Visualizzazione post con etichetta Wes Anderson. Mostra tutti i post
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lunedì 2 ottobre 2023

Asteroid City

di Wes Anderson.

con: Jason Schwartzman, Scarlett Johansson, Tom Hanks, Jeffrey Wright, Bryan Cranston, Edward Norton, Matt Dillon, Steve Carell, Adrien Brody, Willem Dafoe, Rita Wilson, Tony Revolori, Bob Balaban, Tilda Swinton, Fisher Stevens, Jake Ryan, Grace Edwards, Maya Hawke, Rupert Friend, Hope Davis, Steve Park, Margot Robbie, Jeff Goldblum, .

Commedia

Usa, Germania 2023










Era solo una questione di tempo prima che Wes Anderson dirigesse un film totalmente vuoto. Vi si era avvicinato tanto già con "Il Treno per il Darjeeling", il quale però riusciva comunque a dare un ritratto credibile della "non-elaborazione" del lutto. Con "Asteroid City", purtroppo, ci riesce in pieno.
Vuotezza forse dovuta all'assenza di Owen Wilson come sceneggiatore, forse dovuta alla volontà di esasperare quel suo stile di scrittura che evita sempre catarsi risolutorie o meno, o forse ad una mancanza di ispirazione effettiva dietra la disanima di questo gruppo di personaggi disfunzionali in una situazione assurda.
Fatto sta che questa sua ultima fatica, per quanto pur sempre bella sul piano stilistico-estetico, si arena miseramente nel campo dell'insipienza.




"Asteroid City" è il racconto di un racconto, la recita di una recita, al pari del cartellone pubblicitario che riporta a sua volta una cartolina al suo interno e che appare in un paio di scene. E' in primis la pièce di un autore un po' strambo, Conrad Earp (Edward Norton), il quale ha l'idea di portarla in scena anche grazie all'incontro con l'attore che poi ne interpreterà il protagonista Augie Steenback (Jason Schwartzman). Tale protagonista si ritrova nella città del titolo, fatta unicamente da un motel ed un diner in mezzo al deserto in un imprecisato stato dell'ovest Usa, assieme ai quattro figli e fresco del lutto della moglie (Margot Robbie). Intorno a lui, causa un festival per giovani scienziati, una baraonda di personaggi pittoreschi. Ed entrambi i piani narrativi sono poi incorniciati all'interno di una terza traccia, la ricostruzione della creazione della pièce in uno special televisivo narrato da un conduttore invadente (Bryan Cranston).




Un film che è tutto nelle premesse: il caos artistico e produttivo dietro la messa in scena teatrale, il caos emotivo di un pugno di personaggi allo sbando.
Se il cinema di Anderson ha sempre giocato con uno stile di messa in scena teatrale, dove geometricità del quadro e movimenti di macchina certosini altro non sono che l'equivalente filmico di un proscenio ben allestito, "Asteroid City" va oltre e porta direttamente in scena il teatro, alternando quello vero ad una rappresentazione immaginifica della stesso, dove la finzione cinematografica amplifica quella del palco.
Pur tuttavia, questo gioco di specchi tra personaggi e attori, deus ex machina frustrati e sfigati, narratore e interpreti che non capiscono l'andazzo del copione e per questo interrompono la narrazione filmica, non trova mai uno sbocco significativo e si perde nella contemplazione onanistica della dualità narrativa; una dualità che esiste, in buona sostanza, solo per esistere, senza voler dire nulla di davvero concreto.




Se la cornice metanarrativa è così del tutto pretestuosa e, prima ancora, pretenziosa, del tutto arido è il testo nel testo, la storia di Augie, i suoi quattro figli, il suo rapporto con la strana e affascinante diva Midge Campbell (Scarlett Johansson), l'elaborazione della perdita della moglie, il rapporto con lo strambo padre (Tom Hanks) e tutto il contorno di personaggi altrettanto "spezzati" che ha intorno.
Tutti i rapporti interpersonali esistono, ma non si ha davvero la volontà di sviscerarli, di dar loro una forma che vada al di là dei semplici dialoghi briosi e delle situazioni comiche. L'unica eccezione è quella data dal rapporto tra J.J. Kellog (Liev Schreiber) e il figlio. La catarsi, come sempre, è assente, ma questa anche tutto quello che dovrebbe portare verso la stessa lo è.
Si gira così in tondo alle emozioni dei personaggi, alle loro idiosincrasie e difetti, li si sbeffeggia in gag al solito divertenti, con dialoghi freschi e ilari, dove tra l'altro ogni tanto emerge qualche influenza della cattiveria dello stile di scrittura dei fratelli Coen, non si capisce se casuale o meno. Ma non si riesce mai davvero ad empatizzare con loro, né a vederli sotto un'ottica davvero convincente. Con il risultato che tutto diventa una sarabanda di facce buffe, situazioni simpatiche e battute briose che non vanno a parare da nessuna parte.




Allo stesso modo è impossibile assimilare qualcosa dalla descrizione del contesto storico-geografico, che pur vorrebbe essere parte integrante della narrazione. Asteroid City, gruppo di bungalow nel nulla dell'America, non-luogo di passaggio attraversato da banditi nel quale tutti i personaggi si ritrovano in teoria temporaneamente e che vorrebbe diventare un luogo preciso grazie alla vendita di minuscoli lotti a prezzi stracciati; nel mentre, arrivano a galla la paura del diverso, la rincorsa verso il futuro, l'indeterminatezza e l'intettidune di militari e scienziati; tutto concorre a creare un ritratto di un'America che fu e che è, ma che non riesce mai davvero davvero ad essere graffiante.




Non resta quindi che consolarsi con la messa in scena. L'occhio di Anderson trova una nuova profondità nelle prime scene, che si fregiano di una lunghezza di campo in parte inedita. I suoi movimenti di macchina si fanno ancora più ricercati, con panoramiche quasi ossessive. Mentre l'uso dei colori è al solito magistrale, con cromatismi in parte desaturati che fanno somigliare le immagini a quadri di Edward Hopper in movimento.




Che sia l'inizio di una fase calante per la carriera di Wes Anderson? Si spera ovviamente di no: gli elementi per creare un'opera al suo solito memorabile qui ci sono tutti, è solo che il sguardo si ferma sempre, prepotentemente, sulla loro superficie.

venerdì 19 novembre 2021

The French Dispatch

di Wes Anderson.

con: Benicio Del Toro, Owen Wilson, Lyna Khoudri, Steven Park, Timothée Chalamet, Tlda Swinton, Léa Seydoux, Frances McDormand, Adrien Brody, Jeffrey Wright, Mathieu Amalric, Tony Revolari, Bob Balaban, Bill Murray, Willem Dafoe, Liev Schrieber, Saoirse Ronan, Henry Winkler, Pois Smith, Christoph Waltz, Cécile de France, Guillaume Galliene, Rupert Friend, Elisabeth Moss, Jason Schwartzman, Fisher Stevens, Griffin Dunne, Anjelica Huston.

Usa, Germania 2021










Il rischio implicito nel cinema di Wes Anderson è che la forma finisca per divorare la sostanza, che l'estetica ricercatissima e riconoscibile obliteri personaggi e trama. Cosa che avveniva in "Il Treno per il Darjeeling" e che a tratti avviene anche in "The French Dispatch". Ma in quest'ultimo caso è davvero un male?


Ambientato nell'immaginaria cittadina francese di Ennui, in un periodo temporale ricompreso tra gli anni '50 e '70, l'ultima fatica Anderson altro non è se non un gigantesco atto d'amore verso il cinema e la cultura francese, verso l'arte astratta e le avanguardie pittoriche del XX secolo, verso la Nouvelle Vague e la controcultura del Maggio (qui Marzo) parigino e verso le atmosfere e l'estetica del polar di Clouzot e Melville. La cornice, in sostanza, lo spiega da sé: tre episodi "e mezzo" che portano in scena altrettanti articoli del French Dispatch, giornale americano sito in Francia che getta uno sguardo alieno sulle vicende più importanti della nazione.


L'arte è forma della follia, ossessione erotica filtrata attraverso uno sguardo deviante a sua volta ricomposto in geometrie fredde, rese ancora più algide da un bianco e nero glaciale. L'artista Rosenthaler (Benicio Del Toro) e la sua algida musa Simone (Léa Seydoux) sono due archetipi "maledetti" della pittura francese del Secondo Dopoguerra, che distrugge ogni parvenza umana per farsi astrazione pura. E se è vero che la vera bellezza è negli occhi di chi osserva, allora il mercante d'arte squinternato Cadazio (Adrien Brody) ha di certo trovato una gallina dalle uova d'oro. Anderson ritrae i personaggi in modo irriverente, come degli idioti a piede libero, ma il suo sguardo non è davvero caustico, quanto divertito e si fa per una volta dinamico nell'uso della camera a mano che infrange le sue famose geometrie per dare forma alla furia. Soprattutto, mette da parte l'uso del colore per usare un bianco e nero profondo, dando un tocco diverso e originale alle immagini.


La Rivoluzione Sessantottina ha il volto di Timothée Chalamet, chiamato "Zeffirelli" per ovvi motivi; e la contestazione viene filtrata attraverso l'occhio maturo di Frances McDormand, la quale non può che rimanere affascinata da quei movimenti sgangherati e confusi, ma la cui indignazione è genuina. L'omaggio a Godard è evidente nell'uso dei colori, con i bianchi intensi giustapposti alle esplosioni dei colori di base, mentre il bianco e nero diventa quello di "Fino all'Ultimo Respiro", con tanto di inquadratura della coppia a letto a fare capolino.


L'indagine culinaria del reporter Roebuck Wright (Jeffrey Wright) diventa un caso di polizia quando il figlio del commissario (Mathieu Amalric) viene rapito da dei facinorosi. Il modello è dato soprattutto da Melville, con un bianco e nero  contrastatissimo e una storia poliziesca condotta però con brio e leggerezza.
Ad Anderson mai come ora interessano le immagini e le parole; la narrazione filmica diviene così un fiume in piena di concetti talvolta antitetici e inconciliabili, come nell'ultimo episodio, ma tenuti sempre insieme da una narrazione ferrea, che non desiste e non conosce veri tempi morti.
Le singole storie ritraggono tutti i topoi del suo cinema, soprattutto il rapporto padre-figlio e la ricerca costante di ispirazione e, pur non raggiungendo la complessità di altre sue opere, restano comunque riuscite, in un'antologia divertita e sentita che incanta e delizia per tutta la sua durata.


L'operazione trova la sua ragione d'essere nella rielaborazione dei topoi narrativi e stilistici; non un semplice omaggio al passato, quanto una sua rilettura personale, che permette al cinema d'autore francese di rifulgere e ad Anderson di provare nuovi concetti e stilemi estetici. Un cinema che è bene o male pura forma, pura estetica messa al servizio delle immagini e delle parole, ossia dei concetti astratti più che al servizio di storia e personaggi. E che, grazie ad una conduzione magistrale e divertente, è totalmente riuscita, per questo quantomai preziosa.

lunedì 7 maggio 2018

L'Isola dei Cani

Isle of Dogs

di Wes Anderson.

Animazione/Commedia

Usa, Germania 2018

















Dimensioni lineari, piatte ma ricercatissime e colorate in modo sgargiante; un linguaggio unico e personalissimo quello di Wes Anderson, fatto di immagini geometriche e bidimensionali, dove l'animazione spesso si fonde con il live-action per creare qualcosa di unico. I numi tutelari sono avvertibili: il Kubrick di "Shining" e sopratutto Yasujiro Ozu.
Per la sua escursione nipponica era quindi d'obbligo aspettarsi un gusto ancora più sfrenato per il classicismo del cinema giapponese, per quelle immagini con forme speculari, dove la macchina da presa è sempre rasoterra ed inquadra i personaggi di fronte o di lato, mai a tre quarti. Ed invece Anderson stupisce tutti aggiornando il proprio stile, conferendoli un'inedita profondità.



Profondità d'immagine che va di pari passo con un racconto sfaccettato e dalla sottile metafora politica. I cani divengono gli oppressi, vittime di un sistema che li emargina in quanto diversi, sino a relegarli su di un isola-lager, letteralmente in mezzo ai rifiuti, ossia gli scarti della società. Chief, il più ruvido del branco dei protagonisti, e la sua ideale controparte Spots sono due facce di una stessa medaglia: Spots è il servitore fedele, un samurai il cui padrone, Atari, percorre mari e monti (di immondizia) pur di ritrovare; Chief, d'altro canto, è un ronin in tutti i sensi, un cane senza padrone alla deriva, perso nella sua propria ossessione per la libertà, che finisce per compiere un viaggio di formazione con il quale scoprirà l'importanza dell'appartenenza.




Se nel cinema di Anderson precedente il fulcro era sempre dato dalla figura paterna o dalla sua assenza, qui il valore diviene quello della famiglia in toto, dove la ritrovata catarsi (presente da "Moonrise Kingdom in poi) porta alla riscoperta di tale valore da parte del randagio e del malvagio.




Ed Anderson si diverte a giocare con il linguaggio. Al di là dell'inedito senso di profondità, è semplicemente geniale la trovata di lasciare in giapponese tutti i dialoghi degli umani, tradotti in simultanea nei passaggi più importanti, ponendo al centro di tutto il migliore amico dell'uomo come creatura più "umana"; lo stesso Atari, nella sua odissea, ricorda il comportamento di un amico fedele alla ricerca del proprio padrone, mentre l'evoluzione di Chief ricorda quella di un personaggio in tutto e per tutto umano.
Gioco che continua nell'animazione, dove la tridimensionalità dell'animazione passo-uno è intercalata con la bidimensionalità di quella classica, dove la profondità viene alternata sapientemente alla pura geometricità e dove lo split screen duplica i centri di interesse.




Da qui la perfetta riuscita di un'opera sorprendente e divertente, in cui l'umorismo non è mai forzato, rendendo il tutto ancora più fresco.