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lunedì 23 ottobre 2023

Killers of the Flower Moon

di Martin Scorsese.

con: Leonardo DiCaprio, Robert DeNiro, Lily Gladston, Jesse Plemons, Tantoo Cardinal, John Lithgow, Cara Jade Myers, Brendan Fraser, Jason Isabel, Jillian Dion, William Belleau, Louis Cancelmi, Janae Collins, Scott Shepherd.

Drammatico

Usa 2023










Se si pensa all'esplosione del cinema woke, è difficile trovare all'interno della miriade di pellicole più o meno seriamente impegnate qualcuna che tratti la questione dei Nativi Americani. A fronte di valanghe di film, serie televisive e persino cartoni animati che ogni anno portano sui vari schermi storie di schiavismo, emancipazione femminile e di orgoglio della comunità LGBTQ+, gli unici film che hanno rivolto la loro attenzione verso i nativi sono stati "Prey" (e solo per usare i Comanche come "gimmick") e il purtroppo già dimenticato "Wind River".
L'eredità di un passato più scomodo di quello schiavista sembra essere, per gli Americani, impossibile da sorreggere, tanto il suo rigetto si sostanza, in pratica, solo nelle vacue proteste durante il Columbus Day, mentre nulla di fatto si attua per cercare di migliorare la situazione nelle riserve o anche solo per dare voce alle piccole e grandi storie di sopraffazione della relativa comunità.
E' per questo che quando un artista del calibro di Martin Scorsese ha annunciato di essere al lavoro su di un film tratto dal libro di inchiesta "Gli Assassini della Terra Rossa" di David Grann, la speranza che qualcosa cambiasse iniziò davvero ad accendersi. E, fortunatamente, Scorsese non delude, creando un ritratto sanguigno e dolente di un mondo che si preferisce ignorare.




Già la storia degli Osage in sé stessa (e così come portata in scena) rappresenta uno sguardo su di un'America lontana dagli stereotipi. Stanziati nell'attuale Oklahoma, un centinaio di anni fa divennero la popolazione più ricca di tutto gli Stati Uniti grazie alla scoperta del petrolio nelle loro terre, con le grandi aziende di estrazione che pagavano i diritti di sfruttamento dei terreni a peso d'oro. Si venne così a creare una situazione paradossale nella quale i Nativi erano la classe ricca, mentre i bianchi la manovalanza, quel sottoproletariato che viveva alle spalle di una classe dirigente che benché anch'essa formata in parte da bianchi, era pur sempre al servizio di una nazione di nativi talmente ricchi da annegare nel lusso più sfrenato.




La storia di "Killers of the Flower Moon", basata su avvenimenti reali, è ovviamente connessa a tale paradosso: all'indomani della fine della Prima Guerra Mondiale, lo scapestrato reduce Ernest Burkhart (DiCaprio) torna in patria e si trasferisce presso il facoltoso zio William Hale (De Niro), residente presso la contea di Fairfax, nella riserva Osage. Qui inizia una relazione con Mollie (Lilly Gladstone) al solo fine di carpirne i diritti per le royalties del petrolio e incrementare il patrimonio di famiglia.




Scorsese crea una perfetta metafora del capitalismo americano, nonché un nuovo ritratto delle origini della nazione. Come in "Gangs of New York", gli Stati Uniti vengono edificati sul sangue, lì quello degli immigrati, qui quello degli indigeni. 
I bianchi, ex colonizzatori e ora padroni, qui sono dei veri e proprio parassiti, arrampicatori sociali che non si fanno scrupoli a rapinare e persino ad uccidere gli indiani pur di ottenere un profitto. Il razzismo, in tale contesto, non è una questione di presunta superiorità genetica o intellettuale, quanto un'istanza dettata dalla pura avidità, da cui la disumanizzazione di un "diverso" visto unicamente come frutto da spremere e poi gettare via. Razzismo che diventa parte integrante del processo di affermazione capitalistica e persino lo spettro del rimosso massacro di Tulsa torna ad affacciarsi, in una rappresentazione certamente più contenuta, eppure decisamente più precisa di quella vista nella brutta serie HBO tratta da "Watchmen".
La dinamica sociale, benché a parti invertite sotto l'aspetto razziale, è quindi quella di una normale società capitalistica, dove si aggiunge la figura opportunistica dei parveneu. E centro di tutto c'è il personaggio di William Hale, vera e propria maschera del capitalismo americano.




Hale, monarca senza corona, si presenta come simpatizzante degli Osage, ne conosce gli usi, ne parla la lingua, si è perfettamente integrato nel loro tessuto sociale e si professa loro amico, ma a muoverlo è ovviamente il solo interesse economico, il profitto totale, il guadagno talvolta spicciolo, da cui l'uso del nipote come strumento per insinuarsi all'interno del mercato dell'oro nero. Per di più, è un massone di alto rango e amico degli alti papaveri del KKK.
Il rapporto che ha con gli Osage non è neanche di stampo razzista, poiché non vede loro come esseri inferiori; è peggio: li considera come delle non-entità, esseri al limite del non-esistente, da cui la facilità con cui ne ordina l'uccisione per avanzare il suo schema di arricchimento (tanto che uccide con facilità anche bianco Bill Smith, riprova dell'avidità che supera il pregiudizio razziale). L'escalation di violenza, trasforma tutto il film in una sorta di gangster movie dove però la lotta per il potere è univoca.




Ernest Burkhart è invece la maschera di quegli aspiranti parveneu che vivono ai margini della società, di coloro che non hanno né ricchezza, né potere, ma sono lo stesso pronti a tutti pur di ottenerli; la sua storia con Mollie è quella di un arrampicatore sociale che persino quando scopre di avere dei sentimenti riesce a contenerli per continuare a farle del male.
La prospettiva degli Osage viene così data principalmente da quest'ultimo personaggio (il cui punto di vista pare sia stato inserito appositamente da Scorsese nel corso delle riscritture della sceneggiatura) ed è da esso che trasuda il dramma di tale popolo; un popolo americano a tutti gli effetti e a tutti gli effetti tanto ricco quanto invisibile agli occhi del potere, con le morti all'ordine del giorno e quei potenti che si voltano dall'altro lato, disinteressati alle loro sorti; da cui la rappresentazione del senatore inquadrato solo di spalle e l'arrivo del FBI solo dopo la morte di un bianco.




Scorsese non usa mezzi termini e calca la mano riuscendo a creare un ritratto a tinte fortissime di una "Nascita di una Nazione" persino più truculenta di quella vista in "Gangs of New York" (ovviamente non sul piano strettamente visivo). Il suo intento è quello di creare un'opera strettamente politica, la quale si configura come la sua più smaccatamente tale (assieme a "Kundun"). arrivando persino ad apparire in prima persona in quel bel epilogo, quella beffarda rappresentazione di una beffarda rappresentazione di un dramma vero e pulsante che qui e ora trova finalmente un'adeguata messa in scena.
La sua messa in scena è così classica, come propria di tutto il suo cinema degli ultimi vent'anni, ma anche impreziosita da un mestiere al solito magistrale, con solo due limiti dovuti più che altro al caso: l'ultima parte, dove la fase "procedural" ha il sopravvento, diventa più pesante e forse anche meno interessante e il montaggio di Thelma Schoonmaker questa volta è visibilmente sfasato tra inquadratura e inquadratura, anche se la cosa non diventa mai davvero fastidiosa.




"Killers of the Flower Moon" è così un pamphlet tanto fluviale quanto graffiante, un atto d'accusa tanto potente quanto sincero contro una forma di colonialismo moderno tutt'ora in corso (l'ultima inquadratura, che lo mette in parallelo proprio con il "Wind River" di Sheridan), nonché l'ennesimo esempio di grande cinema dalla grande caratura morale di un autore mai troppo lodato.

venerdì 12 maggio 2023

Toro Scatenato

Raging Bull

di Martin Scorsese.

con: Robert De Niro, Joe Pesci, Cathy Moriarty, Frank Vincent, Nicholas Colasanto, Johnny Barnes, Floyd Anderson, Theresa Saldana, Mario Gallo, Frank Adonis, Kevin Mahon, Lori Anne Flax.

Biografico/Drammatico

Usa 1980












Quando, alla fine degli anni '70, Martin Scorsese inizia le riprese di "Toro Scatenato", la sua carriera è ad un vero e proprio punto morto. Se nel 1976 il successo di "Taxi Driver" lo aveva consacrato come uno dei maestri della New Hollywood, il sanguinante flop di "New York, New York" appena un anno dopo lo aveva portato nei meandri della depressione, combattuta con la tossicodipendenza.
Allo stesso modo, anche la New Hollywood e il "movimento degli autori" che aveva salvato la Mecca del Cinema a inizio decennio non sono più gli stessi. I successi stratosferici di "Lo Squalo" e "Guerre Stellari" avevano imposto un nuovo paradigma produttivo, secondo il quale era inutile finanziare progetti piccoli o medi ad opera di artisti più o meno affermati, quanto investire somme anche importanti in progetti dal sicuro appeal commerciale. Mentalità che si cementificherà proprio nel 1980, anno dell'uscita nei cinema di "Toro Scatenato", a causa dei tonfi di "I Cancelli del Cielo" di Michael Cimino e di "Stardust Memories" di Woody Allen.
"Toro Scatenato" finisce così per rappresentare una morte e una rinascita; la morte è quella del grande cinema d'autore americano, che resterà "ibernato" praticamente per tutti gli anni '80 (anche se con eccezioni tanto sparute quanto importanti), la rinascita della carriera di Scorsese, che con esso firmerà un nuovo capolavoro, nonché uno dei film più belli della sua carriera.




Il tutto parte da uno script di Paul Schrader basato sulla vita dell'ex campione dei pesi medi Jake LaMotta. Sceneggiatura che viene subito intercettata da Robert DeNiro, il quale è interessato alla parte del protagonista e che propone la regia all'amico Scorsese. Il trio di "Taxi Driver" si riforma, mentre la produzione è quella del duo Irwin Winkler-Robert Chartoff, che sull'onda lunga del successo di "Rocky" e "Rocky II" cercano di creare un nuovo film sul pugilato in grado di riscuotere successo. Cosa che avverrà, ma non tanto sul piano commerciale, visto che Scorsese fa totalmente suoi storia e personaggi.





"Toro Scatenato" non è un film sulla boxe, tanto che gli incontri potrebbero anche essere tagliati dal montaggio e la narrazione funzionerebbe lo stesso. A Scorsese non interessa né lo sport in sé, tantomeno le implicazioni filosofiche che esso potrebbe comportare. Quello che gli interessa è la figura di LaMotta e il suo percorso discendente dovuto alla sua indole furiosa e autodistruttiva.
Jake LaMotta è un violento, un uomo che scarica la sua rabbia tanto sul ring quanto fuori. Una rabbia innata, del tutto connaturata al suo carattere irascibile, permaloso, quasi paranoico. Se quello su Travis Bickle era lo studio di una personalità borderline folle, un uomo talmente chiuso in sé stesso da divenire alienato in un mondo pur pazzo e violento, in "Toro Scatenato" Scorsese e Schrader puntano la macchina da presa su di un uomo "normale", un perfetto esponente della comunità italoamericana (e non solo) della sua epoca, il quale, pur se inserito nei margini della società e non considerabile come reietto in alcun modo, è pur sempre un alienato, estraniato rispetto a chi lo circonda, del quale finisce per perdere ogni forma di affetto e rispetto.




Jake si autodistrugge, arriva all'apice della sua carriera pugilistica solo per cadere poco alla volta verso un baratro umano e sportivo dal quale forse non uscirà mai. 
La sua rabbia si sfoga in primis contro sé stesso, contro quel corpo che non rispetta, con il fratello Joey (un Joe Pesci praticamente agli esordi e già fantastico) che deve ricordargli costantemente di mantenersi in forma, e che perderà comunque e definitivamente dopo l'abbandono del ring. E DeNiro, con piglio strasberghiano, opta per una metamorfosi fisica stupefacente, passando da un perfetto fisico da boxeur ad un corpo enorme e sfatto, tempio di un'anima persa. Un performance al solito mimetica, dove non c'è differenza tra personaggio e attore, capace di illudere ad ogni inquadratura su come quello che si sta vedendo non sia lui, ma LaMotta in persona. E come sempre un plauso va anche fatto al doppiaggio di Ferruccio Amendola, che pur purgandone la performance dalle inflessioni italiane, riesce lo stesso a comunicare l'indole grezza del personaggio.




In secondo luogo, la furia di Jake si abbatte sulla giovane moglie Vickie (Cathy Moriarty, all'epoca diciannovenne). Una moglie bambina, almeno all'inizio, che concupisce dopo un colpo di fulmine e che conquista dopo una corte "rustica", dove mostra il suo lato più sensibile. Il quale viene subito surclassato dalla gelosia, prima verso il piccolo gangster Salvy (Frank Vincent) e il boss Tommy Como (Nicholas Colasanto), poi finanche verso il fratello, il quale invece ha cercato suo malgrado di salvarne la relazione.
Amore significa possessione, la donna è oggetto da custodire, quasi un orpello con il quale agghindare la propria vita, se non fosse per quell'affetto che si affaccia alla fine solo come sessualità. Tanto che Scorsese arriva a filmare una delle scene di misoginia più riuscite di sempre quando Jake e il fratello scacciano le mogli da una conversazione.



Jake finisce per distruggersi, per cadere dal ring pur non essendo mai andato al tappeto. E Scorsese guarda questa parabola discendente contornata di violenza con piglio patetico, con un biasimo morale sottile e al contempo forte, sottolineandone lo stato tragico talvolta in modo secco, lasciando che siano i personaggi a comunicarlo con le loro parole e le loro azioni, talaltra in modo più evocativo usando la musica di Mascagni per ammantare il tutto con un'aura lirica quasi elegiaca.




Come in "Taxi Driver", la violenza in "Toro Scatenato" non è limitata al singolo, ma ad un'intera comunità. Principalmente nel primo atto, tutto il mondo che circonda Jake si abbandona a risse tanto furenti quanto quelle sportive, se non di più. Scorsese lascia questi personaggi sullo sfondo per acuire l'atmosfera plumbea e tragica, rendendo così il suo Bronx incredibilmente vivo e pulsante, quasi un girone infernale dei violenti vomitato in Terra.
Ogni atto viene poi inscritto all'interno di un simbolismo cattolico. La religione non ha un ruolo centrale come in "Mean Streets", restando sempre celata tra le righe, affacciandosi nel racconto sotto le forme di quei santini, crocefissi e rosari che assistono al dipanarsi degli eventi come impotenti e ignorati dai personaggi, la cui fede è puramente formale.




Laddove Scorsese cuce il racconto totalmente sui personaggi, non disdegna lo stesso una messa in scena al solito ricercatissima e virtuosistica come da abitudine in questa fase della sua carriera.
Mette in scena i combattimenti in un modo che non si era mai visto e che non si sarebbe praticamente mai più rivisto sul grande schermo o altrove. Al bando ogni forma di verosimiglianza e realismo, questi sono stilizzati sino all'iperbole, con una violenza urlata, incorniciata in inquadrature ricercatissime e movimenti di macchina talvolta barocchi che esasperano il sangue, il sudore, la forza dei pugni e il dolore inferto. Il tutto sottolineano da un sound design incredibile, che inserisce versi animale in modo subliminale per meglio restituire la violenza del combattimento.



Nelle parti dialogiche, Scorsese si dimostra poi pieno esponente del post-classicismo neo-hollywoodiano, prediligendo una messa in scena che parte dalla scuola della vecchia Hollywood per farsi anche qui incredibilmente moderna. Tra ralenty, movimenti insistiti e il montaggio spezzato della fida Thelma Schoonmaker, "Toro Scatenato" rappresenta l'apice della ristrutturazione della messa in scena del cinema americano, vivendo così i due anime opposte e complementari che si completano a vicenda per creare un'esperienza filmica barocca e affascinante.
La prova definitiva del genio di Scorsese è però insita nella sua capacità di rinunciare al virtuosismo quando necessario: nelle scene drammatiche adopera una costruzione quasi secca, con inquadrature statiche e montaggio puramente conseguenziale, lasciando che sia DeNiro a convogliare lo stato d'animo del personaggio, il quale finisce per risaltare ancora maggiormente.



Nella messa in scena è poi ovviamente aiutato dal sempre ottimo Michael Chapman, che usa anch'egli una luce che si rifà e contemporaneamente aggiorna lo stile della Hollywood classica. La scelta di girare tutto il film in bianco e nero (fatta eccezione per il solo titolo, rosso sgargiante, e i filmini di famiglia, girati in 8mm e diretti dalla troupe per sembrare davvero amatoriali) è dovuta non tanto a ragioni stilistiche, quanto contingenti, data la facile deperibilità della pellicola a colori usata all'epoca. Scorsese e Chapman fanno così di necessità virtù e creano un'estetica che riesce ad essere originale nel panorama del cinema americano di fine anni '70.
Il bianco e nero usato presenta dei contrasti forti che si fanno quasi espressionisti in alcuni interni, per poi sfociare in un'estetica onirica nei combattimenti, dove sovente i personaggi vengono scontornati dallo sfondo, immersi in una sorta di "zona negativa" che ne fa risaltare la fisicità, la quale diventa così estrema.




Il resto, come si suol dire, è Storia: "Toro Scatenato" esce nei cinema americani nel Novembre 1980 e incassa poco più di venti milioni di dollari nel mondo, a fronte di un budget di circa 18; non un flop nel senso tecnico del termine, ma neanche un successo  Nei mesi successivi DeNiro porterà a casa l'Oscar come migliore attore protagonista (l'unico della sua carriera e il secondo dopo quello come non protagonista per "Il Padrino- Parte II"), mentre il film sarà clamorosamente battuto dal giustamente dimenticato "Gente Comune".
L'era della New Hollywood giunge così alla fine e con essa la vera epoca d'oro del cinema americano. Fortunatamente, accade con una deflagrazione e non con un sussulto. E a fronte del tramonto del sistema produttivo che lo ha reso celebre, Scorsese raggiunge definitivamente lo stato di mito della Settima Arte.

mercoledì 6 novembre 2019

The Irishman

di Martin Scorsese.

con: Robert DeNiro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Anna Paquin, Bobby Cannavale, Stephen Graham, Jack Huston, Jesse Plemons, Katherine Narducci, Aleksa Palladino, Ray Romano.

Gangster Movie

Usa 2019














Si potrebbe dare dell'ipocrita a Scorsese, sottolineare come le sue affermazioni contro l'MCU di Kevin Feige e il concetto moderno di franchise, reo di togliere spazio al cinema vero, quello fatto di emozioni, contrasti con la sua scelta di accettare di produrre un film per Netflix, ossia per una di quelle piattaforme di streaming che permettono agli spettatori di evitare la sala, andando contro gli interessi degli esercenti e danneggiando tutto il sistema distributivo ordinario e per questo il cinema in toto.
E si sarebbe in errore. Questo perché Scorsese è forse il solo a rendersi conto dello zeitgeist, di come a Hollywood, nelle sue stesse parole, non esista più l'accettazione del rischio e la voglia di creare un'opera che non sia la semplice risultante di una serie di ricerche di mercato o la replica sterile di un modello collaudato. A Hollywood, autori come Scorsese non hanno quasi più spazio, il loro tempo sembra essere pressoché finito, distrutto da un cinema che è intrattenimento a basso rischio, foraggiato da i gusti di un pubblico il quale ha dalla sua l'arma di Internet con cui ricattare produttori e registi. E se si crede di stare esagerando, bisognerebbe ripassare la storia produttiva di "The Amazing Spider-Man 2", dal quale è stata estromessa Shailene Woodly perché ritenuta non abbastanza attraente dai fans, o ricordarsi della turbolenta accoglienza riservata a "Star Wars- Gli Ultimi Jedi", reo di essere troppo dissimile dal canone lucasiano. E questo solo per citare due tra gli esempi più illuminanti.




A Scorsese non resta quindi che omologarsi, almeno sul piano produttivo, accettare i capitali del gigante dello streaming per dar vita ad una nuova opera, la quale, sfortunatamente, ha visto il buio di ben poche sale, facendo infuriare sia gli esercenti che i fruitori. E che forse non arriverà neanche in Home Video, con sommo dispiacere di tutti i veri cinefili. Un compromesso necessario in un sistema produttivo nel quale nessuna grossa casa di produzione avrebbe accettato la scommessa di produrre un film da 160 milioni di dollari con protagonisti un pugno di vecchie glorie della New Hollywood, senza nessuna superstar, senza nessun appeal verso un pubblico giovane o infantile, che al massimo potrebbe essere adoperato come Oscar bait, senza peraltro avere la certezza della vittoria. Scorsese, di suo, non è nuovo a questo genere di operazioni, basti pensare al "patto col diavolo" che fece con Harvey Weinstein ai tempi di "Gangs of New York". E per sua fortuna, questo compromesso ha davvero pagato: "The Irishman" è un piccolo capolavoro dallo stile narrativo asciutto e scattante, dal ritmo incalzante usato per raccontare una storia sull'amicizia di una vita.




Tratto dal rimonazo omonimo di Charles Brandt, "The Irishman" racconta la storia di Frank Sheeran (DeNiro), della sua ascesa al potere all'interno della mafia italoamericana di Filadelfia e della sua amicizia con il boss Russell Bufalino (Joe Pesci) e, sopratutto, con il sindacalista Jimmy Hoffa (Pacino).




Una storia che, ad un'analisi superficiale, sembra uguale a quelle che Scorsese ha già raccontato nei capolavori "Quei Bravi Ragazzi" e "Casinò", con i quali quest'ultima fatica compone un'ideale trilogia; anche qui viene fatto uno spaccato del malaffare, questa volta lontano da New York, nella città che è il cuore storico dell'America, e all'interno del sistema dei sindacati, centro nevralgico essenziale per ottenere il supporto di una maggioranza silenziosa. La storia di Frank, Russ e Hoffa si dipana in una serie di flashback raccontati da un Frank anziano, il quale spiega direttamente al pubblico i retroscena della storia di Hoffa e dei suoi collegamenti con la malavita dell'epoca. Anche qui assistiamo all'intrecciarsi di eventi privati con altri pubblici, come l'attività della Commissione Kennedy con il crimine organizzato e l'invasione della Baia dei Porci. Nuovamente, Scorsese ci prende per mano per introdurci in un mondo fatto di corruzione, intimidazioni e omicidi, nel quale chiunque si abbandoni all'hubris (come il personaggio di "Crazy Joe") viene giustiziato, dove i singoli giocatori di questa enorme partita sono condannati sin dall'inizio a uscire di scena di modo violento.




Se in passato l'occhio di Scorsese si concentrava sugli aspetti "esteriori" propri della malavita organizzata, ora fa un passo ulteriore e cala lo spettatore nella coscienza del suo protagonista; al centro della narrazione, oltre le sue azioni, vi sono le sue emozioni e i suoi legami affettivi, partendo dall'amicizia con Russ sino a quella con Hoffa, passando ovviamente per i legami familiari in senso stretto.
Frank Sheeran è un uomo prima di un gangster, un uomo che tiene i suoi amici vicini come se fossero famigliari veri e propri. L'amicizia con Russ diviene essenziale fin da subito, quella con Hoffa si sviluppa in modo più sottile, divenendo anch'essa pian piano parte essenziale della sua vita. Il suo centro emotivo entra così in crisi quando viene chiamato a sceglierne una delle due, scelta che causerà un crollo.




Se i legami del personaggio sono forti, lo stile narrativo adoperato da Scorsese è tutto basato sulla sottrazione, sul non detto piuttosto che sull'esplicazione delle emozioni. Sono i dialoghi, al solito sublimi, a celare il rispetto di Frank verso i suoi compagni, veri e propri commilitoni di una ipotetica guerra contro tutti. Allo stesso modo, il magnifico cast resta sempre tra le righe, lasciando che siano pochi sguardi e espressioni sottili a comunicare lo stato d'animo dei personaggi. Persino Al Pacino, con il suo famoso overacting, questa volta risulta meno istrionico, per quanto possibile. Una menzione speciale andrebbe fatta però a Anna Paquin, la quale recita un'unica linea di dialogo in tutto il film, lasciando che sia sempre il suo sguardo a comunicare l'astio verso il personaggio del padre.
La storia di Frank e dei suoi compagni entra così pian piano sotto la pelle dello spettatore, portandolo un po' alla volta nel loro mondo, lasciando che i loro drammi crescano lentamente sino a sfociare nella tragedia.




Quando questa si verifica, Scorsese resta tuttavia distaccato, lucido nel suo raccontare un mondo che crolla addosso al suo protagonista, senza cercare sensazionalismi e senza usare un registro melodrammatico vero e proprio. La narrazione è sempre asciutta, quasi secca, la perfetta incarnazione di uno sguardo, quello del suo protagonista, filtrato attraverso gli anni, reso più freddo dal tempo trascorso in solitudine.
Una narrazione che rende così "The Irishman" perfettamente "classico", benché ricco di virtuosismi, in quali, in una coerenza perfetta, restano sempre condotti con mano fermissima e sicura. Il risultato è così di una compattezza straordinaria e, al contempo, infinitamente coinvolgente: una vita perfettamente sintetizzata in 209 minuti, i quali scorrono efficacemente, senza mai perdersi in punti morti o accelerazioni inutili. Una maestria più unica che rara, quella di Scorsese, che restituisce al pubblico una vera e propria lezione di grande cinema. Alla faccia di tutti i detrattori.

lunedì 23 gennaio 2017

Silence

di Martin Scorsese.

con: Andrew Garfield, Liam Neeson, Adam Driver, Tadanobu Asano, Ciaran Hinds, Shinya Tsukamoto, Issei Ogata, Yosuke Kobuzuka.

Drammatico/Storico

Usa, Messico, Taiwan (2016)
















---CONTIENE SPOILER---


Il conflitto tra l'uomo e Dio, tra il peccato e la fede, tra l'imperfezione umana e la contemplazione della perfezione dell'infinito sono temi che nella lunga, tortuosa e talvolta non facile filmografia di Scorsese non sono mai mancati. Basti pensare al simbolismo religioso in "Toro Scatenato" (1980), dove la parabola autodistruttiva del De Niro/La Motta veniva costellata da icone che in silenzio assistevano alla violenza; all'immenso "Kundun" (1999), excursus nei territori di quel Buddismo tanto vicino eppure tanto distante al Cattolicesimo, dove le ragioni della fede si scontravano contro lo stivale appuntito della Storia; o ancora e sopratutto ne "L'Ultima Tentazione di Cristo" (1988), dove un Gesù fatto di carne e sangue provava sulla sua pelle la paura del martirio.
In tale ottica, "Silence" può essere visto come un sunto, una riproposizione di temi già affrontati ed affinati; ma la forza di quest'ultima opera va anche al di là di una semplice ricapitolazione per farsi viva e sofferta contemplazione dei misteri e sopratutto della forza della Fede.




Pellicola la cui produzione è stata a dir poco tribolata: Scorsese avrebbe dovuta dirigerla subito dopo il successo ritrovato di "Quei Bravi Ragazzi" (1990), su produzione di Vittorio Cecchi Gori. Ma una serie di rinvii ne hanno ritardato le riprese per oltre due decenni, sino a quando, ormai stufo, quest'ultimo non ha finito per minacciare un'azione legale verso Scorsese, rendendo il film quasi un obbligo contrattuale più che il frutto di vera ispirazione; il che è puramente paradossale se si guarda alla sua perfetta riuscita, che dimostra come il grande regista italoamericano di ispirazione ne abbia ancora parecchia.
Ispirazione che prende forme inedite per il suo cinema: abbandonata sia l'estetica virtuosistica che ne fece la fortuna che le istanze di quello stanco classicismo che negli ultimi anni ne hanno flagellato gli esiti, l'occhio di Scorsese si fa qui più interessato alla singola inquadratura che al quadro d'insieme (non mancano, purtroppo, alcuni refusi di montaggio stranianti). Stile che si sposa perfettamente con la narrazione, dove l'autore contempla il cammino di fede di padre Rodrigues.






Il setting in tal caso è essenziale; durante lo shogunato di Iemitsu Tokugawa (metà circa del XVII secolo), il Cristianesimo in Giappone è una religione ufficialmente bandita; le ragioni sono di natura politica, causate dalla paura che una fede straniera possa di fatto conferire potere alle compagnie mercantili occidentali e trasformare le quattro grandi isole in colonie, al pari di quanto accadeva sulle coste della Cina; ma la ferocia delle persecuzioni è pari a quella di una vera e propria guerra di religione. I preti gesuiti vengono forzati all'apostasia o uccisi in maniera brutale; allo stesso modo, i fedeli vengono forzati alla blasfemia in alternativa alla morte.
Dinanzi all'orrore della persecuzione, Scorsese, per il tramite di Rodrigues (interpretato da un empatico Andrew Gerfield, i cui lineamenti ricordano volutamente quelli di un giovane Cristo) si interroga sulla effettiva consistenza della Fede. Da una parte ci sono i fedeli, Giapponesi che come i popoli paleo-cristiani dell'Europa antica accettano ciecamente i dogmi della religione; talvolta credendo che la sola esecuzione cerimoniale dei sacramenti sia sufficiente alla Salvezza; talaltra immolando sé stessi per l'amore verso Dio, come nel caso della figura di Mokichi, vero martire per fede, a cui Shinya Tsukamoto presta perfettamente volto e corpo nella sequenza più cruda di tutta il film.






Dall'altro lato i Gesuiti, istruiti ai misteri, colti teologi, eppure intrappolati in una terra spietata, costellata da paesaggi selvaggi ed infernali, dove i fumi delle acque termali annunciano la venuta di un male capeggiato da un Inquisitore che è Diavolo beffardo e tentatore, eppure incredibilmente terreno. Due preti la cui fede sarà scossa, ma mai davvero distrutta: se il Garupe di Adam Driver troverà la morte per la vana salvezza del suo gregge, Rodrigues giungerà ad un epilogo meno fatale eppure più disperato.
Durante la persecuzione sperimenta il Silenzio di Dio, quel mistero che tanto ossessionava Ingmar Bergman nel suo periodo esistenzialista e al quale Scorsese dà una forma più cruda ed ossessiva; dinanzi al martirio della fede, alla persecuzione del fedele, alla blasfemia imposta, il Cristo la cui immagine è impressa nella mente del prete non proferisce parola; il Mistero supremo, il distacco tra Dio ed il suo popolo, l'anticamera della perdita della Fede che si fa manifestazione della follia, ossessione verso quella Sacralità ora costantemente messa alla prova. Sino alle prove più grandi: prima la scoperta della sconfessione del mentore, quel padre Ferreira la cui figura è quasi Conradiana, quella di un demone misterioso che viene usato per insinuare il dubbio; poi il ricatto supremo, la violenza perpetrata al danno di quei fedeli che il pastore è chiamato a guidare, ma ancora prima a proteggere.




A differenza di Bergman, tuttavia, l'ex seminarista Scorsese (e prima di lui lo scrittore Shusako Endo) tenta di dare una risposta al Silenzio e dà spazio a quella che storicamente è la caratteristica principale delle religioni rivelate: l'adesione interiore. Nel riprendere tale caratteristica, la contrappone all'ossessione per l'etichetta di natura nipponica per giungere alla più sofferta delle conclusioni: anche dinanzi alla ripetuta blasfemia, anche dinanzi ad un'apostasia puramente formale ed al rifiuto esteriore dei simboli, l'adesione interna e viva del fedele è la vera forma di religiosità. Una forma di fede suprema ed insindacabile, che resiste ad ogni forma di persecuzione perché pura nel senso più genuino del termine.
E nel dare forma al conflitto interiore, allo smarrimento e alla ritrovata illuminazione, Scorsese crea immagini forti, dà vita a sequenze commoventi nella loro crudezza, riuscendo a raggiungere una forma di espressività incredibile, pur lasciando tutto al servizio della sua ricerca interiore. Non c'è spettacolo, né spettacolarizzazione: il suo stile, per quanto esteticamente impeccabile, si fa ieratico, quadrato, in un equilibrio talmente perfetto da essere quasi incredibile.

domenica 26 gennaio 2014

The Wolf of Wall Street

di Martin Scorsese

con: Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Rob Reiner, Jon Favreu, Ethan Suplee, Shea Wigham, Jon Bernthal, Jean Dujardin.

Biografico

Usa (2013)












Nel corso della sua lunga carriera di cineasta, Martin Scorsese ha sempre cercato di raccontare il lato più oscuro e problematico della società americana; si pensi a classici quali "Taxi Driver" (1976) o "L'Età dell'Innocenza" (1993), nel quale il grande autore americano ritrae con disincanto la decadenza umana e l'ipocrisia propria di un paese che è specchio dell'intera società occidentale; non stupisce, dunque, che sia stato proprio Scorsese a portare in scena la parabola della vita di Jordan Belfort, magnate della speculazione finanziaria che tra la fine degli anni '80 e i primi anni '90 divenne una vera e propria icona dello yuppismo a stelle e strisce; con una sceneggiatura di ferro scritta dal grande Terence Winter ed un cast affiatato, Scorsese riesce così a creare una biografia che è perfetto specchio del buco nero morale ed umano che ha inghiottito la società negli ultimi venti anni.


Come accadeva per l'Henry Hill di "Quei Bravi Ragazzi" (1990) e per il Sam Ace di "Casinò" (1995), anche in "The Wolf of Wall Street" il protagonista è al contempo soggetto ed oggetto della narrazione; l'intero film diviene così più che una biografia vera e propria, un viaggio nell'identità ipertrofica di Belfort; che tanto per essere chiari fin dall'inizio, cita proprio il Ray Liotta di "Quei Bravi Ragazzi" affermando di "aver sempre voluto essere ricco"; Belfort è l'archetipo di ogni personaggio scoresesiano: votato all'autocompiacimento più puro, alla ricerca della soddisfazione e perennemente pronto a rilanciare per ottenere di più di quello che ha; con un'unica, essenziale, differenza rispetto ai personaggi precedenti: per lui non c'è una caduta vera e propria, nè una redenzione; il gioco al massacro di Belfort, alla fine, ricomincia da zero: non impara nulla dalle sue disavventure che, anzi, ne fortificano il carattere, a ricordarci l'estrema idiozia del suo personaggio e, sopratutto, il suo trionfo finale.


Belfort diviene così la perfetta incarnazione dell'edonismo anni '80: la ricchezza è il suo unico scopo, mentre l'autocompiacimento perenne è la sua vita; Belfort appartiene a quella schiera di yuppies definibili come "di seconda generazione": allevati dai primi speculatori finanziari (i famosi "Gordon Gekko" per intenderci, qui impersonati dal personaggio di Matthew McConaughey), rubano loro la scena all'inizio degli anni '90 affiancando alla ricerca del lusso l'abuso conclamato e compiaciuto di sostanza psicotrope; la Wall Street di Belfort viene ritratta da Scorsese e Winter come un vero e proprio circo abitato da nani, prostitute e veri e propri leoni (o lupi), nel quale il lavoro consiste nello sbranare il più debole (il piccolo risparmiatore americano) e compiacere i propri bassi istinti.
Il capitalismo finanziario è, letteralmente, uno stupro perpetrato ai danni della società e Belfort è lo stupratore irredento; ecco dunque vederlo mimare una sodomizzazione mentre parla al telefono con un suo cliente, oppure invitare orde di prostitute d'alto bordo negli uffici per dar vita ad orge romane durante l'orario di lavoro; l'arricchimento sfrenato diviene nuova droga e il lavoro del broker diviene atto sessuale: il coito e la banconota sono i simboli costanti dell'intero film, veri e propri Dei venerati dai personaggi. Belfort viene però descritto da Winter e Scorsese in modo acido e cinico: la sua ricerca sfrenata di successo viene contrapposta ai suoi bassi, orchestrati dagli autori con un piglio comico irriverente ed irresistibile: si va dalle pessime performance sessuali agli insulti subiti dai colleghi, fino ad arrivare alla scena madre definitiva: l'overdose di farmaci scaduti che lo riduce ad un verme incapace di parlare e muoversi; Belfort è la perfetta maschera edonista: stupido, cinico, privo di morale e per questo involontariamente ridicolo.


Tuttavia, la vita di Jordan Belfort è tutto fuorchè ridicola; la ricerca spasmodica del lusso viene narrata mediante un registro ipertrofico, che accumula scene madri su scene madri; Scorsese gioca al rialzo, porta il personaggio verso un vortice di sesso, droghe e denaro che non ha fine, azzeccando immagini da antologia, come la ragazza ricoperta di soldi o il caos dell'ufficio ridotto ad una vera e propria giungla; ma i momenti migliori sono sempre quelli in cui è il protagonista a mettersi in primo piano: l'autore descrive il carattere feroce di Belfort mediante una serie di monologhi recitati di fronte ai colleghi in cui il personaggi vomita loro addosso insulti ed adulazioni, in cui gli sprona a lavorare e li galvanizza con sogni di ricchezza, ossia mostrandosi per ciò che è davvero: un truce imbonitore di folle; tuttavia, Scorsese smette di ricercare nuove forme visive e narrative e adotta un registro "classico", che appesantisce talvolta il ritmo; fortunatamente, la scelta di affidarsi totalmente alla grinta del cast paga: DiCaprio porta a casa la sua migliore performance, Matthew McConaughey dimostra nuovamente le sue ottime doti di attore, mentre Jonah Hill perde ogni freno inibitore e buca lo schermo con un'interpretazione talmente sopra le righe da risultare fin troppo credibile.


Lunga e talvolta incerta, "The Wolf of Wall Street" è una pellicola acida ed irriverente, la perfetta rappresentazione del lato più volgare del capitalismo, una catarsi perfetta per tutti coloro i quali credono (ancora) che l'economia finanziaria non sia la causa della decadenza dei costumi che affligge la nostra società.