Visualizzazione post con etichetta John Carpenter. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta John Carpenter. Mostra tutti i post

lunedì 20 giugno 2022

Elvis, il re del rock

Elvis

di John Carpenter.

con: Kurt Russell, Shelley Winters, Pat Hingle, Season Hubley, Melody Anderson, Bing Russell, Robert Grey, Ed Begley Jr., Charles Cyphers, James Canning, Will Gordon, Randy Grey, Will Jordan, Joe Mantegna.

Biografico

Usa 1979













16 agosto 1977: muore Elvis Presley. Il Re del rock, l'icona popolare più riconoscibile del XX secolo, la rockstar per antonomasia nonché indiscusso dio delle folle non c'è più. Il pubblico, come normale aspettarsi, è incredulo: un idolo così grande non può essere scomparso all'improvviso, non così giovane, non ora, né mai. Cominciano sin da questo momento ad essere elaborate le ipotesi più disparate: ha forse finto la sua morte per ritirarsi a vita privata, un complotto governativo ne ha causato la dipartita, è stato rapito dai servizi segreti o dagli alieni. La leggenda che lo ha sempre contraddistinto continua a vivere e anzi si intensifica. Con la sua morte, Elvis diventa leggenda.
In quel periodo, John Carpenter è sul set di "Halloween" e sta consolidando la sua carriera come autore "di genere". Mentre Kurt Russell, che pur aveva incontrato il Re sul set di "Bionde, Rosse, Brune..."  nei primi anni '60, sta portando avanti la sua carriera di attore brillante, alternando produzioni televisive a ruoli da protagonista in film per ragazzi targati Disney. 
Il fato vuole che queste tre figure si incontrassero nel migliore dei modi. Alla notizia della morte di Elvis, la ABC decide di mettere in cantiere un film di fiction sulla sua vita. Per dirigerlo, viene chiamato proprio John Carpenter, il quale assume Russell come protagonista, iniziando qui la florida collaborazione con quello che sarà il suo attore-feticcio più iconico. Trasmesso per la prima volta negli Usa l'11 febbraio 1979 e arrivato nei cinema in Europa e Australia, "Elvis, il re del rock" è una biografia sincera e accorata, un omaggio ad una figura mitica graziato da un cast affiatato, una produzione che di televisivo ha davvero poco.



"Se non ci fosse stato Elvis, non avrei mai scopato"; questa la famosa frase attribuita a Carpenter riguardo il suo rapporto con il Re. Per lui, Elvis era più di un mito, era un tassello importante della sua esistenza, legame essenziale per comprenderne il ritratto che intesse negli oltre 150 minuti di durata del biopic. La tossicodipendenza viene lasciata fuori scena, forse anche per motivi di censura televisiva, così come i rapporti ambigui con l'Amministrazione Nixon, senza contare come il racconto si interrompa nel momento in cui Elvis arriva a Las Vegas, l'ultima scintilla di gloria prima del decadimento artistico e fisico. Eppure, Carpenter riesce abilmente a schivare le derive agiografiche dello script (non suo), creando una figura sfavillante, ma a suo modo tragica.
Tragedia che prende le forme della depressione, che si manifesta in primis con la solitudine, poi con l'insicurezza, che lo porta a raffreddare i rapporti con Priscilla e la figlia Lisa-Marie. Un Elvis chiuso in sé stesso, che trova sollievo solo quando in compagnia della madre o della moglie, o quando si confronta con la sua ombra, incarnazione di quel gemello morto alla nascita che forse avrebbe potuto alleviarne le sofferenze in vita, una anima gemella strappatagli via non appena venuto al mondo.




Una figura nella quale non c'è differenza tra persona e personaggio: Elvis è sempre Elvis, sia sul palco, sia nel privato; la sua camminata ciondolante, il suo tono di voce caldo e ricercato sono parte integrante della sua persona. Da questo punto di vista, la performance di Kurt Russell risulta strepitosa nel riuscire a non trasformarne la figura in una caricatura. E, anzi, il suo impegno è tangibile nel modo in cui riesce a far sue quelle movenze, tanto da risultare un sosia perfetto nonostante le evidenti differenze fisiche; ovviamente nelle canzoni viene doppiato, nientemeno che da Ronnie McDowell, il sosia di Elvis più celebrato, la cui voce risulta indistinguibile dall'originale.




Ne emerge un ritratto preciso, dolente ma mai troppo enfatico, una rappresentazione in perfetto equilibrio tra dramma e ammirazione. La cui struttura diverrà celebre: la formula fatta di ascesa, fama, caduta e redenzione sarà alla base di praticamente tutti i biopic musicali mainstream successivi, ma qui, fortunatamente, risulta ancora fresca e riuscita.

sabato 31 ottobre 2020

Essi Vivono

They Live

di John Carpenter.

con: Roddy Piper, Keith David, Meg Foster, George "Buck" Flower, Peter Jason, Raymond St.Jacques, Norman Allen.

Fantastico/Azione

Usa 1988













Quando, nel 1988, "Essi Vivono" uscì nelle sale, John Carpenter era perfettamente cosciente che la sua metafora sul capitalismo avrebbe generato reazioni polarizzate e che sarebbe stata accolta in modo positivo da tutti i detrattori di quella "reaganomics" che tanto male aveva portato nella società americana del decennio. Quello che neanche lui poteva immaginare era il fatto che, a oltre 30 anni di distanza, quelle immagini di baraccopoli distrutte dalle ruspe e di poveracci picchiati a sangue dalla polizia si sarebbero rivelate profetiche; non poteva certo essere cosciente di come il film abbia anticipato non solo la tendenza sociale del capitalismo di creare ricchezza per i ricchi e povertà per il proletariato, ma anche la visione di una società impoverita da una serie di crisi economiche che sembrano pilotate ad arte. Il che rende quello che è già di per sé un piccolo capolavoro come un film dal valore ancora maggiore.



L'ispirazione viene dal racconto di Ray Nelson "8 o'clock in the morning", in particolare da una sua versione a fumetti pubblicata negli anni '60, che Carpenter adatta per il grande schermo con lo pseudonimo di Frank Armitage cambiando l'incipit della storia. 
Protagonista è John Nada, interpretato dal compianto wrestler Roddy "Rawdy" Piper. Nada è un antieroe carpenteriano doc, una sorta di Snake Plissken della working class, che non esita a far ricorso alla violenza nella lotta contro il sistema che lo ha usato e gettato via. Il suo stesso nome significa "nulla", a simboleggiarne lo status di ultimo ingranaggio nella macchina sociale, uguale a mille altri e per questo tranquillamente sostituibile, privo di un valore intrinseco e per questo di dignità.


L'immaginario costruito da Carpenter è a dir poco dirompente. Le masse sono sottomesse da una razza aliena che, nell'apparenza, ricorda dei ghoul, ossia morti viventi che divorano a loro volta i cadaveri, parassiti che si cibano di esseri morti per sostenersi.
Le masse sono sottomesse grazie ad un segnale televisivo; la tv non fa altro che trasmettere sciocchezze, reportage di moda e interviste a superstar che vendono al pubblico il proprio narcisismo. Al di sotto dei cartelloni pubblicitari, tra le righe delle riviste e nascosti negli stessi segnali televisivi, messaggi subliminali invitano il volgo a restare addormentato, a riprodursi, obbedire, non questionare l'autorità e, soprattutto, a consumare e venerare il denaro come un dio.
La società è così ridotta in due grandi categorie: zombi massificati che aspirano alla ricchezza, soggiogati da desideri consumistici e privi di ogni ambizione che non sia strettamente edonista. E i ghoul, gli alieni, che si nutrono di loro, parassiti che succhiano la linfa del pianeta e prosperano grazie al duro lavoro della classe operaia, versione iperbolica di quegli yuppies per i quali l'affermazione individuale tramite il successo economico è l'unico valore nonché imperativo morale. Il mostro, come ne "La Cosa", ha fattezze umane, questa volta non solo rassicuranti, ma anche ideali, confondendosi con quella classe sociale che, allora come ora, viene eletta a modello da seguire.



In molte interviste successive all'uscita del film, Carpenter ha specificato come la sua non sia, in realtà, una critica al capitalismo per sé, quanto a quelle degenerazioni del sistema che, come la reaganomics appunto, portano ad una marcata discrasia tra classi sociali. Eppure, è impossibile non vedere una chiara metafora marxista nella costruzione della mitologia alla base del film, in particolare una metafora del colonialismo, con agenti esterni che si infiltrano in un territorio vergine per prosciugarne le risorse e spartirne la ricchezza con pochi indigeni a scapito della moltitudine. Visione smaccatamente sinistrorsa mitigata unicamente dalla descrizione del ruolo salvifico dell'istituzione ecclesiastica (nello specifico, quella episcopale), come unica forza in grado non solo di assistere gli indigenti, ma anche di coordinare quella rivolta degli ultimi garantendo loro un rifugio sicuro nel quale ritrovarsi.


La resistenza contro gli invasori ha come primo passo la rivelazione della realtà celata sotto il fumo della propaganda. La presa di coscienza avviene, idealmente, grazie allo sforzo della classe intellettuale (il predicatore di strada e quello "laico" che trasmette segnali pirata sull'emittente principale). La bugia collettiva crolla quando la persona assiste alla violenza insita nel meccanismo di sopraffazione sociale: è con lo sgombero del campo dei senzatetto, letteralmente gli ultimi, i diseredati abbandonati dal resto della società, che Nada trova gli occhiali che gli permettono di vedere la realtà. Le immagini dello sgombero sono oggi più attuali che nel 1988, prova di come l'igniustizia sociale persista anche quando la realtà economica migliori per tutti.



La presa di coscienza dell'inganno porta l'uomo ad una graduale ribellione. Dapprima gratuita, con la violenza in banca e nel supermarket, ovvero due dei luoghi per eccellenza del consumismo. Poi, grazie ad un'organizzazione collettiva, si arriva alla sovversione totale del sistema, alla cancellazione di quel "velo di menzogna" che copre le gesta degli schiavisti, ispirando una futura rivolta globale.
Per chi non si ribella, il destino è semplice: essere assimilato all'interno di una compagine che garantisce sicuramente un quantum di ricchezza, una porzione del banchetto creato sfruttando le masse, ma che, al contempo, non porta ad una emancipazione, quanto ad una forma di "schiavitù dorata", nella quale quelle poche briciole condivise con la classe dirigente altro non sono che un contentino che garantisce solo l'illusione del benessere. Non per nulla, il personaggio più sinistro del film è il senzatetto interpretato dal prolifico caratterista George "Buck" Flower, che si unisce agli invasori senza mai divenire loro pari.



La metafora sociale viene declinata attraverso l'espressività del "B-Movie". "Essi Vivono" è, nella forma, un perfetto meccanismo di intrattenimento, condito da one-line memorabili e scene d'azione ben congegnate. Da antologia, ovviamente, la scazzottata nel vicolo, ben 6 minuti di combattimento coreografato come un vero incontro di wrestling (grande passione di Carpenter), ma anche tutta la sequenza della scoperta della "realtà nella realtà", nella quale la messa in scena si rifà direttamente al cinema di genere anni '50, con il bianco e nero usato per "decolorare" la finzione e trovare la verità che giace al di sotto di essa, con inquadrature plastiche del "mondo sotto il mondo" volutamente spiazzanti, dove il prolifcare di messaggi e edifici crea un' inescapibile atmosfera claustrofobica. Il punto di riferimento, sia visivo che narrativo, è dato soprattutto dai primi serial sci-fi, come "Ai Confini della Realtà" e "Oltre i Limiti", dei quali l'intero film può essere visto come un omaggio che ne amplifica stile e tematiche.



Il budget minuscolo (appena 4 milioni di dollari) non impedisce a Carpenter di portare avanti una visione complessa e spettacolare. Le scene di massa non mancano e l'uso di location reali rende la visione più ruvida e vivida. I vari setting sono stati trovati dai location manager nella vera periferia di Los Angeles dove, all'epoca, alle abitazioni della piccola borghesia si affiancavano le baraccopoli degli hobos, sintomo di quell'ingiustizia sociale che il film depreca e che, paradossalmente, è più viva che mai. L'unico limite arriva dal riciclo dei prop, con i comunicatori alieni che altro non sono se non i misuratori PKE di "Ghostbusters" riciclati, unico dettaglio che infrange parzialmente la sospensione dell'icredulità, altrimenti perfetta.



Perfetto nella sua costruzione metaforica e divertente nel racconto, "Essi Vivono" è un magistrale esempio di cinema di genere che si fa intellettuale riuscendo ad essere più espressivo di qualunque altro registro narrativo e mediatico possibile. Un film che, inutile dirlo, andrebbe fatto vedere nelle scuole per insegnare ai giovani gli orrori del conformismo e dello sfruttamento incontrollato.


EXTRA

Distribuito negli Stati Uniti nel Novembre 1988, "Essi Vivono" ha aperto al primo posto al box office, riuscendo a generare profitto già nel primo weekend di programmazione, per poi magistralmente sparire dalla classifica dei film più visti, tanto che non rientrerà neanche nella top 50 di quella stagione.
Sembrerebbe quindi normale affermare come, data la sua natura sovversiva, non sarebbe di certo stato destinato a divenire qualcosa più di un cult movie. Eppure, la realtà ha superato le aspettative e persino la fantasia: nel 2001, lo street artist Shepard Fairey ha lanciato la sua linea d'abbigliamento "Obey", palesemente ispirata al film di Carpenter. Paradosso dei paradossi: una pellicola nata come critica al consumismo sfrenato è divenuta brand consumistico per le masse. Per fortuna, ciò non ne ha intaccato né la fama, né il valore.



Il Seme della Follia

In the Mouth of Madness

di John Carpenter.

con: Sam Neill, Julie Carmen, Charlton Heston, Jurgen Prochnow, John Glover, Peter Jason, David Warner, Bernie Casey, Wilhelm Von Homburg.

Horror/Fantastico

Usa 1994















---CONTIENE SPOILER---

Trasporre su media visivi le pagine di H.P. Lovecraft non è cosa semplice. Impresa ardua è dare una forma anche solo parzialmente concreta a quell'orrore infinito e strisciante che il grande scrittore descrive in modo volutamente vago, lasciando che sia la mente del lettore a concretizzarlo, facendogli così raggiunge vette di terrore infinito. Eppure con "In the Mouth of Madness", Carpenter dimostra come sia non solo possibile ricreare quell'atmosfera tetra e onirica sul medium visivo per eccellenza, ma anche come sia possibile creare una perfetta trasposizione del Ciclo di Chtulu senza effettivamente trasporre nulla in modo diretto, lasciando che sia quello stesso tipo di orrore, re-immaginato, a farsi incarnazione indiretta, libera eppure incredibilmente fedele all'originale.



Per comprendere la mitologia alla base del film e l'opera di metanarrativa intessuta da Carpenter e dallo sceneggiatore Michael De Luca, bisogna tenere a mente un fatto preciso: nel mondo reale, il Necronomicon non esiste e non è mai esistito. Diverse sono le fonti d'ispirazione alle quali Lovecraft si è rifatto per la sua mitologia, ma nulla di ciò che viene narrato nei suoi racconti è veritiero.
Eppure, la storia del Necronomicon e del mito di Chtulu è in qualche modo riuscita a entrare nel mondo reale quando, nel 1941, l'antiquario newyorkere Philip Duchesne affermava di possedere una copia del Libro dei Morti. Realtà? Fantasia? Non ha importanza. Ciò che importa è che molta gente ha cominciato a credere alla possibile fattualità insita nel mondo fantastico creato dall'autore di Providence, il quale ha così assunto una forma di fisicità che lo ha elevato al pari dei miti ellenici, ossia un racconto irreale divenuto reale grazie alla fede riposta in esso dai lettori.



Il mondo di "In the Mouth of Madness" è idealmente ricalcato su quello di Lovecraft. Lo stesso titolo del film, del libro al centro della sua storia e del film nel film altro non è se non una contrazione di "At the Mountains of Madness", così come il Pickman Hotel è un rimando a "The Pickman Model", mentre la cittadina di Hobb's End, benché rimandi nel nome a quella "Astronave Atomica del Dr.Quatermass" già indirettamente omaggiata in "Il Signore del Male", ben potrebbe essere una controparte di Arkham o Dunwich.
Il punto saliente è però un altro: nel mondo di Carpenter e De Luca è reale solo ciò in cui le persone credono, i miti, i racconti e le leggende acquistano vita propria grazie all'interesse dei lettori, divenendo una sorta di religione "demoniaca" creata da una fede sviluppatasi spontaneamente nel popolo, concetto già esplorato da Clive Barker in "The Forbidden" e che sarà nuovamente applicato alla mitologia lovecraftana da Alan Moore nel capolavoro "Providence".


Per enfatizzare lo scarto tra realtà e invenzione, al centro del racconto troviamo il personaggio di John Trent (interpretato da un Sam Neill che finalmente può dar sfogo al suo istrionismo), uno scettico per antonomasia, investigatore specializzato in frodi assicurative che viene incaricato da un editore di rintracciare Sutter Cane, scrittore/superstar scomparso alla vigilia della pubblicazione del suo nuovo romanzo
Trent reagisce con sarcasmo a quelle visioni orrorifiche che il protagonista-tipo dei racconti di Lovecraft tende a razionalizzare: per lui la spiegazione è semplice, ogni cosa è una finzione, una montatura creata ad arte per promuovere un prodotto.
Cane, d'altro canto, è il "profeta del male", una sorta di Nyarlathotep della carta stampata, ricalcato non tanto su Lovecraft, quanto su Stephen King, dal quale eredita lo status di Re Mida del horror, ma anche su Robert E.Howard, prigioniero com'è delle sue stesse creazioni.



Le creature che lo perseguitano possono non essere reali: demoni ancestrali al pari degli Antichi? Pure leggende? Non ha importanza, ciò che conta è che la forma scritta e il pensiero dei lettori dà loro sostanza vitale, rendendoli vivi quanto i personaggi principali.
Eppure, sia i demoni che gli umani sono a loro volta i protagonisti di una finzione, di una storia narrata in un libro e in un film. Da qui la natura fittizia di Trent, il suo ruolo "evangelico" nel piano diabolico e di pedina in un gioco più grande di lui. Un gioco narrativo e, soprattutto, metanarrativo, dove tutto è reale perché tutto è finzione, la realtà esiste in quanto esistono un narratore (Carpenter e De Luca) ed uno spettatore, che per 94 minuti crede a ciò che gli viene raccontato.


La messa in scena di Carpenter si fa più visionaria. L'uso dei grandangoli per l'incipit, nel quale il racconto è filtrato tramite la visione distorta di Trent, ormai folle, è un rimando esplicito a quanto fatto da Kubrick in "Arancia Meccanica". Ed è proprio l'incipit a costituire la parte più "stramba" del film, con un John Glover smaccatamente sopra le righe ed un atmosfera folle che sembra aver inghiottito il reale. Tutto è urlato e sopra le righe, persino il tema musicale, al solito composto direttamente dal regista, che si compone di sonorità rock urlate e irresistibili.
Paradossalmente, il racconto nel racconto è più lucido, persino quando si tratta di dar vita agli orrori sepolti sotto la coltre del reale. Tutto il film diviene così un lungo incubo ad occhi aperti, dove l'unica realtà è quella del momento e dove ogni cosa può accadere, in una sovrapposizione tra piani narrativi vorticosa eppure perfetta.



Ultimo capitolo della "Trilogia dell'Apocalisse", iniziata con "La Cosa" e proseguita con "Il Signore del Male", "In the Mouth of Madness" è anche l'ultimo vero capolavoro di Carpenter, l'ultima pellicola in cui il suo genio rifulge a pieno. Seguiranno ottimi exploit di genere ("Fuga da Los Angeles" e "Vampires") e pellicole sotto tono ("Fantasmi da Marte" e "The Ward"), nella filmografia di un cineasta che è riuscito davvero a riscrivere le regole del cinema fantastico sin nelle fondamenta.


EXTRA

Ultima apparizione sul grande schermo per il caratterista e controverso ex pugile Wilhelm Von Homburg, che qui appare nei panni di uno dei cittadini di Hobb's End. Il suo ruolo più famoso resta quello di "Vigo il Carpatico" nel cult "Ghostbusters II".


sabato 24 ottobre 2020

Il Signore del Male

Prince of Darkness

di John Carpenter.

con: Donald Pleasence, Victor Wong, Jameson Parker, Lisa Blount, Dennis Dun, Susan Blanchard, Anne Howard, Ann Yen, Peter Jason, Alice Cooper.

Horror

Usa 1987















Riconciliatosi con la critica grazie al successo di "Starman" e reduce dal flop di "Grosso Guaio a Chinatown" (che pur diverrà uno tra i suoi cult più amati), Carpenter si ritrova, nella seconda metà degli anni '80, a tornare a produzioni più ridotte. Il che non intacca minimamente la sua vena creativa che, anzi, trova un perfetto sfogo nel primo film di questa nuova fase della sua carriera, "Il Signore del Male".
Pellicola che nasce da un'amara constatazione: il cinema horror ha perso la sua originalità. Tra sequel infiniti e infinitamente uguali di serie quali "Nightmare", "Venerdì 13" e "Halloween", il genere stagna in una ripetitività micidiale. Nasce così, nell'autore, l'urgenza di creare un racconto orrorifico fuori dagli schemi, in grado di portare una boccata d'aria fresca nel genere.
L'ispirazione arriva dall'intersse verso la fisica teorica, dalle scoperte fatte nel campo dei quanti e dei tachioni, di come queste particelle subatomiche ineriscano sulla realtà. Carpenter scrive (con lo pseudonimo di Martin Quatermass, omaggio all'omonimo personaggio icona della fantascienza cinematografica e televisiva degli anni '50) una sceneggiatura che fonde scienza e sovrannaturale, dove fede e logica si ritrovano inermi dinanzi al Male supremo. E il risultato è un film sinistro e avvincente.


Le tematiche della religione e della fisica sono cucite sui due personaggi del prete (Pleasence) e del professor Birack (Wong, chiamato così in omaggio alla situazione matematica in cui due operazioni sono invertibili, rimando al concetto di materia e anti-materia alla base della mitologia del film). Due personaggi che indagano la realtà ognuno a modo loro e ognuno nel giusto. La mitologia alla base del film si rifà in modo indiretto ai racconti di Lovecraft, con entità demoniache transdimensionali pronte ad invadere la nostra realtà, ma mischia tale ispirazione con la fede Cristiana.
Esiste una realtà "sovrannaturale", esistono un Dio e un diavolo. Essi risiedono in due dimensioni opposte, la luce, ossia la materia, e l'ombra, l'antimateria. Il cilindro contenente il liquido contiene l'essenza dell'anti-cristo, del figlio del "dio del male" che, al pari della sua controparte benigna, prepara il ritorno del padre.
Intuizione semplicemente geniale: un manicheismo che trova nella fisica quantistica una forma di verosomiglianza, che rilegge il Cristianesimo delle origini in modo spaventoso, per questo irresistibile.


La chiesa di San Godard diviene così il terreno di scontro tra Bene e Male, una "terra di nessuno" erede fantastico della stazione di polizia di "Distretto 13- Le Brigate della Morte". Ma la dinamica dell'assedio viene ripensata: non sono tanto i demoni che si radunano all'esterno dell'edificio a rappresentare la minaccia (guidati da Alice Cooper, amico del produttore del film e fan di Carpenter il quale, paradossalmente, anni dopo diverrà un cristiano rinato), ma il male in esso custodito, il liquido demonico che trasforma i giovani studenti in inarrestabili accoliti assetati di sangue. Come ne "La Cosa", il vero male è, in un modo o nell'altro, insito nell'essenza dell'uomo e pronto ad uscirne per portare morte e distruzione indiscriminata.


Carpenter si affida all'atmosfera, ricreandola soprattutto grazie all'ottimo score musicale. La sua regia si fa qui più classica, basata sul montaggio delle singole inquadrature, riducendo i movimenti di macchina all'essenziale. Ne consegue un tangibile senso di claustrofobia, soprattutto nella parte di film ambientata tra le mura della chiesa.
Le scenografie sono volutamente scarne, spoglie e addobbate con simboli sacri per comunicare un senso di disagio e di urgenza, riuscendo a trasmettere la forza apocalittica della storia in modo diretto.
Il racconto viene poi strutturato come una serie di crescendo, dove il ritmo viene dettato grazie all'uso del montaggimagnificamente condotti e centellinati.
Il tocco di classe arriva poi nell'epilogo, dove con un'inquadratura semplicissima Carpenter riesce a chiudere il film con una nota spiazzante, volutamente irrisolta, in grado di lasciare davvero i brividi addosso allo spettatore.


Carpenter riesce così a creare un vero e proprio classico, perfetto nell'esecuzione e coraggioso nei contenuti, con poco, perfetto esempio di come il vero talento non necessiti di grandi budget o effetti speciali roboanti. Lezione che ripeterà, un anno dopo, con il capolavoro "Essi Vivono".

lunedì 19 ottobre 2020

Christine- La Macchina Infernale

Christine

di John Carpenter.

con: Keith Gordon, John Stockewell, Alexandra Paul, Harry Dean Stanton, Kelly Preston, Robert Prosky, Christine Belford.

Horror

Usa 1983













Con una carriera che, fino al 1982, era costellata esclusivamente da capolavori e cult movies, per Carpenter era solo una questione di tempo prima di creare un film "minore". Questo accade all'indomani del flop de "La Cosa": i magri incassi lo allontanano dalla produzione di "Fenomeni Paranormali Incontrollabili" di De Laurentiis per approdare, quasi subito, a quella di un altro adattamento di un libro di Stephen King, ossia "Christine", uno dei suoi romanzi più curiosi ma meno riusciti.



Alla sua base, "Christine" (sia inteso come film che come romanzo) è una sorta di satira oscura della moda delle muscle car, tendenza tipicamente yankee del culto delle auto "da duri", talmente sentito da sfociare in una forma di malata attrazione (simile a quanto poi si vedrà nel cronenberghiano "Crash" e che era già stato dissertato da Peter Weir in "The Car that ate Paris"). L'oggetto del desiderio, in questo caso, è una Plymouth Fury del 1957, che porta il giovane nerd Arnie (un ottimo Keith Gordon, poi regista di apprezzati serial quali "Better Call Saul" e "Fargo") a trasformarsi in un oscuro vendicatore contro i suoi ex aguzzini.



Il rapporto tra Arnie e Christine viene tratteggiato come una vera e propria love-story, con l'autoradio della macchina che usa canzoni d'epoca per esprimersi. Trovata che viaggia sul filo del ridicolo, ma che Carpenter riesce sempre a trattenere nei ranghi della serietà. Quello che manca, semmai, è il mordente: non c'è mai vera tensione, nemmeno nelle sequenze chiave. Le morti vengono quasi sempre lasciate fuori scena, ma è la mancanza di suspense che finisce per rendere la visione piatta, priva di ogni emozione nonostante la cupezza della storia e la buona atmosfera.


La regia di Carpenter, per il resto, ha buone intuizioni, come l'uso espressivo delle soggettive per creare una forma di coinvolgimento con lo spettatore. Ma la visione non decolla mai, restando perennemente ancorata alla piattezza. Il che, visti i nomi coinvolti, è un vero peccato.

venerdì 9 ottobre 2020

La Cosa

The Thing

di John Carpenter.

con: Kurt Russell, Keith David, Wilford Brimley, T.K.Carter, David Clennon, Richard Dysart, Charles Hallahan, Peter Maloney, Richard Masur, Donald Moffat, Joel Polis, Thomas Waites.

Horror

Usa 1982












Con dalla sua parte una scia di successi, nel 1982 John Carpenter aveva dimostrato di essere non solo un cineasta in grado di creare pellicole spettacolari con budget inesistenti, ma anche di saper intercettare i gusti del pubblico creando ottimi risultati di cassetta. Era inevitabile, a questo punto, la collaborazione con un grande studio di Hollywood per la creazione di un film ad alto budget, che si concretizzò ne "La Cosa", forse il suo supremo capolavoro.



Tutto parte con un film del 1951, "La Cosa da un altro mondo", pellicola di culto, molto amata dall'autore e persino citata nel suo "Halloween- La Notte delle Streghe", diretta da Howard Hawks il quale, vergognandosi di associare il suo nome ad un puro B-Movie, accreditò come regista il solo Christian Nyby, suo fido montatore.
Tratto dal racconto di John W.Campbell Jr. "Who goes there?" del 1938, il film di Hawks immaginava il contatto tra la razza umana e un misterioso alieno, il cui ufo viene ritrovato nei ghiacci artici. Tornato alla vita grazie agli studi di alcuni scienziati in una stazione artica, questa strana creatura, ibrido tra una pianta e un essere organico vero e proprio, comincia a mietere le vittime tra i ricercatori, finché i coraggiosi militari non riescono a neutralizzarla.



Pellicola storica, purtroppo invecchiata malissimo, "La Cosa da un altro mondo" era già vecchio nei primi anni '80, quando il gruppo di autori della New Wave Horror si rifà a quel cinema "di serie B" che li ha formati già dall'infanzia. Artisti quali Stuart Gordon, Joe Dante, Tobe Hooper e lo stesso Carpenter, tra gli altri, riprenderanno stili e stile di tanto cinema di genere anni '50 aggiornandolo alla sensibilità e alla tecnica degli '80 per creare pellicole talvolta indimenticabili.
Ma il contatto tra Carpenter e questo suo perfetto remake è stato del tutto casuale: il progetto era già in fase di sviluppo alla Universal quando lui subentra a Tobe Hopper, il quale aveva già sviluppato una prima stesura dello script il quale non sarà abbandonato, solo rimaneggiato dall'autore assieme allo sceneggiatore Bill Lancaster (autore della serie de "Gli Orsi", commedie sportive per ragazzi molto in voga alla fine degli anni '70). Questo nuovo adattamento si rifà in maniera più diretta al racconto originale di Campbell Jr., rendendone più esplicita l'influenza lovecraftiana.




Ammiratore delle opere dello scrittore di Providence, Campbell si rifà al capolavoro "Le Montagne della Follia" per l'incipit e il setting. In Antartide (il film di Hawks spostava l'azione al Polo Nord), un gruppo di scienziati ritrova un organismo alieno il quale, risvegliatosi, si rivela essere una letale creatura in grado di imitare le fattezze di chiunque entri in contatto, così come di infettare con il suo DNA le inermi vittime.
L'influenza dell'opera di Lovecraft è palese: un male oscuro, alieno e antico si risveglia tra i ghiacci e gli esploratori che lo hanno risvegliato devono loro malgrado scontarne le conseguenze. Tuttavia, Campbell riesce a declinare il tutto in modo originale e Carpenter ne riprende i topoi elevandoli all'ennesima potenza.





Rispetto al film di Hawks, Carpenter elimina tutti i personaggi femminili e, rifacendosi alle pagine del racconto, cuce la storia addosso ad un variegato gruppo di scienziati e lavoratori di un centro ricerche in Antartide, la stazione 31. 
Come in "Alien", anche ne "La Cosa" scenografia e macchina da presa sono parti essenziali nella creazione della tensione. Carpenter usa nei primi minuti un punto di vista autonomo per aggirarsi nei corridoi della stazione, lascia che sia lo spettatore ad immergersi nell'atmosfera cupa e claustrofobica, per poi riprendere il punto di vista dei personaggi.
L'ensamble di protagonisti tende ad essere il vero centro dell'attenzione, benché il MacReady di Kurt Russell è spesso il motore dell'azione. Del gruppo, ciascun membro è caratterizzato in modo da poter risaltare con alcuni tratti caratteriali più marcati, come la strafottenza di Nauls, l'amore per i cani di Clark o la virilità di Garry, espressa dall'uso del revolver. Nell'insieme, il cast funziona eccellentemente ed è facile avvicinarsi a ciascun personaggio e al suo punto di vista sugli eventi.




Carpenter riesce a creare una tensione costante basata sulla paranoia. Chiunque può essere l'alieno o anche esserne infettato, tutti i personaggi dubitano dell'un l'altro e con loro anche lo spettatore che, almeno alla prima visione, non sa come gli eventi possano evolversi. 
Facile è vedere in questa minaccia invisibile una metafora del comunismo o, in tempi contemporanei, del terrorismo, che si insinua non visto nella società pronto a farla deflagrare all'improvviso. Sull'argomento, l'autore non si è mai sbilanciato, ma è forse più giusto vedere nel suo film un ritratto universale sulla paura di un male occulto e ignoto, che attacca l'uomo dal di dentro, distruggendone la mente prima delle carni.
La suspense raggiunge vette incredibili anche grazie allo score, minimale e efficace, di Ennio Morricone, per poi culminare in sapienti jump-scare, tutti perfetti per tempistiche ed esecuzione, i quali annunciano l'entrata in scena degli incredibili effetti di Rob Bottin.




La forma, o per meglio dire la "non-forma" dell'alieno è forse quanto di più originale si sia mai visto in una pellicola di genere. A Carpenter non interessava portare in scena il classico mostro interpretato da un attore in costume, si affida quindi totalmente a Bottin (e in parte anche a Stan Winston, in veste di collaboratore) per creare degli animatronici perfetti nel dare vita a delle visioni infernali. La "cosa" è un tumore impazzito, un corpo che, al pari dei mutanti di Cronenberg, si riproduce in una jungla di arti e appendici che lo sfigurano trasformandolo in una creatura "altra", lontana da ogni possibile classificazione razionale; un doppleganger che parte da un corpo umano per trasformarsi in un organismo in cui ogni escrescenza è un essere autonomo, per questo incredibilmente letale.
Gli sfx di Rob Bottin sono un vero e proprio capolavoro di tecnica animatronica, che oggi risaltano maggiormente proprio grazie alla loro natura analogica, donando all'alieno un carattere smaccatamente fisico che neanche la moderna CGI sarebbe in grado di restituire.




La narrazione è sempre tesa, il ritmo dilatato in modo da far immergere lo spettatore negli eventi, mai davvero lento, costantemente tirato verso la suspense. Carpenter raggiunge l'apice della maestria riuscendo a tenere sempre alta la tensione, riuscendo ad intercalarla efficacemente con gli spaventi e il gore. La messa in scena è semplicemente perfetta nel suo riuscire a trasmettere il pathos e l'orrore insito negli eventi. L'unica caduta di tono è data da un climax troppo veloce e convenzionale, il quale, per fortuna, prelude ad un epilogo dall'incredibile ambiguità, magnifica nota di chiusura di un capolavoro il cui valore non risiede unicamente nella sua natura di film di genere, ma che trascende genere e classificazioni per arrivare a sfiorare l'arte pura.



Purtroppo, "La Cosa" è anche la storia di un flop immane: uscito nell'incredibile estate americana del 1982, è stato letteralmente seppellito dal successo di critica e pubblico di "E.T." (al pari di "Tron" e "Blade Runner"). Mentre in Europa riscosse più successo, negli Usa il film fu sepolto dalle stroncature: i critici etichettarono Carpenter con l'epiteto di "pornografo della violenza" e per lungo tempo, "La Cosa" è rimasto come una sorta di "pecora nera" nella sua pur apprezzata filmografia.
Il tempo ha ovviamente dato lui ragione: come un vero cult movie, il suo capolavoro è stato riscoperto e rivalutato per sino dai suoi originari detrattori e oggi è universalmente considerato come un classico. Giustamente.


EXTRA

Ottenuto lo status di pellicola di culto a partire dalla fine degli anni '90, anche "La Cosa" è stata oggetto di omaggi, sequel e remake.

Nel 2002, Computer Artworks ha sviluppato un survival horror che funge da sequel al film.


Caratterizzato da una meccanica di gioco inedita e intrigante, basata sul grado di fiducia dei compagni, questo adattamento/sequel ha riscosso un ottimo successo di pubblico e critica. Persino Carpenter lo ha apprezzato al punto di affermare come la storia alla base del gioco sia la continuazione ufficiale di quella del film.

Nel 2011, il remake inutile d'ordinanza, questa volta travestito da prequel, il quale prova a riprendere la formula di Carpenter ma finisce per essere solo noioso e prevedibile.



sabato 3 ottobre 2020

Fog

The Fog

di John Carpenter.

con: Adrianne Barbeau, Janet Leigh, Hal Holbrook, Tom Atkins, Jamie Lee Curtis, John Houseman, Nancy Loomis, Charles Cyphers, James Canning, George "Buck" Flowers.

Horror Gotico

Usa 1980














Il successo internazionale di "Halloween- La Notte delle Streghe" permise a Carpenter di ottenere un contratto multi-film con la piccola casa di produzione Avco Embassy; contratto grazie al quale riuscì a creare due tra le sue opere più riuscite: "1997: Fuga da New York" e, un anno prima, l'horror gotico "Fog".
"Fog" è, tra tutti gli horror diretti dal maestro americano, una vera e propria eccezione tra le eccezioni: è l'unico in cui si rifà ad un immaginario horror del tutto classico, che affonda le radici tanto nel gotico americano quanto nella tradizione britannica della Hammer Films. Una pellicola che, per lui, è tra le sue meno riuscite, il che però non significa che non sia un perfetto esponente del filone al quale si rifà.





Carpenter apre il film con una citazione di Edgar Allan Poe: "Tutto quel che vediamo, che sembriamo, non è che un sogno dentro un sogno". Una frase enigmatica e sibillina: c'è qualcosa oltre ciò che vediamo, qualcosa di celato e pericoloso. Da qui la nebbia come perfetto schermo, oscurità bianca che nasconde orrori indicibili. Orrore che, come da tradizione nel cinema horror americano dell'epoca, affonda le sue radici nella società.




Il capitano Blake e gli spettri che strisciano non visti nella nebbia sono una colpa rimossa, uno stigma della piccola comunità di Antonio Bay che, centro anni dopo i fatti che li hanno visti protagonisti, torna per riprendersi ciò che è suo.
Alla base dell'orrore, la storia che John Houseman racconta nei minuti iniziali e che, insieme alla frase di Poe, setta perfettamente il tono della pellicola. Nel 1880 in capitano Blake tradì e uccise un gruppo di lebbrosi, per rubarne gli averi. Una maledizione lo colpì e finché quell'oro non fosse tornato al suo posto, Blake e i suoi uomini non avrebbero potuto riposare in pace. Oro che, tuttavia, servì alla fondazione di Antonio Bay, una cittadina fondata letteralmente sul tradimento e l'omicidio. Il parallelo più semplice è quello con il genocidio dei Nativi Americani, ma l'intera storia americana, si sa, è fondata sul tradimento e sul sangue. Carpenter intesse così una perfetta metafora su di un passato vergognoso che, pur rimosso, ritorna per vendicarsi e, prima ancora, far realizzare ai vivi come la loro ricchezza sia maledetta, frutto del peccato, di come la società sia stata edificata sui corpi dei deboli, schiacciati dallo strapotere di chi era in una posizione di vantaggio.



La metafora corre perfettamente sotto pelle alla narrazione, che resta incentrata sull'atmosfera sinistra. Carpenter utilizza come sempre la tensione come metodo principale per tenere incollato alla sedia lo spettatore, ma riesce anche a inframezzarla con riusciti jump-scare.
Al di là dell'atmsofera, il racconto viene scomposto e cucito addosso ad un ensamble di personaggi. E' la comunità ad essere protagonista, con i pilastri della stessa, il prete e il sindaco, a divenire motori principali dell'azione. Assieme a loro troviamo anche una dj, la "voce del popolo", un medico e una autostoppista, unico "elemento esterno" alla comunità che, suo malgrado, si trova coinvolta in una storia che in teoria non la riguarda. E per dar vita a questo gruppo di sopravvissuti, Carpenter raduna un cast di tutto rispetto: sua moglie, la bellissima Adrianne Barbeau presta corpo e voce alla dj Stevie, Hal Holbrook è padre Malone, Tom Atkins è il medico Nick Castle, Jamie Lee Curtis torna a collaborare nei panni dell'autostoppista e sua madre, la mitica Janet Leigh di "Psycho", appare nei panni dell'organizzatrice di eventi Kathy.



Carpenter riesce a condurre il tutto in maniera magistrale, a spaventare e coinvolgere perfettamente in neanche 90 minuti di pellicola e, come sempre, l'uso del formato anamorfico non solo maschera perfettamente il basso budget, ma lo aiuta a creare immagini piccole ma incredibilmente espressive e spettacolari.. 
Il suo astio nei confronti di questa sua opera è presto svelato: il primo montaggio, a quanto pare, era alquanto debole, non riusciva a comunicare a dovere il senso di terrore che aveva immaginato. Risultato migliorato a seguito dei reshoot, nei quali ha aggiunto anche la disturbante sequenza dello smascheramento dello spettro, il cui make-up è stato eseguito da un giovanissimo Rob Bottin.
Il suo scontento non inganni: "Fog", a conti fatti, non è certo un film minore e, anzi, è l'ennesima prova del suo talento.

martedì 16 ottobre 2018

Halloween- La Notte delle Streghe

Halloween

di John Carpenter.

con: Jamie Lee Curtis, Donald Pleasance, Nick Castle, Tony Moran, Charles Cyphers, Nancy Loomis, P.J. Soles.

Thriller

Usa 1978















---CONTIENE SPOILER---


Chissà in quanti avrebbero scommesso sul successo di "Halloween" alla vigilia delle sue riprese, su quel piccolo film che avrebbe generato un intero filone ed una pletora di sequel e remake tutt'oggi in corso; di sicuro l'opera più virtuosistica e famosa del grande John Carpenter non nasceva di certo sotto i migliori auspici: un piccolissimo film prodotto con appena 300 mila dollari di budget. ossia una miseria persino per quelle pellicole solitamente destinate al circuito dei drive-in e dei cinema "grindhouse", girato totalmente in California per risparmiare sulla benzina (l'immaginaria città di Haddonifield dovrebbe essere in Illinois, ma sullo sfondo degli esterni è facile riconoscere le palme californiane), con giusto un attore famoso (Donald Pleasance, di certo non una star) ed un intero cast di esordienti, capitanato dalla sconosciuta Jamie Lee Curtis.
Ma Carpenter già all'epoca si era fatto un nome come artista del cinema di genere, perfetto esponente di quella generazione di cineasti americani (in cui sono annoverabili tra gli altri Joe Dante, John Landis, persino Lucas e Spielberg) in grado di assimilare la lezione dei grandi maestri del passato e del presente e di reinventare generi e registri in chiave modernissima. Naturalmente, limitare la portata e l'importanza di "Halloween" al solo cinema di genere sarebbe riduttivo, ma del tutto azzeccato visto il modo in cui è riuscito a reinterpretare le istanze di tanto cinema classico in uno spettacolo modernissimo nello stile e nei contenuti.
Ma per comprendere appieno il lavoro svolto dal grande cineasta di origine newyorkese bisogna tenere presente il periodo in cui fu prodotto e partire da un altro paio di thriller, usciti giusto qualche anno prima, ai quali Carpenter si rifà in pieno per plasmare la notte di Michael Myers.




Era il 1974 quando usciva nelle sale americane "Black Christmas" (poi arrivato in Italia con il titolo "Un Natale Rosso Sangue", riscuotendo anche qui un discreto successo di cassetta), thriller canadese diretto dall'artigiano Bob Clark (che nei primi anni '80 troverà nuovo successo con la serie "Porky's" ma che non si ripeterà più agli stessi livelli) che per primo riprendeva le istanze di tanto cinema di Hitchcock e di Micahel Powell e le trapiantava nella modernità.
"Black Christmas" presenta per la prima volta un setting festivo che fa da controaltare, con la sua atmosfera festosa, alle sanguinolente gesta del killer; ma prima ancora, riprende la lezione di Powell e dell'immortale "L'Occhio che Uccide" per presentare il punto di vista dell'assassino durante gli omicidi: ancora oggi spettacolari sono le soggettive adoperate per seguire "dall'interno" i suoi passi, così come l'uso dei grandangoli stroboscopici per mimarne la visione distorta.
Originale è anche la costruzione della trama, con una risoluzione ai delitti negata in ultimo (l'identità dell'assassino non viene mai scoperta) ed un movente di natura sessuale, con le giovani vittime martoriate perchè troppo libertine.
Reduce dalla lavorazione del suo esordio nel lungometraggio "Dark Star" ed ammaliato dalla visone di "Black Christmas", Carpenter decide di girarne un sequel che ne espandesse istanze visive e tematiche, utilizzando un setting certamente più consono alla catena di morti che avrebbe portato in scena, quello della festa di Ognissanti. Ma vistosi negare il consenso della produzione a riprendere in mano quel soggetto, decide altresì di rifarlo a modo suo, imprimendogli un impronta ancora più autoriale, ancora più vicina al cinema di Dario Argento e di Hitchcock per stile; "Halloween" è quindi figlio di intuizioni altrui, sviluppate e perfezionate certosinamente.



E se si vuole parlare di "slasher", di come ne sia stato l'apripista, è bene da subito puntualizzare come esso non abbia nulla a che fare con il capostipite effettivo del filone, quel "Reazione a Catena" saccheggiato invece dalla serie di "Venerdì 13", nata proprio sull'onda del successo carpenteriano.
Il punto di riferimento, oltre a "Black Christmas", per Carpenter è un altro grande "giallo movie", il capolavoro argentiano "Profondo Rosso", dal quale viene ripreso il gusto per il virtuosismo estremo, la cura maniacale nella costruzione delle scene e finanche le note dello score, davvero vicine alle sonorità dei Goblin.





L'imperativo, nella creazione di "Halloween", era uno solo, ossia produrre un film minuscolo ma che sembrasse più grande di quello che era, abbandonando l'estetica sciatta e piatta di tanto cinema indipendente in favore di un look più ricercato; ecco perchè del misero budget la maggior parte fu utilizzato per noleggiare delle ottiche anamorfiche che facessero somigliare il prodotto finito ad un film da studio piuttosto che a una piccola produzione off-Hollywood. Ma naturalmente la tecnica è nulla senza lo stile e questo Carpenter lo sapeva benissimo.
Assodata l'impossibilità di poter mostrare più di tanto su schermo, essendo il concept alla base della sceneggiatura un semplice "belle ragazze inseguite da un maniaco armato di coltello", il grande regista ricerca con fervore una messa in scena plastica e stilizzata, che fa dei movimenti di macchina e delle inquadrature il mezzo perfetto (sempre come Hitchcock insegna) per trasmettere tensione. Basterebbe in proposito citare la splendida opening shot per comprenderne la maestria: un lungo piano sequenza, spezzato giusto in un paio di punti, in cui lo spettatore è chiamato a muoversi nei panni dell'assassino, spiando le vittime, pregando che qualcosa interrompa l'azione, solo per culminare in un climax sanguinolento (pur se la violenza viene lasciata fuori campo per ovvi motivi produttivi); solo per poi essere spiazzati da un secondo colpo di scena, decisamente più destabilizzante: l'assassino altri non è che un bambino.




Opening che racchiude in sè tutta la costruzione del film, che, al pari di "The Texas Chainsaw Massacre", si scinde idealmente in due parti: un primo tempo dove la tensione è sottile e vengono introdotti ad uno ad uno i personaggi, contrapposto ad un secondo in cui la tensione esplode in un lungo inseguimento, sino al climax con susseguente colpo di scena. Nel mezzo, è l'occhio del regista a regalare i brividi, concentrandosi sulla mera tensione piuttosto che sullo spavento; al bando, come detto, la violenza, la quale resta sempre fuori dal campo visivo della macchina da presa come un orpello inutile, ancora più che nell'opera di Tobe Hooper: a contare è unicamente la suspanse generata dai movimenti dell'assassino piuttosto che i risultati degli stessi.




Assassino che, come nel caso di Leatherface, ha una statura iconica; e proprio il confronto con la creatura di Hooper appare nuovamente interessante: laddove il gigante armato di motosega è una creatura del tutto terrena, figlia dell'arretratezza dell'America rurale, Michael Myers è invece una creatura ai limiti del mitologico, un'incarnazione immanente di un male assoluto e a-razionale; non c'è spiegazione per i suoi omicidi (in questo primo film non esiste nemmeno un rapporto di parentela con Laurie, introdotto solo nel successivo "Halloween II- Il Signore della Morte") che non sia del tutto circostanziale (Michael nota Laurie all'esterno del rudere della propria casa, nulla più) o metaforico (la morte come castigo contro la libidine).
Un male che uno scienziato, moderno Van Helsing, tenta di esorcizzare: è grazie al Dottor Loomis (che il compianto Pleasance incarna con un'umanità sottile) se questa creatura assume connotati quasi mistici, trasfigurandosi dall'umano all'astratto ("The Shape", ossia "la figura"), un'essere talmente assoluto nella sua malvagità da non poter essere compreso razionalmente. E Carpenter gioca con questa sua stessa mitologia esagitandone i toni, facendoci quasi credere ad una possibile follia di Loomis per il modo in cui descrive Michael. Solo per poi negare allo spettatore il sollievo della vista del suo cadavere, confermandone in modo terrorizzante la natura ultraterrena.
Un mostro privo di volto, coperto da una maschera monocromatica e monoespressiva (ricavata da una maschera realmente in commercio all'epoca, che riproduceva in modo grottesco le fattezze del giovane William Shatner), chiuso in un silenzio tombale che ne accentua l'imponenza e che si esprime solo ruotando il capo per meglio ammirare la propria opera assassina; ma il colpo di scena più forte forse non è neanche quello finale, quella conferma spiazzante sulla sua natura sovrannaturale, quanto quello in cui viene smascherato, celando il volto non di un demone o di un alieno, bensì quello di un normalissimo ragazzo, disvelandosi come l'incarnazione di un male certamente assoluto, ma altrettanto umano.




Facile è poi scorgere una vena sessuofobica in tutto il film, che portò perfino a tacciarlo, all'epoca, di puritanesimo. Michael uccide la sorella quando la vede copulare con il proprio amante e uccide dapprima Annie e Lynda, le due ragazze più disinibite, che si svestono in modo naturale, quasi meccanico; egli finisce così per incarnare, in un dato senso, la paura di una vendetta della società conservatrice verso quella libertà sessuale ottenuta agli inizi del decennio: il libertinaggio, così come la libidine, deve essere castigata con la morte; si potrebbe così pensare ad una critica della società conservatrice e bigotta che, spaventata dal nudo (allora come oggi) reagisce censurando quelle carni liberamente mostrate; se non fosse che a sconfiggere questo male è proprio una vergine, l'unica ragazza che sembra non aver mai avuto e che non consuma rapporti sessuali durante la notte di Halloween; facile allora trovare un altro significato sotterraneo all'opera di Carpenter, quella dell'innocenza che, vittima prediletta di una malvagità assoluta, si ribella e sfugge al suo carnefice, arrivando persino a ferirlo; il grande regista, dal canto suo, interrogato in merito si limiterà ad affermare come sia stata proprio la verginità della ragazza a darle la forza di impugnare per la prima volta un simbolo fallico per difendersi: l'astinenza sessuale, ossia il desiderio non appagato, è in tal senso l'arma più forte.




Al di là di ogni possibile interpretazione, "Halloween" è innanzitutto un perfetto esercizio di tensione, un meccanismo perfetto in grado di tenere incollato lo spettatore alla poltrona quarant'anni fa come oggi, che grazie al perfetto stile e alla costruzione eccelsa ammalia e spaventa al contempo.