Visualizzazione post con etichetta James Cameron. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta James Cameron. Mostra tutti i post

lunedì 22 dicembre 2025

Avatar: Fuoco e Cenere

Avatar: Fire and Ash

di James Cameron.

con: Sam Warthington, Zoe Saldana, Stephen Lang, Sigourney Weaver, Oona Chaplin, Kate Winslet, Cliff Curtis, Joel David Moore, CCH Punder, Edie Falco, Britain Dalto, Trinity Jo-Lis Bliss, Jack Champion, Jamie Flattera.

Fantastico/Avventura

Usa 2025












Quattrocento milioni di dollari di budget. Per una saga che ha incassato un totale di circa cinque miliardi di dollari, forse sono anche pochi. Fatto sta che arrivati al terzo film (su potenzialmente cinque), è anche ora di fare un bilancio della saga di Avatar.
Una saga che in realtà una saga non è, visto che James Cameron ha praticamente rifatto per due volte il primo film, cambiando giusto la palette cromatica delle immagini e pochissimo altro. Perché se già La Via dell'Acqua era una fotocopia che aggiungeva quel pochissimo che basta per fare finta che non lo fosse, Fuoco e Cenere è praticamente la fotocopia della fotocopia, con in più un comparto spettacolare decisamente non all'altezza.



Sul piano narrativo, di carne al fuoco questa volta Cameron ne mette pure, almeno in teoria. Oltre all'ecologismo un tanto al chilo dei film precedenti, introduce la tematica della fede. Kiri (Sigourney Weaver) continua il suo cammino di "prescelta del Grande Spirito" e si contrappone qui alla villain Varang (Oona Chaplin), capo della tribù dei Mangkwan, Na'Vi cattivi e assetati di sangue senza nessun vero motivo apparente, i quali hanno ripudiato la religione di Pandora ed hanno iniziato ad adorare il fuoco.
La tematica del colonialismo spietato trova poi una declinazione ulteriore: i Mangkwan iniziano a collaborare con i Terrestri perché affascinati dalle loro armi, in una lotta che ora diviene fratricida.
Ma di tali temi, evocati nel corso della narrazione, a Cameron non interessa davvero nulla: non trovano una vera declinazione, non portano ad una catarsi, esistono come puri strumenti narrativi per creare delle scene, punto, nulla più. Ad essere onesti, Cameron darebbe anche una chiusa alla sottotrama sui Na'Vi eretici, ma è talmente blanda e inconsistente da risultare del tutto evanescente.



La vacuità tematica, anzi il vero e proprio vuoto pneumatico intellettivo è però sempre stata una delle prerogative di Avatar, quindi non si può essere troppo cattivi nei confronti di questo terzo film. L'enfasi, qui, Cameron la riserva nel tratteggiare i personaggi, con il giovane Lo'Ak nuovamente protagonista per buona parte del minutaggio.
Il suo "cammino dell'eroe" è però del tutto uguale a quello che Jakesully affrontava nel primo film: anche lui è un reietto che deve dimostrare il suo valore, in primis al padre, anche lui riesce a motivare i propri compagni grazie all'aiuto di un grosso animale, questa volta marino anziché volatile. Cameron introduce persino una psicologia per il personaggio, perseguitato dalla morte del fratello, ma come sempre non dà neanche a questa traccia narrativa il giusto peso. 
Spazio viene dato anche al personaggio di Spider, il figlio di Quarritch, ma viene tratteggiato praticamente come un surfista allampanato, facendolo risultare antipatico, rendendo impossibile appassionarsi davvero anche alla sua storia.
Mai come qui, tutta la componente narrativa risulta fredda, non ci riesce davvero ad appassionare alla lotta dei Na'Vi e ai loro drammi interni e interiori. Tanto che, quando personaggi importanti iniziano a cadere, non si prova nulla, si resta glaciali dinanzi a immagini in teoria drammatiche.
Difetti la cui presenza era scontata. Dopotutto Avatar è sempre stato pura estetica messa al servizio del nulla. Ed è proprio da questo punto di vista che Fuoco e Cenere si dimostra il capitolo più debole di tutta la saga.



Non c'è vera spettacolarità nei circa duecento minuti di durata. I set digitali sono enormi, i valori produttivi sbalorditivi, eppure non ci sono immagini che riescono davvero a suscitare meraviglia. Se nel primo film Cameron si divertiva ad inseguire i protagonisti che correvano sulle montagne volanti e nel secondo a seguirli mentre nuotavano al fianco dei capodogli alieni, qui non c'è un vero elemento portante. Il fuoco e la cenere del titolo non divengono mai elementi davvero caratterizzanti e quando la terra dei Mangkwan viene mostrata, non ha praticamente nessuna carica spettacolare.



Questo perché come sempre Cameron sembra essersi dimenticato della basilare grammatica filmica. Le sue inquadrature sono piatte, i suoi movimenti di macchina sono poco ispirati e mai azzardati, con la conseguenza che le immagini sono sempre piatte. L'esempio più clamoroso è dato dalle scene in cui appaiono i mercanti Na'Vi, le cui imbarcazioni volanti in teoria dovrebbero essere l'apoteosi dello spettacolo visivo, ma che appaiono banali, anche perché la regia decide stranamente di non inquadrarle mai dal basso, con le immagini che sembrano più dei concept art animati che delle vere scene di un film.
Una mancanza di spettacolarità che fa il paio con la vacuità narrativa. Mai come ora, non c'è una storia portante vera e propria e tutta la narrazione è fatta di singole scene tenute insieme dai personaggi, dove la caccia alle balente finale fa da climax praticamente improvvisato. Non c'è progressione nella storia appunto perché non c'è una storia, solo una serie di vignette con protagonisti dei personaggi che restano sempre uguali: Jakesully è sempre l'eroe dubbioso, Quaritch il cattivissimo che potrebbe redimersi ma evidentemente si diverte troppo per farlo, Lo'Ak il giovane impulsivo e insofferente, Neityri nulla più che una guerriera arrabbiata, mentre Kiri e Varang delle macchiette che rappresentano il bene e il male in senso assoluto.
Se quindi era anche comprensibile il perché Cameron abbia voluto dirigere due film con Avatar e La Via dell'Acqua data la loro indubbia carica estetica, non si capisce davvero cosa lo abbia spinto a creare un terzo film così genuinamente privo di qualsiasi forma di spessore, persino quello semplicemente estetico. E che scivola persino nel plagio quando riprende la scena dei fiori che sparano spine avvelenate direttamente da un episodio della serie classica di Star Trek, prova della più totale assenza di idee, la quale prende anche la forma di un terzo atto che è praticamente quello del primo film, con tanto di invocazione alla dea e protagonista che unisce tutte le tribù cavalcando nuovamente il rapace alfa. Con in più appiccicata una fotocopia di quello del secondo film, con la figlia più piccola di Jakesully nuovamente rapita dai cattivi. 



Fuoco e Cenere non è solo il capitolo peggiore di una saga che già aveva dei forti problemi sul piano narrativo, ma è anche la morte del cinema spettacolare. Se nei precedenti film era almeno chiara la fascinazione di Cameron per la natura e per i fondali marini in particolare, qui tutto quello che fa è giocare con gli effetti speciali, i quali vanno davvero oltre la perfezione e risultano di una veridicità palpabile, ma non sono messi al servizio di niente, neanche del puro e semplice spettacolo fine a sé stesso.
Se anni fa si diceva, a torto, che "Guerre Stellari" fosse solo effetti speciali e nulla più, forse è arrivato il momento di togliersi la maschera e ammettere come la creatura di Cameron altro non sia che un gigantesco showcase di quale livello gli effetti speciali in performing capture possano raggiungere con un budget faraonico. Un cinema che non è più cinema, ma praticamente un demo reel per la Weta Workshop e le altre aziende che vi hanno preso parte.

domenica 31 dicembre 2023

Strange Days

di Kathryn Bigelow.

con: Ralph Fiennes, Angela Bassett, Juliette Lewis, Tom Sizemore, Vincent D'Onofrio, William Fichtner, Brigitte Bako, Glenn Plummer, Richard Edson, Michael Jace.

Fantascienza/Noir/Cyberpunk/Thriller

Usa 1995














Esistono cult movies dimenticati dal tempo, film che sono stati molto amati anche se non subito, ma poi stranamente finiti nel dimenticatoio. Uno status per fortuna non molto comune, ma del quale può purtroppo fregiarsi quel "Strange Days" che meriterebbe davvero più attenzione oggi giorno.
Il corso seguito dal gioiello di Kathryn Bigelow e dell'allora di lei marito James Cameron è quello classico: uscito in sala nell'Ottobre 1995 (Febbraio 1996 in Italia, con sommo disgusto del sopraffino cinefilo Nanni Moretti), incassa neanche otto milioni a fronte in budget di oltre quaranta, rivelandosi come un vero e proprio bagno di sangue sul piano commerciale, tanto che la Bigelow si ritira temporaneamente dalle scene per lo scotto. Arrivato in VHS, viene riscoperto persino da quella critica che lo aveva inizialmente bocciato (molte stroncature facevano riferimento unicamente alla violenza, memoria di quel falso puritanesimo che imperava negli anni '90) e grazie ai ripetuti passaggi televisivi viene amato dai cinefili di tutto il mondo, che arrivano persino ad etichettarlo come "il Blade Runner degli anni '90".
Arrivato quel Terzo Millennio che profetizzava, "Strange Days" inizia a sparire dai radar: poco citato nelle rassegne di fantascienza, sostanzialmente ignorato nelle retrospettive del genere, non trova neanche un'edizione home-video degna di nota, né in DVD, tantomeno in Blu-Ray o 4K in epoca recente.
Riscoprire per la seconda volta il piccolo capolavoro dei coniugi d'oro è un imperativo, perché, anche se datato in alcuni aspetti, esso è ancora oggi una visione splendida.




Perché datato, "Strange Days" lo è e non potrebbe non esserlo proprio a causa della sua stessa natura di pellicola che unisce lo zeitgeist degli anni '90 con la fobia per la fine del millennio. Quest'ultimo aspetto in particolare finisce per conferirgli definitivamente il marchio di "film figlio dei suoi tempi": nonostante gli sconvolgimenti politici ed economici avvenuti nella prima decade degli anni '00, la società occidentale non è (ancora) collassata, non si è arrivati alla perdita totale e definitiva dei valori, né alle esplosioni di violenza incontrollata che si vedono per le strade della Los Angeles del 1999 di Bigelow e Cameron.
Una visione del futuro collasso, quella imbastita, che si è rivelata fallace, ma solo fino ad un certo punto; perché basta discostarsi dalla pura ambientazione e addentrarsi nelle tematiche per scoprire come "Strange Days" sia stato in realtà più profetico di quanto si voglia ammettere.




Tutta la storia ed il world-building ruotano attorno allo "SQUID", sistema per permette di registrare le esperienze sensoriali e riviverle avvertendo le medesime sensazione dell'autore. Una trovata non del tutto originale, ripresa com'è da quel "Brainstorm" di Douglas Trumbull che già nel 1983 immaginava la possibilità di "esportare" i ricordi e le sensazioni. Ma se in quell'exploit anch'esso ingiustamente dimenticato si assisteva alla creazione di tale tecnologia e si dibatteva il dilemma morale di un suo utilizzo, quello di "Strange Days" è una sorta di continuazione di quel mondo, dove data tecnologia si è affermata sul mercato ed è stata subito messa fuori legge per la sua pericolosità. 
Lo SQUID è una droga non chimica, un sistema hardware che si interconnette con il cervello e, più a fondo, con l'anima umana per concedere la più totalizzante forma di intrattenimento. E che per il protagonista Lenny Nero (un fantastico Ralph Fienness) diventa assuefazione totalitaria alla nostalgia di un passato migliore.




Lenny Nero è in tutto e per tutto un antesignano del millennial e dei Gen Z, un "tossicodipendente da nostalgia", un uomo che si rifiuta di vivere nel presente, preferendo rifugiarsi in un passato ormai perduto. Ex poliziotto della buon costume radiato per la sua dipendenza, passa le giornate rivivendo i baci rubati alla sua ex Faith, incarnata da una Juliette Lewis che sa essere tanto angelica nel passato quanto conturbante nel presente. 
Intorno a lui il mondo sta collassando, la paranoia per la fine imminente attanaglia le menti di chiunque portando ad una violenza incontrollata (memorabile la battuta del personaggio di Tom Sizemore: "Il punto non è se sei paranoico. Lenny, insomma il punto è se sei abbastanza paranoico"), ma lui si chiude in un passato ideale, un mondo fatto di sentimenti riciclati, un paradiso perduto del quale non vuole ammettere l'estinzione, vivendo nella vana speranza di un futile ricongiungimento con il suo amore perduto. Tanto che quel "Non ti amo più!" gridato a squarciagola da Faith è una catarsi devastante, che lo porta finalmente a riconsiderare sé stesso e il suo rapporto con la bellissima amazzone Mace (Angela Bassett); proprio Mace è un piccolo omaggio che il duo di autori fa a William Gibson, avendo praticamente la stessa caratterizzazione di Molly, la guardia del corpo dal passato di donna sfruttata di "Neuromante".
Laddove i surfisti di "Point Break" e il soldato di "The Hurt Locker" sono dipendenti dal rischio della morte, dalla botta di adrenalina che una situazione estrema porta con sé, Lenny è dipendente dalla quiete, da quella forma di appagamento del tutto narcotizzante che un sogno può avere; un uomo totalmente distaccato dalla realtà, per il quale anche i riflessi fisici esistono solo nello stato para-onirico dato dal ricordo.



Tra la paura per l'immediato futuro e la previsualizzazione di un futuro più remoto eppure effettivamente verificatosi, "Strange Days" è anche l'incarnazione dello zeitgeist degli anni '90. A partire dal secondo atto, la trama diventa quella di un thriller vero e proprio, con alla base la registrazione via SQUID dell'omicidio del rapper Jeriko One, contestatore dello status quo e idolo delle folle. Personaggio che altro non è se non la reminiscenza modificata di Rodney King, il cui omicidio ad opera dei poliziotti di L.A. nel 1995 era ancora una ferita sanguinante, ma anche di Martin Luther King e di tutti quei leader politici di colore che tra gli anni '60 e '70 hanno cercato di rigenerare il sistema trovando la morte per mano di esso (da cui il parallelo con "Detroit", con il quale la Bigelow porterà in scena eventi simili ma questa volta totalmente ancorati alla realtà); da cui l'uccisione di un contestatore per mano delle forze dell'ordine come spirale degli eventi futuri, riproposizione di una violenza sociale che non può essere sedata. E anche qui, la Bigelow e Cameron ci avevano visto lungo, visto il verificarsi dell'omicidio di George Floyd, anche se per motivi e in circostanze diverse.




La trama da giallo permette di insistere sul discorso tangente a quello del ricordo, riguardante il voyeurismo. Lo SQUID altro non è se non la quintessenza dell'esperienza scopofila, permettendo di vivere vicende surrogate non solo virtuali, ma anche cognitive. Il confine tra spettatore e attore viene quasi del tutto annullato e la fantasia diviene obsoleta: l'esperienza è totalizzante e del tutto priva di limiti, da cui lo status di narcotico della tecnologia che ne alla base; tanto che il prodotto più gettonato è ovviamente la pornografia. 
E' per questo che viene citato l'imprescindibile "L'Occhio che Uccide", il capolavoro maledetto di Michael Powell nel quale l'assassino riprendeva le proprie vittime mentre le uccideva con una macchina da presa con sopra montato uno stiletto; la vittima sa di morire mentre viene registrata, la sua paura è genuina ma anche condizionata dall'occhio di chi osserva; da cui il video "blackjack", sorta di film snuff con il quale l'assassino vive le emozioni della vittima uccisa in diretta tramite lo SQUID e poi fa rivivere il tutto allo spettatore, che, come chi osserva un film, può immedesimarsi al contempo nella vittima e nel carnefice.





Il racconto di fantascienza messianica e quello di thriller con tocchi da neo-noir funzionano a dovere; ma se "Strange Days" riesce davvero a coinvolgere è grazie allo sguardo umano che la Bigelow ha verso i suoi personaggi e il mondo nel quale si muovono; laddove lo script di Cameron era inizialmente basato esclusivamente sul racconto di genere, lei ne accentua le caratteristiche drammatiche permettendo una immedesimazione totale con i personaggi di Lenny e Mace (al pari, è proprio il caso di dirlo, dei personaggi che usano lo SQUID per immedesimarsi con i personaggi dei loro video); ci si emoziona davvero per la loro sorte, per questa loro strana storia di amicizia e amore, così come per il rimpianto di Lenny verso un passato oramai estinto. E quando al pessimismo si sostituisce la speranza, in quel finale liberatorio, l'immagine del soldato che bacia la ragazza riesce così a colpire per davvero.




La grandezza della Bigelow sta poi in una messa in scena mozzafiato, che mostra gli artigli già nel prologo, quella lunga rapina totalmente girata in prima persona e coreografata in modo talmente adrenalinico da mandare in cardiopalma anche senza il bisogna di un dispositivo neurale; sequenza che ancora oggi colpisce per ritmo e tensione e che all'epoca fu rivoluzionaria, tanto che per girarla dovette farsi costruire una macchina da presa apposita che fosse talmente piccola da poter essere indossata dallo stuntman.




Quasi trent'anni dopo la sua uscita in sala, "Strange Days" resta un'opera magnifica, il cui status di cult va ripristinato e quello di film profetico riconosciuto in via definitiva.

martedì 20 dicembre 2022

Avatar- La Via dell'Acqua

Avatar: The Way of Water

di James Cameron.

con: Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Britain Dalton, Jack Champion, Jamie Flatters, Kate Winslet, Cliff Curtis, Joel David Moore, CCH Punder, Edie Falco, Brendan Cowell,Trinity Jo-Li Bliss.

Fantascienza/Animazione

Usa 2022







Tredici anni dopo il primo viaggio su Pandora, James Cameron torna dall'oblio filmico per ridare forma a quei paesaggi, per riportare su schermo la sua fascinazione per i fondali oceanici, la sua ossessione per la tecnologia, la sua passione ecologista (vera o di riporto che sia) e l'innata tematica su come la tecnologia cambi l'essere organico. 
Un nuovo kolossal in CGI, un nuovo blockbuster da 350 e oltre milioni di dollari, una nuova frontiera per gli effetti visivi, che ora arrivano davvero alla perfezione; ma "La Via dell'Acqua" non è un sequel, quanto una sorta di "Avatar al quadrato", dove tutto è più grande, più ricercato, più intimo, eppure incredibilmente uguale al primo film.



Su Pandora le cose sembrano essersi stabilizzate. Jake Sully (Warthington), ora capo tribù, e Neytiri (Zoe Saldana) hanno creato una propria famiglia, con tre figli, il primogenito Neteyam (Flatters), l'indomito Lo'Ak (Dalton) e la piccola Tuk (Trinity Jo-Li Bliss), ai quali si è aggiunta Kiri (Sigourney Weaver), giovane nata misteriosamente dall'avatar della dottoressa Augustine. Ma le cose belle non durano: dal cielo tornano i Terrestri e, tempo un anno, la guerra di conquista ricomincia. Il che porta Jake e famiglia a lasciare la propria tribù e trasferirsi presso i Metkayina, fiero popolo Na'vi che vive in simbiosi con il mare.



Tutto cambia, tutto è uguale. Anche troppo. Torna Quaritch a fare da supercattivo, ora rinato come clone Na'vi. Torna la fierezza di un popolo indigeno, con i Maori alieni a sostituire i Nativi Americani pandoriani e Cliff Curtis a strappare il ruolo di capo a Wes Studi, solo per ritrovare praticamente le medesime dinamiche del primo film. E se inizialmente la nuova invasione sembra essere giustificata dalla necessità per gli umani di trovare un nuovo pianeta abitabile, alla fine del primo atto Cameron reintroduce a forza l'elemento dello sfruttamento ambientale, con il liquido cerebrale dei tulkun, vero e proprio elisir di lunga vita, che sostituisce l'unobtanium e avvicina maggiormente il mondo di Cameron a quello di Frank Herbert, giusto per far capire al pubblico che va comunque bene odiare gli invasori.
Ma la pigrizia della scrittura non si ferma al riciclo delle idee di base, con un intero secondo atto che è praticamente la fotocopia di quanto visto nel primo film.



Cambiano i tempi, cambia la generazione. I figli di Jake sono ora al centro della narrazione, con un primogenito coraggioso e un secondogenito scapestrato ma dal cuore grande. L'arrivo nella nuova tribù reinnesca praticamente il medesimo meccanismo di conoscenza del mondo visto nel primo film, questa volta dal punto di vista di Lo'Ak; appena arrivato sul posto, si innamora della bella figlia del capo, impara a cavalcare le bestie da soma, questa volta anfibie anzicché semplici volatili, si scontra con l'intolleranza di alcuni membri locali e finisce per domare una delle bestie sacre.. tutto suo padre, tutto già visto, tutti riciclato perché alla fin fine a Cameron non importa nulla dei Na'vi, di Jakesully e prole assortita, gli importa solo ricreare nel modo più spettacolare possibile le meraviglie dei fondali marini, aggiungendo questa volta vera acqua al posto della semplice terra.
Il cuore de "La Via dell'Acqua" non è sito nella tematica famigliare, nel messaggio ecologista, nello sbalorditivo performing capture, tantomeno nelle sequenze di lotta o fuga, quanto nelle scampagnate acquatiche, nelle lunghe scene di subacquee con le quali Cameron ci accompagna in quel mondo nel mondo che tanto lo affascina e che qui rivive in modo ancora più spettacolare. Il che porta ad un quesito forte: perché ricreare il tutto in CGI?



Perché spendere l'equivalente del PIL di una nazione per creare paesaggio tranquillamente esistenti sul nostro pianeta? Se nel primo film la creazione da zero del mondo di Pandora trovava la sua ragione d'essere in quell'estetica tanto familiare quanto aliena e in quei paesaggi impossibili, ora non c'è davvero nulla che non potrebbe trovare  un equivalente terrestre, sia sulla terra che sott'acqua, tanto che il buon Cameron ber avrebbe potuto optare per un vero e proprio ibrido tra live-action e animazione, limitandosi a intensificare la carica spettacolare di veri paesaggi per renderli davvero extraterrestri. E qui si potrebbero citare autori quali Herzog, Tarkovsky e Malick e la loro capacità di trasformare luoghi familiari in qualcosa di incredibilmente "altro" (come in "Stalker" e "The Far Blue Yonder"), ma si riuscirebbe a vincere già solo riguardando le immagini che Louis Malle catturava sott'acqua per Jacques Cousteau quasi cento anni fa.
Cameron preferisce creare tutto da zero, costringere gli attori a girare il tutto in vasche piene d'acqua contro green-screen all'interno di volume addobbati con solo qualche elemento scenografico fisico e spendere fior fiori di milioni per un risultato si spettacolare, ma anche inutilmente costoso. Quanto poi all'effettivo valore delle immagini di "La Via dell'Acqua", si pone lo stesso problema che, ancora, aveva già il primo film.




Laddove il loro valore estetico è innegabile e qui trova una caratura ulteriore in una perizia tecnica che ha dello sbalorditivo, facendo raggiungere vette inusitate di fotorealismo (soprattutto nelle animazioni dei personaggi, dalla naturalezza sbalorditiva), ci si accorge subito di come lo stile delle stesse sia alquanto anonimo. Non c'è la ricerca di una composizione del quadro davvero efficace, non c'è la volontà di sperimentare movimenti di macchina impossibili da ottenere dal vivo (e in questo, è Spielberg ad essere ancora un maestro con il suo "Le Avventure di TinTin"); ogni singola inquadratura è ai limiti del secco, quasi del minimale, tanto che non c'è nulla che le differenzi da quelle di qualsiasi altro kolossal hollywoodiano degli ultimi trent'anni. Le uniche trovate che restano nella memoria sono la soggettiva di Payakan e l'immagine di lui e Lo'Ak che si "stringono la mano", davvero troppo poco. 
E un paragone è qui d'obbligo: per capire l'occasione sprecata, basti vedere quanto fatto da Denis Villeneuve con il suo "Dune", il quale, con la metà del budget, effetti speciali in parte analogici e scenografie naturali, è riuscito a creare un'esperienza visiva decisamente più impressionante.
Torna quindi, più prepotente che mai, il quesito se questo sia ancora cinema, ma questa volta una risposta sembra essere chiara: no, questa è animazione tout-court e non c'è nulla che differenzi il lavoro di Cameron da quello che Ralph Bakshi già faceva negli anni '70, se non l'uso della tecnologia tridimensionale al posto dell'animazione classica e le ovvie differenze di capitali da investire.




"La Via dell'Acqua" ha però anche qualche merito, persino nella pur minimale scrittura. Si opta per una storia più piccola, con al centro una famiglia e le sue idiosincrasie e il rapporto paterno ad essere un tema centrale; e si concede persino una forma di profondità al personaggio di Quaritch, ora anche lui padre. Ma poi Cameron, impaurito che un minimo di complessità possa spaventare il grande pubblico, decide lo stesso di infialare un altro "nazicattivo" con il cacciatore di balene, talmente monodimensionale da essere una caricatura.
L'impegno ecologista trova finalmente una corretta rappresentazione nella scena della caccia alle balene, decisamente più drammatica dell'attacco all'albero visto del primo film e che riesce davvero a trasmettere tutto l'orrore insito in un atto del genere.
La tematica spirituale, sempre blanda e ai limiti del ridicolo, trova anch'essa una rappresentazione più adeguata nella litania sull'acqua, vera e propria "cavolata new age" che però nel contesto del film funziona a dovere.
In generale, tutto l'impianto narrativo, per quanto basilare, derivativo e manieristico, risulta meno tedioso che in passato e, pur oltrepassando le tre ore di durata, questo sequel riesce a non annoiare quasi mai.
Certo è che quando in quel finale Cameron decide di rifare "Titanic" in un contesto estetico che sembra uscito dall'ultimo atto di "Terminator 2- Il Giorno del Giudizio", la volontà si disvela ulteriormente, ossia quella di creare un atto di puro onanismo che non concede nulla di davvero solido, solo tanto compiacimento nella messa in scena.




Il luogo comune secondo il quale "Avatar" sia una spettacolo del tutto vuoto è così ora più vero che mai. Come al solito, chi ha amato il primo film impazzirà anche per questo sequel, chi cerca vera sostanza, sia narrativa che cinematografica, faticherà persino a riconoscere quel giovane artista che tante emozioni aveva saputo regalare in passato, qui presente solo per la sua capacità di creare un'estetica vincente e nulla più.

lunedì 18 febbraio 2019

Alita- Angelo della Battaglia

Alita: Battle Angel

di Robert Rodriguez & James Cameron.

con: Rosa Salazar, Christoph Waltz, Mahershala Alì, Eiza Gonzalez, Jennifer Connelly, Jackie Earl Haley Ed Skrein, Casper Van Dien, Jeff Fahey, Derek Mears.

Fantascienza/Cyberpunk/Azione

Usa, Canada, Argentina 2019











Il rapporto tra l'industria cinematografica americana ed il mondo dei manga è a dir poco conflittuale. Sebbene non sia riuscito a generare un vero e proprio filone come quello dei comic-movie, esso è lo stesso la testimonianza di come ci sia un forte interesse a tradurre in pellicole anche quelle pubblicazioni nipponiche che, da almeno tre decenni a questa parte, hanno invaso le fumetterie statunitensi, arrivando nell'ultimo anno persino a surclassare le vendite dei fumetti di supereroi. Processo i cui esiti sono stati a dir poco altalenanti: se nei primi anni novanta il massimo a cui si poteva aspirare erano dei semplici b-movie come le due pellicole dedicate da Brian Yuzna al "Guyver" di Yoshiki Takaya, che si distanziavano enormemente dalla matrice cartacea anche nei contenuti, negli anni '00 un budget più elevato è stato riservato per il fallimentare adattamento del "Dragon Ball" di Toryama, il quale, oltre ad essersi rivelato come un cocente flop, si è anche imposto come una delle pellicole più brutte degli ultimi anni.
Decisamente migliore è stata l'opera di "americanizzazione" del "Ghost in the Shell" di Oshii diretta da Rupert Sanders: con un forte budget a disposizione e la presenza di vere star internazionali nel cast, quel film, pur malriuscito e ignorato dal pubblico di massa, dimostrava come fosse comunque possibile creare un blockbuster con tutti i crismi riprendendo un'opera generata e portata al successo da una cultura lontana anni luce da quella americana.
La curiosità per l' "Alita" dell'inedito duo James Cameron/Robert Rodriguez era quindi alta: con 200 milioni di dollari di budget, due delle menti creative di maggior successo di Hollywood a dirigere l'operazione, un cast di prim'ordine ed un soggetto tratto da uno dei manga più amati degli ultimi 30 anni, gli elementi per creare una pellicola spettacolare, ma al contempo dotata di una storia interessante c'erano davvero tutti.




"Battle Angel Alita" appare per la prima volta su Businness Jump nel lontano 1990 ed è l'opera più lunga di Yukito Kishino, mangaka poco prolifico che deve il successo proprio alla piccola guerriera cyborg; personaggio che inizialmente ha persino un nome diverso: il titolo originale dell'opera è infatti "Gunm", acronimo di "Gun's Dream", mentre la sua giovane protagonista viene chiamata "Gully"; ma quando Viz Magazine decide di portare il manga in Usa, opta per una ridenominazione, dovuta al suono fin troppo "gutturale" del titolo: testata e personaggio vengono ribattezzati "Alita" (citazione del pilastro della fantascienza "Aelita" di Yakov Protazanov), con il beneplacito, caso più unico che raro, dello stesso Kishiro, il quale deciderà di usare il titolo americano quando si tratterà di distribuire la sua opera nel resto del mondo. Ed è in questa sua veste, riveduta e corretta, che la sua piccola cyborg riuscirà a far breccia nei cuori non solo dei lettori di manga, ma, in generale, dei patiti di fantascienza di tutto il mondo.




Il racconto intessuto da Kishiro, infatti, è quello proprio dei seinnen (manga per adulti), piuttosto che degli shonen (manga per ragazzi), solitamente afflitti da una rigida struttura narrativa basata sugli "scontri" del protagonista con l'antagonista di turno. In "Alita", benchè le sequenze action non manchino praticamente mai, il centro focale è però dato dalla caratterizzazione dei personaggi e dal cammino formativo della protagonista, in quello che è una sorta di remake cyberpunk della favola di Pinocchio.
Il setting è un'ideale fusione tra il mondo iper-tecnologico di "Ghost in the Shell" e quello post-apocalittico di un possibile epigono di "Mad Max". Luogo centrale è la "Città-Discarica", enorme baraccopoli che sorge sotto l'avvenieristica Salem, inespugnabile città-eden che si libra nel cielo, ospitando (in teoria) i ricchi e potenti. Tra i rifiuti della Città-Discarica, lo scienziato e cacciatore di taglie Ido rinviene i resti di un cyborg dall'aspetto femminile, il cui corpo è distrutto ma il cui cervello e volto sono ancora integri. Ido decide così di ricostruire la creatura a cui darà il nome di Alita, in onore alla sua defunta gatta; ma una volta risvegliatasi, la giovane si renderà conto di soffrire di una grave amnesia, non ricordando nulla del suo passato, ma, al contempo, padroneggiando perfettamente una potente arte marziale per cyborg, il "panzer kunst"; suo unico collegamento con il passato è dato da degli strani flashback che le riaffiorano alla mente ogni volta che combatte. Alita decide così di unirsi al suo novello padre come cacciatrice di taglie nella Città-Discarica, ma le sue azioni presto la porteranno a confrontarsi con un mondo privo di morale e ad interrogarsi sulla sua vera natura.




Da una parte c'è la tematica identitaria: Alita, ragazza senza passato, scopre la sua personalità con il confronto, talvolta violento, con i personaggi della Città-Discarica; personaggi privi di morale, di valori fondamentali e talvolta persino di idee, veri e propri mostri dal corpo cibernetico ma dal volto fin troppo umano, pronti a tutto pur di sopravvivere in un ambiente ostile. L'identità viene così ricostruita grazie alla certezza del corpo: la forza di Alita, ereditata grazie al suo misterioso passato, è l'unico punto fermo sul quale può basare il proprio io.
Dall'altro lato c'è la descrizione di un mondo allo sfacelo, una società in cui l'incredibile progresso tecnologico ha generato solo mostruosità, prima fra tutte la perdita di quell'umanità intesa come senso di appartenenza ad un valore comune, riportando il mondo ad uno "stato di natura" dove è solo il più forte a vincere. Da qui la duplice anima del manga, visionario come pochi e pregno al contempo di un'azione sfrenata, che talvolta culmina in sequenze splatter vere e proprie.
Ed è proprio questa sua duplice natura, quella di racconto introspettivo e melodrammatico inframezzato da combattimenti al fulmicotone, ma sempre attento a non dare troppo spazio all'azione piuttosto che alla narrazione, che ha permesso ad "Alita" di divenire un cult in tutto il mondo; status garantito anche dalla celebre trasposizione anime datata 1993.



Realizzata da Animate e Madhouse, "Hyper Future Vision Gunm"è una serie OAV di sole due puntate, interrotta a causa dello scarso successo ottenuto in patria, che adatta in modo piuttosto libero i primi due volumi del manga, introducendo due personaggi nuovi, come la scienziata Cherin, ex di Ido, e l'enorme cyborg Grewishka.
Nonostante lo scarso riscontro ottenuto in Giappone, questa riduzione trovò ottima fortuna in Occidente: sia in America che in Italia, il neonato mercato del home-video dedicato agli anime garantiva una domanda sempre alta di storie mature e cupe; "Alita", in tal senso, era il prodotto perfetto, tanto da divenire un cult. Ed è proprio questa sua incarnazione a fare da base del film.




Il progetto di un adattamento hollywoodiano non nasce però con il mero intento di lucrare su di un marchio. E' infatti James Cameron in prima persona a voler trasporre su grande schermo la storia della cyborg guerriera di Kishiro, già a metà degli anni '90: fallito il progetto "Spider-Man" e prima di imbarcarsi sul "Titanic", Cameron crea un adattamento di circa 200 pagine nel quale fa confluire i due OAV e i primi tre volumi del manga, ossia le origini del personaggio e la sua esperienza nel circuito del Motor Ball, sorta di "Rollerball" per cyborg che costituisce una saga a sé all'interno del racconto. Ma pur con il beneplacito dei fan e l'appoggio delle major, Cameron si rende conto che la tecnologia dell'epoca non è adatta a trasporre le spettacolari immagini di Kishiro in modo credibile su pellicola. Decide così di mettere in stand-by il progetto fino a quando non ci saranno i presupposti necessari per produrlo. Il che, ironicamente, non avverrà mai: preso dapprima dal successo di "Titanic", poi da quello di "Avatar" e intenzionato a lavorare unicamente ai seguiti di quest'ultimo, Cameron "dimentica" il sui progetto di adattamento, finché non è lo stesso Robert Rodriguez a stimolarlo affinché ci si dedichi. Il che porta i due cineasti ad una collaborazione insperata.
Pur tuttavia, il cinema di Rodriguez e quello di Cameron hanno più cose in comune di quanto si possa credere, prima fra tutte la fascinazione verso l'uso degli effetti speciali per creare mondi inimmaginabili: la città di "Sin City", in fondo, è figlia della medesima vena visionaria che ha portato alla creazione delle montagne erranti di Pandora. Una comune fascinazione verso l'inusuale che trova nelle pagine di "Alita" un terreno comune: anche Rodriguez è sempre rimasto affascinato da quel racconto crudele eppure incredibilmente umano, feroce ma anche delicato, ipercinetico e al contempo introspettivo.



Ma questa trasposizione arriva forse troppo tardi su schermo. Due decadi sul groppone sono davvero troppe e lo script di Cameron, che all'epoca poteva forse davvero essere considerato come innovativo, di fatto sa di già visto. Tutte le tematiche del manga vengono bene o male riproposte nelle due ore di durata: c'è la crisi identitaria risolta con la certezza del corpo, l'incubo cyberpunk con i cyborg che hanno inghiottito l'umanità, la manipolazione sociale data dalla città celeste che schiaccia la discarica (ribattezzata "Città di Ferro"), così come la fascinazione per un futuro post-apocalittico. Persino il lavoro svolto sui personaggi originali è encomiabile: Alita è ora una vera e propria figlia surrogata di Ido e Cherin, che ne veste letteralmente il corpo, tanto che i personaggi emanano davvero quell'aura di calore necessaria per rendere la trama coinvolgente.
Eppure, nulla salta davvero all'attenzione, ogni colpo di scena ed ogni risvolto della storia, persino quelli più drammatici, non riescono davvero a catturare l'attenzione dello spettatore. Se, in teoria, il mix di fantascienza introspettiva e azione ipercinetica avrebbe dovuto trovare nel mezzo filmico un medium più efficace, nella pratica la storia e i personaggi divengono poco interessanti, quasi piatti per chi non ha letto il manga. Colpa non solo dell'effetto deja-vù, ma anche della natura "episodica" di questo film, in teoria il primo di una serie, dotato persino di un finale aperto verso una continuazione che, purtroppo, forse non vedrà mai la luce.




Il tocco di Rodriguez, dal canto suo, risulta per ovvi motivi più trattenuto: l'ironia folle è assente, facendo un timido capolino giusto in qualche linea dialogica; ed è, d'altro canto, giusto così, in una storia dove la componente drammatica è bene o male sempre alta. La regia da però il meglio di sé nelle sequenze d'azione, dove il gusto per la coreografia è sempre ottimo, con inquadrature e montaggio sempre precisi, mai caotici.
Mentre un plauso va davvero fatto agli artisti della CGI, impegnati nella non facile impresa di rendere credibile un intero mondo totalmente ricreato in digitale per poter essere fotorealistico. Se gli scorci della città trovano una loro piena identità in uno stile architettonico che si discosta dalla controparte cartacea, presentando edifici della tradizione coloniale ispano-americana distrutti dal tempo, piuttosto che la canonica baraccopoli solitamente associata ad un universo post-apocalittico, è l'arte della computer graphic che permette ad essi di unirsi in modo perfetto con immagini virtuali, in cui la cura per il dettaglio è sbalorditiva.
Altrettanto credibile è il lavoro fatto sul volto della protagonista. Curiosa resta la trovata, totalmente attribuibile a Rodriguez, di ridisegnare i lineamenti di Rosa Salazar per renderli identici al tratto di Kishiro: con quegli occhi enormi e l'ovale del viso perfetto, Alita sembra a tratti un alieno piuttosto che un cyborg umanoide. Eppure, l'opera di rendering delle texture della pelle, così come la ricostruzione delle espressioni in mo-cap è tale da rendere sempre credibile questo strano "cartone animato vivente", la cui natura fittizia è riconoscibile solo a causa di animazioni talvolta poco naturali, in un risultato non perfetto eppure incredibilmente reale.




"Alita- Angelo della Battaglia" resta così un film ben congegnato e diretto, ma vagamente insipido; un ottimo adattamento del manga, preciso nella messa in scena così come nell'opera di sintesi della storia originale, eppure a tratti inerte. Se fosse davvero apparso nei cinema come da programma, con una quindicina d'anni d'anticipo, sarebbe probabilmente stato accolto anche meglio di "Avatar", grazie ad una storia degna di questo nome che non riduce il tutto ad una mera parata di effetti speciali; ma purtroppo così non è stato e, a causa dello scarso interesse verso le masse per questa bizzarra ma calorosa avventura cyberpunk, è purtroppo possibile che le avventure della cyber-eroina di Kishiro su Grande Schermo si concludano qui. Ed è un peccato, sopratutto se si tiene conto di come Cameron e Rodriguez siano riusciti a dimostrare che sia possibile creare un ottimo blockbuster partendo da un manga.


EXTRA

Una ragazza dal volto angelico, ma dotata di una forza fuori dal comune, lotta per scoprire la propria identità in un mondo ostile, figlio della catastrofe umana. A ben pensarci, James Cameron aveva già creato una versione live-action di "Alita":




Prodotta e trasmessa da Fox dal 2000 al 2002, "Dark Angel" è un piccolo gioiello di cyberpunk televisivo che deve davvero tanto al manga di Kishiro, dove persino il look della giovane Jessica Alba sembra riprendere quello di Alita.

martedì 3 marzo 2015

Avatar

di James Cameron

con: Sam Worthington, Zoe Saldana, Stephen Lang, Sigourney Weaver, Giovanni Ribisi, Michelle Rodriguez, Wes Studi.

Fantascienza/Animazione

Usa, Inghilterra (2009)

















Parlare di "Avatar" implica necessariamente la ricerca di una risposta ad un quesito scottante, che nel corso del decennio scorso si è più volte affacciato nella mente della critica più acculturata e degli autori più ortodossi: quando l'uso della computer graphic arriva a trasformare un lungometraggio cinematografico in qualcosa di diverso dalla più basica grammatica filmica?
Va specificato sin da subito che la tecnologia del performing capture non è stata inventata da Cameron nè da egli adoperata per la prima volta: il primo lungometraggio d'animazione sviluppato con tale tecnica fu "The Polar Express" (2004), mentre già ne "Il Signore degli Anelli- Le Due Torri" (2003) Peter Jackson aveva fatto ricorso alla (allora) innovativa tecnologia per dar vita a Gollum, ibridando l'interpretazione di Andy Serkis con l'animazione in 3d classica. Così come per tutti gli anni zero non sono mancati esempi di blockbuster che hanno coniugato attori in carne ed ossa con mondi e scenari totalmente costruiti in post-produzione; l'esempio più fulgido e che per primo ha sollevato il sopra riportato quesito fu "Speed Racer", che un anno prima di "Avatar" portava sugli schermi la fusione totale e completa tra live action e animazione tridimensionale scardinando il linguaggio cinematografico per creare qualcosa di inedito e clamorosamente mal riuscito.
Ma con "Avatar" siamo ad un passo oltre: il performing capture arriva a sostituire totalmente il lavoro degli attori quando questi si calano nei panno degli alieni Na'vi, costruendo totalmente i personaggi principali; l'animazione, in sostanza, qui non si fonde con la ripresa dal vivo, ma la sostituisce per creare un nuovo linguaggio filmico e visivo; il che porta ad un ulteriore quesito: è questo ancora cinema?


Se diamo per scontato che la definizione di Cinema sia quella di "ripresa di immagine in movimento", allora "Avatar" non può essere considerato Cinema; in esso ogni azione, reazione, dialogo è, per la maggior parte del minutaggio, creato ad hoc in post-produzione lavorando solo sulla base delle espressioni facciali degli attori; in sostanza, il lavoro degli stessi viene quasi mortificato perchè sepolto sotto tonnellate e tonnellate di pixel che arrivano non solo a modificarne le fattezze, ma anche le espressioni stesse per creare un qualcosa di diverso da quanto effettivamente registrato dalla macchina da presa. Se già in passato in pellicole come "La Leggenda di Beowulf" (2007) e gli stessi "Polar Express" e "Le Due Torri" si era arrivati a modificare espressioni e lineamenti per creare performance più credibili da parte dei personaggi, Cameron va oltre e nullifica ogni rimanenza di "live action" nel prodotto finale, il quale risulta pertanto un mero film d'animazione in computer graphic.
Allorchè ben si potrebbe constatare come, di fatto, sin dall'alba dei tempi l'animazione, sia essa bidimensionale che tridimensionale, sia stata sempre assimilata al cinema in quanto rappresentazione di corpi in movimento su pellicola, ascrivendosi come un vero e proprio "genere"; eppure, anche in questa categoria "Avatar" risulta estraneo, proprio perchè tutto il lavoro degli animatori è pur sempre basato sugli imprint degli attori. Il "nuovo linguaggio" di Cameron si caratterizza così per la sua totale unicità: non è Cinema in nessun senso; il che non sarebbe per forza un male: la voglia di modificare, scardinare, ricombinare o semplicemente infrangere i topoi della grammatica filmica è un'operazione che da più di cinquant'anni è in atto e che ha portato alla nascita di alcuni tra i più grandi capolavori della Settima Arte; sfortunatamente, a causa di una serie di vere e proprie falle nella sua costruzione, "Avatar" non può imporsi come pellicola spartiacque, ma solo come esperimento fine a sé stesso.


Il problema di fondo è, in termini semplici, che Cameron non vuole raccontare né una storia, né portare in scena in scena dei personaggi; la sua è sperimentazione pura, compressa in una pellicola di 162 minuti nella quale non c'è nulla, in fin dei conti, di stupefacente.
Se la tecnologia del performing capture, non nuovo di certo, arriva con Cameron al suo stato dell'arte, altrettanto non si può dire per l'altra "tecnologia sperimentale" del film: il Digital 3D, procedimento che permette di girare il film in tre dimensioni e di ricreare su schermo una tridimensionalità inedita. Inedita e rivoluzionaria, tuttavia, solo sulla carta: inutile ricordare come il 3d sia di fatto una tecnologia risalente ai primi anni '50 e che già in questo periodo aveva toccato il suo apice con la magnifica esperienza visiva de "Il Mostro della Laguna Nera" (1954), nel quale non erano solo attori ed oggetti a balzare fuori dallo schermo, ma finanche l'acqua nelle splendide (e tutt'ora ardite) riprese subacquee, che portavano lo spettatore letteralmente sott'acqua, creando un'esperienza davvero inedita e affascinante. Mentre l'uso del 3d per motivi puramente "ludici" aveva raggiunto il suo apice nel 1983, con "Venerdì 13- Week-End di Terrore", grazie al quale gli spettatori venivano assaltati dalle frattaglie dei personaggi fatti a pezzi. "Avatar" non può vantare la complessità visiva del primo e si limita ad usare la tridimensionalità come escamotage per creare una finta profondità nelle immagini, data dalla semplice dissociazione tra personaggio e sfondo (e saltuariamente da oggetti che sbucano dallo schermo come nel film dell' '83); esperienza di per sè stessa piacevole, ma non rivoluzionaria: la percezione dello spettatore viene sicuramente alterata, ma la profondità di campo fittizia non è paragonabile alla vera profondità di campo che si ottiene con la normale ripresa bidimensionale; basta paragonare le immagini di "Avatar" con quelle di qualsiasi film di Fassbinder, Fellini, Leone, Welles o Peter Bogdanovich per accorgersi di come la vera prospettiva si più efficace di quella forzata dalla ripresa tridimensionale; senza contare come la natura di per sé stessa bidimensionale dello schermo cinematografico porta nuovamente a questionare la natura cinematografica del film.


E' bene ribadirlo: "Avatar" non racconta nulla, si limita ad usare un canovaccio e delle macchiette per portare in scena la voglia di sperimentazione del suo autore; la storia del marine Jake Sully (Worthington) chiamato a spiare i Na'vi solo per poi innamorarsi della loro cultura è trita e ritrita, si è vista e rivista in pellicole quali "Soldato Blu" (1970), "Balla coi Lupi" (1990) o "Pocahontas" (1995), finanche in "Red Scorpion" (1988), dove il ruolo del soldato in cerca di redenzione era ricoperto (meglio!) dal golem Dolph Lundgren; anche qui la trama è asservita totalmente allo spettacolo, come avveniva con la love-story di "Titanic" (1997); il che, in fin dei conti, non sarebbe di per sé stesso neanche un grosso difetto se Cameron si fosse degnato di rendere i personaggi credibili o sfaccettati; cosa che non ha fatto, riuscendo talvolta a scadere persino nel ridicolo involontario; impossibile non ridere dinanzi al capo tribù Eytukan (Wes Studi) che pur riconoscendo in Sully una spia decide di accettarlo lo stesso nei suoi ranghi ed insegnarli usi e costumi della sua gente; non più credibile è la storia d'amore con la fiera Neytiri (Zoe Saldana), Pocahontas dalla pelle blu; semplicemente ridicola la scelta di cucire il ruolo di villain addosso a Quatrich (Stephen Lang), vero e proprio crogiolo di tutti gli stereotipi del generale cattivo che la hollywood liberal abbia mai concepito; mantre il volto da nerd di Giovanni Ribisi usato per riconoscere la compagnia escavatrice altro non è se non la riproposizione di uno stereotipo in parte creato dallo stesso Cameron: il Carter Burke di "Aliens" (1986), pellicola dalla quale riprende anche lo stereotipo della donna soldato di ferro, qui interpretata da Michelle Rodriguez.
La sospensione del ridicolo va poi a farsi benedire del tutto quando Cameron decide di trasformare il pallido Sully in un eroe a tutto tondo, sforando il ridicolo quando doma la bestia volante semplicemente saltandole in groppa, riunisce le tribù divise pur essendo l'ultimo arrivato e sconfigge praticamente da solo l'intero esercito nemico.


Quello che l'autore non aveva calcolato nel momento in cui decise di optare per una trama puramente pretestuosa è la totale inutilità della ricerca estetica ed emotiva; il regista prova in ogni scena a regalare un'emozione che sia una al pubblico, ma fallisce; le sequenze romantiche ed epiche risultano fredde a causa della scarsa credibilità dei personaggi (su tutte la distruzione dell'Albero Sacro), mentre la costruzione del mondo, teoricamente favoloso, si infrange dinanzi ad un design tutto sommato poco ispirato; il mecha design preso in sé è derivativo e risulta annichilito dal confronto fatto con i precedenti lavori dell'autore; gli ambienti del mondo di Pandora, sebbene forti di dettagli meravigliosi, non riescono mai davvero ad incantare a causa dell'impossibilità di empatizzare con i suoi abitanti; l'unica sequenza in cui si resta davvero meravigliati dalla qualità del design e delle animazioni è la corsa nella foresta che culmina con l'incontro con le meduse; ma anche qui dopo un pò la mente si disincanta a causa dei pessimi dialoghi tra i due protagonisti. L'unica sperimentazione estetica davvero riuscita e godibile risiede nell'accostamento dei colori: l'azzuro dominante in tutte le sue sfaccettature ben si adatta con le tinte più disparate, dal rosso intenso all'arancio delle pinture di guerra dei Na'vi; un pò poco per la pellicola più costosa della storia del cinema.


Al netto della sua lunga sfilza di difetti e dei suoi sparuti pregi, vien da chiedersi alla fine della visione, che cosa sia davvero "Avatar"; se fosse un film amatoriale volto ad illustrare la bravura degli autori degli SFX analogici, si potrebbe parlare di showcase; se fosse un cortometraggio volto ad mostrare le potenzialità del Digital 3D e del performing capture, si potrebbe parlare di una tech-demo; se fosse un film con una storia o anche più semplicemente con un'anima, si potrebbe parlare di pellicola sperimentale; una cosa è certa: "Avatar" non è cinema.

giovedì 11 dicembre 2014

Titanic

di James Cameron

con: Leonardo DiCaprio, Kate Winslett, Billy Zane, Frances Fisher, Bill Paxton, Kathy Bates.

Drammatico/Storico

Usa (1997)


















Nel 1960, Jean-Luc Godard scrive su "Les Cahiers du Cinema" il suo articolo più famoso e provocatorio: una riflessione sulla moralità della messa in scena mediante l'uso della grammatica filmica. Lo spunto per la riflessione è la visione di "Kapò", secondo lungometraggio di finzione del compianto Gillo Pontecorvo; ambientato in un campo di concentramento austriaco, "Kapò"si apre con un'immagine spiazzante su tutti i livelli: la giovane protagonista appesa al filo spinato della recinzione guarda in lontananza; l'inquadratura è un carrello laterale che si allontana dal soggetto per scoprire il paesaggio: un movimento fluido, un'inquadratura esteticamente impeccabile, genuinamente "bella". Ciò che è inaccettabile, per Godard e in seguito anche per Jacqeus Rivette che riprese il discorso un anno dopo, è la discrasia totale tra il soggetto raccontato e il modo di raccontarlo: nel raccontare una tragedia umana reale, non si può utilizzare un linguaggio esteticamente ricercato e sofisticato, tendente al bello, poichè si finisce inevitabilmente per imbellettare l'orrore, renderlo appagante per i sensi; attività che porta a travisare la realtà storica da un lato, ad abusare il registro drammaturgico dall'altro. Trasformare la tragedia in qualcosa di bello è un atto immorale nel senso più genuino: contrario ad ogni forma di morale perchè del tutto irrispettoso della materia trattata.
Vien da chiedersi cosa abbia pensato Godard guardando le immagini di "Titanic".


Fin dai primissimi fotogrammi è avvertibile tutto il compiacimento di Cameron nella spettacolarizzazione della storia; si comincia con un flaschback lungo tutto il film, per dare un senso di magnificenza alla narrazione; ogni inquadratura è ricercatissima, volta a dare spazio alle scenografie spettacolari, agli effetti speciali (all'epoca) sbalorditivi, ai costumi eleganti e alla fisicità dei due interpreti, un Leonardo DiCaprio ancora efebico ed una Kate Winslett dalla bellezza ordinaria e eppure incredibilmente affascinante.
L'interesse di Cameron è totalmente rivolto allo spettacolo; la storia è puro pretesto, zeppa di stereotipi e luoghi comuni a tratti imbarazzanti, che sfociano nel razzismo più ridicolo quando si tratta di delineare le macchiette di contorno: veri stereotipi etnici che camminano, con tanto di italiani scostumati ed irlandesi sbevazzoni.
La ricostruzione d'epoca, impeccabile sul piano prettamente estetico, è del tutto inverosimile su quello psicologico e caratteriale, con la ricca ragazza che si fa sedurre a suon di sputacchie e il bello spiantato che affascina i peggiori esemplari dell'alta borghesia vantandosi delle sue notti passate sotto i ponti.
Il fine è chiaro: dare al pubblico ciò che vuole, ossia una storia semplice e lineare, priva di fronzoli o colpi di scena, nel quale i personaggi sono tutti immediatamente riconoscibili (la madre-padrona, il ricco imbelle e cattivo, la madrina buona che aiuta il bel DiCaprio regalandogli l'abito da sera, gli amici stupidi e ridicoli per questo divertenti ecc....) e i due protagonisti altro non sono se non due pupazzi messi in scena per far colpo sul pubblico femminile, con il bellissimo protagonista colto, simpatico, audace e romantico come il principe di un film Disney e la protagonista femminile non troppo bella, incompresa, ribelle ed innamorata come nella migliore tradizione del cinema adolescenziale da "Footloose" (1984) in poi.



Tutta la ricostruzione d'epoca non è che un contorno, uno sfondo nel quale fa muovere i due protagonisti nella loro scipita e stupida love-story; di tutti i temi che vengono toccati, nessuno è approfondito, non la questione femminile nell'epoca, non lo sfruttamento della classe dominante su quella operaia, vero motore della nave, non la cupidigia della borghesia; tutto viene schiacciato ed appiattito nella contrapposizione tra due realtà sociali distinte: i cattivissimi ricchi, snob e con la puzza sotto al naso ed i buoni e simpatici poveri, le cui feste a base di birra nera e violini rappresentano l'unico vero motivo di esistenza degli stessi sulla nave.




Ed è con il sopraggiungere del terzo atto che Cameron dà sfogo a tutta la sua verve distruttiva oltrepassando il limite del buon gusto a più riprese. Nel mettere in scena la tragedia umana, ogni singola azione e reazione ed ogni morte vengono spettacolarizzate sino all'inverosimile; i personaggi diventano pura carne da macello da sacrificare in nome dello spettacolo, lasciati morire con coreografie ricercate, bombardati da effetti speciali distruttivi che li trasfigurano in veri e propri pupazzi di carne da mandare al macero per la gioia dello spettatore. Cameron non si contiene, alzando sempre di più la posta: passa da semplici morti affogati a bambini travolti da onde per arrivare a persone che si tramutano in birilli umani. Il tutto nella maniera più cruda possibile: non vi è rimpianto, né dolore nella morte: nel momento in cui stanno per morire, tutti i personaggi non gridano, non provano dolore vero, né sanguinano; la morte diviene come un ottovolante, un balocco con cui stupire gli occhi dello spettatore, mai per farli provare orrore o raccapriccio.
Privata di ogni valenza grafica, e sopratutto di ogni effettiva funzione narrativa, la morte perde la sua funzione catartica, diviene mero accidente che non sciocca, dunque pure vezzo di intrattenimento, che Cameron sbatte in faccia al pubblico per quasi due delle tre ore di durata del film.




Al di là di ogni considerazione prettamente filosofica, "Titanic" resta comunque uno dei peggiori esempi di kolossal che Hollywood abbia mai sfornato; non ha sicuramente la stupidità delle pellicole di Roland Emmerich, tantomeno la sciattezza dei lavori di Michael Bay, ma, in fin dei conti, resta un film che ha davvero poco da dire. Tra personaggi piatti, storia inesistente e tanto fracasso, risulta davvero difficile appassionarsi alla mielosa storia di Jack e Rose, che riserva giusto una sorpresa nel finale.
Discorso valido per lo spettatore più navigato; quello casuale ben si lascerà trasportare dal romanticismo adolescenziale, dall'avvenenza del protagonista, dalla cattiveria dei suoi avversari e dalla spettacolare tragedia; ingenuità che, è ben ricordarlo, ha trasformato "Tinaic" in un vero fenomeno pop, con quasi 2 miliardi di dollari incassati ai botteghini ed 11 premi Oscar, prova di come l'ignoranza sia sempre una forza per i filmmakers meno dotati o semplicemente poco interessati a dare qualcosa di vero al proprio pubblico.




Tra una storia pretestuosa ed effetti speciali votati totalmente allo spettacolo, Cameron firma uno dei suoi peggiori film; ed è paradossale pensare come, a discapito dell'immenso successo dell'epoca, nessuno oggi ricordi con effettivo piacere questo pachidermico polpettone pseudo-storico: il più grande successo commerciale della Storia del Cinema (sino al 2010) non è un film di culto, ma una meteora che ha attraversato i cieli dell'interesse per eclissarsi totalmente giusto un anno dopo la sua uscita nelle sale.
Quel che è peggio e che sono in pochi quelli ad aver notato come "Titanic" sia, al netto degli altri difetti, uno dei film più genuinamente immorali mai concepiti.

mercoledì 19 novembre 2014

True Lies

di James Cameron

con: Arnold Schwarzenegger, Jamie Lee Curtis, Tom Arnold, Tia Carrere, Bill Paxton, Eliza Dushku, Charlton Heston.

Azione/Commedia

Usa (1994)
















E' il 1994: Schwarzenegger è la più grande stella di Hollywood; nulla gli è negato dopo i successi stratosferici di "Terminator 2" (1991) e "Atto di Forza" (1990); strapagato dagli studios, ultra-amato dal pubblico e ancora dotato di un senso dell'umorismo autoironico in grado di conquistare critica e pubblico, lo scultoreo golem dallo sguardo infantile viene coinvolto dalla Fox in un progetto che, sulla carta, sembra lontanissimo dalle sue corde: un remake di "La Totale!", commedia spionistica francese campione di incassi in patria nel 1991, ossia un progetto totalmente antitetico a quelli cui di solito è protagonista.
Schwarzy aveva già preso parte a commedie di successo quali "I Gemelli" (1988) e "Un Poliziotto alle Elementari" (1990), nelle quali Ivan Reitman aveva svelato il suo lato genuinamente comico con buoni esiti (sopratutto commerciali); ma con "True Lies" il macho per antonomasia si prende per la prima volta in giro: rilegge il suo ruolo di duro in chiave ironica fino ai limiti del parodistico.
E con lo star power acquisito, Schwarzenegger riesce a portare al timone del progetto l'amico James Cameron, per quella che sarà la loro ultima collaborazione, l'ultimo grosso successo commerciale dell'attore e l'ultimo film veramente memorabile per il regista; oltre che il suo ennesimo film del record, con un budget di 117 milioni di dollari, di nuovo il più alto per l'epoca.


Budget e regia che garantiscono un divertimento unico; Cameron, in gran spolvero, crea sequenze adrenaliniche e spettacolari, trasformando il film in un susseguirsi di scontri e sopratutto inseguimenti, dove ogni spostamento diviene una sarabanda di veicoli in corsa che si scontrano, si ribaltano, esplodono e carambolano tra loro; tra tutte, è ovviamente la scena più stramba di tutto il film ad incantare: l'inseguimento con il cavallo, che culmina con Schwarzy appeso alle redini mentre penzola da un grattacielo, in un mix riuscito di tensione ed umorismo slapstick divenuto giustamente un cult.



Ma è ovviamente il tono ironico e divertito con cui tutto viene condotto a rendere "True Lies" una visione piacevole ed unica; regista e attore riprendono tutti i topoi dell'action e li rivoltano; non arrivano alla parodia nuda e pura, né alla lettura ai limiti dello sfotto stile "The Expendables", ma operano in modo più fine, trasformando l'agente della CIA simil-James Bond a stelle e strisce in un marito geloso, che imbastisce una folle operazione sotto copertura per riconquistare sua moglie; piuttosto che in una figura parodistica, Trasker è un comune eroe action con tutti i crismi: atleitco, ironico, forzuto e violento del quale viene svelato anche il retroscena familiare, quel "dietro le quinte della missione" che solitamente viene lasciato al di fuori della narrazione; il confronto con la moglie e la figlia, persone ordinarie, diviene l'humus ideale per imbastire equivoci e gelosie volte a disvelare la parte più divertente del personaggio, nonchè quella più inedita, che trasforma Trasker da 007 donnaiolo incallito a padre di famiglia geloso fino all'ossesso.


La trasformazione del topos caratteriale si fa quindi spunto per tutta la parte centrale del film, nella quale Cameron si diverte a sovvertire tutti i personaggi, trasformando il donnaiolo Simon in un imbecille sottomesso e, sopratutto, la casalinga Helen in una bomba sexy, che le curve morbide e sensuali di Jamie Lee Curtis rendono indimenticabile. E l'alchimia del cast funziona a meraviglia: Schwarzenegger regge la scena ottimamente sia nelle numerose sequenze d'azione, ma anche e sopratutto in quelle ironiche; la Curtis regala il suo ultimo ruolo "hot", imprimendosi nell'immaginario collettivo come la perfetta incarnazione della sensualità matura, Tia Carrere riprende i panni della femme fatale bondiana in chaive libica, mentre un compassato Charlton Heston si diverte ad utoparodiarsi nel ruolo del bellicoso capo della CIA.
Per 141 minuti si è scossi, ammaliati, divertiti ed incuriositi dalla perizia di Cameron e soci, che trasformano il pop-corn movie in una perfetta macchina ad orologeria, incastrando alla perfezione ogni ameno pezzo e regalandoci il loro ultimo, magnifico, exploit prima di perdersi in produzioni di second'ordine o, peggio, deliri autoriali privi di senso; e forse anche in questo "True Lies" trova una sua ulteriore valenza: il canto del cigno di una coppia che al cinema di genere ha dato tanto e che da qui in poi si perderà per sempre.