nella memoria collettiva al pari di altre aventi come protagonista icone horror riconosciute, quali "Halloween" o "Nightmare". Candyman, semmai, è rimasto ben impresso nei cuori di pochi appassionati e quella sua prima, potente incarnazione sta venendo riscoperta solo in questi anni come il classico che merita di essere.
Fortunatamente, la tendenza di Hollywood di ricreare il passato in cerca di guadagni facili ha consentito anche al pubblico moderno di conoscere il boogeyman uncinato di Tony Todd, grazie a questa sua nova incarnazione. Jordan Peele, chiamato a dare nuova linfa vitale al personaggio,collabora allo script, mentre l'esordiente Nia DaCosta dirige un finto reboot, in realtà sequel vero e proprio, che riesce ad aggiornare personaggio e tematiche all'era del Black Lives Matter senza rinunciare alla sua natura primigenea, senza snaturarlo né trasformando il tutto in un semplice horror moralista.


Sono passati circa 30 anni dal rogo al Cabrini-Green in cui Helen Lyle perse la vita. Anthony McCoy (Mateen II) è un pittore in crisi di ispirazione che, conosciuta la storia della Lyle, decide di esplorare ciò che resta del complesso di case popolari. Qui incontra Nathan Burke (Colman Domingo), il quale gli racconta la leggenda di Candyman. Affascinato dalla storia, Anthony decide di creare un'esposizione con a tema la violenza razziale e la storia del demone uncinato; il che, ovviamente, avrà ripercussioni sanguinose.


Candyman è, essenzialmente, un mito che ha preso vita. In questa rivisitazione, la mitologia viene ampliata: quello di Daniel Robataille, il Candyman originale, è solo una delle incarnazioni della leggenda, la quale si rigenera e acquista nuova forza con il passare del tempo. Candyman è, essenzialmente, lo spirito dannato della morte violenta del popolo afroamericano, condannato alla dannazione dal razzismo mai sopito, il quale prende la forma di un gigante armato di uncino per mietere vittime non solo innocenti. Facile è fare il paragone con la morte di George Floyd, evocata esplicitamente nel finale, ma lo script di Jordan Peele, per fortuna, non si limita a mettere su carta l'orrore reale, ma lo rielabora in modo universale: la violenza di Candyman è la reazione istintiva di un popolo alla sottomissione, che si consuma in modo brutale e gratuito come quella subita, senza fare distinzione tra colpevoli e innocenti.


Se la violenza, prepotente e feroce, dell'uomo bianco è rimasta la stessa, diverso è il punto di vista sulla storia, ora affidato (per la prima volta nella serie) ad un afroamericano della classe agiata, un pittore, come lo era il Candyman originale, ma figlio della gentrificazione, della riqualificazione di quei quartieri bassi ristrutturati per piacere ai ricchi, per lo più bianchi, suoi colleghi e clienti. Il suo percorso di avvicinamento alla leggenda metropolitana è quasi un percorso di riscoperta delle sue origini (non per nulla, lo porterà a far luce su insospettabili verità del suo passato), ma, prima ancora, è una forma di identificazione con "l'altro", con quel lato oscuro che giace dormiente dentro di lui.


Non è un caso, inoltre, che Candyman qui abbia un nuovo volto, una nuova incarnazione "aggiornata" ai tempi moderni, quel Sherman Fields che non ha la presenza torreggiante o il carisma di Tony Todd; al contrario, ha un volto segnato dalle rughe e dalle cicatrici e un sorriso che può essere sia beffardo che benigno che inquieta sia quando porge l'uncino che le caramelle. Un mostro qui come non mai angelo vendicatore di quella violenza rimossa, ma al contempo assimilata di chi è più prossimo alla vittima. Ma, prima ancora, doppio speculare di Anthony: laddove quest'ultimo è un ricco perfettamente inserito nella società borghese, Fileds era reietto tra i reietti, povero dei quartieri bassi visibilmente afflitto da una forma di ritardo, per questo vittima eccellente della violenza cieca delle autorità.


Piuttosto che rifarsi al mood urban-gothic dell'originale, la DaCosta opta per un approccio onirico alla messa in scena, in cui è il sound design a creare la giusta atmosfera. Il punto di riferimento è lo "Shining" di Kubrick, il cui stile viene omaggiato anche da una "kubrick stare" sfacciatamente inserita nelle inquadrature, ma l'uso della geometricità dell'inquadratura, mai troppo marcata, concede comunque a questo esordio una forma di originalità che non si limita al ricalco della fonte di ispirazione.



Il racconto a tratti si sfilaccia, si perde nella sottotrama del personaggio di Brianna che, per quanto affascinante, non aggiunge nulla alla storia principale. Inoltre il personaggio di Troy, vero e proprio stereotipo gay usato come linea comica, può sembrare fuori posto all'interno di una narrazione altrimenti serissima.
Ma la DaCosta regge bene il racconto, che risulta alla fine riuscito e affascinante, un'ottima rievocazione di un personaggio che meriterebbe davvero più apprezzamento.

giovedì 6 giugno 2019

Noi

Us

di Jordan Peele.

con: Lupita Nyong'o, Winston Duke, Elisabeth Moss, Shahadi Wright Joseph, Evan Alex, Tim Heidecker, Yaha Abdul-Mateen II, Anna Diop.

Thriller/Horror

Usa, Giappone 2019














---CONTIENE SPOILER---


Il successo a sorpresa di "Scappa- Get Out" è stato del tutto meritato e ha permesso a Jordan Peele di imporsi come un filmmaker a dir poco rimarchevole, le cui ambizioni di commentatore sociale sono ben supportate da un talento per la narrazione di genere che, oggi come oggi, si vede ben di rado nel cinema mainstream. E questo nonostante quelle strambe dichiarazioni fatte poco prima dell'uscita del suo secondo lavoro, l'atteso "Us": è davvero razzista affermare di non volere un attore bianco come protagonista dei propri film? Forse no, non c'è vera discriminazione, quanto la presa di coscienza di poter fare qualcosa di inedito, ossia un film prodotto da una major con un grosso budget totalmente interpretato da afroamericani.
Più che le dichiarazioni di Peele per loro stesse, è inquietante il contesto nel quale sono state espresse, ossia l'America dell'era di Trump, dove tra conservatori ottusi, social justice warrior piagnucoloni e femminaziste che hanno distrutto la reputazione del movimento femminista, sembra davvero che il trend sia dato da chi spara la provocazione più grossa; da qui l'incapacità di scindere affermazioni davvero offensive da quelle effettivamente inclusive (vedasi in proposito la figuraccia fatta da Brie Larson qualche mese fa).
Al di là delle polemiche, Peele riesce a regalare, in questa sua seconda prova, un thriller interessante, dove la metafora, benché meno incisiva rispetto al suo esordio, è lo stesso affascinante.



"Us" come "noi", ossia la società americana, quella medio-borghesia nera oramai lontana dalla segregazione, che si è costruita una comfort-zone fatta di case in riva al lago e barche comprate a poco prezzo; arrivata in cima ad una vetta eppure incredibilmente invidiosa di quell'uomo bianco che svetta ancora su di lui, per questo sempre pronta a criticarlo a denti stretti. Una borghesia che sembra essersi dimenticata di tutto, prima fra ogni cosa le proprie origini: il concetto del passato rimosso è l'incipit e la fine del film; all'inizio è il 1986, anno di pieno furore per la Reaganomics, con la lunga catena umana che attraversa il continente da New York a Santa Monica come opera benefica a favore dei meno abbienti. Ovverosia, una pura dimostrazione senz'anima, dove l'unità sociale è solo uno specchietto per le allodole, un'immagine priva di anima.
Così come speculari privi di anima sono le misteriose creature che fuoriescono dal sottosuolo, da quei tunnel e canali dimenticati da secoli (tra i quali, forse, rientra anche la fantomatica ferrovia sotterranea che consentiva agli schiavi di fuggire dal sud verso il Canada); "Us" quindi anche come "United States", ossia un paese che è l'ombra senz'anima di ciò che dovrebbe essere, un ultracorpo nato non nello spazio profondo, ma in quei meandri della nazione dove risiedono seppelliti i valori ormai dimenticati.



I doppi sono nulla più che gli stessi protagonisti (da qui anche quel colpo di scena finale intuibile e neanche spiazzante). Se il padre di famiglia è un omaccione che sbraita, la figlia è un'atleta un pò viziata e il figlioletto è patito di magia che vive chiuso nella propria passione, la madre di famiglia e punto di vista di tutta la vicenda altro non è se non un riflesso continuo, un personaggio privo di qualsivoglia tratto caratteristico che non sia la reazione all'ambiente che la circonda; da qui la sua duplice valenza di unica persona in grado di distaccarsi da quella società omologatrice e dimentica di sé, nonché di "carta bianca", di essere privo di una identità che non sia rispecchiata nel suo ruolo di madre di famiglia.




Il doppio diviene così versione deformata e deformate del sé, o quantomeno di quella percezione del sé che i personaggi hanno o credono di avere. Una società nella società dove tutto è un'iperbole, ogni azione un'imitazione di quella reale, ripetuta senza senso, come pura azione speculare, in un rito privo di raziocinio e passione, quindi privo di senso.
Questi "zombi ancora in vita" cercano di impadronirsi del mondo in un meccanismo narrativo non troppo dissimile da quello visto ne "La Notte dei Morti Viventi"; ma se nel classico di Romero il diverso era l'incarnazione della paura strisciante, per Peele il diverso è simile all'ultracorpo, appunto, del classico di Don Siegel, ossia una copia carbone dell'essere umano, privo però di anima, per questo creatura mostruosa e grottesca, riflesso ghignante di un paese che ha dimenticato i propri valori, le proprie radici e la cui identità è data unicamente dalla ripetizione di gesti; persino l'atto di ribellione culmina nella riproposizione di quella catena umana che già nella sua forma originale era puro atto di omologazione privo di effettiva volontà di ripercussione nell'ambito sociale.




Se la metafora è forte e ben supportata da un simbolismo basilare ma estremamente efficace, meno convincente è la costruzione della mitologia dei doppi, troppo vaga e scontata, sino a mettere a dura prova la sospensione dell'incredulità.
Peccato tutto sommato scusabile a fronte di un'esecuzione quasi impeccabile, nella quale Peele riesce a infondere una sensazione di terrore strisciante sin dalla prima scena, usando come mezzo terrorifico la sola inquadratura, prova della sua ottima preparazione di cineasta di genere.

giovedì 18 maggio 2017

Scappa- Get Out

Get Out

di Jordan Peele.

con: Daniel Kaluuya, Allison Williams, Catherine Keener, Bradley Whitford, Caleb Landry Jones, Marcus Henderson, Stephen Root, Lil Rel Howery.

Thriller

Usa 2017















---CONTIENE SPOILER---

Non è un casualità il fatto che "Get Out" sia stato definito come il "film caso" dell'anno. E questo perché ha tutte le carte in regola per esserlo: è un thriller spiazzante, che corre sul filo del ridicolo, ma che riesce miracolosamente ad essere sempre credibile e coerente. E l'esordio al cinema come regista di Jordan Peele, attore televisivo che assieme a Keegan-Michael Kay ha dato vita ad un duo comico di successo nella serie televisiva "Key e Peele" e che si cimenta per la prima volta con un registro di genere in una produzione Blumhouse, dimostrando tra l'altro un ottima mano. Ed è sopratutto un film perfettamente figlio dell'era post-Obama, che riesce a fare il punto sulla situazione razziale in America che vive sospesa in un'atmosfera di forzato perbenismo che convive con uno sconcertante e pulsante razzismo, dove al cinema si celebra la furba vittoria agli Oscar di un film come "Moonlight" , mentre per le strade i poliziotti sembrano essere tornati ad imbastire le "cacce" al nero.




"Get Out" è un thriller che poggia su di una premessa stravista: qualcosa di sinistro accade dietro le quinte, ma fino alla fine del secondo atto non è dato sapere se ci sia davvero un "male" all'opera o se sia tutto dovuto alla paranoia del protagonista. Ed a contare sono il colore della pelle e la situazione impostata, quella di Chris (Daniel Kaluuya, inglese ma perfettamente in parte nel ruolo dell'americano paranoico), afroamericano fidanzato con la bella e bianca Rose (Allison Williams), il quale deve passare un week-end in provincia per conoscere i di lei genitori, esponenti dell'alta borghesia.




L'atmosfera è da subito spiazzante: giardiniere cameriera di colore accolgono lo sventurato innamorato, mentre un fratello un pò troppo invadente (Jones) sembra incarnare anche fisicamente quel white trash razzista pronto a spuntare anche tra le mura più immacolate.
L'essere circondato da bianchi ricchi porta a galla una verità scottante: la paura che l'afroamericano nero tutt'oggi ha di certa classe dirigente, pronta ad essere vista sempre come prevaricatrice e chiusa. La paranoia di quel passato pesante esplode ad ogni minimo pretesto, inghiottendolo in circolo vizioso fatto di false intuizioni e paure soffocanti.




Finché nel terzo atto queste si concretizzano: i bianchi sono davvero negrieri, pronti a togliere tutto al nero, persino quel suo corpo che ritengono (a torto?) biologicamente superiore. E l'americano medio bianco, che fino a ieri si costringeva a fare finta di niente, ora deve guardare in faccia la realtà: il razzismo esiste tutt'ora, coperto sotto una patina di perbenismo che ben facilmente può essere lacerata. Cosicché le paure del bianco e del nero finiscono per coincidere: il passato fatto di sopraffazione e segregazione è ancora vivo, pulsante tra le mura domestiche, situato a pochi chilometri dalle grandi città, in luoghi solo in apparenza remoti.





Peele non fa sconti e benché declini il tutto da afroamericano, riesce sempre a non essere tedioso nella metafora di fondo; persino quando esagera con i simbolismi (il cotone che diviene strumento di salvezza) o con un registro comico un pò forzato (il personaggio di Rod, che forse vuole essere un omaggio agli sceriffi di "L'Ultima Casa a Sinistra" essendo talmente sopra le righe da apparire sempre e comunque fuori luogo); fino a creare un thriller teso con una metafora scottante e convincete.
Tanto che più di "film caso", si spera si possa parlare presto di "film di culto": l'intelligenza non manca, il mestiere neanche. E forse, come declinazione dello status di sottomissione e "miseria" dell'afroamericano medio, vale molto più questo thriller satirico di quel drammone codardo che tanto ha fatto innamorare l'Accdemy.