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lunedì 11 settembre 2023

Prigionieri dell'Onore

Prisoner of honor

di Ken Russell.

con: Richard Dreyfuss, Oliver Reed, Peter Firth, Jeremy Kemp, Brian Blessed, Peter Vaughan, Catherine Neilson, Kenneth Colley, Lindsay Wagner, Patrick Ryecart.

Storico/Drammatico

Regno Unito, Usa 1993















La fama e fortuna della HBO fu dovuta al pacchetto esclusivo che dedicava agli abbonati, all'epoca della sua creazione (i primi anni '80) del tutto inedita, ossia poter vedere film e spettacoli in versione integrale, senza tagli o censure; ovverosia, largo spazio a sesso e violenza.
Ma già verso la fine degli anni '80, la regina delle tv via cavo decise di investire in programmi autoprodotti e in parte lontani dai canoni della sua programmazione; e se nei primissimi anni '90 trovò successo riproponendo la formula che le aveva garantito fama con la serie di culto "Tales from the Crypt", è singolare notare come sempre nello stesso periodo avrebbe prodotto un film per il piccolo schermo lontano anni luce da essa, ossia "Prigionieri dell'Onore", che narrava la storia del tristemente famoso "affaire Dreyfus", più di recente portato sul grande schermo da Roman Polanski nel bel "L'Ufficiale e la Spia".
Affidato lo script al mestierante Josh Hutchinson, viene chiamato alla regia niente meno che Ken Russell, per dirigere un progetto in apparenza lontano anni luce dalle sue corde. E "Prigionieri dell'Onore" è sicuramente il classico film su commissione, che il grande regista inglese dirige però con passione e senza rinunciare del tutto al suo stile.



Una storia del genere non può che essere portata in scena con piglio verosimile. Russell resta quindi tra le righe, dirigendo persino gli attori in modo che non strabordino, come nel caso di Oliver Reed, qui misuratissimo (a Brian Blessed, d'altro canto, viene concessa più libertà, come nella scena del confronto con il protagonista Picquart dove entrambi sono ubriachi). Trova così una misura eccellente con uno stile classico, ma mai arido, creando immagini ricercate pur dovendo ricorrere a brevi movimenti di macchina e campi stretti (in ossequio alla natura televisiva del progetto). E quando decide di concedersi qualcosa, riesce a non far risultare come fuori luogo gli inserti ilari e grotteschi, come i contrappunti musicali ironici per sottolineare le assurdità delle tesi processuali o quel Dreyfus trentanovenne ritratto come un anziano malfermo.



Nel rapporto tra i personaggi, lo script scava sul concetto di onore personale e istituzionale e come questo si interfacci drammaticamente con gli interessi dello Stato. L'onore è quello di un uomo, Picquart (che qui ha il volto di Richard Dreyfuss, a suo dire discendente del vero Dreyfus), chiamato a fare luce su di un ingiustizia che vuole sanare come forma di rispetto verso sé stesso e la stessa istituzione militare; non certo un sant'uomo, razzista e apertamente xenofobo come è, è in realtà un semplice uomo dal forte rigore morale che finisce per scontrarsi con una nazione dome i pregiudizi sono più forti di quella parità di diritti e di trattamento che nell'Europa della fine del XIX secolo venivano propagandati solo per essere traditi a piacimento.
Una posizione che si scontra con la necessità della nazione di far salvo il proprio di onore, quello dell'istituzione militare infangato da un razzismo sistemico che, benché assimilato su più livelli sociali, finisce lo stesso per causare scandalo quando foriero di ingiustizie. Da cui l'aperta ostilità del maggiore Henry (Peter Firth) e il ruolo ambiguo giocato dal generale de Boisdeffre (Oliver Reed), il quale fa avviare l'indagine sul caso Dreyfus solo per poi rivelarsi malvolente contro il pur protetto Picquart quando la sua azione scoperchia il proverbiale "vaso di Pandora". E poi c'è il personaggio del maggiore Estherazy (Patrick Ryecart), ossia l'effetivo punto di vista degli eventi, un uomo a cui del concetto di onore non può importare di meno e che guarda con un occhio alieno il dimenarsi di questi personaggi ossessionati da esso; un essere sgradevole, falso, meschino, che Russell guarda con scherno e patimento, descrivendolo come un mentecatto inerme votato alla sconfitta totale anche se non messo con le spalle al muro da nessuno.


Russell riesce così a donare un tocco di originalità ad una pellicola già di suo interessante, creando così un dramma storico elegante e a suo modo singolare.

martedì 11 luglio 2023

Whore (Puttana)

Whore

di Ken Russell.

con: Theresa Russell, Benjamin Mouton, Antonio Fargas, Daniel Quinn, Sanjay Chandani, Jason Saucier, Michael Crabtree, Amanda Goddwin, Ginger Lynn, Jack Nance, Danny Trejo.

Drammatico

Usa, Regno Unito 1991












Se si pensa alla rappresentazione della prostituzione al cinema, sono pochi i film che vengono davvero alla mente. Anche perché quello che spesso viene ignorato è che a partire dalla metà degli anni '80 nacque un vero e proprio filone nel cinema americano che ritraeva il "mestiere più vecchio del mondo" in modo diretto e crudo. 
Apripista di questa tendenza è il piccolo cult "Streetwalkin'" (in Italia ribattezzato con il semplice titolo "Prostituzione"), prodotto da Roger Corman e scritto e diretto da Joan Freeman, che con piglio quasi neorealistico porta lo spettatore tra le strade di New York, negli squallidi ambienti del meretricio, seguendo le disavventure di una giovanissima passeggiatrice intrepretata da una Melissa Leo semiersordiente.
Il successo di quel piccolo film fu immediato, anche perché molte vere prostitute accorsero a vedere un'opera che ritraeva il lo mondo in modo veritiero e impietoso. Da cui la nascita del filone, che però virò subito all'exploitation spicciola.
Le cose cambiano nel 1990 con l'uscita del megasuccesso "Pretty Woman", il quale ritraeva quel mondo in modo pulito, sanificandone gli aspetti più sgradevoli per piacere al grande pubblico; cosa che ha suscitato le ire di non poca gente, primi fra tutti coloro i quali frequentavano quegli ambienti con il loro cinema. E tra questi il più iracondo fu Ken Russell, il quale, pur avendo toccato il tema della prostituzione solo di striscio nel corso della sua carriera, uscì devastato dalla visione di una prostituta simpatica e allegra che viene salvata da un bel principe azzurro.
In risposta, Russell decide di girare un vero film sulla prostituzione, che si insinuasse in quel filone inaugurato dalla Freeman e da Corman evitandone però gli eccessi di compiacimento degli ultimi esponenti. Trova una base nel monologo teatrale "Bondage" di David Hines, autore che aveva avuto anche una carriera come attore per poi dedicarsi alla drammaturgia; e trova poi in Theresa Russell una protagonista espressiva e sensuale, creando un'opera tanto convenzionale quanto riuscita.



Liz è una prostituta in fuga dal proprio magnaccia Blake (Benjamin Mouton). Vagabondano per la città, incontra vari personaggi, tra cui lo strambo "Rasta" (Antonio Fargas) e rimugina sulla sua condizione attuale e sul suo passato.
Per comprendere appieno "Whore" bisogna tenere conto non solo del suo status di "reazione", ma anche di come si contrappore all'altro film con il quale Russell ha toccato in modo diretto il tema del sesso e in modo indiretto quello della prostituzione, ossia "China Blue".
Liz e China Blue sono due opposti inconciliabili. Quest'ultima vende la vendita del proprio corpo come forma di affermazione individuale in un impeto edonistico, mentre la prima si ritrova suo malgrado a vendersi pur di campare. Cambia anche il contesto nel quale le due figure si muovono: benché separate da giusto un pugno di anni, le città dove le due donne battono sono agli antipodi, con quella di China Blue a rappresentare un mondo in cui il sesso è ancora pulsione passionale, sublimazione di una necessità emotiva oltre che fisica, mentre quella di Liz è una sorta di fogna nella quale il sesso è anticamera della morte, dove tutti i corpi meno il suo e pochi altri sono vecchi e malati; un mondo dove l'AIDS sembra presente ad ogni angolo (da cui l'agghiacciante scena dell'accoltellamento), pronta ad uccidere chiunque si abbandoni ai sensi.
Se in "China Blue" il sesso è passione (non per nulla il titolo originale è "Crimes of Passion"), in "Whore" esso è uno sfogo, una necessità, una pura azione meccanica.



Laddove l'occhio di Russell scruta in primis la sua protagonista, esso è però altrettanto penetrante verso i suoi clienti, vero e proprio campionario di un'umanità eterogenea e appartenente ad ogni classe sociale. La maggior parte sono rifiuti umani, uomini in cerca di un orgasmo facile che si vergognano di chiedere vera passione alle compagne e che usano le prostitute come ricettacoli delle loro frustrazioni. Tra loro sono in pochi quelli che hanno una vena di umanità, come l'anziano del quale Liz si invaghisce durante i primi anni di attività. E in generale, sono davvero pochi gli uomini che trattano le donne con rispetto, come il professore interpretato da Jack Nance, il giovane ragazzo indiano (che pur prova ad ottenere un rapporto non protetto a più riprese) e il misterioso Rasta, vero e proprio angelo custode della protagonista, sorta di incarnazione di quella bontà che per tutta la sua vita non ha mai trovato.
L'unica forma di amore, Liz la ritrova nel figlioletto sottrattole e nel rapporto con la giovane amica Katie (Elizabeth Morehead), la "lesbica" che la adotta come una sorella e che cerca di sottrarla alla strada, purtroppo invano.




Il centro di tutto resta però sempre Liz, la sua vita, il suo dramma, le sue emozioni e le sue bugie; una donna distrutta dalla vita, quella privata prima ancora che quella di strada, che mente a sé stessa pur di sopportare una situazione sempre pronta a deflagrare; un essere umano che ha perso ogni vera passione, sottrattale dalla professione e le cui emozioni sono nascoste sotto una coltre di cinismo necessario alla propria sopravvivenza psicologica e spirituale. 
Quella di Liz non è una storia di redenzione, riscatto o salvezza, quanto appunto di pura sopravvivenza. Alla fine non abbandona davvero la vita di strada, non ritrova né l'amore del figlio né quello della perduta Katie e persino il salvifico Rasta esce dalla sua vita così come è entrato; Russell sa che il vero nemico in una storia non è un magnaccia misogino, né il sistema che tollera che prostituzione e persino quella misoginia insita nella clientela. Il vero nemico di Liz così come quello di praticamente tutte le moderne schiave bianche è la vita stessa, quel complesso di sventure e relazioni finite male che in un modo o nell'altro portano una ragazza a prostituirsi (ovviamente quando non coartata dall'inizio); l'unica speranza è dunque la speranza stessa, l'aver concluso una pessima giornata ed essere riuscita a chiudere i rapporti con quello sfruttatore che ne avrebbe certamente causato la morte, nulla più. Da qui quel finale risolutivo, ma volutamente monco, dove nulla finisce davvero e gli eventi sono idealmente pronti a ripetersi all'infinito, con la protagonista che esce da un sotterraneo ma potrebbe ben presto ritrovarsi ai margini del tunnel della prima scena.




Lo script elaborato con Deborah Dalton riprende gli elementi essenziali di "Bondage" e ne inserisce alcuni inediti. E', in buona sostanza, un campionario di tutti i luoghi comuni che una storia del genere può presentare, non cercando mai l'originalità, quanto una forma di autenticità narrativa ai limiti del neorealistico, pur rielaborati in una chiave para-teatrale, con l'abbattimento della quarta parere e il coinvolgimento diretto dello spettatore che diventano elementi narrativi chiave. Il risultato è tanto didascalico quanto penetrante e non si riesce davvero a tacciare "Whore" di faciloneria, neanche quando scade (a ben vedere a più riprese) nell'ovvio.
La regia di Russell, d'altro canto, è abilissima nell'inserire elementi di stilizzazione che si contrappongono ad una storia verista: laddove tutto il film è girato in location, riuscendo a restituire l'autenticità di una metropoli nordamericana sudicia e infestata da personaggi decadenti, molti flashback assumono la forma dei famosi inserti musicali del cinema russelliano, colpendo come sempre per l'inventiva, veri e propri colpi d'occhio d'antan in un periodo storico dove la messa in scena non contemplava licenze simili.



Per quanto pedante e meno graffiante di quanto Russell sperasse, alla fine "Whore" riesce a convincere. Un ritratto crudo e mai compiaciuto di una vita perduta, portato in scena con classe e ottimamente interpretato.


EXTRA

Nei panni di Rasta troviamo l'apprezzato caratterista Antonio Fargas, il che è quasi un inside-joke.



Fargas raggiunge infatti la notorietà negli anni '70 interpretando il mitico magnaccia-informatore Huggy Bear nella serie "Starsky & Hucth". Il suo volto è rimasto per sempre legato al ruolo del pappone, tanto che interpreterà anche il magnaccia violento di "Streetwalkin'" e arriverà persino a parodizzare il personaggio nella simpatica parodia della blaxploitation "I'm gonna git you, sucka!" del 1988, diretta dai fratelli Wayans.



mercoledì 7 giugno 2023

La Vita è un Arcobaleno

The Rainbow

di Ken Russell.

con: Sammi Davis, Paul McGann, Amanda Donohoe, Christopher Gable, David Hemmings, Glenda Jackson, Dudley Sutton, Jim Carter, Judith Paris.

Regno Unito 1989


















Scontentati critica e pubblico con "La Tana del Serpente Bianco" (che pur vivrà in seguito una forma di apprezzamento come cult movie), Ken Russell decide di tornare alle origini, a quel suo cinema intimista e contenuto che ne aveva permesso di conoscere il nome negli anni '60. E lo fa nel modo più radicale possibile, ossia ritornando a "Donne in Amore", più precisamente al romanzo che lo aveva ispirato, vergato da D.H. Lawrence. Decide così di trasporre in pellicola un suo altro romanzo, ossia "The Rainbow" del 1915, che narra il passaggio da ragazza a donna del personaggio di Ursula, nel film del 1969 interpretato dall'attrice-feticcio Glenda Jackson, che ora ricopre il ruolo della madre della ragazza.
Con dalla sua una ritrovata ispirazione, un ottima protagonista in Sammi Davis e un cast di supporto al solito affiatato, Russell finisce così per ritrovare gusto e eleganza, senza ovviamente rinunciare alla provocazione.



Inghilterra, primi del '900. Ursula è una ragazza alle soglie del diploma e dall'indole romatica e anticonformista. Stretta tra l'attrazione per l'insegnante di educazione fisica Winifred (Amanda Donohoe) e il giovane geniere dell'esercito Anton (Paul McGann), si scontra con la famiglia per essere la fautrice del proprio destino.




Ursula è una donna moderna, forte e indomita sino all'ottusità. Alla ricerca dell'arcobaleno, la realizzazione di sé stessa, traguardo impossibile date le coordinate temporali, lotta caparbiamente per trovare una sua dimensione nel mondo. E Ken Russell è totalmente dalla sua, da buon liberal progressista quale è ne fa un eroina femminista vera e propria e ne narra la maturazione, umana e sentimentale, con vivo trasporto.
Lo scontro è quello con la cultura borghese, con la logica dello sfruttamento e della sottomissione del "debole", sia esso rappresentato dalla donna che dal proletario. Ursula non accetta le convenzioni, non accetta la condanna a morte che lo zio, grosso magnate delle miniere, infligge ai suoi subordinati per il proprio tornaconto economico, così come non accetta l'imposizione sociale del matrimonio, preferendo concedersi rapporti aperti non per mero appagamento sensuale, quanto per trovare una relazione con persone che possano presentare pregi e difetti complementari.




La maturazione sessuale viene ritratta in modo al contempo estremamente erotico e sorprendemente virginale. Per la prima metà del film, la protagonista è una vestale che sperimenta anche e soprattutto l'amore saffico, quello della bella insegnante che la inizia ai piaceri della carne. Le corse di queste ninfee nude, dai corpi caldi e dai lineamenti tipicamente gaelici, come fate della tradizione inglese, vengono portate in scena da Russell dando ampio spazio alla fisicità di Sammi Davis e Amanda Donohoe, ma senza mai cercare di stuzzicare i sensi dello spettatore, quanto per ritrarre la gioia di una carnalità primordiale, un ritorno alla natura come accettazione degli istinti basilari. Le immagini diventano così come dei quadri dai colori caldi, volti a conturbare più che eccitare, persino quando, nella seconda metà del film, l'amore è quello tra un uomo e una donna. E in tale frangete, Russell ribalta anche il suo originario simbolismo dell'acqua, non più elemento di morte, quanto di vita, simbolo di passioni irrefrenabili e genuine.
Viceversa, è la deflorazione al chiaro di luna ad essere incorniciata in modo ambiguo, come pura passione priva di vero amore, quasi un preludio ad una caduta in disgrazia che fortunatamente non si verifica davvero.



L'altra forma di maturazione, quella più prettamente umana, riguarda la presa di coscienza sociale; non tanto in riguardo alle ingiustizie tra classi, quanto riguardo all'ipocrisia imperante tra le persone. Se il simbolo patriarcale dello zio Henry (David Hemmings) è fin dall'inizio visto per lo sfruttatore impenitente che è, la vera realizzazione arriva in rapporto al personaggio di Winifred. Vista dapprima come modello da raggiungere, di donna emancipata sia umanamente che sessualmente, femminista e anarchica rampante, si scoprirà essere una semplice opportunista capace di gettare al vento i proclami anti-borghesi nel momento in cui il facoltoso zio le dimostra la più blanda delle attenzioni, finendo per sposarlo, rientrando in quell'alveo sociale solo apparentemente detestato.
Allo stesso modo, anche il personaggio del pittore Macllister (Dudley Sutton) si scoprirà semplice libertino in cerca di scappatelle, non l'artista dall'animo e sensibile e profondo che si presenta inizialmente.



Se la scoperta dell'ipocrisia degli pseudo bohemien porta ad un rafforzamento dell'odio di Ursula verso le convenzioni sociali, la maturazione umana, che passa per il tramite del lavoro di insegnante, ne rafforza il carattere e la voglia di emancipazione.
L'esperienza lavorativa la trasforma in primis in una donna. Il rapporto con i bambini sporchi e indisciplinati (Russell riesce a far trasparire tutto il sudiciume dell'epoca con pochi e forti dettagli) trasforma Ursula in una donna in grado di usare la violenza per farsi rispettare, sancendone il passaggio definitivo verso l'età adulta. Il biasimo verso il metodo educativo violento e irrispettoso della scuola post-vittoriana continua sempre a sussistere, ma si ha anche la forma di realizzazione di come una mano ferma sia spesso necessaria al fine di imporsi nei confronti di coloro (bambini o adulti che siano) i quali non rispettano il prossimo, sia umanamente che sul piano lavorativo.
Al contempo, l'attenzione morbosa del preside e insegnate mr. Harby (Jim Carter) ne acuisce la volontà di scappare dal sistema borghese, il suo rigetto per una figura maschile possessiva la cui passione si esplica solo tramite le minacce e il voyeurismo spicciolo.
Il romanzo di formazione di Ursula diventa così la storia di una ragazza che parte con idee salde e al limite del preconcetto le quali non vengono distrutte dall'esperienza, quanto arricchite; e il cui carattere libero non viene domato, quanto reso più acuto.



Russell dirige il tutto con il solito piglio sicuro, riuscendo a creare bellissime immagini usando il setting della campagna inglese, creando un mondo tanto reale quanto onirico, un sogno fatato nel quale i personaggi femminili si muovono liberi, perfettamente contrapposto allo squallore della città.
E "The Rainbow" finisce così con l'essere un'ennesima prova riuscita, un ottimo prequel di quello che resta uno dei suoi migliori film, nonché una delle sue opere certamente meno rappresentative, ma altrettanto sicuramente più coinvolgenti.

mercoledì 26 aprile 2023

La Tana del Serpente Bianco

The lair of the white worm

di Ken Russell.

con: Peter Capaldi, Hugh Grant, Amanda Donohoe, Catherine Oxenberg, Sammi Davis, Stratford Johns, Paul Brooke, Imogen Claire, Chris Pitt, Gina McKee, Christopher Gable, Lloyd Peters.

Regno Unito 1988















Anche i registi più talentuosi possono sbagliare un film, persino quando le premesse per creare qualcosa di memorabile ci sono tutte. A Ken Russell è successo con "La Tana del Serpente Bianco", nel 1988, sorta di horror con forti venature grottesche che il grande regista trae da un romanzo di Bram Stoker del 1911. I nomi coinvolti sono altisonanti e la storia è di indubbio fascino, ma qualcosa va irrimediabilmente storto e questo adattamento, per quanto apprezzabile sotto diversi aspetti, finisce per lasciare davvero basiti.



Inghilterra. Il laureando in archeologia Angus (un giovane Peter Capaldi) rinviene, su di un terreno di proprietà delle belle sorelle Eve e Mary Trent (Catherine Oxenberg e Sammi Davis) il teschio di un antico serpente preistorico. Fatto che attira subito l'attenzione del nobile locale, il giovane James D'Ampton (Hugh Grant), oltre quella della misteriosa lady Marsh (Amanda Donohoe).




Un film strano, bizzarro, spiazzante. Aggettivi che calzano a pennello e che sono tipici di tanta produzione russelliana, ma che qui possono solo essere usati con un'accezione negativa. 
La regia sperimenta ogni tipo di soluzione visiva e narrativa con sommo sprezzo del ridicolo, cercando sempre nuove forme espressive solo per cadere, fatalmente, nel ridicolo.
Lo spunto è ovviamente orrorifico, con una trama che affonda le proprie radici nel folklore britannico, tra la leggenda di San Giorgio e il drago e la fine del paganesimo con l'avvento del Cristianesimo; ma il racconto viene sviluppato in modo talmente libero che non c'è mai vera tensione, persino quando i protagonisti sono chiamati ad entrare nella tana del titolo e a combattere con dei mostri.




Allo stesso modo, il registro grottesco si affaccia solo con delle punte occasionali senza mai diventare parte integrante dello stile di messa in scena. Con la conseguenza immediata che su tutto vige un' ulteriore aura di ridicolo involontario, accentuata dal ricorso ad effetti speciali volutamente datati e trovate di messa in scena dubbie. Laddove il chroma key usato per dar vita alle immagini oniriche risulta troppo posticcio e il pupazzone adoperato per dar vita al dio serpente Dionin fa rimpiangere quelli delle peggiori produzioni Toho su Godizlla e company, fa davvero specie il modo in cui Russell pretende che si prenda seriamente la visione di Amanda Donohoe, donna-serpente, che si muove ancheggiando incantata da una musica medio-orientale. O quando inserisce una sequenza onirica dove Hugh Grant si ritrova su di un aereo con la dark lady Sylvia Marsh e la vestale Eve come assistenti di volo intente in un sensuale cat fight. O, ancora, quando decide di risolvere tutta la storia con una granata uscita fuori dal nulla.




Cosa vuole essere davvero "La Tana del Serpente Bianco"? Difficile dirlo con certezza. Di sicuro un racconto "di genere" che porta in scena lo scontro tra le origini pagane nordeuropee con il lascito del Cristianesimo in epoca moderna. Lady Marsh, sorta di ibrido donna serpente immortale, di origine e poteri ignoti, è quasi una Lilith che venera il serpente dell'Eden, incarnazione del male supremo, deprecando e oltraggiando la figura del Cristo (Amanda Donahoe dirà persino di essersi sentita liberata dopo aver potuto sputare su di un crocefisso durante le riprese, contenta lei), ma questa sua contrapposizione è meccanica, quasi forzata, persino quando viene introdotta la tematica dell'eterna lotta tra Bene e Male con Eve come reincarnazione di una suora del Medioevo, oltre che ovvia metafora della Prima Donna.




Il serpente (in originale "worm", usato però nel suo significato latino e nordico di "rettile oblungo") come simbolo fallico, pene che toglie l'innocenza, in un rituale carnale che tuttavia trova come dimensione filmica solo l'ovvio ricorso a simboli fallici. E quando dovrebbe provocare per davvero, Russell decide di trattenersi, evitando nudità inutili (dovute, pare, alla ritrosia sul set di Catherine Oxenberg), sottraendo quel poco mordente effettivo alla vicenda e instillando una forma di schizofrenia in un racconto che invece altrove non ha ritegno alcuno nella messa in scena.




Nel suo sprezzo per il risibile, "La Tana del Serpente Bianco" finisce proprio per essere risibile, oltre che indicibilmente insipido. Un'occasione sprecata per Russell, che qui firma quello che è forse il suo peggior film.

martedì 17 gennaio 2023

L'Ultima Salomè

Salome's Last Dance

di Ken Russell.

con: Glenda Jackson, Imogen Millais-Scott, Stratford Johns, Nickolas Grace, Douglas Hodge, Denis Lill, David Doyle, Russell Lee Nash, Mike Edmonds, Ken Russell.

Regno Unito, Usa 1988














Scritta nel 1891, la "Salomè" di Oscar Wilde potrebbe davvero essere definita come la sua "opera maledetta", non solo per i suoi contenuti o la rilettura che da della famosa vicenda biblica per sé, quanto per lo scandalo che ne accompagnò la creazione. Censurata dal ciambellano inglese, poiché all'epoca era vietato portare in scena rappresentazioni della Bibbia, trova una prima messa in scena solo a Parigi e solo nel 1896, scatenando le ire dell'autore.
Non che il contenuto sia meno scandaloso, ovviamente. Tanto che, a posteriori, sembra ovvia che a portarlo al cinema nella sua versione più celebre ci abbia pensato Ken Russell, il quale, nel 1988, si riunisce con Glenda Jackson e crea un adattamento barocco e postmoderno, che traduce in immagini sfarzose e kitsch le parole di Wilde.




Il 5 Novembre 1892, Oscar Wilde (Nickolas Grace) viene invitato ad una rappresentazione segreta della sua "Salomè" presso il postribolo dell'amico Alfred Taylor (Stratford Johns). A vestire i panni della protagonista c'è la giovane servetta Rose (Imogen Millais-Scott), mentre in quelli del Battista il compagno di Wilde, Alfred "Bosey" Douglas (Douglas Hodge).




Russell si inginocchia davanti a Wilde e mette al suo servizio tutta la sua carica visionaria. Fonde la messa in scena teatrale con quella filmica, come avrebbe fatto anche Peter Greenway giusto un anno dopo con "Il Cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante", ma lascia che anche il confine tra la recita dei personaggi e la pièce che portano in scena sfumi poco alla volta, sino ad un finale beffardo.
Il suo occhio si concentra sulla costruzione pittorica dell'inquadratura, che così diventa un vero e proprio quadro in movimento, trabordante dettagli, enfatizzando i corpi degli attori nella loro statuarietà, nel loro intrinseco erotismo.




Non a caso, gli schiavi hanno le forme di bellissime donne dalle curve sensuali che completano ogni fotogramma con i loro seni nudi (tra le quali troviamo anche Linzi Drew, che dopo un paio di collaborazioni con Russell sarebbe diventata una pornostar di successo), così come i soldati hanno un corpo da bodybuilder (uno dei due principali è persino interpretato dal famoso modello Michael Van Wijk, all'epoca immagine barbarica per antonomasia nelle reclame pubblicitarie). E tutti i personaggi sfoggiano costumi volutamente fantastici, che sembrano usciti da un numero di "Métal Hurlant", rendendo questa rappresentazione quasi un episodio perduto di "Fellini Satyricon". L'effetto è semplicemente ammaliante e si sposa alla perfezione con l'opera originale.




La "Salomè" di Wilde è una rilettura decadente dell'episodio biblico. Una storia di lussuria sfrenata, tale da guidare le azioni di tutti i personaggi; c'è ovviamente la lussuria di Erode e di Erodiade, qui ritratta come una donna libidinosa quanto il compagno, per di più invidiosa delle sue attenzioni verso la figlia. Ma è soprattutto la lussuria di Salomè a guidare il tutto; lei, solitamente ritratta come un mezzo per la morte di Giovanni Battista, qui ne diviene la carnefice, spinta com'è dalla rabbia per non essere riuscita a concupirlo.
La lussuria come forza motrice degli uomini che Russell estende anche a Wilde, qui ritratto come un dandy libidinoso, perso nella contemplazione del corpo del nuovo valletto, il quale per finisce per causare le ire di Bosey con conseguenze tanto disastrose quanto ilari; e che Russell ritrae magnificamente alternando il corpo di Imogen Millais-Scott a quello di un ballerino maschio durante la rappresentazione della celebre danza dei sette veli.




Estensione che in realtà crea una compattezza tematica tangibile. Tanto che "L'Ultima Salomè" è a conti fatti uno degli esiti migliori di tutto il cinema di Ken Russell, un omaggio intelligente e lussuoso, ma mai tronfio o compiaciuto.

lunedì 5 settembre 2022

Gothic

di Ken Russell.

con: Gabriel Byrne, Natasha Richardson, Julian Sands, Myriam Cyr, Timothy Spall, Alec Mango, Dexter Fletcher, Andreas Wisniwski.

Biografico/Horror

Regno Unito 1986

















Nella la tarda primavera del 1816, Mary Wollstonecraft Shelley, assieme al suo compagno, l'acclamato poeta Percy Bisshe, e alla sorellastra Claire Clairmont, fa visita a Lord Byron, amante di quest'ultima e recluso in esilio a Villa Diodati, nella campagna svizzera. Durante una notte insonne, Mary concepisce quell'idea che sarà sviluppata nel celebre "Frankenstein; o il Moderno Prometeo", mentre Byron, rifacendosi al folklore balcanico e mitteleuropeo, da vita al primo vampiro della letteratura moderna. E sebbene la letteratura gotica vera e propria esistesse già da mezzo secolo (l'apripista fu "Il Castello di Otranto" di Horace Walpole, pubblicato nel 1764), è da qui che l'horror gotico comincia ad avere vera fortuna, con la nascita delle sue due maschere più rappresentative.
Nel 1986 Ken Russell viene chiamato per portare in scena uno script di Stephen Volk ispirato a quegli eventi. Nasce così "Gothic", omaggio ai racconti del terrore classici che rielabora la nascita delle icone collegandole direttamente alle vicende personali degli autori, ma che nonostante le intenzioni non riesce mai davvero ad essere visionario, disturbante o sinistro.



Lord Byron ha il volto di un carismatico Gabriel Byrne, Mary Shelley quello della bellissima Natasha Richardson, Percy Shelley quello di un Julian Sands forse mai così espressivo; a completare l'ensamble troviamo un giovane Timothy Spall nel ruolo di John Polidori, biografo di Byron, e la conturbante Myriam Cyr in quelli di Claire Clairmont. Un cast azzeccato, magnificamente in parte e superbamente condotto, che però rappresenta alla fin fine l'unico aspetto riuscito di tutto il film.
Lo spunto di partenza è intrigante, ossia rileggere il parto creativo come esternazione delle paure, consce e inconsce, degli autori, come forma di esorcismo di quel male interiore che all'epoca li attanagliava.
Il mostro di Frankenstein della Shelley è un cadavere riportato in vita con l'intento di abbattere il limite ultimo imposto all'uomo, rielaborazione del lutto di quel figlio strappatole dal grembo la cui dipartita non è mai stata somatizzata. Il fulmine diviene così strumento di distruzione e rigenerazione (e qui Russell si rifà più che altro al mito cinematografico del personaggio), mentre il desiderio di riabbracciare il defunto il motore creativo principale.
Allo stesso modo, il vampiro è la personificazione di quella fascinazione che Byron ha per la morte e della sua paura inconscia delle sanguisughe, di un parassita che drena la vita altrui poco alla volta, sino a svuotare la vittima di ogni energia vitale, come la menomazione fisica che lo affligge.




Al loro pari, anche Claire, Percy Shelley e Polidori affrontano le loro paure in una notte di terrore, a causa degli effetti collaterali del laudano. La prima si confronta con un trauma inconscio, ossia la morte sfiorata in tenerissima età, il secondo è perseguitato dalle sue stesse ossessioni psicosomatiche, mentre il terzo viene stritolato tra la sua formazione religiosa e il desiderio omosessuale verso l'anfitrione.
Il terrore diventa così personificazione di paure rimosse e desideri sopiti (tra i quali anche l'incesto di Byron con la defunta sorella). Un personificazione evanescente, mai mostrata o percepita sensorialmente, solo avvertita come una presenza astratta che striscia nell'oscurità pronta a far detonare la psiche del gruppo, al pari del Maligno de "I Diavoli".
La paura prende così unicamente le forme di visione ossessive nei quali i personaggi si perdono, incubi ad occhi aperti più reali del reale. Ed è qui che Russell inciampa e il film si arena nella mediocrità.




Le immagini, pur evocative e enfatizzate da una bella fotografia, non graffiano mai davvero, non riescono mai ad essere disturbanti o spaventose. Allo stesso modo, le tematiche più spinose e scandalose, come l'incesto e il libertinaggio, non riescono mai davvero a scandalizzare come dovrebbero, finendo per risultare grossolane nella trattazione. "Gothic" non spaventa, non scandalizza e non incanta, finendo per essere solo un piccolo e simpatico esercizio di stile, che però talvolta scivola nel kitsch più odioso.




Non si possono trattenere le risa davanti alla visione dell' "automa umano", soprattutto quando lancia sguardi strambi ai presenti, forse per comunicare una sensazione spaventevole che invece si fa ridicola. E non si possono incrociare gli occhi quando partono le musiche al synth, tipicamente 80's, che dovrebbero fare da contrappunto all'estetica storica, ma che risultano solo fuori luogo, aumentando il tasso del ridicolo involontario. Sono lontani i fasti del postmodernismo espressivo de "I Diavoli", qui il connubio tra modernità e classicismo risulta dissonante e sgarbato.




Russell purtroppo questa volta risulta incapace di graffiare o affascinare. "Gothic" è uno dei suoi lavori meno riusciti, ma gli appassionati di letteratura gotica potrebbero comunque trovarlo interessante, anche al netto del kitsch.

martedì 2 agosto 2022

China Blue

Crimes of Passion

di Ken Russell.

con: Kathleen Turner, Anthony Perkins, John Laughlin, Bruce Davison, Annie Potts, Pat McNamara, Stephen Lee.

Usa 1984
















Quando nel 1984 "China Blue" uscì in sala, quelle immagini spinte sino ai limiti della pornografia e il ritratto di una sessualità estremamente libera infuriarono la censura, che ne sforbiciò alcuni minuti; nulla di nuovo, certo, tanto che l'unica vera sorpresa è il fatto che la critica si sia divisa sull'effettivo valore del film di Russell, su sceneggiatura di Barry Sandler, qui in chiara impostazione teatrale. C'è chi ne ha colto la franchezza iconoclasta, chi invece lo ha tacciato di essere un ritratto già visto e facilone, che non propone nulla di nuovo se non uno sguardo disincantato sulla tematica sessuale, allora ancora tabù, soprattutto a causa della relativamente recente comparsa del HIV.
Rivisto oggi, è invece decisamente più facile apprezzare l'opera di Russell per quello che è. Non un thriller erotico, come si vorrebbe far credere, quanto uno spaccato riuscito sulla falsità insita nelle relazioni umane che si intrecciano grazie all'amore e all'attrazione sessuale.



Tutti i personaggi hanno una maschera. La prima, più ovvia, è quella di China Blue (Kathleen Turner), alias Joanna Crane, donna in carriera che di notte dismette il tailleur per una parrucca biondo platino con la quale si aggira come prostituita nel quartiere malfamato. Come lei, il "reverendo" Shayne (Perkins) è un prete ossessionato dal peccato della lussuria, che decide di "salvarla" dalla vita di strada. E come loro, anche l'apparentemente innocente Bobby (John Loughlin) vive nella menzogna di un matrimonio felice.




"L'amore dovrebbe unire le persone, non allontanarle". Tutto qui, questo è il senso, la chiave di lettura, data alla fine del primo atto praticamente dal protagonista. Il che rende la narrazione sicuramente didascalica, ma non meno interessante.
Nei rapporti, tutti fingono. Fingono di essere felici, di provare emozioni, persino reazioni fisiche come l'orgasmo. Tutto è subordinato a mantenere la bugia della felicità coniugale. Questo è il mondo di Bobby, buon padre di famiglia, ex quarterback che ha sposato la fidanzatina del liceo e che ora, dopo undici anni, si accorge di come questa relazione sia andata avanti per pura inerzia, di come la scintilla dell'amore e l'attrazione reciproca si siano inariditi tempo addietro.
Per Joanna, invece, non esistono rapporti affettivi veri, non c'è mai vera attrazione. La sua vita è una recita perenne, una menzogna che vende per 50 dollari e che cambia a seconda del gusto del cliente: può essere una vittima come un carnefice, una reginetta di bellezza ingenua come una dominatrice assatanata, non esiste ruolo che non voglia interpretare. Per lei non ci sono vere menzogne, poiché tutto è una menzogna; non c'è il rischio che un rapporto si inaridisca perché pronta a reinventarsi ad ogni ora, divenendo sempre una persona diversa per persone diverse.
Per tutto il film, trova un limite in sole due occasioni: la prima è il ménage à trois con la coppia di yuppie, abbandonato perché schifata dal razzismo esplicitato. La seconda, più toccante, è quella del malato terminale, un uomo che ha avuto e ha ancora un rapporto matrimoniale felice e che prossimo alla morte vede al di là delle sue menzogne, capisce la falsità dei suoi atteggiamenti, la spoglia per la prima volta metaforicamente di ogni difesa, vedendo la donna sotto il costume.




Il reverendo Shayne è anch'egli una maschera deforme di una personalità alla deriva. Il fatto che Russell abbia cucito il ruolo su Anthony Perkins è un chiaro riferimento a "Psycho", tanto che tutto il personaggio può essere visto come una versione iperbolica e grottesca di Norman Bates, al punto che entrambi escono di scena "in drag", sottolineando la loro psicopatologia. "Io sono te" esclama rivolto a China Blue, in uno scambio ridondante: Shayne è anch'egli un falso, un uomo corroso dall'ossessione salvifica che vede negli altri i propri peccati, che vuole sradicare con la violenza per punire sé stesso più che il prossimo, una sorta di super-io freudiano uscito di senno.




Sebbene lontano dai canoni del thriller vero e proprio, "China Blue" è, al suo cuore, un noir che affonda nelle perversioni e nelle menzogne dei personaggi per portarne a galla l'anima più nera e perversa. 
Russell si scatena con una messa in scena a tratti lisergica: tutte le sequenze notturne sono ricostruite in studio, con luci al neon e ombre che tagliano i personaggi, le cui silhouette divengono protagoniste delle scene di sesso più spinte come in un horror espressionista. La visione si fa onirica e visionaria e il mondo squallido e tetro è come il sogno delle metropoli decadenti di "Taxi Driver" e del cinema, quasi coevo, di William Lustig, tanto che non è difficile immaginare nel hotel/postribolo della protagonista aggirarsi personaggi come Frank Zito o lo squartatore di New York di Fulci.




Il tono è però sempre esagerato, costantemente sopra le righe, con pochissime concessioni alla serietà. Russell dà così pieno sfogo alla sua vena allucinata e allucinatoria per creare un ritratto espressionista incredibilmente espressivo, incontrovertibilmente forte, che pecca solo nell'estrema linearità, intercalata solo dalla forte carica provocatoria. "China Blue" diventa così un viaggio allucinato nei meandri del desiderio, di una sessualità solitamente repressa che trova pieno compimento su schermo in un trionfo liberatorio urlato a squarciagola che se ne frega del perbenismo imperante.




E la forza del film è in questa sua estrema franchezza, nel suo voler sovvertire proprio quelle maschere che ritrae come ipocrite e inutile. Lo fa nel modo più semplice, senza prendere veri rischi che vadano al di là della semplice provocazione, eppure riesce perfettamente nel suo intento. Tanto che sarebbe davvero il caso di rivalutare una pellicola per una volta davvero sottostimata a torto.

giovedì 5 maggio 2022

Stati di Allucinazione

Altered States

di Ken Russell.

con: William Hurt, Blair Brown, Bob Balaban, Charles Haid, Thaao Penghilis, Charles White-Eagle, Drew Barrymore.

Fantastico

Usa 1980













La storia delle ricerche di John C.Lilly è talmente sorprendente e bizzarra che non poteva che infiammare l'immaginazione di un visionario come Ken Russell.
Neuropsicologo e neuroanatomista, tra gli anni '60 e '70 ha portato avanti una serie di resperimenti pionieristici sugli stati alterati di coscienza e sulla comunicazione tra uomo e animali. Il suo lavoro più famoso, il progetto "E.C.C.O." (Earth Coincidence Control Office) ha portato all'elaborazione della teoria secondo cui negli strati più reconditi della coscienza è possibile trasformare in verità effettiva ciò che si crede sia vero, ovviamente entro dati limiti. 


Per dimostrare tale teoria, ha creato la famosa "camera di deprivazione sensoriale", strumento essenziale per lo studio dell'attività cerebrale in assenza di stimoli esterni. Sperimentando la vasca su se stesso, ha scoperto come in assenza di sollecitazioni il cervello continui di fatto a funzionare e, anzi, elabora uno stato onirico marcato che porta ad un'alterazione profonda della coscienza. Da cui la sua teoria sulla possibilità di percepire, in tale stato, gli elementi essenziali della realtà, quelle forze "occulte" che governano in segreto le vite degli esseri umani e non. Esaltando tale stato con l'uso di allucinogeni, ha poi studiato le correlazioni tra la coscienza e la mente all'interno del singolo essere umano, per poi porlo in correlazione con forme di realtà esterna, persino extra-terrestre, andando ad indagare in modo oculato quelle intuizioni che molti scienziati "lisergici" avevano elaborato nello stesso periodo.



Pure fantasticherie? Chi può dirlo. Fatto sta che le suggestioni riportate nei suoi studi sono davvero irresistibili. "Stati di Allucinazione" rielabora le ricerche e le esperienze dirette di Lilly e lo fa attraverso il registro fantastico, vertendo direttamente nel cinema "di genere" per creare un'esperiena sensoriale destabilizzante ed evocativa, riuscendo in pieno a restituire la pienezza delle intuizioni della sua fonte di ispirazione, senza però darle la giusta dimensione "filosofica".
Alla base del film c'è uno script di Paddy Chayefsky, prolifico sceneggiatore hollywoodiano, il quale rielabora la storia di Lilly come una love-story a tinte sovrannaturali, anticipando parte del lavoro di David Cronenberg nel successivo "La Mosca". Script che Russell pare non amasse e i cui limiti sono palesi: non c'è vera coesione tra le aspirazioni "fantastiche" e l'esporazione del rapporto tra i due protagonisti. Non aiuta il fatto che la catarsi viene semplificata in un classicissimo "l'amore vince su tutto", sminuendo intuizioni di base e potenzialità latenti nella storia.



Eddie Jessup (William Hurt, al suo esordio sul grande schermo) usa una camera di privazione sensoriale per studiarne gli effetti sulla psiche. Associandone gli effetti a quelli di un allucinogeno originario di una tribù nativa del Messico, arriva a scoprire gli aspetti genetici della memoria cellulare: sia la sua mente che il suo corpo cominciano a sperimentare una regressione verso l'origine ancestrale della vita.
Origine che ha una triplice forma. Dapprima quella di tipo mistico-religiosa: Jessup, pur cresciuto da atei, aveva sviluppato una forma di fede in gioventù, che pur scomparsa alla morte del padre riaffiora anni dopo grazie agli esperimenti. Le visioni apocalittiche mischiano i concetti di bene e male supremi configurandosi come una sorta di inconscio religioso totalizzante, dove il rimorso e il senso di colpa per la morte del genitore si mischia con visioni apocalittiche, da cui la duplice figura di un "capro dai mille occhi martire", simbolo di salvezza e dannazione, coacervo di tutte le suggestioni religiosi possibili.




Più indietro, si tocca la prima forma umana, o "proto-umana", un ominide che si risveglia nel corpo di Jessup e ne prende il controllo per un breve periodo. Sottotrama che un po' stona con il resto, con una digressione su di un uomo primitivo a piede libero per la città che aggiunge poco sia alla storia che allo spettacolo.
Il tutto per poi arrivare oltre, sino all'origine ultima (o primigenia) della vita, il vuoto cosmico da cui tutto è generato. Russell da così vita ad un viaggio allucinante a ritroso nella coscienza, che si spinge al di là di essa in quella zona di confine tra allucinazione e realtà (da cui la duplice valenza del titolo, persino di quello italiano, più azzeccato di quanto si possa di primo acchito pensare). Ed il suo estro è indiscutibile, tra effetti speciali di certo non rivoluzionari ma altrettanto certamente efficaci nel dare vita alla follia sensoriale di Jessup ad immagini di repertorio usate per ampliare le visoni infernali (riprese da "La Nave di Satana" del 1935) , passando per l'immancabile tributo al finale di "2001: Odissea nello Spazio", "Stati di Allucinazione" è un perfetto esponente del filone lisergico anni '70, presentando immagini ammalianti ed ipnotiche.


Laddove il film mostra il fianco è nella caratterizzazione dei personaggi. Jessup è il più classico "scienziato pazzo" che si fa assorbire dalla sua ricerca sino alle estreme conseguenze. Un "moderno Prometeo" che vuole toccare l'assoluto e come Icaro finisce per cadere nell'oblio. A controbilanciare questa sua freddezza, l'amore della bella Emily (Blair Brown), che gli rinfaccia costantemente il suo attaccamento in una serie di dialoghi ridondanti, acclusi in sequenze talvolta superflue e che mal si conciliano con la storia cardine.
La relazione tra i due diventa quella di Orfeo ed Euridice a ruoli invertiti, con la donna che salva l'uomo dagli inferi (e viceversa, nell'epilogo), ma finisce inevitabilmente per appiattire tutti gli spunti più interessanti del film. Il concetto di divinità, il rapporto tra l'uomo e l'assoluto, la possibilità di esplorare l'universo esterno tramite quello interiore sono così pure speculazioni usate per creare immagini spettacolari, con le relative tematiche che non vengono mai davvero affrontate nel modo corretto, senza mai cercare una forma di approfondimento che vada al di là della semplice suggestione.


"Stati di Allucinazione" resta così un film bello ma vuoto, interessante ma superficiale, che trasforma la base di ispirazione in belle immagini, ma non cerca mai di darle vera dignità, quantomeno oltre quella meramente estetico/tematica. Il che, visti i nomi coinvolti, è un peccato grave. Perlomeno, resta perfettamente riuscito come esperienza puramente sensoriale, oggi ancora perfettamente godibile e affascinante.