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lunedì 6 gennaio 2025

Labyrinth- Dove tutto è possibile

Labyrinth

di Jim Henson.

con: Jennifer Connelly, David Bowie, Toby Froud, Shelly Thompson, Christopher Malcolm, Frank Oz.

Fantastico/Animazione/Fiabesco

Regno Unito, Usa 1986













Il buon esito di Dark Crystal riuscì in un certo senso a spalancare le porte di Hollywood a Jim Henson. Il suo prossimo progetto da regista arriva infatti pochissimo tempo dopo, già nel 1986,  con Labyrinth.
Una pellicola che a differenza del suo esordio prevede la canonica interazione tra marionette e umani, oltre un numero davvero ridotto di antimatronici in favore di classici pupazzi, più simile quindi al  Muppet Show nella messa in scena. Questo però non significa che Labyrinth sia una pellicola meno ambiziosa di Dark Crystal.
Al contrario, basta vedere i nomi coinvolti per capire come Henson abbia voluto alzare il tiro: lo script è affidato all'ex Monthy Python Terry Jones, una scelta che risulta bizzarra solo in teoria; come produttore, Henson trova la collaborazione niente meno che di George Lucas e come co-protagonista addirittura David Bowie, che cura anche le canzoni (tra le quali Magic Dance è ancora oggi un bellissimo tormentone e As the World Falls Down divenne persino una hit all'epoca della sua pubblicazione); torna poi Brian Froud come artista concettuale del film, dimostrando nuovamente la sua irrefrenabile indole visionaria.
Eppure questa volta non tutto va come previsto: a fronte di un budget di circa 25 milioni di dollari, il film ne incassa poco più di 14 in tutto il mondo. Un flop a dir poco sanguinante, che pone un freno alla carriera e alle ambizioni di Henson, il quale non avrebbe diretto praticamente più nulla sino alla sua prematura scomparsa.
Il motivo del tonfo è anche intuibile, ossia la sovraesposizione dei fantasy al cinema, il cui filone si andava esaurendo proprio in quegli anni, con i fallimenti di Legend, Krull e Red Sonja.
Labyrinth finisce così per scomparire rapidamente dalle sale per poi essere riscoperto nel corso degli anni e divenire l'ennesimo "culto non colto all'uscita". E se l'insuccesso di cassa ha rappresentato un colpo mortale per la carriera del suo autore, il suo valore effettivo, al contrario, ne ha cementificato lo status di artista.



Se Dark Crystal era una fiaba fantasy dove le metafore filosofiche erano ovvie perché del tutto apparenti, Labyrinth è invece una favola praticamente edipica che si pone come una metafora della maturazione, i cui simboli sono però sottilissimi, sempre celati anche quando appaiono letteralmente in piena luce; e questo nonostante la valenza metaforica, filtrata attraverso una costruzione onirica del viaggio della protagonista, sia palese.
Essenziale per la comprensione del sottotesto è la figura del goblin. Creatura ricorrente in praticamente tutto il folklore europeo (persino in Italia, dove nel sud del paese si ritrova nella figura del "monachicchio"), il goblin rappresenta la parte più immatura del carattere umano, un essere che passa il suo tempo cantando e bevendo, oltre che facendo scherzi pericolosi ai danni del prossimo. Froud ed Henson ne riprendono il ruolo di "ladro di bambini" che nella tradizione irlandese portava alla nascita dei changeling, i mostriciattoli che venivano lasciati nella culla al posto dei veri neonati, rapiti dalle creature.
I goblin rapiscono il piccolo Toby, fratellino mal voluto dalla giovane Sarah, adolescente ancora legata alla fanciullezza e poco propensa a crescere. Jareth, il re dei goblin, vuole trasformarlo uno dei suoi sudditi, in una piena rilettura delle leggende. E' dall'interazione di queste quattro forze che il significato di Labyrinth si disvela, ma la sua effettiva profondità, fatta talvolta di sfaccettature inquietanti, resta sempre tra le righe.



Sostanzialmente, quella di Sarah è la storia di una ragazza che deve fare i conti con la fine dell'infanzia. La troviamo a inizio film persa in un gioco nel quale impersona una principessa intenta ad avventurarsi nel labirinto del titolo, cercando di recitare a memoria i versi di quella che sembra essere una pièce teatrale. E questi, a loro volta, sono i tre elementi essenziali per comprenderne il personaggio e, di conseguenza, l'effettivo significato del suo viaggio.
Sarah è praticamente una giovane adulta, ma non vuole crescere. Da questo punto di vista, Jennifer Connelly si dimostra semplicemente perfetta come protagonista, non solo per come dimostri di poter portare sulle spalle l'intero film, ma anche per la sua presenza fisica: quindicenne all'epoca delle riprese, ha un corpo da giovane donna, ma un viso che ispira una dolcezza ancora infantile, ponendosi come una figura perfettamente al centro tra l'infanzia e la maturazione.
Il rifiuto di crescere si palesa nel suo rifiuto delle responsabilità, date dal dover badare al fratellino Toby. L'infante, da questo punto di vista, rappresenta il viatico verso il ruolo materno, ossia verso l'ingresso nel mondo adulto. Rifiuto che viene reso esplicito anche nei dialoghi, con la matrigna (che nella versione italiana diventa anche zia) la quale, rimproverandola, afferma di stupirsi del fatto che alla sua età non frequenti dei ragazzi. 
Sarah, in buona sostanza, si aliena dalla realtà perché non vuole accettare i cambiamenti propri della maturazione, preferendo continuare a vivere in un mondo tutto suo, un mondo innocente e puro. Il quale viene trasformato in un incubo dall'ingresso di Jareth.



Figura volutamente ambigua, quella del re dei goblin. Jareth rappresenta un antagonista, ma anche un oggetto del desiderio. E', in parte, il desiderio sessuale, la volontà inconscia di maturazione che porta con se attrazione e paura per un mondo ignoto, tanto sfavillante quanto bizzarro, attraente e pericoloso, incarnato ovviamente dal regno dei goblin e in particolare nella bella scena del ballo, coronamento di uno dei sogni propri delle fanciulle, virato però un risvolto cupo, che a livello narrativo diventa un ostacolo nel perseguimento della quest. 
Anche qui il casting è azzeccatissimo, con David Bowie che riesce ad incarnare alla perfezione il carisma sinistro del personaggio. Va però specificato come nei concept originali di Froud, Jareth non era un adulto di bell'aspetto, ma un ragazzo poco più grande della protagonista, un ideale coetaneo pronto ad iniziarla al mondo degli adulti. Henson, viceversa, ha pensato a Bowie come interprete fin dall'inizio, dando al personaggio anche una valenza aggiuntiva.




Questo perché nella messa in scena, la regia ha celato tutta una serie di significati ulteriori ed elementi di storia che vengono narrati solo con piccoli inserti visivi. Il più palese è il ruolo di Bowie, appunto: nella stanza di Sarah è possibile vedere delle foto della madre, assente nel quadro famigliare che ci viene presentato. E' facile quindi pensare alla sua morte o quantomeno ad un suo allontanamento volontario che ha causato un trauma nella ragazza, il quale si sostanzia nel suo rifiuto della crescita; i poster di Cats e Evita fanno intendere come la genitrice fosse un'attrice teatrale, da cui la passione per la recitazione; soprattutto è possibile notare una foto che la ritrae assieme a Bowie, un suo collega o amico, o forse addirittura amante.
Jareth diventa così una sorta di figura paterna edipica surrogata, in una rilettura del complesso di Elettra, con una giovane donna che si perde nei meandri del desiderio perché affascinata da una figura paterna; l'intero film, a sua volta, diventa una metafora totalizzante sugli aspetti più oscuri maturazione e della sessualità pronta divenire forza motrice nelle passioni umani, con elementi terreni che vengono rielaborati in chiave fantastica; non per nulla, tra i libri di Sarah campeggia Il Mago di Oz e nello script di Terry Jones è ravvisabile la vicinanza a I Banditi del Tempo dell'amico Terry Gilliam, che anch'esso rielaborava il reale in modo immaginifico per dar vita al viaggio fantastico del giovane protagonista.




Il labirinto è così una sorta di "selva della ragione" causata dall'assimilazione del trauma dell'abbandono e dalla confusione ingenerata tra le pulsioni inconsce e il rifiuto delle responsabilità. Esso altro non è, appunto, che una versione iperbolica della realtà, costellata di creature inquietanti il cui comportamento appare fuori da ogni logica o, quantomeno, guidato da una logica tutta sua.
Le creature più importanti, sul piano simbolico, sono coì il nano Goggle e la gang dei Firey, il cui ruolo metaforico viene esplicitato anche nella loro canzone.
Goggle è ritratto come una persona anziana, ma non come un saggio. Un vecchio che la vita ha reso insensibile e materialista (il suo attaccamento ai gioielli), ma che l'amore casto e platonico di Sarah finisce per redimere. Un amico che, come tutti gli adulti che un adolescente incontra, può essere tanto d'aiuto quanto di intralcio, una figura tanto positiva quanto negativa, né totalmente buono, ma mai davvero cattivo, un essere umano fatto e finito, con tutti i suoi pregi, difetti e limiti.
I Firey, d'altro canto, sono l'incarnazione degli istinti più bassi in assoluto. Se il gozzovigliare dei goblin risulta anche simpatico e innocuo, quello dei Firey è invece autodistruttivo, tanto che ballano fino a farsi a pezzi. La scena a loro dedicata è in un certo senso collegata alla celebre scena del ballo in maschera: entrambe rappresentano la tentazione di una vita fatta di estremi, un'autodistruzione derivante da abusi e causata dal culto del frivolo, del soddisfacimento totalizzante degli istinti primordiali, ossia la dipendenza da endorfina (facile vedere una metafora sulla tossicodipendenza) e il culto dell'apparenza.



Al centro del labirinto, il minotauro è sostituito da una figura maschile certamente meno animalesca, ma non meno virile, pur nel suo look glam rock simile a quello della maschera Ziggy Stardust, che dona a Bowie un'estetica androgina la quale non ne sminuisce la strabordante mascolinità.
Il finale, paradossalmente, è tanto conciliante quanto spiazzante: allo scadere delle tredici ore (numero che ovviamente rappresenta l'età nella quale i primi sintomi di maturazione si verificano), Sarah scopre come Jareth di fatto non abbia poteri su di lei, salva quindi se stessa e il fratellino e si ritrova nella sua cameretta, dove i piccoli aiutanti le dicono addio; ma Henson, Froud e Jones non caratterizzano la maturazione come effettivo rifiuto dell'infanzia, quanto come una assimilazione della stessa: il ballo finale non è un semplice congedo, quanto una celebrazione di una fase della vita fase che, in piccolo, la giovane porterà per sempre con sé, poiché è stata essenziale a plasmarla come essere umano, tanto nel bene quanto nel male. 



Se il sistema simbolico ordito dagli autori è riuscito e affascinante, è persino inutile sottolineare come la forza di Labyrinth passa anche e soprattutto per l'estrema cura nell'estetica.
Il labirinto di Henson e Froud si allontana da ogni canonica rappresentazione (eccezion fatta per le geometrie escheriane del finale, immancabili) per diventare un regno fantastico irto si pericoli e personaggi strambi. La metafora di un mondo impossibile da affrontare in modo logico e coerente viene adattata tramite la sua forma mutante, con i corridoi che cambiano direzione e le aperture celate da illusioni ottiche.
Froud si diverte a caratterizzare i goblin nella maniera più assurda possibile: al bando la descrizione della tradizione, che li vede come dei semplici gnomi dalla pelle verde, qui ogni creatura sfoggia un design particolare, che a seconda dei casi può avere corna o lineamenti più o meno docili. E nel climax, con la battaglia alle porte del castello, Henson da sfogo a tutta la sua creatività in una serie di sketch slapstick demenziali irresistibili.



Cosa strana per una produzione dal grosso budget, qui gli effetti di compositing sono a tratti decisamente sciatti, appiattendo la visione. Il caso più singolare è quello della scena dei Firey, dove l'effetto del chroma key è palesemente frettoloso, arrivando persino a tagliare i contorni della fitura della Connelly, rendendo visibile la sfondo fasullo in alcune inquadrature. Così come il compositing dell'animatronico del vermino all'inizio del labirinto, dove addirittura la color correction dello sfondo è sbagliata. Cosa strana se si tiene conto che la Industrial Light and Magic di Lucas ha lavorato in parte al film, animando tra l'altro la civetta sui titoli, con un modello tridimensionale che oggi sicuramente mostra i suoi anni, ma che all'epoca era semplicemente stupefacente.



Come sempre, si tratta di difetti tecnici tutto sommato di pochissimo conto. La bellezza di Labyrinth resta in primis nella forza visionaria e in secondo luogo nella valenza metaforica, che lo rende una perfetta fiaba moderna, in grado di incantare tanto i più piccoli quanto gli adulti.

lunedì 10 luglio 2023

Indiana Jones e il Quadrante del Destino

Indiana Jones and the dial of destiny

di James Mangold.

con: Harrison Ford, Phoebe Waller-Bridge, Mads Mikkelsen, Boyd Holbrook, Ethann Isidore, John Rhys-Davies, Antonio Banderas, Toby Jones, Olivier Richters, Shaunette Reneé Wilson, Thomas Kretschmann.

Avventura/Azione/Fantastico

Usa 2023












Chissà se i fan di Indiana  Jones avranno il coraggio di dire che questo "Il Quadrante del Destino" è più brutto de "Il Regno del Teschio di Cristallo" e che la Disney ora ha rovinato anche questa serie dopo "Star Wars".
Perché l'andazzo oramai è questo: George Lucas crea qualcosa di bello con il quale più di una generazione cresce e al quale si affeziona visceralmente, poi lo distrugge, chi lo ha amato è arrabbiato, salvo poi spostare la sua rabbia verso altro e rivalutare il brutto, che per magia diventa bello solo perché qualcun altro ha creato un prodotto con lo stesso marchio il quale ha deluso le aspettative. Non conta, infatti, che "Gli Ultimi Jedi" e l'intera serie di prodotti targati Disney a tema "Star Wars" siano belli o brutti, quel che conta davvero è che si siano discostati da quanto i fan si aspettavano, dunque vanno distrutti. E per converso, seppur in un'azione del tutto priva di logica, la trilogia prequel, che per una quindicina d'anni abbondante è stata massacrata in tutti i modi possibili e immaginabili, ora è in realtà più bella di qualsiasi altra cosa venuta dopo.
"Il Quadrante del Destino", per sua fortuna, non è più brutto del film che lo ha preceduto, benché abbia i suoi difetti; e se anche lo fosse stato sarebbe stato altresì memorabile, perché ci vuole davvero una maestria fuori dal comune per creare qualcosa di più brutto di uno dei film più brutti mai prodotti ad Hollywood. Ma questo ovviamente non fermerà chi vuole criticarlo per il solo gusto di farlo, tantomeno costituirà un motivo valido per non rivalutare il capitolo precedente.
Tutti gli altri spettatori si consolino pure: Indy ora può uscire di scena con dignità.



E' il 1969 e l'uomo è appena tornato dalla luna. Indiana Jones impartisce un'ultima lezione universitaria ad uno svogliato gruppo di studenti e va finalmente in pensione. Ma dal passato torna Helena Shaw (Phoebe Waller-Bridge), sua figlioccia, la quale lo coarta in un'ultima avventura: la ricerca del quadrante di Archimede, che si dice possa individuare varchi nel tessuto temporale.




Indiana Jones è ormai vecchio. Di anni ne ha più di settanta e durante le riprese Harrison Ford ne ha compiuti ben ottanta, i quali, pur portati da Dio, si fanno sentire sia per il personaggio che per l'interprete. 
Indy è un uomo che ha fatto il suo tempo: non più archeologo smargiasso, non più agente CIA contro il Pericolo Rosso e neanche più buon padre di famiglia, con il divorzio da Marion lì sul tavolo a ricordargli come il meglio della vita sia alle spalle.
Come lui, anche la sua nemesi di turno, l'ex nazista Voller di Mad Mikkelsen, è il relitto di un'era passata, il quale però è pur riuscito a trovare una forma di trionfo finale come ingegnere aerospaziale (praticamente una versione fittizia di Wernher von Braun) in un mondo dove sono gli eroi ad essere dimenticati.
"Il Quadrante del Destino" vorrebbe quindi essere anche questo, ossia un film sul tempo, sulla necessità per un pugno di personaggi da esso sconfitti di trovare una forma di rivincita, solo per poi accettare l'inevitabilità del fato e cercare di carpire e capire il meglio della vita che hanno vissuto. Tematica che trova i suoi elementi in una serie di simboli e rimandi costanti, ma che non viene mai davvero enfatizzata, facendo perdere alla narrazione gran parte del suo mordente.
Colpa, forse, delle varie riscritture, operate da ben tre sceneggiatori, tra i quali figura persino quel David Koepp che non era riuscito a tenere le redini de "Il Regno del Teschio di Cristallo".




Più simpatico è invece il lavoro sui personaggi. Laddove Indy è un uomo fuori tempo massimo, ex esploratore un tempo cinico e ora fin troppo scafato, la figlioccia Helena è una giovane donna assetata di soldi, un personaggio che resta volutamente ai limiti dello sgradevole per quasi tutto il film, rivelando un lato umano solo verso la fine, una vera e propria eccezione all'interno di un panorama hollywoodiano dove tutti i personaggi femminili devono necessariemente essere santi guerrieri.
Più blanda è invece la caratterizzazione di Voller, che alla fine diventa praticamente una fotocopia del  Walter Donovan de "L'Ultima Crociata",vivendo solo del carisma di Mads Mikkelsen.




Con la tematica della vecchiaia e del tempo che scorre inesorabile, è strano che non si sia deciso di puntare sulla nostalgia spicciola; e forse in una stesura precedente dello script un elemento del genere era anche presente, ma fortunatamente su schermo tutti i rimandi al passato risultano contenuti, quasi invisibili. Tornano gli insetti da "Il Tempio Maledetto", in una piccola scena messa in mezzo per speziare le cose. E il giovane aspirante pilota Teddy (Ethann Isidore) sembra sempre in procinto di diventare un nuovo Short Round, ma per fortuna finisce per restare ancorato ad un suo ruolo specifico. Gli eventi del film precedente divengono parte integrante della caratterizzazione del protagonista, soprattutto il rapporto con il figlio Mutt, il quale pur resta sempre relegato fuori scena. Persino il fatto che i nemici siano nuovamente i Nazisti non viene venduto come un ritorno alle origini e trova piena giustificazione nel periodo storico in cui il film viene ambientato.
Anche quando i personaggi dei film precedenti tornano in scena, come accade con Sallah, questi finiscono per avere un ruolo preciso negli eventi, non sono mai un semplice mezzo per stuzzicare l'emotività del pubblico.
Tutta la nostalgia, di conseguenza, viene lasciata negli occhi e nella mente dello spettatore, senza cercare di ricattarlo con riferimenti e easter egg inutili.




Per il resto, "Indiana Jones e il Quadrante del Destino" è un pop-corn movie riuscito, ma dove nulla eccelle davvero.
Il problema principale è insito nella scelta del regista, quel James Mangold che ovviamente non ha lo smalto del miglior Spielberg e che è chiamato a dirigere il tutto in modo pulito e senza fronzoli. Non c'è vera originalità in questa quinta avventura di Indy neanche quando si devia dalla formula, con un climax che può essere considerato originale anche tenendo conto dell'UFO transdimensionale visto nel quarto film e un'esplorazione subacquea che prende il posto della canonica tomba dimenticata.
Mangold non prova neanche a creare qualcosa di davvero originale e si adatta su tutti i cliché della serie (tranne quelli horror, oramai circoscritti al solo secondo film); grande spazio agli inseguimenti, con una cold open (che per una volta è un prologo vero e proprio) ben congegnata, dove la CGI usata al posto dei set reali riesce a non infastidire e gli effetti di de-aging su Harrison Ford a tratti sono davvero stupefacenti, una fuga per le strade di New York che ricorda "True Lies", oltre all'inseguimento in tuc tuc per le strade di Tangeri a metà film che fa davvero da leone. 
Tutto è condotto con mestiere e professionalità, ma nulla finisce per colpire davvero.



La quinta avventura del dr. Jones al cinema è così un film mediocre, ma altamente dignitoso. Un exploit che fa dimenticare in parte gli orrori de "Il Regno del Teschio di Cristallo" e ridà una parte di dignità perduta alla serie. Non ai livelli della trilogia originaria, ma meglio di un buon 90% di tutti gli epigoni mai prodotti.

mercoledì 24 gennaio 2018

Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo

Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull

di Steven Spielberg.

con: Harrison Ford, Shia LaBeouf, Cate Blanchett, Karen Allen, John Hurt, Ray Winstone, Jim Broadbent, Igor Jijkine.

Avventura/Fantastico

Usa 2008















Sul quarto capitolo delle avventure del dr.Jones è stato scritto di tutto: da chi lo stronca senza appello a chi lo guarda con sufficienza (quei 6.5 su IMDB e Metacritic puzzano di recensioni comprate lontano mille miglia) sino a chi lo difende a spada tratta come un bel film. Ed è quest'ultima categoria, malauguratamente, ad essere obiettivamente in torto, perché di "Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo" si può solo scrivere male; uscito fuori tempo massimo, con una storia che ha alla base un mcguffin che non può rivaleggiare con i precedenti, stanco fino allo sfinimento, presenta situazioni trite e riciclate e tematiche fantascientifiche che davvero non hanno nulla a che vedere con la saga dell'esploratore armato di fedora e frusta. Ma, ancora peggio, si tratta di un film brutto sia sul piano della scrittura che dell'estetica, oltre che noioso e lento. Un film che rivaleggia con "War Horse" per il titolo di peggior film di Spielberg (battaglia che vince su tutta la linea), che non ha un minimo di senso su tutti i piani e che potrebbe tranquillamente essere inscritto tra i film più brutti del decennio passato. Se non addirittura di sempre, visto che molte delle trovate e molto dello squallore orgogliosamente esibito fanno somigliare questo exploit finto nostalgico come un fratello maggiore del "Dracula" di Argento. Il che è dire tutto.




"Non sono gli anni che pesano, ma i chilometri" esclamava Indy ne "I Predatori dell'Arca Perduta"; ma gli anni sono passati anche per lui: terminata la Seconda Guerra Mondiale, il dr.Jones diviene un agente della C.I.A. in lotta contro i Sovietici. Ed a quanto pare l'età del pensionamento sembra essere anche stata superata, visto che nella prima scena lo troviamo nelle grinfie dell'ufficiale Irina Spalko (Cate Blanchett, che si sforza invano di dare credibilità ad un personaggio macchiettistico); coartato a collaborare, Indy, assieme al doppio (triplo, quadruplo, quintuplo e chi più ne ha...) giochista "Mac" Michale (Ray Winstone, sprecatissimo) ritrova nell'Area 51 (ossia dove è persino sepolta l'indimenticata Arca dell'Alleanza) il cadavere di un alieno caduto a Roswell tempo addietro. La Spalko, infatti, è il capo di un'unità istituita da Stalin per la ricerca e lo sviluppo di armi paranormali (che cosa?) intenzionata a scoprire il famoso "Regno del Teschio di Cristallo", fondato millenni addietro da una civiltà extraterrestre.
Dal canto suo, il povero Indiana Jones, oltre a vedersela con la sovietica di ferro deve anche confrontarsi con una ritrovata Marion Ravenwood (Karen Allen, che sembra appena tolta dalla naftalina tanto è inespressiva) e con Mutt (LaBeuf), teppistello motorizzato che pare essere addirittura suo figlio.




Le sequenze e gli elementi peggiori del film sono anche i più criticati dai fans, per una volta a ragione: le talpe che divengono parziale punto di vista nel primo atto (ma perchè?), l'inutile personaggio di Mac, il villain caricaturale, Shia Labeouf che dovrebbe essere una sorta di nuovo Indy pronto a prendere in mano cappello e frusta per una nuova generazione, ma che non ha un grammo del carisma dell'originale figuriamoci la credibilità come eroe d'azione; ed ovviamente l'ormai mitologica sequenza del frigo usato come rifugio antiatomico, talmente sopra le righe da sembrare uscita da una gag scritta da Paolo Villaggio e che riesce a polverizzare la sospensione dell'incredulità già nella prima mezz'ora di film, perfetto biglietto da visita per lo spettacolo che segue.
Ma i veri problemi de "Il Regno del Teschio di Cristallo", quei difetti che lo rendono per davvero la trashata compiaciuta che è, risiedono più in profondità, nella scrittura e nella messa in scena, ovverosia negli elementi principali della grammatica filmica.




L'intento di Spielberg e Lucas dovrebbe essere simile a quello che muoveva il primo "I Predatori dell'Arca Perduta", ossia riportare in auge un tipo di cinema, quello dell'intrattenimento spensierato, oramai perduto, che nel XXI secolo risulta affossato dall'abuso di quei green-screen che proprio Lucas si è divertito ad imporre come escamotage per non uscire mai dai teatri di posa. Ecco dunque comparire sequenze di scazzottate ed inseguimenti perfettamente coreografe ed eseguiti da veri stuntmen in loco piuttosto che da attori appiccicati su di uno sfondo posticcio, una vera boccata d'aria fresca in un panorama nel quale già aveva cominciato a muoversi la Marvel Studios con la sua filosofia del falso a tutti i costi.
Il che, però, accade solo nella prima metà del film: nella seconda ogni buona intenzione viene gettata alle ortiche e ogni singola sequenza d'azione è ricostruita in studio, eseguita da attori appesi ai fili neanche si fosse in un epigono di "Matrix" e completata con una computer graphic fintissima; l'estetica viene ammazzata in modo definitivo: non c'è ricerca della verosomiglianza e le immagini divengono cartoonesche, quasi grottesche nella loro bruttezza; e, al di là della pura estetica, tutto diviene piatto, diretto con il pilota automatico, senza guizzi o creatività alcuna. L'abbandono di location in favore di green-screen non paga: Spielberg era più a suo agio in esterni, come le immagini dei precedenti film possono testimoniare; chiuso in studio, sottomesso al "metodo Lucas", il suo stile dimostra tutti i limiti possibili, arrivando a creare un'esperienza filmica contraddittoria nelle sue intenzioni prima ancora che genuinamente brutta.




Ed anche volendo soprassedere sul quell'orribile inseguimento in una giungla che sembra uscita da un filmato della prima Playstation, a quelle formiche disegnate a mano sulla faccia degli attori o alle scimmie che sfigurerebbero persino in un cartoon vero e proprio, ad infliggere il colpo di grazia alla visione è la comparsa di quell'alieno che fa le smorfie, modello tridimensionale che avrebbe fatto schifo in una produzione indipendente dal budget nullo, figuriamoci in un blockbuster estivo, al punto che ci si chiede davvero che cosa avessero in mente regista e produttore quando hanno deciso di non rigirare la scena con un animatronico; e alla mente ritornano gli alieni di "Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo", ossia nani in costume e marionette animate dal mai troppo lodato Carlo Rambaldi, che all'epoca dell'uscita de "Il Regno del Teschio di Cristallo" avevano già trent'anni sul groppone ed erano lo stesso decisamente più belli e credibili.




Alieno che fa persino cambiare il punto di riferimento cinematografico della serie. Se i precedenti film di Indy erano un omaggio ai vecchi serial d'avventura, "Il Regno del Teschio di Cristallo" si rifà più al cinema di fantascienza anni '50, con i riferimenti alla Guerra Fredda, alla paura del Rosso e, appunto, agli omini verdi. Ma cosa c'entra quel cinema con la serie di Indiana Jones? Assolutamente nulla. Perchè una tale scelta? Impossibile da dire.
Quel poco di sospensione dell'incredulità che potrebbe ancora sopravvivere viene annichilita dalla scelta dei cattivi; dovendosi adeguare ai B-Movies anni '50 ed al tempo trascorso, non ci sono più nazisti o sette di adoratori di Kalì, bensì i Sovietici; ed ancora ci si chiede come sia possibile che una dittatura che ha fatto della pura razionalità e della distruzione di ogni superstizione un imperativo, abbia istituito un commando per le operazioni sovrannaturali.
Di tutti questi interrogativi non c'è risposta, così come non ce ne alcuna con riguardo a chi è da imputare la responsabilità per un tale scempio. Da buoni ciarlatani, Spielberg e Lucas hanno cominciato a fare scaricabarile a vicenda già all'indomani dell'uscita del film in sala. E a sentire Spielberg, le idee peggiori le ha avute Lucas, comprese quella degli alieni e del frigo a prova di bomba atomica.
Forse la verità è un'altra ed è molto più semplice: Spielberg e Lucas, in quel 2008, altro non erano se non l'ombra dei cineasti che furono, due vecchi ormai privi di talento e voglia di stupire; ecco perché tra idee idiote ed una messa in scena insopportabile, il quarto Indy è un film trash in piena regola; per di più talmente squallido da non indurre neanche al riso e per questo un fallimento anche come pellicola trash.



Cercare qualcosa di buono in questo disastro è inutile. Semmai, "Il Regno del Teschio di Cristallo" può essere visto come un monito a quanto in basso sia in grado di scendere Hollywood quando i suoi progetti più ambiziosi vengono affidati a persone senza talento, pur quando queste sono gli originali fautori degli stessi. Ed è ironico il fatto che sia uscito nella stessa estate di "Iron Man", altro esempio di pessimo cinema di intrattenimento destinato a divenire un trend.

mercoledì 15 febbraio 2017

Indiana Jones e l'Ultima Crociata

Indiana Jones and the Last Crusade

di Steven Spielberg.

con: Harrison Ford, Sean Connery, Alison Doody, Denholm Elliott, John Rhys-Davis, Julian Glover, River Phoenix.

Avventura/Azione/Commedia

Usa 1989














Nella mente del pubblico americano, l'estate del 1982 è rimasta marchiata a fuoco come la più densa di uscite cinematografiche imperdibili: nel giro di poche settimane videro il buio della sala capolavori quali "La Cosa", "Blade Runner" e "Conan il Barbaro", anche se a vincere la corsa ai botteghini fu "E.T.- L'Extraterreste"
Di certo meno memorabile, ma lo stesso altrettanto densa di uscite fu l'estate del 1989, la cosiddetta "estate dei sequel", che vide l'uscita dei secondi capitoli di alcune tra le pellicole di maggior successo del decennio, quali "Arma Letale 2" "Ghostbusters II" e "Gremlins 2- La Nuova Stirpe", sebbene a trionfare al botteghino alla fine fu una pellicola originale, quel "Batman" di Tim Burton che divenne pilastro della cultura pop in pochissimi giorni. Ma il premio per la pellicola più sorprendente, pienamente ascrivibile alla tematica di quella fatidica estate, non può che andare al terzo capitolo della saga di Indiana Jones, quel "L'Ultima Crociata" che segna la fine (purtroppo solo momentanea) delle avventure dell'archeologo-avventuriero della coppia Lucas/Spielberg e lo fa in grande stile, riprendendo i topoi che ne resero celebre la formula con il primo capitolo ed elevandoli ad un livello ulteriore.




Tornano quindi i nazisti impegnati in una quest per ritrovare un artefatto della cristianità, questa volta il Santo Graal; tornano le ambientazioni desertiche, con la Terra Santa al posto dell'Egitto; tornano anche i personaggi di Sallah (John Rhys-Davis) e Marcus (Denholm Eliott), che si sveste dei panni della figura paterna per divenire un'inaspettatamente riuscita linea comica; questo perché nei panni del vero padre di Indy, Henry Jones Sr., troviamo niente meno che Sean Connery, scelta semplicemente perfetta.
Divenuto oramai una leggenda del Grande Schermo a seguito del suo rilancio, operato qualche anno prima con il cult "Highlander- L'Ultimo Immortale" (1986) e con l'Oscar per il megasuccesso de "Gli Intoccabili" (1987), Connery divora ogni singola inquadratura con una performance ironica, viva ed incredibilmente carismatica; ma si supera ulteriormente grazie alla perfetta alchimia con Harrison Ford: i due danno vita ad una delle coppie più genuinamente brillanti mai apparse su schermo, anche grazie all'ottima scrittura dei loro personaggi.




Se Indiana Jones è come al solito un avventuriero scavezzacollo interessato solo alla gloria della caccia al tesoro, suo padre è un personaggio più scafato, più attento alle ripercussioni anche morali che le proprie azioni hanno sul mondo; la sua è una vera e propria guerra contro quel male assoluto incarnato dal Nazismo, una vera e propria crociata contro l'oscurità che attanaglia il mondo, in una giustapposizione di vedute e caratteri semplicemente perfetta.
Non da meno, comunque, il resto del cast, con un Denholm Eliott il cui Marcus Brody è una spalla comica il cui humor semplice, dovuto al carattere naif e stralunato, coglie sempre nel segno; la parte dell'interesse amoroso viene affidato alla giovane e bellissima Alison Doody, il cui personaggio è decisamente più complesso di quelli visti in precedenza: doppiogiochista, ma non meschina, in grado quasi di redimersi, eppure dedita all'affermazione personale sino alla morte, anch'ella contrappeso al personaggio di Indiana Jones, di cui finisce per rappresentare il lato più distruttivo. Sorprendente anche il cameo del compianto River Phoenix, protagonista del rutilante incipit nei panni della versione più giovane, ma già affiatata del protagonista.




Azione rutilante che Spielberg conduce con mano ormai sicurissima; gli stunt sempre più incredibili si moltiplicano e si susseguono ad un ritmo forsennato; il cambio di ambientazione nella prima del film, con Venezia che apre le danze degli inseguimenti, avvicina la saga ad uno dei modelli di riferimento, ossia i film di James Bond, dove le location esotiche si moltiplicano ad ogni film; e vedere il vero James Bond interagire con il suo figlio più riuscito è semplicemente impagabile.





A differenza di quanto visto in precedenza, Spielberg spoglia l'azione dei risvolti più cruenti e cupi e vi inietta dosi sempre più marcate di umorismo; il modello diverrà la base per tutte le future pellicole d'avventura, che finiranno con il prendersi sempre meno sul serio sino a diventare delle parodie vere e proprie, ma qui l'equilibrio è ancora perfetto: si ride e ci si emoziona dinanzi alle rocambolesche avventure dei due Jones, in un crescendo di azione che porta ad un finale anticlimatico, eppure perfettamente riuscito e soddisfacente.




Finale che chiude alla perfezione le avventure dell'esploratore armato di frusta, divenuto oramai un mito, un personaggio immortale fissatosi indelebilmente nella memoria collettiva; che se ne va con un duplice congedo: il primo irresistibilmente ironico, quel "He choose poorly" che riassume perfettamente lo spirito del film; il secondo più epico, con la cavalcata degli eroi verso il tramonto, verso la pura leggenda.
Peccato che, due decenni dopo, Spielberg e Lucas decideranno di far concludere quella cavalcata in modo tutt'altro che memorabile.






EXTRA

Quella di Indiana Jones era stata inizialmente concepita come una trilogia ed è riuscita ad attraversare tutto un decennio durante il quale il cinema di intrattenimento americano ha raggiunto nuovi apici qualitativi, imponendosi come metro di paragone per molte successive produzioni; i piani per un quarto capitolo, tuttavia, non mancarono già all'indomani dell'uscita de "L'Ultima Crociata", il cui successo travolgente poteva ben ancora essere sfruttato.
Tutti i possibili progetti vennero però cassati da Lucas, che si disse insoddisfatto di tutti gli script proposti. Tra questi spicca quello scritto da Frank Darabont, "Indiana Jones and the Fate of Atlantis", che pur rimanendo saldamente ancorato allo spirito della saga, vi introdusse un forte elemento fantascientifico. La sceneggiatura era talmente buona che, pur con disappunto di Lucas, venne riutilizzata dalla Lucas Arts per dar vita all'omonimo videogame, per anni (ed in parte tutt'oggi) considerato come la continuazione ufficiale delle avventure dell'archeologo armato di frusta e fedora.





Ma anche prima dell'orrendo "Il Regno del Teschio di Cristallo", Indiana Jones vide un'altra incarnazione audiovisiva, questa volta per il piccolo schermo, con la serie "Le Avventure del Giovane Indiana Jones".




Durata per 3 stagioni e trasmessa dalla ABC dal 1992 al 1996, la serie ha carattere antologico e vede un giovane Indiana Jones (interpretato da Sean Patrick Flanery a causa della prematura scomparsa di River Phoenix) impegnato non tanto nella canonica caccia al tesoro, quanto in vere e proprie avventure che ne formeranno il duro carattere, sempre immerse in location e contesti geo-politici diversi. Ogni episodio seguiva un canovaccio scritto da Lucas e facente parte di una densa cronologia di eventi che aveva ideato come ideale background del personaggio.





Oltre ad una piccola partecipazione di Harrison Ford nei panni del Jones cinquantenne in un episodio, un terzo attore vestiva regolarmente i panni di Indy: George Hall appariva all'inizio ed alla fine di ogni episodio nei panni di un Jones 93enne.




Sfortunatamente, tutte le parti con Hall sono state rimosse dalle edizioni home-video, in una mossa simile alla "specializzazione" della saga di "Star Wars" che ha però finito per togliere parte del fascino della serie.

martedì 13 settembre 2016

Indiana Jones e il Tempio Maledetto

Indiana Jones and the Temple of Doom

di Steven Spielberg.

con: Harrison Ford, Kate Capeshaw, Jonathan Ke Quan, Amrish Puri, Roshan Seth, Philip Stone.

Avventura

Usa 1984















L'idea di cinema di George Lucas ha, più o meno da sempre, poggiato sul concetto di serialità. La sua opera omnia, quel "Guerre Stellari" (1977) che tanto cambiò le sorti del cinema, era stato si concepito inizialmente come un'unica, fluviale pellicola, ma si è imposta come il primo episodio di una lunga serie di exploit; i quali, fa sempre bene tenerlo a mente, non erano stati immaginati da Lucas ai tempi del college, come pur a lui piace affermare, ma erano frutto di una rielaborazione dell'idea originale a distanza di anni (decenni talvolta) dalla prima stesura della sceneggiatura del primo film, dal quale i seguiti riprendono molti elementi narrativi.
Di tutt'altro tenore è stato invece il concetto di serialità che Lucas ha applicato alla saga di Indiana Jones: fin dai primi passi del suo concepimento, la saga dell'archeologo armato di frusta era stata intesa come una trilogia di film, ognuno narrativamente slegato da quello precedente, che avrebbe sempre avuto al centro il personaggio del titolo alle prese con un McGuffin, in un mix di esotismo, esoterismo, azione ed avventura classica. Tant'è che lo stesso Spielberg dovette impegnarsi, già nel 1980, con un contratto plurifilm per assicurare una direzione unitaria al progetto.



Contratto che Spielberg si pentì di aver sottoscritto; perché pare che nel 1984 non avesse di certo voglia di rimettersi in viaggio per il globo per ridare vita alle peripezie del professor Jones, men che meno dovendolo fare sulla scorta di uno script (ad opera del Willard Huyck che due anni dopo avrebbe diretto "Howard the Duck") che pare non apprezzasse. Al punto che in molte interviste, ad anni di distanza, non nasconderà il suo scetticismo su tutto il progetto, dichiarando di non sapere perché, alla fine, abbia effettivamente diretto "Indiana Jones e il Tempio Maledetto".
Secondo capitolo che è in realtà un prequel dell'originale "I Predatori dell'Arca Perduta", non particolarmente apprezzato neanche dai fan: fino all'avvento de "Il Regno del Teschio di Cristallo" era infatti questo il film meno amato della serie, a causa dell'umorismo più marcato, dell'ambientazione indiana fatta di templi antichi, sette assassine e foreste verdeggianti lontane anni luce dai deserti del primo e del terzo film; e soprattutto a causa dell'inclusione di Short Round (Jonathan Ke Quan), il piccolo sidekick di Jones dalla battuta pronta, e di una bella di turno (la Willie Scott di Kate Capshaw, poi moglie di Spielberg) che non ha il carisma di Karen Allen e che viene utilizzata anche come controparte comica in siparietti poco riusciti.
Fatto sta che al netto delle critiche, questo secondo episodio delle avventure di Indiana Jones resta un film più riuscito di quanto si voglia ammettere e di come molte di queste critiche caschino nel vuoto se si tiene conto dell'effettiva natura del film in sé.




In parallelo con quanto fatto con la saga di "Guerre Stellari", anche qui Lucas concepisce un secondo capitolo più cupo del suo predecessore e che per impianto narrativo ed estetico vi si differenzia in modo totale; ad oggi, "Indiana Jones e il Tempio Maledetto" è il più originale dei film della serie, che aggiunge al calderone di generi anche una forte ed avvertibile spruzzata di horror, che fa capolino ora già nel secondo atto. Horror che compare sia nelle forme dello splatter già visto alla fine del precedente film, che in quelle, inedite, di un'atmosfera plumbea, a tratti opprimente e talvolta genuinamente spaventosa, tra schiavi bambini e jump-scare. Non stupisce come all'epoca questo insistere da parte di Spielberg negli aspetti più cupi nei suoi film (si pensi anche a "Poltergeist" e "Gremlins") abbia portato alla creazione del PG-13: quelle immagini erano forse davvero troppo forti per il pubblico di bambini che solitamente accorreva ai film del Re Mida di Hollywood.




Spielberg riesce davvero ad innestare questo nuovo "gusto" alla narrazione anche grazie alla divisione netta in atti del film. Laddove "I Predatori dell'Arca Perduta" era un flusso coerente di immagini ed azioni, "Il Tempio Maledetto" risulta volutamente più frammentario ed ameno. Si apre con un'ambientazione cinese, con una opening shot che si rifà al musical hollywoodiano classico, per introdurre i tre protagonisti in un intrigo che ricorda le spy-story degli anni '40. Dopo una rocambolesca fuga in aereo, Indiana Jones e soci si ritrovano nella verdeggiante India in una rievocazione del cinema d'avventura più in linea con i canoni della serie, La parte all'interno del palazzo del Maraja si rifà invece alla commedia brillante (il rapporto amore-odio tra Indy e Willie) e alla farsa (la cena a base di insetti e cervello di scimmia). L'ingresso nel tempio del titolo introduce l'elemento orrorifico, mentre il terzo atto è nuovamente un'incursione nei territori dell'avventura.




Ogni "genere" viene maneggiato con cura da Spielberg; la sua "malavoglia" mai negata non si avverte su schermo ed anzi in ogni sequenza ha sempre voglia di stupire con soluzioni divertenti. Naturalmente, è nelle scene d'azione che dà il meglio: nonostante un infortunio che ha tenuto Ford lontano dal set per due settimane, gli stunt si intrecciano alla perfezione con le sequenze ordinare e brillano sempre per le rutilanti coreografie. Da antologia è ovviamente la sequenza più famosa di tutto il film, ossia l'inseguimento nei carrelli della miniera, splendido esempio di perfetta fusione tra effetti speciali classici e stunt a rotta di collo, al punto da essere stata giustamente premiata con l'Oscar.
Ma a stupire maggiormente è la varietà delle situazioni: mai come in questo caso si ha la sensazione di essere davanti ad un'avventura-fiume, una serie ordinata (benché frammentaria e amena) di peripezie nelle quali Indiana Jones si trova coinvolto suo malgrado.




Purtroppo non tutto fila liscio; lo script di Huyck e il polso di Spielberg tentennano talvolta, mostrando due difetti che non permettono a questo secondo capitolo di raggiungere i livelli del primo: l'umorismo talvolta casca a vuoto e il ritmo è altalenante.
L'idea di usare la bella Willie come controparte comica unica, anzicché cucire lo humor addosso a tutti i personaggi e alle situazioni come avveniva nel primo film, non paga; il personaggio finisce per essere un mero pupazzo sballottato a destra e a manca, deriso da tutti, finanche dallo stesso protagonista, percéè incapace di sopravvivere da sola, una "donna dell'alta società" che è stereotipo della bionda scema, talmente basilare nel suo ruolo da risultare antipatico e fuori luogo.





Quanto al calo di ritmo, è dovuto forse proprio all'inclusione della traccia orrorifica: un ritmo più lento è d'obbligo per creare la giusta tensione e l'atmosfera adatta; ma il calo è fin troppo avvertibile a metà film, al punto da sfociare quasi nella noia. Va dato comunque il merito ai due autori di essere riusciti comunque ad inserirvi una trovata interessante, con un Indy malvagio convincente e spaventoso.
Vien da ridere, invece, se si tiene conto della critica che molti fan muovono al film: l'implausibilità di molte situazioni; con piglio perfettinista, i fanboys si sono divertiti a sottolineare come sarebbe impossibile sopravvivere ad una discesa a rotta di collo da una montagna a bordo di un canotto o come il cattivo Mola Ram ben avrebbe potuto uccidere Indiana Jones con il suo potere "strappa-cuori". La sospensione dell'incredulità non funziona così: le sequenze sono presentate sempre in modo credibile, non c'è mai vera esagerazione fumettistica o superomistica nella loro creazione, tanto che risultano poco credibili solo a voler cercare il pelo nell'uovo.





Al netto dei pochi, veri difetti, la cattiva fama de "Il Tempio Maledetto" appare esagerata: è un sequel imperfetto, lontano dall'equilibrio del suo predecessore, ma che riesce lo stesso ad intrattenere in modo più che adeguato. Un mix ancora più ardito, più ameno e altalenante, ma lo stesso incredibilmente divertente.





EXTRA


"Indiana Jones e il Tempio Maledetto" è famoso anche per un motivo alquanto particolare: in esso è presente uno dei camei più strambi e difficili da cogliere della storia del cinema, quello di Dan Aykroyd.




Non c'è da stupirsi se anche a seguito di ripetute visioni non si fosse in grado di individuarlo; l'ex Blues Brother appare infatti come una comparsa vera e propria in sole due inquadrature del film: dopo la fuga dal locale "Obi-Wan", Indy, Willie e Short Round lo incontrano, per pochissimi istanti, all'aeroporto dove prendono il volo che li catapulterà in India, dove veste i panni di un ufficiale dell'esercito.




lunedì 6 giugno 2016

I Predatori dell'Arca Perduta

Raiders of the Lost Ark

di Steven Spielberg.

con: Harrison Ford, Karen Allen, John Rhys-Davies, Paul Freeman, Ronald Lacey, Denholm Elliott, Alfred Molina.

Avventura/Azione

Usa 1981
















Perfetta pellicola d'azione e cult immortale sin dalla sua prima uscita in sala, "I Predatori dell'Arca Perduta" viene spesso citato e in generale ricordato per tutta una buona serie di motivi.
E' stato il frutto della collaborazione di due giganti di Hollywood, Spielberg reduce dal primo flop della sua carriera, quel sottostimato "1941: Allarme ad Hollywood!" (1979) e George Lucas, all'epoca fresco dal trionfo anche di critica de "L'Impero Colpisce Ancora" (1980). E' il primo capitolo di una trilogia (poi sciaguratamente divenuta tetralogia) tra le più amate e riuscite di sempre. E' il film che ha dato lustro alla carriera di Harrison Ford, che da qui in poi diverrà una star. E' un perfetto omaggio al mondo dei serial d'azione degli anni '30 e '40, quei mediometraggi che venivano proiettati una volta a settimana nei cinema prima del "feature film", incentrati sulle rocambolesche avventure esotiche dell'eroe di turno, puntualmente lasciato a penzolare sui pericoli negli infiniti cliffhanger necessari per fidelizzare lo spettatore.
Tutti pregi innegabili. Peccato che in pochi lo riconoscano davvero per quel che è: il capolavoro che dimostra la perfetta padronanza del mezzo filmico da parte di Spielberg, la prova definitiva del suo valore come regista oltre che come autore.






Alla base del film, in particolare del suo iconico protagonista, non c'è però solo l'idolatrazione di quel cinema avventuroso dei tempi che furono. Lucas si è infatti ispirato per la sua creazione a due figure storiche particolarmente importanti. In primo luogo Hirman Bingham, professore di archeologia di Princeton ed esploratore incallito, fautore nel 1911 della scoperta del monte Machu Pichu in Perù, utilizzato come base per il background di Indy e ultimamente rivalutato in negativo come vero e proprio "tombarolo". Per il carattere e parte della storia personale, Lucas e Lawrence Kasdan (qui di nuovo in veste di sceneggiatore per l'amico e mentore) si sono rifatti niente meno che a Giovanni Battista Belzoni, esploratore e archeologo italiano del XIX secolo, divenuto in breve tempo il più importante egittologo della storia e famoso all'epoca per il suo carattere brusco e un po' guascone.






Entrambe le fonti storiche del personaggio erano però già state rielaborate su  grande schermo nel 1954 ne "Il Segreto degli Incas", dove il protagonista Harry Steele, interpretato dal grande Charlton Heston, era anch'egli un archeologo che finiva in una stravagante avventura in Sud America. Spielberg e Lucas ne riprendono così i tratti caratteriali, ma anche il look: pantalone kaki, borsalino a fesa larga e giubbotto di pelle da aviatore. Senza contare come un vero e proprio antesignano del personaggio di Indiana Jones fu l'Allan Quatermain di H.Rider Haggard, protagonista di una serie di romanzi di stampo avventuroso a partire da "Le Miniere di Re Salomone" del 1885, trasposto al cinema per la prima volta nel 1937.






"I Predatori dell'Arca Perduta" si pone così come il punto di confluenza di un'intera categoria di cultura pop: l'avventura classica con un protagonista macho (ma ancora lontano dalle derive superomistiche proprie degli anni '80) in giro per il mondo alla ricerca di un McGuffin, in questo primo capitolo l'Arca dell'Alleanza.
Spielberg, Lucas e Kasdan ripescano in sede di script tutti i luoghi comuni dei cliffhanger e del cinema d'avventura degli anni '40 e '50,  ma il declinano con gusto moderno. I punti di riferimento sono sempre avvertibili, eppure ricreati con una dovizia tale da infondere loro nuova vita; un processo che definire post-modernista sarebbe riduttivo: si arriva ad una vera e propria resurrezione del passato, filtrato tramite una sensibilità moderna, ma ricreato su schermo proprio come si faceva all'epoca. Al bando le nuove tecnologie, a farla da padrone sono acrobazie e stunt talvolta incredibili, location esotiche e interni ricostruiti in studio senza l'ausilio di green-screen. Il passato torna così a rivivere con una forza immaginifica inusitata e potente, sino a creare una nuova serie di topoi e luoghi comuni entrati trionfalmente nell'immaginario collettivo.
In questo primo capitolo, su tutti sono da ricordare il rutilante incipit, con Indy che appare senza mai essere mostrato in viso per poi mostrarsi in tutta la sua gloria allo spettatore una volta giunto a destinazione; la fuga dalla caverna dell'idolo d'oro, inseguito da un masso gigante e perfettamente serico che rotola, semplicemente da manuale; e ovviamente il "non duello" con lo spadaccino, scena creata per motivi totalmente di opportunità (sia Spielberg che Ford soffrirono una terribile intossicazione intestinale che li permetteva di filmare solo pochi minuti di pellicola per volta) eppure talmente perfetta nella sua esecuzione plastica e nei tempi comici da sembrare concepita a tavolino.




Oltre alla rivisitazione dei cliché del passato, "I Predatori dell'Arca Perduta" cerca anche di svecchiare alcuni dei luoghi comuni del genere. Il personaggio di Marion Ravenwood (Karen Allen), in proposito, è un azzeccato sovvertimento dello stereotipo femminile: sebbene chiamata a vestire i panni della damigella in pericolo più volte, non è mai davvero tale, entrando in scena come il duro di un film d'azione, vincendo una gara alcolica con un mongolo prima, con un ufficiale nazista poi. Marion è una donna dal carattere forte, duro, perfetto contraltare della spavalderia di Indy.
Azzeccatissima anche la scelta di far vestire i panni dei cattivi ai nazisti, che dona al tutto un fascino universale, quasi senza tempo a prescindere dalle precise (ma non sempre rispettate) coordinate temporali delle vicende. Così come l'idea di creare il personaggio di Belloq (Paul Freeman) come una nemesi totale di Indiana Jones, un archeologo che non guarda in faccia niente e nessuno pur di arrivare alla scoperta; a separarlo dal "buono" è in fondo solo la scelta degli alleati: anche Indy qui è un rude professore patito per l'avventura, interessato solo alla gloria piuttosto che ai risvolti mistici della vicenda.




Risvolti che vengono lasciati sempre sullo sfondo, esplodendo solo nel finale come il deus ex machina di turno. Il fulcro di tutto è il senso dell'esotico e l'avventura indiavolata. Ed è qui che Spielberg mostra il meglio di sé.
Il secondo atto della pellicola, pur costruito come un crescendo, è una sequenza infinita di inseguimenti, scazzottate e sparatorie. L'azione è martellante, ma ben dosata, non finisce mai per diventare ridondante o noiosa. La regia è semplicemente perfetta: non sbaglia un'inquadratura o un movimento di macchina, lasciando qualche refuso al solo montaggio, dovuto alle tecniche di ripresa utilizzate, talvolta da vero "cinema guerriglia" per non sforare il budget. Il risultato è semplicemente sfavillante: 1 ora e 55 minuti senza mai un vero tempo morto durante i quali lo spettatore è letteralmente trasportato in un altro mondo in modo adrenalinico ed ipercinetico.





Fino a quel happy ending ingenuo quanto si vuole, ma che non stona con l'anima d'antan del film. Al quale, però, i tre autori fanno precedere un climax letteralmente esplosivo, infondendo un pizzico di horror splatter per rendere il tutto ancora più ameno e divertente.




Una fantasia d'altri tempi, un'avventura classica riproposta in una chiave moderna perfettamente rispettosa delle sue origini naif . Ma "I Predatori dell'Arca Perduta" è anche e più semplicemente una perfetta pellicola di genere dove ogni azione, personaggio e battuta è al suo posto, diretta con polso fermo e divertito da un autore qui all'apice della sua maestria.




EXTRA

Proprio come la saga di "Star Wars", anche quella di Indiana Jones ha trovato terreno fertile nel mondo dei geek sin dalla sua prima uscita in sala. Omaggi e parodie non sono mai mancati, ma ciò che stupisce è l'opera di un fan forse troppo sfegatato:




"Raiders of the Lost Ark: An Adaptation" è un vero e proprio remake fatto in casa. A partire dall'estate del 1989, il giovane Eric Zala ha creato, assieme ai suoi genitori ed un gruppetto di amici, un film amatoriale che riprendeva inquadratura per inquadratura il capolavoro di Spielberg e Lucas. Da piccolo film tra amici di scuola, il progetto si è evoluto nel corso degli anni sino a diventare un vero e proprio rifacimento, dove anche gli stunt più pericolosi sono stati rifatti per la gioia dei suoi autori.
Il che fa sorgere un dubbio: a qual fine tutto questo lavoro? Perché rifare in casa un film che si ama fotogramma per fotogramma?
Non si sa se quella di Zala sia pura passione o pura pazzia, visto che il risultato è un semplice filmino amatoriale gonfiato sino all'esasperazione, privo di ogni professionalità, creato ed eseguito per il solo gusto di farlo.
Ad indagare su cotanta follia è il divertente documentario "Raiders! The Story of the Greatest Fan Film Ever Made" del 2015, la cui visione è chiarificatrice dello stato mentale di Zala e soci.






A partire dal 2007, le uscite in home video del film ne hanno modificato il titolo in "Indiana Jones e il Predatori dell'Arca Perduta", come a dare una sequenzialità con i tre seguiti. Come sempre, il titolo "di fabbrica" toglie ogni individualità a questo primo film e forse proprio per questo Spielberg ha deciso di eliminare il nome del personaggio per le seguenti uscite in Blu-Ray.




Come successo con "Lo Squalo" (1975) e "Guerre Stellari" (1977), anche "I Predatori dell'Arca Perduta" ha dato vita (in questo caso "ridato") al filone di riferimento, creando una serie infinita di cloni ed epigoni. Tra questi vanno ricordati:




























"Allan Quatermain e le Miniere di Re Salomone" (1985) ed il suo seguito "Gli Avventurieri della Città Perduta" (1986), il primo diretto dallo specialista Jack Lee Thompson, il secondo da Gary Nelson. Epigoni di buona fattura, che riportano su schermo il prototipo dell'eroe di Spielberg, interpretato da un affiatatissimo Richard Chamberlain e affiancato da una giovane e già bellissima Sharon Stone.




"All'Inseguimento della Pietra Verde" (1984), primo vero successo commerciale di Robert Zemeckis. La classica forma del romanzo d'avventura viene riletta in chiave pesantemente ironica: protagonista è la working class woman Joan Wilder (Kathleen Turner, che sveste i panni della femme fatale che la resero famosa) che sogna disperatamente l'avventura romantica; finché questa non le si presenta davanti nella persona di Jack T.Colton (Michael Douglas), vero e proprio Indiana Jones degli anni '80: rude, sciovinista, maleducato eppure affascinante.
Un anno dopo fu prodotto un sequel con lo stesso cast "Il Gioiello del Nilo" (1985), che riprendeva dal cult di Spielberg anche l'ambientazione egiziana: