Visualizzazione post con etichetta Jacques Audiard. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jacques Audiard. Mostra tutti i post

lunedì 20 gennaio 2025

Emilia Pérez

di Jacques Audiard.

con: Zoe Saldana, Karla Sofia Gascòn, Selena Gomez, Adriana Paz, Edgar Ramìrez, Mark Ivarinr, Eduardo Aladro, Emiliano Hasan.

Musical/Drammatico

Francia, Belgio, Messico, Usa 2024
















Le polemiche riguardanti il successo ai Golden Globe di Emilia Pérez sono il perfetto specchio della società post-woke. Siamo talmente tanto abituati a vedere brutti film premiati solo per il loro presunto impegno che quando una pellicola è tutto sommato davvero meritevole di lode, ma tratta di argomenti "woke", la si liquida immediatamente come brutta e sopravvalutata.
Decisamente più fondate appaiono invece le forti critiche che la comunità LGBTQ+ e quella del natio Messico gli hanno rivolto, con la prima che lo accusa di essere retrogrado e la seconda di perorare stereotipi razziali. 
Pioggia di critiche e polemiche che rappresenta un peccato, non tanto per l'effettivo valore del film in sé, quanto per il valore di Jacques Audiard come autore, che sembra finalmente essere riuscito a fare breccia anche ad Hollywood dopo che il pur bello I Fratelli Sisters non gli aveva certo spalancato le porte degli studios.




Una storia presto detta, quella alla base del film: Rita (Zoe Saldana) è un'avvocata messicana che si ritrova a dover difendere uomini rei di violenza sulle donne. Frustrata da tale situazione, ha un'inaspettata occasione di riscatto quando il boss del cartello Manitas (Karla Sofia Gascòn) la coarta per organizzare la propria transizione sessuale, diventando Emilia Pérez.




Il fatto che questo bizzarro musical d'autore sia poi stato attaccato per il suo essere woke è anche alquanto stano, visto che la "morale" è quantomai anti-progressista: si può cambiare il proprio corpo per accomodarlo ai propri sentimenti, ma la vera natura di una persona prescinde dal suo sesso.
In fondo è questo l'assunto alla base di Emilia Pérez, con il personaggio del titolo che cerca di cambiare vita, inizia un vero e proprio percorso di redenzione che la porta ad aprire una onlus per l'identificazione dei desaparecidos vittime del cartello e il sostegno ai loro famigliari, come pegno per la sua vita di violenza; ma alla fine il suo carattere possessivo e opprimente torna lo stesso a galla, portando alla tragedia. 
In fondo, la vita non è come quella che Zoe Saldana canta, non è vero che un corpo nuovo crea una nuova persona, essendo l'anima, il carattere, la coscienza e tutto il nugolo di fattori interiori non per forza ancorato in modo diretto all'involucro che lo ospita. Non per nulla, anche quando Emilia è ancora Manitas lo vediamo già ricoprire il ruolo di genitore amorevole, di persona sensibile, quasi buona pur nel suo essere un pezzo grosso del cartello con un volto da psicopatico.




Se l'assunto è tanto semplice quanto condivisibile (benché abbia comprensibilmente suscitato le ire della comunità trans), lascia perplessi il perché Audiard abbia davvero deciso di usare il registro musicale.
Il suo stile si è spesso basato sulla contrapposizione tra storia e racconto, basta ricordarsi di come Sulle mia Labbra fosse praticamente una commedia condotta come un thriller. Ma se tale dissonanza in passato ha pagato, qui non si può che restare dubbiosi davanti all'incedere dei numeri musicali immersi spesso in una fotografia livida, coreografati in maniera minimale, installati in una costruzione delle scene sempre basata sulla camera ad altezza uomo che non permette loro di respirare davvero anche quando le canzoni trattano di vita e felicità, il tutto per raccontare il dramma personale di una donna che cerca invano di redimersi e quello collettivo di una nazione schiava della violenza.




La musica non riesce ad amplificare davvero temi e sentimenti, finendo più che altro per porsi come un interludio alla prosa. E se nella costruzione della scena spesso fa correre la mente corre all'Annette di Leos Carax (dove però le emozioni riuscivano a risaltare grazie alle note), a conti fatti il risultato che Audiard ottiene è più vicino a quello di Joker: Folìe à Deux
Nonostante la costante ricerca, il dramma finisce così per non avere vera forza e l'impegno a non trovare mai davvero effettiva incisività. Anzi, la giustapposizione tra la leggerezza del registro musicale e la tematica della violenza del cartello, descritta in modo crudo, finisce per portare alla mente quella dissonanza che prelude al ridicolo dell'ormai dimenticato Imagining Argentina, che pure parlava di desaparecitos tentando di amplificare il dramma questa volta con un registro fantastico, fallendo in toto.



Emilia Pérez finisce così per essere fatalmente un dramma incolore e un musical piatto. Una prova non riuscita per Audiard che al massimo ne conferma la sola ambizione, nella quale le uniche due cose da salvare sono le protagoniste.

mercoledì 12 giugno 2019

I Fratelli Sisters

Les Fréres Sisters

di Jacques Audiard.

con: John C. Reilly, Joaquin Phoenix, Jake Gyllenhall, Riz Ahmed, Rebecca Root, Rutger Hauer, Carol Kane.

Western

Francia, Usa Spagna, Belgio, Romania 2018













Confrontarsi con un "genere" blasonato e usurato come il western può essere compito arduo, data forte la difficoltà di unire le istanze sue proprie con quelle personali del singolo autore al fine di avere un prodotto originale prima ancora che riuscito. Ma Jacques Audiard non è un regista qualsiasi e alla sua prima esperienza americana mette da parte il polar e il noir per gettarsi a capofitto nel filone fondativo del genere americano classico, solo per sovvertirlo totalmente, al punto di creare qualcosa di sinceramente spiazzante ma anche altamente riuscito.


I pezzi fondamentali del western sono tutti presenti: i paesaggi immensi caratterizzati da una natura ancora selvaggia, la corsa all'oro, i bandidos (o presunti tali) dietro cui corrono i bounty killer, finanche i grossi imprenditori (il "commodoro") malintenzionati; eppure questi pezzi del puzzle, una volta combinati, danno un risultato diverso, lontano anni luce da quanto ci si aspetterebbe.
Audiard mette le cose in chiaro sin dalla prima scena, con una sparatoria che avviene letteralmente al buio. Non vediamo le azioni dei due protagonisti, le quali vengono così spogliate di ogni valenza (epica o antieroica che sia) per farsi puro gesto, quasi routine. Ma quando la vera missione ha inizio che le cose cominciano davvero a farsi bizzarre e strane.
Il rapporto fraterno tra Eli (John C.Reilly) e Charlie (Joaquin Phoenix), benché burrascoso, non è mai davvero conflittuale; tanto calmo il primo quanto autodistruttivo il secondo, i due non finiscono mai davvero nei guai a causa dei loro tratti caratteriali.



Amicizia virile che si ritrova anche nel rapporto tra John Morris (Jake Gillenhall), terzo cacciatore di taglie, e la "preda" Hermann Kermit Warm (Riz Ahmed), i quali scopriranno una reciproca complicità data dal disgusto per l'avidità imperante.
Il conflitto non viene neanche ingenerato dallo scontro tra un sistema di valori di stampo familiare con l'ideologia del profitto data dalla corsa all'oro, il quale diviene mero punto di trama. Tantomeno, Audiard si lascia trasportare dalla nostalgia per il codice d'onore cavalleresco dei pistoleri contrapposto alla miserevole logica capitalistica alla base del progresso, come invece la tradizione di Peckinpah insegna; il progresso è anzi un mero dato di fatto, come sottolineato dal soggiorno a San Francisco dei due protagonisti. Manca, infine, quel senso di elegia verso il tramonto dell'età d'oro del Selvaggio West alla "C'Era una Volta il West".



Audiard disinnesca così ogni possibile declinazione crepuscolare verso il western finendo per chiedersi se l'epica, il "mito del West", di fatto sia mai esistito, avvicinandosi così a quanto fatto, in modo ancora più radicale, da Robert Altman ne "I Compari". Ogni gesto eroico viene infatti negato: le sparatorie sono puro caos, dove il montaggio spezzato rende praticamente impossibile seguire l'azione. Il confronto finale con il cattivo viene negato, mentre il midpoint, con un incredibile colpo di scena che ribalta la storia, avviene quasi per caso, annullando quel determinismo del tutto umano che solitamente è alla base dell'azione nel western classico.




In questa operazione decostruttiva (se non distruttiva) non è però mai presente quel compiacimento postmoderno che molti cineasti si prenderebbero la briga di avere. Così come fatto con il noir e il gangster movie, Audiard dimostra una vera e propria reverenza verso la materia trattata e i suoi personaggi, rendendo così anche la semplice visione superficiale godibile, in un'opera ambiziosa e di ottima caratura.