di Lars Von Trier.
con: Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman, Riley Keogh, Siobhan Fallon Hogan, Sofie Grabol, Jeremy Davies, Jack McKenzie.
Danimarca, Francia, Germania, Svezia 2018
Era il 2011 quando Von Trier venne bandito dal Festival di Cannes. Il motivo, in teoria, era anche condivisibile, ossia l'aver "lodato" la sistematica della ferocia nazista. Di certo, non ci si poteva aspettare di meno da un autore per il quale la provocazione è quasi un vizio, una ragione di vita, forse. Fatto sta che, nel 2018, esauritosi il bando settennale, l'ex padre del Dogma è tornato sulla croisette con "The House that Jack Built", scatenando ben più pacate polemiche.
Polemiche in fondo non dissimili da quelle che avevano accompagnato l'uscita del dittico di "Nymphomaniac", solo che ad essere la pietra dello scandalo è ora la violenza. E che, proprio come accadde con il precedente lavoro, si sciolgono come neve al sole dinanzi alle immagini del film, dove la violenza è di fatto ben poca cosa (ed è bene ribadire come Von Trier abbia mostrato molta più graficità in "Antichrist", tutt'oggi la sua opera più disturbante).
Ma non per questo, "The House that Jack Built" risulta essere un film semplice, né sul piano tematico, tantomeno come esperienza filmica.
Jack è un assassino seriale. Jack è anche un comune attrezzo, la traduzione dell'italiano "cric". Jack porta il nome del famoso squartatore di White Chapel e proprio come lui racconta di cinque vittime, prediligendo le donne. Jack è anche un artista e, in senso lato, un filosofo. La sua è una confessione fatta ad un misterioso interlocutore, Verge (Bruno Ganz) ma dalla quale pare non voglia ricavare perdono alcuno, solo illustrare il suo punto di vista.
Quella di Jack è una metafora mai velata: è lui lo stesso Von Trier, che usando per la prima volta in anni un alter ego maschile, decide di confessarsi allo spettatore, mostrargli il suo punto di vista sull'arte e sulla provocazione in sé stessa, provocandolo, appunto, con gusto, ma immergendo al contempo il tutto in un umorismo nerissimo eppure efficace.
Tramite Jack, Von Trier si confessa. La metafora dell'assassinio è un esamotage che gli permette di provocare la reazione più intima del pubblica: da un lato il disgusto, dall'altro l'ammirazione per i piani sempre più elaborati che vengono imbastiti; d'altronde Jack è sia l'ingegnere architetto mancato che tenta di realizzare una casa perfetta, sia l'attrezzo rozzo e rotto; ecco perché si comincia con il più brutale e semplice degli omicidi per arrivare ad un piano elaborato a puntino.
La confessione di Von Trier tocca i punti più controversi senza tirarsi indietro su nulla. Posto speciale, ovviamente, viene riservato alla polemica sul nazismo, alla sua fascinazione per Albert Speer e l'architettura del regime; ma, oltre, tutte le dittature vengono appaiate alla forza dell'arte per la loro capacità di creare icone.
Altra "pietra dello scandalo" è la misoginia, da sempre a lui attribuita e che si palesa nell' "incidente" di Simple, ossia "sciocca" (interpretata da Riley Keough). La donna è qui sempre vittima, agnello dilaniato dalla tigre e, per di più, spesso ingenua o sciocca. Ma tacciare il film, così come il suo autore, di vera misoginia per questa confessione sarebbe quantomai riduttivo.
"The House that Jack Built" è anche il racconto di una mente deviata o, per meglio dire, lucida nella sua infinità malvagità, che ne riprende in tutto e per tutto il punto di vista. Di conseguenza, tutto ciò che è altro rispetto ad esso e alla sua natura è per forza di cose un qualcosa di "inferiore", indegno, stupido appunto. E la descrizione di questo mefistofelico "artista" è anche la parte più sconcertante del film.
Cucendo il personaggio addosso ad un Matt Dillon mai davvero così in parte, Von Trier dipinge un killer privo della ben più basica empatia, un essere umano che vede i suoi simili alla stregua del materiale da lavoro con il quale costruire un'opera. Un uomo perso nella propria malvagità, la cui catabasi altro non è se non un'ulteriore presa di coscienza della propria natura.
Il racconto scorre così sui due binari della metafora e della descrizione, imponendosi in modo vivido in entrambi. Le immagini, come da tradizione, vengono scisse in elaborati quadri in movimento, dove la plasticità viene ricercata in modo spasmodico, appaiati a ruvide scene con la fida camera a mano, creando, mai come ora, un risultato stordente, ameno, che trova un'ulteriore punto di interesse nell'uso dei primi piani. Mai nel cinema di Von Trier le inquadrature sono state così vicine al soggetto, mai sono state al contempo più pittoriche.
Non sarebbe quindi errato dire di come questa sua ultima fatica viva di due anime: la riflessione sull'arte, propria e altrui; la descrizione morbosa, scioccante, di un personaggio limite. Anime che si congiungono in quel finale, con il negativo che trasforma il personaggio, l'uomo, l'artista, nell'opera, in una quadratura perfetta, quasi un punto d'arrivo per l'intero cinema dell'autore danese.
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giovedì 3 gennaio 2019
mercoledì 23 aprile 2014
Nymphomaniac- Volume 2
Nymphomaniac: Vol. IIdi Lars Von Trier
con: Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgaard, Shia LaBeouf, Stacy Martin, Jamie Bell, Willem Dafoe, Mia Goth, Jean-Marc Barr, Michael Pas, Udo Kier.
Erotico/Drammatico
Danimarca, Inghilterra, Germania, Belgio (2013)
---SPOILERS INSIDE---
Seconda parte della storia di Joe, in "Nymphomaniac- Volume 2" Von Trier cambia decisamente i toni rispetto ai cinque capitoli del precedente Volume 1, esacerbando la componente drammatica ed iconoclasta ed ammantando ancora più pesantemente le avventure della sua protagonista in un'alone di dannazione.
Joe (Charlotte Gainsbourg) continua a narrare a Seligman (Stellan Skarsgaard) le sue avventure sessuali e non; incapace di provare orgasmi, la donna comincia una serena e spensierata convivenza con l'amato Jérome (Shia LaBeauf), dal quale ha anche un figlio, Marcel; disperatamente alla ricerca del piacere, Joe si avvicina al masochismo grazie al sadico "K" (Jamie Bell), comincia a lavorare per lo strozzino "L" (Willem Dafoe) ed alleva la giovane e scapestrata "P" (Mia Goth).
Nei tre capitoli conclusivi, Von Trier si limita a descrivere la caduta in disgrazia di Joe, lo sfaldarsi delle sue certezze e dell'equilibrio che sembrava aver raggiunto in "The Little Organ School"; Joe cala sé stessa in un universo di perversioni, diviene per la prima volta oggetto passivo pur di ritrovare l'orgasmo perduto ed il sesso diviene castigo infernale piuttosto che coronazione di una dipendenza; la maternità per la donna è solo un ostacolo al piacere, che rimuove senza rimorso alcuno, se non quello di aver perduto l'uomo della sua vita; la vera esperienza genitoriale viene compiuta nel tutorato di "P", al contempo successore, figlia ed amante, ossia coacervo di tutte le aspettative che un essere umano può riporre nel prossimo.
Ed è nella narrazione di tale "discesa" che Von Trier calca la mano; le pratiche erotiche più volgari vengono dipinte con uno humor nero irresistibile, come nella scena dei cucchiai da dolce o del menage a trois "abortito"; la sessualità continua ad essere mostrata esplicitamente solo per brevissimi istanti; al suo posto è la violenza a divenire protagonista: sia essa la violenza a fini erotici che Joe sperimenta nel sesto capitolo, "The Eastern and Western Church (The Silent Duck)", sia quella distruttiva a cui si lascia andare nel suo lavoro.
In "The Mirror", il settimo capitolo, Joe tenta di "disintossicarsi" dalla sua dipendenza da sesso andando in rehab presso una comunità psichiatrica; ma la sua esuberanza sessuale è davvero una malattia? Von Trier non ha dubbi: non lo è, lo scandalo vive solo nell'ipocrisia della mentalità borghese, la quale tende a rimuovere tutto ciò che può essere etichettabile come "sporco" e "inusuale" dalla superficie della società, in ossequio ad un puro spirito di apparenza; l'ipocrisia dei "normali" viene aborrita in favore di una naturalità si peccaminosa ed oscena, ma pura perchè non costretta all'interno di schemi precostituiti.
Dinanzi ad una vittima apparentemente priva di difetti, Joe inizia a raccontare delle storie oscene per sondare le sue inclinazioni sessuali; con grande sorpresa della donna e sopratutto dello stesso uomo, questi scopre di essere attratto dagli infanti: esterrefatta, Joe lo loda e lo premia; dinanzi alla reazione indignata di Seligman, Joe afferma come di fatto provasse pietà per quell'essere: un uomo che come lei ha dovuto reprimere la sua sessualità, nascondere un'inclinazione oscena e su cui non ha potere; ma, e sopratutto, Joe afferma di aver stimato la sua vittima per essere riuscita a scardinare la sua tendenza e ad evitare che questa esplodesse ferendo degli innocenti.
La storia di "P" è invece più complessa ed affascinante; Joe conosce la ragazza, vittima di una famiglia disfunzionale e schiava della sua insicurezza, per addestrarla come suo rimpiazzo nel giro delle estorsioni; tra le due nasce un rapporto stratificato e completo; perduta la possibilità dell'orgasmo a causa delle ferite infertele da "K", Joe sublima la sua sessualità tramite una maternità altera, datale da un uomo ("L") per il quale non prova nulla, in completa antitesi rispetto alla sua maternità naturale: Marcel viene descritto come un novello anticristo e non a caso, nel capitolo precedente, Von Trier cita la celebre scena d'apertura del suo precedente (e controverso) "Antichrist" (2009); rapporto materno che presto sboccia in un amore puro, non casto ma neanche totalmente sessuale perchè privo dell'orgasmo: l'unico contatto fisico tra le due avviene quando "P" succhia il seno di Joe, ossia quando compie un gesto si smaccatamente sessuale, ma al contempo materno. "P" diviene una nuova Joe, la quale è schiava non del sesso, ma della violenza, ossia di una devianza totale; ed arriva anche a soppiantare la madre surrogata seducendo un ormai adulto Jérome, con il quale, alla fine dell'episodio, picchia a sangue Joe e la umilia due volte: facendosi prendere come lui fece con Joe nella sua prima esperienza, ma con più foga, e urinandole in testa, in una declinazione femminile e disperata del mito di Edipo.
L'erotismo di Joe viene questa volta tratteggiato in modo costantemente osceno ed esplicitamente blasfemo; nella prima scena, un flashback della sua infanzia, la ragazza ha una visione durante un orgasmo: la meretrice di Babilonia e Messalina; Von Trier rievoca i simboli classici e cristiani della perversione femminile in modo da calare la sua protagonsita all'interno di un simbolismo a lui caro: quello dell'anticristo; eppure, l'autore continua al contempo nella sua opera dialettica mediante il personaggio di Seligman, contrappunto razionale ed erudito il quale riesce a trovare nelle esperienze della donna sempre e comunque un lato positivo; e di fatto, nella conculsione dell'ultimo capitolo, è egli stesso che, in un gioco di specchi con il suo autore, stigmatizza la percezione maschilista della sessualità femminile come ipocrita, rimarcando come sia il solo sesso femminile di Joe (non per nulla battezzata con un nome maschile) ad ingenerare scandalo, non le sue azioni di per loro stesse.
Il tono didascalico e citazionista (tra gli altri l'amato Tarkowsky) aiutano la comprensione delle metafore più barocche, ma Von Trier sbaglia clamorosamente il finale di questa sua lunga e splendida disanima sulla donna e sul corpo; se in precedenza l'autore si poneva verso la protagonista (ossia verso la donna, un mondo che egli stesso e per sua ammissione dice di non comprendere) con una curiosità vera, un distacco intellettuale ed una genuina voglia di comprensione, nell'epilogo si contraddice clamorosamente rivoltando come un calzino l'intera caratterizzazione (simbolica e non) dei due protagonisti: Seligman diviene un mostro insensibile mentre Joe si tramuta in una assassina; perché un tale capovolgimento repentino ed ingiustificato? Von Trier potrebbe davvero credere ad una sorta di determinismo sessuale per cui tutti gli uomini sono bestie mentre le donne sono vittime e/o carnefici; ma allora perchè spendere le tre ore e mezzo precedenti a sondare, scandagliare, costruire e decostruire personaggi e situazioni in cerca di un significato più profondo? La risposta va allora cercata altrove, in un territorio meno "intellettuale" e più schiettamente narrativo: la voglia compiaciuta di spiazzare lo spettatore, di distruggere ogni sua certezza e lasciarlo uscire dalla sala con l'amaro in bocca.
Scelta imperdonabile, che purtroppo guasta il lavoro fatto dall'autore nei capitoli precedenti; l'operazione "Nymhpomaniac" può quindi si essere catalogata come "riuscita", ma il tono manicheo e ruffiano di questo "Volume 2" abbassa di molto il valore di quella che avrebbe potuto essere un'opera geniale e coraggiosa.
giovedì 3 aprile 2014
Nymphomaniac- Volume 1
Nymphomaniac: Vol. I
di Lars von Trier
con: Stacy Martin, Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgaard, Shia LaBeouf, Christian Slater, Uma Thurman, Connie Nielsen, Sophie Kennedy Clark.
Erotico
Danimarca, Inghilterra, Francia, Germania, Belgio (2013)
---SPOILERS INSIDE---
Cercare di dare una dignità artistica alla pornografia è un'impresa ai limiti dell'impossibile; Oshima Nagisa ci aveva tentato con lo scandaloso "Ecco l'Impero dei Sensi" (1976) e con il suo seguito "L'Impero della Passione" (1978), fallendo miseramente; ora tocca a Lars von Trier, il cui cinema è da sempre foriero di provocazioni e scandali e che già con "Antichrist" (2009) si era avvicinato al limite tra il cinèma veritè e il porno; "Nymphomaniac- Volume 1" non è però la pellicola "oscena" che tutti si aspettavano: il sesso c'è, ma non è quasi mai mostrato esplicitamente; sopratutto, più che un film sul sesso, è, nella migliore tradizione del cineasta danese, un film sulle ossessioni e sulle paranoie private e comuni.
Londra; in una fredda notte, il mite ed erudito Seligman (Stellan Skarsgaard) soccorre Joe (Charlotte Gainsbourg), ninfomane apparentemente reduce da un brutale pestaggio; una volta a casa di lui, Joe comincia a narrare al suo soccorritore la storia della sua vita: la scoperta della sessualità avvenuta a soli due anni, i giochi erotici fatti sin da piccoli con l'amica "B" (Sophie Kennedy Clark), la sua perdita della verginità, avvenuta a quindici anni con lo scanzonato Jèrome (Shia LaBeouf), le sue innomerevoli avventure sessuali, ma anche il complesso rapporto con i genitori (Christian Slater e Connie Nielsen) e l'ossessione per il suo primo (e forse in realtà unico) amore.
Il tono di Von Trier è al solito algido e distaccato; camera a spalla, luce imrpovvisata e attori al naturale come il Dogma '95 impone(va), "Nymphomaniac" non comporta nessuna evoluzione stilistica nella filmografia dell'autore, che trova come uniche note originali delle splendide incursioni nella video-art (i diagrammi, spesso usati a fini umoristici) e nell'uso della colonna sonora, che mischia reminiscenze kubrickiane ai Rammstein. Quello di Von Trier è qui come non mai un cinema di contenuto, totalmente basato sulla descrizione del personaggio di Joe e sul suo confronto con Seligman, suo ideale alter-ego, talvolta semplice confessore, talatra vero e proprio psicoanalista; se la prima ammette candidamente l'immoralità della sua vita e della sua sfrenata pulsione sessuale, il secondo cerca di razionalizzarla, di creare un contrappunto ad ogni sua confessione; il punto di vista sulle vicende, benchè narrativamente ancorato a Joe, si sfasa in un duplice racconto, in una sintesi volta a capire quanto di davvero immorale e scandaloso vi sia negli episodi narrati.
Narrazione che si snoda nel corso di cinque capitoli, ognuno dei quali volto a svelare un frammento della vita e della personalità di Joe ed ognuno costituente un racconto a sè stante. Il primo capitolo, "The Compleat Angler" è l'ideale introduzione al mondo della ninfomania; Joe e la sua amica "B" viaggiano su un treno ingaggiando una sfida di sesso; la pulsione sessuale diviene così gioco, vera e proprio gioco a punti purgato di ogni riferimento carnale vero e proprio; per chi vive la sessualità come un'ossessione irrefrenabile, il coito può tramutarsi in caccia, o, meglio, pesca come spiegato da Seligman, dove è la donna ad adescare la preda con la sua esca (il suo corpo) e l'uomo diviene pesce da prendere all'amo per avere una ricompensa (un sacchetto di dolci); metafora ittica azzeccata, che Von Trier giustappone con ironia alle immagini sensuali, tutte basate (come nel resto del film) sulla fisicità acerba ma irresistibile dell'esordiente Stacy Martin.
Il secondo capitolo, "Jèrome", è il più complesso e divertente tra tutti; Joe e "B" in passato avevano fondato una comune di ninfomani volte alla venerazione del sesso nella sua accezione strettamente carnale e compulsiva, ostracizzando ogni forma d'amore e criticando la chiusura mentale della società perbenista e puritana mediante la provocazione di stampo religiosa, con un inno satanico ad aprire le sedute ed un mantra che recita "mea vulva, mea maxima vulva"; intenzioni che si sfaldano quando "B" si innamora, contravvedendo ai suoi stessi dettami. Ma anche Joe, pur più razionale e selvaggia, non è immune al virus dell'amore, che per le ha fattezze di Jèrome, colui che la liberò dalla verginità e che ora si ripresenta nella sua vita come suo datore di lavoro; quello tra i due è un vero e proprio duello: entrambi sono attratti l'uno dall'altra in una accezione non solo fisica, ma nessuno lo vuole ammettere; lo scontro tra sessi viene metaforizzato mediante la schermaglia amorosa, la quale tuttavia non porta da nessuna parte: alla fine, Joe tornerà alla sua quotidianità fatta di incontri casuali e strettamente sessuali e Jèrome scapperà via con un'altra donna.
Nel terzo capitolo, "Mrs. H", Von Trier delinea il caos della vita di Joe, fatta di una serie di incontri giornalieri (fino a dieci) regolati in modo fiscali per permetterle di incontrare il maggior numero di parter possibili; ma quando uno di questi lascia moglie e figli per trasferirsi da lei, Joe deve fronteggiare la moglie piantata, identificata solo come "Mrs. H" ed interpretata da una Uma Thurman in stato di grazia; Von Trier descrive il caos mentale generato dal tradimento appoggiandosi totalmente alla performance della Thurman, che improvvisando la parte inveisce contro Joe stigmatizzandone il comportamento; il matrimonio in frantumi, la distruzione della famiglia e il trauma generato sui figli diviengono per Joe il peccato, inteso, come specificato all'inizio della pellicola, in un senso strettamente laico, lontano dai dogmi della religione; peccato ancora più grave di quello originario, ossia della lussuria, e che Joe confessa senza ricevere assoluzioni di sorta.
Il capitolo quarto, "Delirium", è il più toccante, nel quale ritorna l'atavica paura dell'autore per gli ospedali; il padre di Joe sta morendo e lei assiste alle sue ultime ore di vita e al delirio mentale che precede la morte; unico capitolo in bianco e nero: il colore è assente, la monocromia diviene vestito del lutto, o meglio della perdita intesa anche come perdizione; il sesso, ora, è una punizione fisica ed una forma di umiliazione per l'incapacità di ovviare al dolore fisico che attanaglia il genitore e a quello affettivo della protagonista; umiliazione che diviene totale e definitiva di fronte alla reazione fisica al lutto, l'eccitazione, scevra da tendenze necrofile ma stigmatizzata da Joe in quanto immorale; Seligman però attenua il tono: la reazione incontrollata del corpo dinanzi ad un grande stress non è una vergogna, ma un mero dato fisico.
Ultimo capitolo: "The Little Organ School"; Seligman confessa a Joe il suo amore per Bach, per i suoi cori polifonici reinvanti tramite l'organo a canne e per la numerologia, in particolare per la stringa di Fibonacci, della quale due dei numeri (3+5) erano presenti nel momento in cui Joe perdette la verginità; la donna assimila la lezione e gli spiega come anche nella sua vita ci sia un trio di voci polifoniche che le hanno regalato piacere: una voce di basso, ossia un uomo più sensibile e delicato; un'esecuzione da mano destra, più selvaggio e dominatore; ed infine una terza voce, il perno dell'armonia: Jèrome, con il quale ha miracolosamente riaperto i rapporti; tuttavia, nella scena che chiude il capitolo (e con esso il film), Joe scopre, tra le braccia dell'amato, di non provare più sentimenti di sorta.
La pornografia di Von Trier riesce miracolosamente a non scadere mai nel volgare o nel compiaciuto; l'autore sa sempre quando mostrare gli amplessi e quanto mostrarne; non eccede nel vouyerismo, nè nella provocazione (a differenza di quanto accadeva in "Antichrist") lasciando che siano i racconti a stupire ed ammaliare, più che le immagini dei rapporti; e nonostante questo, "Nymphomaniac" è un'opera altamente visiva, nel quale il gusto per la pittoricità delle inquadrature evocative proprio dell'autore ritorna più forte che mai, cone nel prologo del quarto capitolo; e in cui la camera a mano e il montaggio sfasato ben riescono a raccontare la deriva mentale di una donna al limite. E se l'immoralità viene sempre tenuta a freno è probabilmente anche a causa della divisione in due parti dell'intera opera: stando all'anteprima contenuta sui titoli di coda, il "Volume 2" in uscita a breve pare essere il vero "film scandalo"; fatto sta che, grazie alla certosina caratterizzazione e alle splendide metafore, questo "Nymphomaniac- Volume 1" può essere tranquillamente considerato come uno degli esiti migliori del cineasta danese.
di Lars von Trier
con: Stacy Martin, Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgaard, Shia LaBeouf, Christian Slater, Uma Thurman, Connie Nielsen, Sophie Kennedy Clark.
Erotico
Danimarca, Inghilterra, Francia, Germania, Belgio (2013)
---SPOILERS INSIDE---
Cercare di dare una dignità artistica alla pornografia è un'impresa ai limiti dell'impossibile; Oshima Nagisa ci aveva tentato con lo scandaloso "Ecco l'Impero dei Sensi" (1976) e con il suo seguito "L'Impero della Passione" (1978), fallendo miseramente; ora tocca a Lars von Trier, il cui cinema è da sempre foriero di provocazioni e scandali e che già con "Antichrist" (2009) si era avvicinato al limite tra il cinèma veritè e il porno; "Nymphomaniac- Volume 1" non è però la pellicola "oscena" che tutti si aspettavano: il sesso c'è, ma non è quasi mai mostrato esplicitamente; sopratutto, più che un film sul sesso, è, nella migliore tradizione del cineasta danese, un film sulle ossessioni e sulle paranoie private e comuni.
Londra; in una fredda notte, il mite ed erudito Seligman (Stellan Skarsgaard) soccorre Joe (Charlotte Gainsbourg), ninfomane apparentemente reduce da un brutale pestaggio; una volta a casa di lui, Joe comincia a narrare al suo soccorritore la storia della sua vita: la scoperta della sessualità avvenuta a soli due anni, i giochi erotici fatti sin da piccoli con l'amica "B" (Sophie Kennedy Clark), la sua perdita della verginità, avvenuta a quindici anni con lo scanzonato Jèrome (Shia LaBeouf), le sue innomerevoli avventure sessuali, ma anche il complesso rapporto con i genitori (Christian Slater e Connie Nielsen) e l'ossessione per il suo primo (e forse in realtà unico) amore.
Il tono di Von Trier è al solito algido e distaccato; camera a spalla, luce imrpovvisata e attori al naturale come il Dogma '95 impone(va), "Nymphomaniac" non comporta nessuna evoluzione stilistica nella filmografia dell'autore, che trova come uniche note originali delle splendide incursioni nella video-art (i diagrammi, spesso usati a fini umoristici) e nell'uso della colonna sonora, che mischia reminiscenze kubrickiane ai Rammstein. Quello di Von Trier è qui come non mai un cinema di contenuto, totalmente basato sulla descrizione del personaggio di Joe e sul suo confronto con Seligman, suo ideale alter-ego, talvolta semplice confessore, talatra vero e proprio psicoanalista; se la prima ammette candidamente l'immoralità della sua vita e della sua sfrenata pulsione sessuale, il secondo cerca di razionalizzarla, di creare un contrappunto ad ogni sua confessione; il punto di vista sulle vicende, benchè narrativamente ancorato a Joe, si sfasa in un duplice racconto, in una sintesi volta a capire quanto di davvero immorale e scandaloso vi sia negli episodi narrati.
Narrazione che si snoda nel corso di cinque capitoli, ognuno dei quali volto a svelare un frammento della vita e della personalità di Joe ed ognuno costituente un racconto a sè stante. Il primo capitolo, "The Compleat Angler" è l'ideale introduzione al mondo della ninfomania; Joe e la sua amica "B" viaggiano su un treno ingaggiando una sfida di sesso; la pulsione sessuale diviene così gioco, vera e proprio gioco a punti purgato di ogni riferimento carnale vero e proprio; per chi vive la sessualità come un'ossessione irrefrenabile, il coito può tramutarsi in caccia, o, meglio, pesca come spiegato da Seligman, dove è la donna ad adescare la preda con la sua esca (il suo corpo) e l'uomo diviene pesce da prendere all'amo per avere una ricompensa (un sacchetto di dolci); metafora ittica azzeccata, che Von Trier giustappone con ironia alle immagini sensuali, tutte basate (come nel resto del film) sulla fisicità acerba ma irresistibile dell'esordiente Stacy Martin.
Il secondo capitolo, "Jèrome", è il più complesso e divertente tra tutti; Joe e "B" in passato avevano fondato una comune di ninfomani volte alla venerazione del sesso nella sua accezione strettamente carnale e compulsiva, ostracizzando ogni forma d'amore e criticando la chiusura mentale della società perbenista e puritana mediante la provocazione di stampo religiosa, con un inno satanico ad aprire le sedute ed un mantra che recita "mea vulva, mea maxima vulva"; intenzioni che si sfaldano quando "B" si innamora, contravvedendo ai suoi stessi dettami. Ma anche Joe, pur più razionale e selvaggia, non è immune al virus dell'amore, che per le ha fattezze di Jèrome, colui che la liberò dalla verginità e che ora si ripresenta nella sua vita come suo datore di lavoro; quello tra i due è un vero e proprio duello: entrambi sono attratti l'uno dall'altra in una accezione non solo fisica, ma nessuno lo vuole ammettere; lo scontro tra sessi viene metaforizzato mediante la schermaglia amorosa, la quale tuttavia non porta da nessuna parte: alla fine, Joe tornerà alla sua quotidianità fatta di incontri casuali e strettamente sessuali e Jèrome scapperà via con un'altra donna.
Nel terzo capitolo, "Mrs. H", Von Trier delinea il caos della vita di Joe, fatta di una serie di incontri giornalieri (fino a dieci) regolati in modo fiscali per permetterle di incontrare il maggior numero di parter possibili; ma quando uno di questi lascia moglie e figli per trasferirsi da lei, Joe deve fronteggiare la moglie piantata, identificata solo come "Mrs. H" ed interpretata da una Uma Thurman in stato di grazia; Von Trier descrive il caos mentale generato dal tradimento appoggiandosi totalmente alla performance della Thurman, che improvvisando la parte inveisce contro Joe stigmatizzandone il comportamento; il matrimonio in frantumi, la distruzione della famiglia e il trauma generato sui figli diviengono per Joe il peccato, inteso, come specificato all'inizio della pellicola, in un senso strettamente laico, lontano dai dogmi della religione; peccato ancora più grave di quello originario, ossia della lussuria, e che Joe confessa senza ricevere assoluzioni di sorta.
Il capitolo quarto, "Delirium", è il più toccante, nel quale ritorna l'atavica paura dell'autore per gli ospedali; il padre di Joe sta morendo e lei assiste alle sue ultime ore di vita e al delirio mentale che precede la morte; unico capitolo in bianco e nero: il colore è assente, la monocromia diviene vestito del lutto, o meglio della perdita intesa anche come perdizione; il sesso, ora, è una punizione fisica ed una forma di umiliazione per l'incapacità di ovviare al dolore fisico che attanaglia il genitore e a quello affettivo della protagonista; umiliazione che diviene totale e definitiva di fronte alla reazione fisica al lutto, l'eccitazione, scevra da tendenze necrofile ma stigmatizzata da Joe in quanto immorale; Seligman però attenua il tono: la reazione incontrollata del corpo dinanzi ad un grande stress non è una vergogna, ma un mero dato fisico.
Ultimo capitolo: "The Little Organ School"; Seligman confessa a Joe il suo amore per Bach, per i suoi cori polifonici reinvanti tramite l'organo a canne e per la numerologia, in particolare per la stringa di Fibonacci, della quale due dei numeri (3+5) erano presenti nel momento in cui Joe perdette la verginità; la donna assimila la lezione e gli spiega come anche nella sua vita ci sia un trio di voci polifoniche che le hanno regalato piacere: una voce di basso, ossia un uomo più sensibile e delicato; un'esecuzione da mano destra, più selvaggio e dominatore; ed infine una terza voce, il perno dell'armonia: Jèrome, con il quale ha miracolosamente riaperto i rapporti; tuttavia, nella scena che chiude il capitolo (e con esso il film), Joe scopre, tra le braccia dell'amato, di non provare più sentimenti di sorta.
La pornografia di Von Trier riesce miracolosamente a non scadere mai nel volgare o nel compiaciuto; l'autore sa sempre quando mostrare gli amplessi e quanto mostrarne; non eccede nel vouyerismo, nè nella provocazione (a differenza di quanto accadeva in "Antichrist") lasciando che siano i racconti a stupire ed ammaliare, più che le immagini dei rapporti; e nonostante questo, "Nymphomaniac" è un'opera altamente visiva, nel quale il gusto per la pittoricità delle inquadrature evocative proprio dell'autore ritorna più forte che mai, cone nel prologo del quarto capitolo; e in cui la camera a mano e il montaggio sfasato ben riescono a raccontare la deriva mentale di una donna al limite. E se l'immoralità viene sempre tenuta a freno è probabilmente anche a causa della divisione in due parti dell'intera opera: stando all'anteprima contenuta sui titoli di coda, il "Volume 2" in uscita a breve pare essere il vero "film scandalo"; fatto sta che, grazie alla certosina caratterizzazione e alle splendide metafore, questo "Nymphomaniac- Volume 1" può essere tranquillamente considerato come uno degli esiti migliori del cineasta danese.
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