Visualizzazione post con etichetta Dario Argento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dario Argento. Mostra tutti i post

lunedì 28 febbraio 2022

Occhiali Neri

di Dario Argento.

con: Ilenia Pastorelli, Asia Argento, Andrea Gherpelli, Mario Pirrello, Maria Rosaria Russo, Gennaro Iaccarino, Andrea Zhang.

Thriller

Italia, Francia 2022

















L'ultimo film riuscito di Dario Argento risale al 1993 ("Trauma"), l'ultimo film che ha diretto ("Dracula 3D") è un' offesa alla sua stessa carriera e allo status di "Maestro del Brivido" che aveva giustamente guadagnato, oltre che al buon senso in generale. La sua carriera ha subito un collasso a partire dagli anni '90 e ha raggiunto un punto di distruzione totale con gli ultimi quattro film. E ad 82 anni, di certo nessuno si aspettava un ritorno alla forma con quest'ultimo "Occhiali Neri", progetto che sembrava dovesse partire già all'indomani di "Non ho sonno" ma che arriva nelle sale solo adesso. Invece, con un twist degno di un giallo, Argento riesce bene o male a sorprendere in positivo: questa sua nuova fatica non è certo un ritorno al suo periodo d'oro, né un thriller particolarmente memorabile, ma ha il grosso merito di essere un film decoroso, tutto sommato ben diretto e che riesce a non scadere mai, miracolosamente, nel ridicolo.


La storia è da giallo italiano classico: assassino con i guanti neri terrorizza le escort romane. Una giovane ragazza, Diana (Ilenia Pastorelli), sopravvissuta ad un suo attacco, perde la vista e si ritrova a dover riorganizzare totalmente la sua vita, oltre a dover badare al piccolo Chin (Andrea Zhang), i cui genitori sono morti a causa del killer.
La struttura del whodunnit viene in parte abbandonata; più che sul mistero dell'identità del killer, ora quantomai secondario, Argento si concentra sul personaggio di Diana, sul suo status di non-vedente e su come questo improvviso dramma le ha sconvolto la vita. Il rapporto con il figlio adottivo ricorda in parte quello tra il personaggio di Karl Malden e Cinzia De Carolis in "Il Gatto a Nove Code", ma qui ha un ruolo centrale, divenendo parte del cuore della narrazione.
Questa si discosta in parte dal classico thriller nella prima parte adagiandosi sulla descrizione dei personaggi e, tutto sommato, convince; manca di certo l'originalità nel tratteggiare i protagonisti, ma il loro ritratto finisce per funzionare.


Dove la mano di Argento risulta stanca, purtroppo, è proprio nella componente "di genere"; manca vera tensione nelle sequenze degli omicidi, che si risolvono ora più che mai in un semplice bagno di sangue atto a sfoggiare i sempre ottimi effetti speciali di Sergio Stivaletti; tensione che cala in realtà anche durante la lunga sequenza dell'isneguimento nell'ultima parte, che pur ben condotta, non riesce davvero a sorprendere.
Come thriller, in pratica, "Occhiali Neri" non funziona a dovere e tanto basterebbe per stroncarlo. Se non fosse che, almeno, riesce bene o male a non scadere mai nel ridicolo, nonostante la recitazione "naturalistica" della Pastorelli, che sembra impegnata sul set di un dramma televisivo piuttosto che su quello di un film di genere, o, ancora, quella acerbissima del piccolo Zhang, ovviamente dovuta alla sua inesperienza. 
Mediocrità compensata dal gusto di Argento, che sa ancora come portare su schermo le sue visioni. In generale, la messa in scena è ferma e riserva qualche bella sorpresa nell'uso delle soggettive, con uno stile più statico rispetto a quanto  ci abbia abituato, ma lo stesso di buona fattura. Così come di ottima fattura sono gli stunt, eseguiti a regola d'arte, degni di un action vero e proprio. E persino le belle musiche di Arnoud Rebottini (ma in origine Argento voleva niente meno che i Daft Punk) riescono a trasmettere un ottima sensazione onirica, oltre a risultare perfettamente feroci quando devono.


"Occhiali Neri" è così un film piccolo e imperfetto, ma che ridà finalmente lustro ad una filmografia che sembrava persa nel pozzo nero dell'umiliazione. L'Argento migliore è ormai andato, ma per lo meno la decenza è di nuovo alle porte.

mercoledì 26 luglio 2017

Dracula 3D

di Dario Argento.

con: Thomas Kretschmann, Asia Argento, Rutger Hauer, Marta Gastini, Unax Ugalde, Miriam Giovannelli, Maria Cristina Heller, Augusto Zucchi, Giovanni Franzoni.

Horror/Trash

Italia, Francia, Spagna 2012
















L'Italia è un paese di sicofanti; affermazione indubbia, quasi superficiale e scontata; in ogni ambiente, sia quello cinematografico che quello lavorativo in genere (senza contare quello politico, poiché sarebbe come sparare su di una crocerossina obesa e zoppa usando un cannone) è appestato dai lecchini, con la loro sfrontata carica di arrivismo, i loro nauseanti salamelecchi, le loro ridicole genuflessioni, le smielate parole dolci gridate a petto in fuori per compiacere il potente di turno, alle volte neanche per ottenere qualcosa, per il semplice gusto di farsi notare.
La stampa ovviamente non fa differenza; e come potrebbe? Dopotutto l'Italia è 57ma tra i paesi con la maggiore libertà di stampa, ovverosia non esiste una vera libertà di espressione sulla carta stampata o sulle versioni On-Line dei maggiori quotidiani. L'asservimento al potere, pratica fantozziana della quale l'italiano medio è cosciente ma non può liberarsi, è uno sport nazionale; è nel DNA dell'italiano leccare culi, prostrarsi dinanzi al soggetto dotato di potere, umiliarsi per compiacerlo, obliterare la verità ad hoc solamente per ottenerne i favori (o sperare di ottenerli, poiché la bassezza non ha mai fine).
Si potrebbero citare centinaia di esempi di "leccaculismo" che quotidianamente vengono riportarti da quel rimasuglio di stampa libera o che, peggio, si verificano sotto i nostri occhi. Eppure, nessun esempio sarebbe illuminante quanto le reazioni che neanche cinque anni fa scatenò l'uscita nelle (poche) sale di "Dracula 3D"; molti critici, di molte importanti testate giornalistiche, scrissero pezzi entusiastici sull'ultima fatica di Dario Argento, il grande maestro del brivido nazionale che si confrontava per la prima volta con la ripresa stereoscopica e ne usciva trionfante.
E forse, quelle ipocrite, luride, stupide e (inutile dirlo) false recensioni erano invece la prova di un talento latente; perché ci vuole davvero un coraggio da leoni (oltre che una faccia di bronzo) per scrivere qualcosa di positivo sull'ultima fatica del fu Maestro Argento; un film talmente brutto, mal scritto, mal diretto, mal interpretato, mal concepito, afflitto da una sciatteria totale e totalizzante che al confronto un qualsiasi film della Troma sembra diretto da Kubrick e Welles messi assieme, "La Terza Madre" sembra "Suspiria" e "La Sindrome di Stendhal" diviene uguale a "Profondo Rosso".




Ma prima di capire cosa non funzioni in "Dracula 3D" e perché, meglio portare un pò di numeri; Argento lavora con un budget di 5 milioni e 600 mila dollari in un periodo in cui la produzione italiana media ha un budget di 2 milioni stentati (e di lì a qualche anno, il budget medio crollerà ad 1,2 milioni); i soldi dunque non mancano. E per essere chiari oltre che precisi, di questi 5 milioni e passa, un cifra imprecisata è stata concessa dallo Stato in quanto il film è stato ritenuto "di interesse culturale", mentre circa 300 mila euro sono stati concessi dalla Lazio Film Commission, ossia fondi pubblici, sborsati dal contribuente italiano; tuttavia, in una nazione che elargisce fondi a film come "Natale a New York" classificandoli come "cinema d'essai", verrebbe quasi da scusare lo sborso di una tale cifra per finanziare un film semplicemente brutto e non anche offensivo (anche se solo fino ad un certo punto). Va inoltre sottolineato come l'intera storia del Conte Vampiro venga riadattata molto liberamente e si svolge adesso totalmente in Tansilvania; il che è una scusa per Argento e soci per andare a girare l'intero film in Romania e risparmiare sui costi; e chi se ne importa se tra quei soldi ci sono anche fondi pubblici che non vengono reinvestiti sul territorio.
Già queste considerazioni sarebbero sufficienti a far sbarrare gli occhi, ma impallidiscono dinanzi al prodotto finito e alla sua oscena qualità; e per essere sempre il più chiari e completi possibile: Argento qui lavora accanto a tre suoi collaboratori storici, ossia Claudio Simonetti per le musiche, Sergio Stivaletti per gli effetti pratici e Luciano Tovoli alla fotografia, lo stesso di "Suspiria", anche se si stenta a crederlo; i talenti, sulla carta, non mancano, dunque la pessima riuscita del tutto la si deve a lui, all'autore, ossia alla mente dietro il progetto, evidentemente incapace di creare qualcosa di riuscito, figuriamoci di bello. E sempre per essere onesti: anche la scelta di mettere Thomas Kretschman nei panni di Dracula e Rutger Hauer in quelli di Van Helsing. sulla carta aveva senso. Sulla carta.



Hauer fa il suo dovere, il suo Van Helsing tutto sommato funziona, pur essendo un personaggio totalmente piatto, messo lì giusto per arrivare a chiudere l'ultimo atto; la sua performance è priva di guizzi, ma almeno riesce a non scadere nel ridicolo; di tutt'altra pasta è però l'esperienza che ha passato sul set: forse a causa dell'aggravarsi del suo stato di salute a causa dell'età, non proprio da virgulto, pare si sia perso nei boschi durante le riprese; notizia che fa tristezza, data la sua caratura di attore, spesso bistratta a causa dell'infima qualità delle produzioni in cui prende parte.
D'altro canto, il Conte di Kretschmann non ha nulla di affascinante, figuriamoci di spaventoso; è una specie di Don Matteo vampiro, bardato com'è in un improbabile pastrano nero ed agghindato con un foulardino di seta nera al collo da dandy di provincia; ricorda in parte il Dracula del "Van Helsing" di Sommers (sempre per restare in tema di pessime trasposizioni con pessima CGI e pessimo gusto estetico), ma perlomeno le sue movenze ed i suoi dialoghi non sono ridicoli; il più delle volte. A discolpa di Kretschmann va detto che aveva davvero pochissimo con cui lavorare; Dracula qui è un semplice mostro ammazzatutti dai modi affabili, il cui ruolo di monarca del paesino rumeno vorrebbe quasi portare ad una lettura metaforica sulla malvagità del potere, che puntualmente non arriva; in compenso, la componente romantica che tanta fortuna gli ha garantito negli ultimi anni, viene recuperata in extremis nell'ultimo atto, giusto per dargli qualcosa da fare e per consentire a Van Helsing di avere una scusa per confrontarlo. Certo che quel ghigno ridicolo che ogni tanto fa capolino sul suo volto fa cadere anche l'ultimo barlume di decenza data dall'impegno dell'attore; decenza che manca in praticamente ogni altro singolo aspetto del film.




Argento dimostra di aver completamente dimenticato come si costruisce una scena, come si inquadra un soggetto e come si adoperi il montaggio; forse a causa dell'uso di cineprese stereoscopiche e nella futile ricerca di una profondità data unicamente dall'effetto tridimensionale, costruisce ogni singola inquadratura in modo bidimensionale, spesso lasciando i soggetti di lato, adoperando sempre il campo americano e qualche sparuta volta, per concedere finalmente un filo di profondità, un'obliqua dall'alto; l'uso dei dettagli, che pur fece la fortuna del suo stile, qui è praticamente bandito, così come i primi piani si contano sulle dita di una mano monca. La grammatica filmica, in sostanza, va a farsi benedire, tanto che le immagini sembrano quelle di un filmino amatoriale.
Bruttezza delle inquadrature che fa il paio con l'orrenda fotografia; Tovoli illumina a giorno ogni scena, persino quelle in notturna (facendo aumentare ancora il tasso di ridicolo involontario) e spesso sovraespone i soggetti, facendo somigliare il film ancora di più ad una produzione amatoriale; il che va unito all'uso della brutta CGI per gli effetti ambientali e di una color correction che sembra fatta da un daltonico, al punto che talvolta le inquadrature di una medesima scena finiscono per non combaciare sul piano dei colori.
Le immagini finiscono così per essere semplicemente brutte per la maggior parte della durata; brutte e ridicole quando di mezzo c'è la computer graphic.




Gli effetti in CGI, sia quelli adoperati per fini estetici che per dar vita alle creature, sono talmente falsi che sembrano usciti dritti dritti dagli anni '90; la qualità del rendering e delle animazioni è talmente scarsa che verrebbe voglia di rivalutare gli effetti si "Spawn" e "Mortal Kombat- Distruzione Totale"; sembrava impensabile presentare dei modelli 3D così poveri nel 2012, eppure Argento ha avuto l'ardore di farlo; la bruttezza delle immagini si fa così insostenibilmente comica quando Dracula si trasforma in un lupo palesemente falso; o quando verso lo spettatore vola un Dracula trasformato in una civetta talmente finta da perdere in qualità persino se paragonata a quella che appariva nel "Labyrinth" di Jim Henson... nel 1986!





Ma il pessimo gusto per gli effetti è finanche scusabile, laddove si tiene conto del pessimo gusto adoperato per ricreare la figura del Conte e cercare di spaventare il pubblico; non si capisce perché Dracula debba trasformarsi in un trio di scarafaggi o in uno stormo di mosche, neanche fosse una specie di abitante delle fogne in vacanza; così come l'uso della civetta, animale che di certo non spaventa quando ricreato al computer (su questo Argento avrebbe molto da imparare da Lynch ed i suoi gufi della Loggia Nera); evidentemente Argento crede che il pipistrello e la nebbia siano simboli superati; cosa c'entri però una civetta con un succhiasangue è tutto da capire.
E poi c'è lei, la trasformazione a cavolo per antonomasia, divenuta vero simbolo del film: una mantide da 80 chili. Perché? Cosa c'entra la mantide religiosa con il mito del vampiro? Con una creatura dai canini appuntiti che beve sangue? Impossibile saperlo. Fatto sta che la sua entrata in scena è da antologia del cinema trash, grazie anche al solito pessimo rendering e alle animazioni da due soldi; ancora più memorabile è però la battuta che chiude la scena: Mina chiede al Conte "Che cosa ho visto?" in un involontario sfondamento della quarta parete che dà voce ai pensieri dello spettatore, facendo schizzare il tasso di ridicolo alle stelle.




Alla bruttezza delle immagini, all'orrenda CGI e alle inquadrature povere, va poi aggiunto il pessimo commento musicale; la colonna sonora di Simonetti sembra la vecchia OST di un film di serie B americano degli anni '50; tutte le sonorità sono ricreate con un theremin che sembra costruito in casa, le melodie sono scarne e l'effetto creato non ha nulla a che spartire con le pretese gotiche delle immagini; sembra quasi che in sede di montaggio, l'addetto al mixaggio audio abbia voluto fare un brutto tiro ad Argento e soci e sostituito la colonna sonora con quella di un vecchio film; e invece no, purtroppo è tutta farina del sacco di Simonetti, approvata da un Argento che oramai forse non ci prova neanche più a cercare di ricercare una forma estetica convincente.
L'unico che riesce a fare ancora il suo dovere, a prescindere dagli anni sul groppone, è Stivaletti, i cui effetti artigianali sono semplicemente perfetti e la cui cura certosina stride con la pessima CGI, facendola apparire, se possibile, ancora più povera.




C'è però un difetto anche peggiore della bruttezza estetica, della stupidità e del ridicolo involontario; ossia la noia. "Dracula 3D" è un film incredibilmente noioso; persino al netto del ridicolo, delle risate di pancia che di certo non mancano, il ritmo è lento e la storia inesistente.
Argento tenta di rileggere il classico di Bram Stoker più che adattarlo, ma non è Coppola e non riesce a farlo suo. La tensione è inesistente (e non potrebbe essere altrimenti, date le abbondanti dosi di humor non voluto), l'intreccio è basico: il Conte è cattivo perché cattivo, il Conte vampirizza una tipa tanto per, il Conte chiama come bibliotecario Jonathan Harker, nulla per una mezz'ora buona, il Conte fa una mezza strage in una locanda, il Conte si ricorda della trama e rapisce Mina, Van Helsing all'arrembaggio, il Conte muore, Van Helsing fa un monologo dove spiega, a fine film, la caratterizzazione di "innamorato folle" del Conte. Tutto qui, tutto lineare, tutto basico, senza guizzi. Ed in fondo è anche normale che sia così: non ci si possono certo aspettare miracoli quando alla sceneggiatura ci sono, oltre al fu Maestro del Brivido ormai bollito, un produttore di melodrammoni spagnoli (Enrique Cerezo, che dalla sua può almeno vantare le collaborazioni con Alex de la Iglesia), uno scrittore di fiction RAI (Stefano Piani) ed uno stagionato sceneggiatore di horror di serie B (Antonio Tentoni), a creare un ideale "dream team" del trash.




Un'ultima prova, questa di Argento, che ne sancisce la totale, definitiva ed incontrovertibile morte artistica; anzi, tenendo conto di come questa sia in realtà avvenuta già da decenni, si può parlare di resurrezione, di ascesa ai cancelli del trash: se quando si tocca il fondo non si può che scavare fino a giungere a "La Terza Madre" e non ci si ferma, ci si evolve in qualcosa di altro, in una caricatura di tutto ciò che si era prima. Ed Argento ha avuto davvero un cursus honorum strambo: innovatore, maestro del giallo, vanto nazionale, poi mestierante, pessimo mestierante, regista di filmacci ed ora leggenda del trash. E guardando indietro, a cosa furono i suoi film nel periodo d'oro, non si può che dolersene.




Ma tant'è, per un sicofante che vuole farsi notare è stato persino facile scrivere come, in realtà, "Dracula 3D" sia un film che vuole essere ridicolo, che vuole far ridere perché vuole essere una parodia e che per questo non deve essere preso sul serio; da cosa lo si evinca non è dato saperlo: il Dracula di Argento è invece un film che si prende sempre e comunque sul serio, per questo è una vera perla del trash. Negarlo equivale a mentire. Anzi, di più: negarlo per cercare il consenso di Argento, equivale a sputargli in faccia, a mancargli di rispetto, a fargli credere che il suo lavoro abbia ancora un valore effettivo.
Se davvero si ama Argento ed il suo lascito, bisogna esseri sinceri, per quanto offensivi: "Dracula 3D" potrebbe tranquillamente rientrare nella top five dei film più brutti mai concepiti (ed insidiare persino "Troll 2" per i primi posti) ed Argento, con esso, dimostra di non essere neanche più l'ombra del cineasta che fu.

venerdì 30 giugno 2017

Giallo

di Dario Argento.

con: Adrien Brody, Emanuelle Seigner, Elsa Pataky, Robert Miano, Valentina Izumi, Sato Oi, Luis Molteni, Tayio Yamanouchi, Daniel Fazzolari.

Thriller

Italia, Usa, Inghilterra, Spagna 2009
















---CONTIENE SPOILER---


Il fondo, Dario Argento lo aveva toccato con "Il Cartaio"; il pozzo nero del trash più stupido ed involontariamente ridicolo con l'insostenibile "La Terza Madre"; era quindi impossibile fare di peggio, andare ancora oltre, cadere ancora più in basso. E per fortuna, il successivo "Giallo" non è una "schifezza" che fa rimpiangere i due film precedenti, come logica avrebbe fatto presumere. E', più semplicemente, un film banale; certo, di una banalità, sciatteria e vacuità inescusabili, ma pur sempre migliore di quel coacervo di pessime idee e pessima, pessima esecuzione che sarà il successivo, micidiale, "Dracula 3D".
Un film, "Giallo", talmente miserevole nella forma e nei contenuti, al punto che la sua stramba e (è il caso di dirlo) "misteriosa" storia produttiva è ben più interessante (e di molto) di quella che racconta.
Tutto comincia con uno script di Jim Agnew, che vuole essere sin dal titolo un omaggio al cinema di Dario Argento ed in generale al "giallo movies", così come viene conosciuto all'estero il thriller all'italiana. L'ex maestro del brivido viene quindi chiamato a bordo di una produzione internazionale (mettendo anche mani alla stesura originale della sceneggiatura) che raccimola la bellezza di 14 milioni di dollari di budget.



Ma già in fase di casting cominciano i problemi: Ray Liotta, inizialmente salito a bordo per interpretare il protagonista, si defila per forti divergenze creative con Argento. Viene quindi chiamato a sostituirlo Vincent Gallo, entusiasta di lavorare con uno dei suoi miti personali; il quale abbandonerà a sua volta la produzione una volta scoperto che Asia Argento, sua ex fidanzata, avrebbe avuto il ruolo della protagonista femminile. Quest'ultima viene sostituita alla vigilia delle riprese con Emanuelle Seigner, forse a causa della sua mitologica "cagneria". E come protagonista la spunta alla fine niente meno che Adrien Brody.
Iniziate le riprese, ricominciano i problemi. La troupe va in sciopero ed lavori vengono sospesi a pochi giorni dall'inizio. Terminate le riprese già nel 2008, il film resta nel limbo distributivo per motivi legali: Brody ha infatti citato in giudizio la Hannibal Pictures a causa del mancato pagamento del suo cachet. Nel frattempo, sbloccati i diritti di distribuzione, il film viene distribuito in Italia inizialmente nel novembre 2010 per il solo mercato Home Video, con Argento che, per solidarietà verso Brody, decide di rifiutare ogni forma di promozione. E nonostante le scarse vendite del DVD e la non rosea performance nei videonoleggi, la distribuzione italiana decide di farlo uscire al cinema, nell'estate del 2011, forse a causa dei "buchi" nella programmazione delle sale. Nel frattempo, Argento lascia intendere come il prodotto finito sia lontano da quanto lui e gli sceneggiatori avrebbero voluto girare, configurando questo "Giallo" non solo come un giallo vero e proprio, ma anche come la sua opera più sofferta e sfortunata. Dove il dolore ed i problemi non hanno portato che alla creazione, appunto, di una pellicola scialba, dove qualche guizzo di ispirazione ogni tanto fuoriesce, ma la cui esecuzione castra ogni buona intenzione.




La storia di base, essendo un omaggio al genere, si discosta poco e nulla dalla tradizione; al centro della narrazione, almeno all'inizio, troviamo Linda (la Seigner, sprecata), hostess di origine straniera di stanza a Torino per trovare la sorella Celine (Elsa Pataky, che dimostra doti recitative inedite), fotomodella la quale viene ben presto rapita dall'assassino di turno. Linda avvia così le indagini assieme all'ispettore Enzo Avolfi (Brody), detto "New York" perché cresciuto in America.
Fulcro della narrazione diviene però ben presto il personaggio di Enzo e sopratutto la sua dualità con l'assassino, chiamato "Giallo" a causa di una malattia epatica che ne ha così colorato la pelle.
I tempi di "Tenebre" sono però lontani, le sottigliezze psicologiche sono qui un'eco di ciò che erano in passato. Ecco dunque apparire l'assassino interpretato dallo stesso Adrien Brody, truccato con un makeup talmente pesante ed improbabile da farlo somigliare ad una sorta di cugino di campagna del "Bastardo Giallo" di "Sin City"; il rapporto morboso tra i due, inizialmente ricalcato sul classico adagio alla Thomas Harris sulla capacità del detective di entrare nella mente del killer, si trasforma ben presto in qualcosa di più rozzo, ma al contempo forbito. Il classico "trauma" che solitamente caratterizza il killer di turno questa volta viene traslato sul personaggio del poliziotto, il quale da piccolo ha ucciso l'assassino della madre, divenendo anch'egli assetato di sangue; con l'unica differenza che le sue vittime sono a loro volta carnefici. Tematica all'epoca delle ripresa trattata anche nel serial di culto (ed oggi giustamente dimenticato) "Dexter", ma che Argento sfrutta male, lasciandola sempre sullo sfondo a fare da abbellimento ai suoi personaggi.
I quali, protagonista a parte, sono tutti piatti e stereotipati; compreso il killer, che pur privo dei canonici guanti neri non presenta nulla di nuovo, né di particolarmente interessante sul piano della caratterizzazione.




La stanchezza di Argento è avvertibile in ogni scena. Manca vera suspanse, non c'è mai tensione e persino la costruzione della parte procedurale arranca in inquadrature televisive, sottolineate da una fotografia al solito blanda, la quale ha l'unico pregio (del tutto relativo) di non ripresentare quella Torino da cartolina da cinepanettone che fuoriusciva dai fotogrammi di "Non ho Sonno". Persino la violenza latita, lasciata fuori campo, come se il fu maestro del brivido non avesse neanche voglia di riprende gli effetti speciali.




La visione si fa quindi irrimediabilmente noiosa, piatta, essendo perennemente adagiata sui binari del già visto (con tanto di citazione da "Suspiria" sul climax e doppio finale inutile d'ordinanza).
Tanto che alla fine, a proiezione finita, si finisce per scrollarsi di dosso subito quelle immagini blande, quella storiucola condotta alla bene e meglio e quei personaggi piatti.
"Giallo" è un film più insipido ed inutile che brutto. Certo, le cadute di stile non mancano ed i toni sono totalmente sbagliati; ma stretto com'è nella filmografia argentiana tra due abomini del calibro de "La Terza Madre" e "Dracula 3D", finisce irrimediabilmente per fare bella figura; ovviamente per puri demeriti altrui.



EXTRA

Se è vero che gli '00 hanno visto la fine della carriera di Argento come autore degno di rispetto, non si può negare (e lo si fa con grande piacere) come al contempo sempre in quegli anni sia riuscito a creare qualcosa di buono, a dare delle prove che illuminano con una luce benigna la fase più buia della sua carriera.

Tra il 2005 ed il 2006, Mick Garris riesce nell'intento, a lungo accarezzato, di creare una serie televisiva antologica che riunisse i più grandi registi horror in circolazione. Composta da due stagioni, "Masters of Horror" vede la partecipazione, tra gli altri, di John Carpenter, Takashi Miike, Don Coscarelli, Stuart Gordon, Tobe Hooper ed ovviamente Argento, che dirige due episodi, uno per stagione, oltre ad essere esplicitamente omaggiato da John Carpenter in un episodio.



Il primo episodio diretto da Argento, "Jenifer" quarto episodio della prima stagione, è un riuscito spaccato sugli abomini della famiglia e della figura paterna-maschile, godibile nonostante l'estrema prevedibilità.



Il secondo, "Pelts" sesto episodio della seconda stagione, è una vera e propria favola nera contro l'uso di pellicce animali, forte di un immaginario splatter estremo ed incredibilmente disturbante. Nel cast compare anche John Saxon, che torna a lavorare con Argento 24 anni dopo "Tenebre".



Nel 2008, Argento prende poi parte alla promozione del bel videogame "Dead Space".




Oltre ad aver curato un riuscitissimo trailer per il lancio, il regista romano ha anche doppiato uno dei personaggi. Con esiti modesti, ma è comunque da apprezzare lo sforzo.



lunedì 12 giugno 2017

La Terza Madre

di Dario Argento.

con: Asia Argento, Cristian Solimeno, Adam James, Moran Atias, Valeria Cavalli, Philippe Leroy, Daria Nicolodi, Udo Kier, Carolina Cataldi-Tassoni, Jun Ichikawa, Robert Madison.

Horror

Italia, Usa 2007
















Una volta toccato il fondo, non si può che risalire; o scavare ancora più in basso, sino a raggiungere gli inferi più neri. Ed Argento il fondo lo aveva già toccato con "Il Cartaio", quindi con "La Terza Madre" non poteva che andare oltre, passando dal "brutto" sino a sfondare la frontiera del trash più puro.
Perché se già sulla carta l'idea di riprendere quell'immaginario onirico-orrorifico alla base del capolavoro "Suspiria" (1977) e di "Inferno" (1980) a quasi trent'anni di distanza, con il solo scopo di dare una chiusa per creare un'ideale "trilogia delle madri", era un'idea bislacca, dato il pozzo nero di mediocrità che caratterizzava la filmografia recente di Argento, nei fatti ciò che ci si ritrova davanti agli occhi riesce ad andare anche oltre le peggiori aspettative: 97 minuti di puro delirio nel quale nulla funziona, niente ha senso, nessun aspetto della narrazione filmica risulta riuscito, a partire dal soggetto per finire alla messa in scena.



La premessa della storia e la relativa esecuzione sono semplicemente inconsistenti. La Terza Madre del titolo, Mater Lacrimarum, riemerge dalle ombre a seguito del ritrovamento di un suo artefatto, una tunica magica che ne garantisce il potere. Cosa abbia fatto in tutti questi anni e perché abbia bisogno di questo bel vestitino demodè per dar sfogo alla sua mania distruttiva, pur essendo la più potente tra le tre sorelle, non è dato saperlo.
Contro di lei, per modo di dire, troviamo Sara Mundy, interpretata dalla solitamente inespressiva Asia Argento, qui nei panni della figlia di una strega bianca dai quali ha ereditato a sua insaputa i poteri.
E nel frattempo, a Roma, ove sorge la residenza della Terza Madre, pare scoppiare l'Apocalisse.
Già a leggerla, i rimandi della trama sono chiari: Argento, assieme ai quattro (!!!) sceneggiatori (tra i quali figurano Walter Fasano, in realtà montatore per Luca Guadagnino che qui si improvvisa scenggiatore, ed il duo Adam Gierarsch e Jace Anderson, specialisti di horroretti di serie B e C ) pesca a piene mani dall'immaginario di quel John Carpenter che tanto lo esalta, riprendendo l'idea di un artefatto malefico come viatico per la Fine del Mondo da "Il Signore del Male" (1987) e quella di una apocalisse causata da esplosioni di incontrollabile violenza da "Il Seme della Follia" (1994), che, neanche a farla apposta, compongono anch'essi due parti di una trilogia sull'Apocalisse d'autore.



L'immaginario argentiano qui è esile e, ovviamente, ridicolo. Le streghe che invadono Roma, più che a fattucchiere maligne, somigliano ad un gruppo di fans di Loredana Bertè in attesa del concerto della loro diva. La Mater Lacrimarum, interpretata dal corpo di Moran Atias (ex bellona della tv berlusconiana che giusto un anno dopo tornerà in America per prendere parte alla serie televisiva tratta da "Crash" dimostrando inedite doti attoriali), sembra una pornoattrice sfatta e rifatta male, più che l'incarnazione del Male sceso in Terra. L'arco narrativo di Sara vorrebbe riprendere quello del canonico "cammino dell'eroe", ma sembra una parodia involontaria di "Star Wars", con Daria Nicolodi intenta ad un interpretare un falsissimo spirito guida stile Obi Wan, un fin troppo strambo alchimista a fare da mentore ed una Asia Argento che più che una strega che scopre i suoi poteri sembra una casalinga frustrata che non ha voglia di far niente.



Il sabbath finale ha dalla sua anche qualche immagine raccapricciante, ma è montato talmente male che ogni intento disturbante va a farsi benedire in favore del ridicolo involontario. Il quale, nel corso della pellicola intera, tra apparizioni ectoplasmiche malamente interpretate ed eseguite con una computer graphic da discount, scimmie usate come feticcio maligno dalla credibilità inesistente ed assassini calvi che si divertono a fare le boccacce al telefono, non manca di certo.




Ed in quanto a quantità e qualità, il ridicolo viene surclassato solo dalla noia. Il viaggio di Sara non coinvolge, né spaventa; ogni velleità di creare tensione si infrange nel momento in cui la costruzione delle scene si fa basica e stanca, con piani a due ed a tre per i dialoghi, movimenti di macchina inutili e montaggio alla bene e meglio, la suspanse semplicemente non esiste; tolto un unico jump-scare realmente efficace, le scene di paura si riducono al solo sfoggio compiaciuto di violenza per il tramite degli effetti, pur ottimi, del fido Sergio Stivaletti.




In quanto ad atmosfera, visti i precedenti capitoli della "trilogia", era d'obbligo attendersi una cura per la fotografia e le musiche, per ricreare quella sospensione magica e lovecraftiana che ne era il marchio di fabbrica. E invece nulla. D'altro canto, si può mai chiedere ad un film italiano degli anni '00 non diretto da Sorrentino, Garrone o Pappi Corsicato una cura per le luci? Ovvio che no ed Argento, forse, neanche ci tiene a far rivivere i fasti del suo pur glorioso passato. In compenso, decide di fondere la narrativa filmica con il fumetto per dar vita all'antefatto, narrato tramite tavole statiche; ma la qualità delle stesse è talmente bassa che sembrano uscite dal magazzino scarti della Bonelli, vanificando ogni volontà di evocare sensazioni sinistre mediante immagini fisse; a conti fatti, sono molto più disturbanti i quadri d'autore montati sui titoli di testa, ma si sa come sia sempre facile ottenere ottimi risultati rubando il lavoro di un altro.



Se a farla da padrone nei due capitoli precedenti era il gusto per la sperimentazione, narrativa e visiva, "La Terza Madre" è invece quanto di più canonico e fiacco si possa immaginare; non possiede immaginazione che non sia ridicola, non ha idee che non siano brutte, né risvolti della storia che non siano inutili; non per nulla, si chiude con un'immagine che rappresenta perfettamente ciò che è: Sara, assieme ad un poliziotto spuntato dal nulla nel terzo atto, ridono allegramente dinanzi ad un compositing in green-screen palesemente falso, appiccicato alle loro spalle con lo sputo. Sono i personaggi inconsapevoli di una farsa che si prende sul serio, di un film trash che vuole essere d'autore, di un thriller che è in realtà commedia involontaria.
Di una pellicola, in sostanza, brutta, sciatta ed inutile, che segna il punto più basso che Argento abbia mai toccato. Almeno fino al mitologico "Dracula 3D" (2013).



lunedì 15 maggio 2017

Il Cartaio

di Dario Argento.

con: Stefania Rocca, Liam Cunningham, Silvio Muccino, Claudio Santamaria, Fiore Argento, Cosimo Fusco, Mia Benedetta.

Thriller

Italia 2004
















---CONTIENE SPOILER---

Essere ancora considerato il "Maestro del cinema horror italiano" e, in generale, un maestro del "genere" a quasi vent'anni di distanza dall'ultima prova più meno riuscita, è, inutile negarlo un'esagerazione. E negli anni '00, Argento rappresentava anche qualcosa di più. In un panorama desolato e desolante come quello del cinema italiano, dove a farla da padrone erano (e per certi versi, nonostante tutto, ancora sono) la commediola becera ed il drammone idiota, vedere un regista avvicendarsi con il genere dava una sensazione di straniamento. Perchè, tolto Alex Infascelli, Argento era davvero l'unico regista italiano che seguiva una sua filosofia e si dedicava unicamente a dirigere pellicole thriller ed horror.
Ma dinanzi al pasticcio denominato "Il Cartaio", ogni volontà di trovare qualcosa di buono in tale filosofia viene annichilito. Perché se "Non ho Sonno" almeno regalava qualche intuizione interessante e alcuni richiami al passato ed "Il Fantasma dell'Opera" aveva dalla sua i buoni valori produttivi, "Il Cartaio" è semplicemente un film vuoto sin oltre i limiti del vacuo, dove non c'è davvero nulla che giustifichi la visione.



A partire dalla trama, dalla premessa esilissima e condotta con il pilota automatico, con tanto di buchi di sceneggiatura ad hoc per far progredire il tutto.
Un killer ricatta la polizia con un gioco sadico: un poker via Internet dove in palio c'è la vita della vittima di tutto. Sulle sue tracce si mettono la poliziotta Anna Mari (Stefania Rocca), il poliziotto di Londra di stanza a Roma John Brennan (Liam Cunningham, ancora giovane e lontano dal vestire i panni del "cavalier cipolla" di "Game of Thrones"), di origine irlandese quindi alcolizzato (!), ed il giovanissimo mago delle carte Remo (Silvio Muccino fratello di, che qui riprende il suo ruolo abituale di giovinastro amante delle canne e delle stronzate).
Una storia che si regge su di una premessa da puntata di telefilm polizesco tedesco anni '90 e condotta senza guizzi. Argento si misura con il thriller alla procedural drama, con la polizia come protagonista assoluta e sembra essere rimasto immune alle mode: non c'è unione del registro poliziesco con quello horror, come invece di solito accadeva di sovente in quegli anni. Il che non è un bene: l'atmosfera latita e non si ha mai davvero la sensazione di assistere ad un film diretto dall'ex Maestro del Brivido.



Con due protagonisti come la Rocca e Cunningham (senza contare anche Claudio Santamaria), la recitazione, per una volta in un film di Argento, si attesta su buoni livelli; sarebbe quindi stato lecito aspettarsi anche una caratterizzazione adeguata dei personaggi; che puntualmente non c'è.
La poliziotta Anna Mari è evanescente; pur colpita dal lutto del padre, ex accanito giocatore d'azzardo e suicida per debiti, non ha un arco narrativo vero e proprio e il suo rapporto ambiguo con il killer stenta ad ingranare e per questo non è mai credibile.
John Brennan è invece lo stereotipo dello sbirro irlandese: un ubriacone che canta "Oh Danny Boy" prima di addormentarsi sbronzo, punto, nulla più.
La loro storia d'amore è talmente forzata e scontata al punto di risultare non solo poco credibile, ma di venire addirittura obliata dallo stesso film, che da un certo punto in poi pare dimenticarsene. Quando poi viene inserito un doppio finale, ancora più posticcio di quello di "Opera" e al solo fine di dare una strizzatina d'occhio "rosa" ai due, il ridicolo involontario si unisce al fastidio in una sinergia unica.



La maggior parte dello sviluppo narrativo avviene con i personaggi messi dinanzi allo schermo del pc a guardare le animazioni delle carte che girano, mentre la violenza, caso più unico che raro, viene lasciata per quasi tutta la pellicola fuori scena, mai inquadrata dalla webcam del killer o dalla macchina da presa, fatte salve un paio di scene di autopsia dei cadaveri.
La tensione dovrebbe essere creata dal gioco, un pò come avviene in una vera partita di poker, dove ogni giro di carta fa scendere un brivido lungo la schiena, ma qui non porta che agli sbadigli. Non che Argento provi a sforzarsi più di tanto: tolta l'idea, usata in un'unica scena, di sovraimporre il viso del giocatore allo schermo della partita, i suoi virtuosismi qui latitano, tutta la messa in scena è a camera fissa, salvo qualche sporadico e svogliato movimento di macchina; il montaggio è elementare e persino la fotografia, dall'ignobile tinta grigia, fa somigliare il film ad una produzione televisiva di quart'ordine. Nessuna immagine, scena o sequenza evoca vera tensione, da cui consegue una noia mortale per tutta la durata.



Le uniche sequenze a reggere la visione sono, guardacaso, due sequenze di morte: quella di Silvio Muccino, trucidato per la gioia dei detrattori, e quella del poliziotto Brennan, unica concessione alla violenza. Benché prive di vera tensione, sono le sole nelle quali si ha la sensazione di assistere ad un thriller vero e proprio piuttosto che all'episodio di uno sceneggiato da quattro soldi. Andrebbe citata anche la scena dell'attacco del killer presso l'abitazione della Mari, ma è talmente blanda da non suscitare alcuna emozione. E da sole, queste due sequenze non riescono a risollevare le sorti di un film talmente blando da portare allo sbadiglio. Quando, ovviamente, non porta alla risata involontaria.



Perché lo snodo narrativo principale, il colpo di scena per cui le morti sono in realtà registrate, è intuibile sin dal primo minuto e quando arriva allo spettatore non resta che colpirsi la fronte per la lentezza cognitiva dei personaggi.
Quel che è peggio, un tale colpo di scena si inserisce a stento nello sviluppo della storia: se tutte le morti sono registrate, il killer non può sapere come si svolgerà la partita; è truccata anche questa? Non è dato saperlo. E nel caso in cui la partita sia truccata, come fa il killer a prevedere le mosse della polizia? Sopratutto come può nella scena in cui in palio c'è la vita della figlia del questore? Come fa a salvarsi se è tutto una finta?
Evidentemente tali quesiti non interessano né ad Argento, nè allo sceneggiatore. E lo spettatore non può che ridere.



Tanto che alla fine, le uniche emozioni che si provano in un ora e trentanove interminabili minuti sono la noia mortale ed un compatimento verso un regista che era, allora come ora, una reliquia di altri tempi, un autore che cercava in tutti i modi di esprimere il suo stile e la sua visione senza mai riuscirci davvero. Forse perché quel talento di cui era dotato si è esaurito del tutto.




EXTRA

Quando si parla di casualità nel ridicolo involontario, "Il Cartaio" può vantare un esempio da manuale.
Nei panni di uno degli hacker della polizia troviamo Carlo Gabardini, che a quell'epoca già interpretava l'hacker e nerd Olmo in "Camera Cafè".




Forse il Ghesizzi arrotondava il magro stipendio per le C-14 lavorando per la polizia senza che nessuno in azienda se ne sia mai accorto?

venerdì 7 aprile 2017

Non ho Sonno

di Dario Argento.

con: Max Von Sydow, Stefano Dionisi, Chiara Caselli, Gabriele Lavia, Rossella Falk, Roberto Zibetti.

Thriller/Splatter

Italia 2001















Le delusioni cocenti, anche al botteghino, prodotte da "La Sindrome di Stendhal" (1996) e sopratutto "Il Fantasma dell'Opera" (1998) forzano Argento a tornare sui suoi passi, ad abbandonare le aspirazioni fantastiche e la decostruzione narrativa per rifarsi a quel classicismo che tanto successo gli aveva portato nei primi anni della sua carriera. Classicismo del "giallo" che in "Non ho Sonno" torna anche sotto forma di rimandi diretti; il periodo in cui è stato diretto è difatti essenziale: tra la fine degli anni'90 ed i primi anni zero, il post-modernismo citazionista di "Scream" (1996) aveva influenzato praticamente ogni singola produzione horror ed il thriller all'italiana, con "Non ho Sonno", si affianca a questa corrente, pur essendo ridotto, sul piano produttivo, ai soli exploit del regista romano e di qualche giovane regista privo di vero talento (vedi Alex Infascelli).




Citazionismo che appare sin dalle premesse della trama: nel 1983, una scia di delitti insanguina Torino. Circa 20 anni dopo, nonostante il ritrovamento del cadavere del killer, uno scrittore di gialli affetto da nanismo, il massacro ricomincia, cosicché l'anziano ex ispettore Ulisse Moretti (Max Von Sydow), affiancato dal figlio di uno delle prime vittime ormai cresciuto, Giacomo (Stefano Dionisi), decide di riaprire le indagini.



Tornano, in un modo o nell'altro, tutti i topoi che resero celebre il thriller argentiano: l'ambientazione torinese, la filastrocca che unisce i delitti come la nenia infantile e la marionetta di "Profondo Rosso" (1975), uno scrittore che si fa assassino come in "Tenebre" (1982) e il protagonista investigatore anziano affiancato da un parrocchetto come Donald Pleasance in "Phenomena" (1985); torna anche Gabriele Lavia, in un ruolo speculare a quello del thriller del '75, così come le musiche dei Goblin a sottolineare gli omicidi, la cui brutalità ed esecuzione ricalca talvolta quelli già visti nei precedenti exploit.
Ma quella di "Non ho Sonno" non è una forma di post-modernismo furba che cerca di svecchiare il canone, quanto la riproposizione ad arte di una formula collaudata. I tempi, però, sono cambiati e si vede: tutto è depotenziato, privo di mordente ed esteticamente blando.




A partire dalla sceneggiatura, pur curata niente meno che da Carlo Lucarelli, la cui struttura vorrebbe essere complessa, ma lo è solo in apparenza: la linearità è totale nella narrazione, la moltiplicazione di punti di vista e di incipit totalmente inutile. Incolore è anche la caratterizzazione dei personaggi: Ulisse Moretti vive di qualche cliché sulla vecchiaia e riesce a stare in piedi per lo più grazie al carisma di Max Von Sydow, al solito eccellente. Ma tutti gli altri personaggi sono macchiette, a partire da Giacomo, al quale la performance assonnata di Dionisi nega ogni forma di credibilità. Peggio di lui fanno solo la Caselli, evanescente e messa lì giusto per creare una forzatissima ed inutile love-story, e Roberto Zibetti, talmente inespressivo e fuori posto da sprofondare spesso nell'imbarazzo più puro.



La mano di Argento vacilla, non riesce a creare tensione e finisce per affidarsi totalmente agli effetti di Sergio Stivaletti per instillare lo shock al posto della suspanse; e come conseguenza il film diviene solo una sarabanda di effettacci granguinoleschi, alcuni dei quali anche mal fatti. Allo stesso modo, la musica dei Goblin è blanda, non incute timore, né affascina, resta sempre sullo sfondo delle immagini.




Immagini che la fotografia di Ronnie Taylor appiattisce in modo incredibile: la Torino che fa da sfondo alla vicenda è solare ed allegra, in contrasto totale con le pretese da thriller morboso; ed è, manco a dirlo, la parodia di quella vista in "Profondo Rosso". Mentre il ritmo è inutilmente lento, tanto che a dispetto del titolo, la sonnolenza talvolta fa capolino.




In generale, tutto il film è l'ombra sbiadita del cinema argentiano che fu: tutti i suoi luoghi comuni tornano senza subire effetto alcuno, tutti i suoi trucchi non funzionano o non impressionano, mentre l'estetica ricercata e raffinata manca del tutto.
Cosicché "Non ho Sonno" finisce così per essere il perfetto manifesto dell'odierno cinema di Argento: una parodia, blanda e priva di mordente, di qualcosa che un tempo fu grande.

lunedì 20 marzo 2017

Il Fantasma dell'Opera

di Dario Argento.

con: Asia Argento, Julian Sands, Andrea Di Stefano, Nadia Rinaldi, Carolina Cataldi-Tassoni, Istvan Bubik, Lucia Guzzardi.

Italia 1998

















Il fascino innegabile di quel piccolo capolavoro letterario, non ascrivibile alla sola letteratura di genere per quanto ad essa vicina, che fu "Il Fantasma dell'Opera" di Gaston Leroux è sempre stato presente nella filmografia argentina; basti pensare alla scuola di danza di "Suspiria" (1977), i cui sotterranei celano un "mostro" che perseguita la giovane protagonista; così come il quasi omonimo "Opera" (1987), nel quale i riferimenti al romanzo, a partire dall'ambientazione, sono più marcati, al punto che basterebbe sostituire il killer di turno con un musicista mascherato per trasformarlo in una trasposizione vera e propria.
L'adattamento di Leroux era quindi una tappa obbligata per il (fu) maestro del brivido italiano; ed è un peccato che sia arrivato solo nel 1998, ossia quando la sua creatività fosse già esaurita. Tant'è che distanziandosi in parte dalle pagine del romanzo, Argento crea una trasposizione piatta, noiosa, priva di mordente e che cerca di catturare l'attenzione per il solo tramite degli effettacci gore di Stivaletti (comunque di ottima fattura) e dello sfarzo di scenografie e costumi.



Di fatto, il budget di 10 milioni di dollari, assicurati dalla produzione Medusa dell'amico Berlusconi oltre che per il tramite dei finanziamenti statali, gli permette di avere costumi e sfondi che non fanno fanno rimpiangere i classici. Così come la fotografia di Ronnie Taylor, che già aveva illuminato le location di "Opera" oltre ad aver eseguito le splendide immagini del "Barry Lyndon" (1975) di Kubrick, cerca di creare un'atmosfera onirica ed ipnotica. Eppure nulla riesce, sopratutto a causa della mano stanca del regista.
Il confronto con i precedenti adattamenti è d'obbligo, visto la loro influenza sulla Settima Arte tutta. La versione del 1925 di Rupert Julian è in tal caso ineguagliata: Lon Chaney riusciva davvero a creare un personaggio violento e dolente, perfetto mix di vittima degli eventi e spietato macchinatore di carneficine. Così come "Il Fantasma del Palcoscenico" (1974) di De Palma (anch'esso fotografato da Taylor) riusciva nell'impresa di rileggere in chiave post-moderna e rock il classico, riplasmando la figura del Fantasma come quella tragica di una vittima di un vero mostro.
Argento dal canto suo tenta un'operazione simile: il suo Fantasma è violento, ma anche estremamente romantico, non ha una vena di vera cattiveria, quanto modi bruschi. Il vero mostro, anche qui, è un altro, l'Ammazzatopi, promosso a villain vero e proprio nel terzo atto, in una inversione di ruoli netta, quasi burtoniana. Il che sulla carta è interessante e originale, ma nell'esecuzione si rivela a dir poco ridicolo.



Il Fantasma di Argento non è deforme, né sfregiato; è anzi un sex symbol da copertina i cui unici difetti fisici pare siano dovuti ad una sua inimicizia con il barbiere; non si capisce cos'abbia di diverso, di oscuro, del perché viva nelle caverne sotto l'Opera o perché non esca allo scoperto tra le strade di Parigi; perché, in sostanza, debba rappresentare una sorta di fascinoso lato oscuro dell'essere. Fatto sta che per cercare di dare al tutto un taglio più gotico, Argento, visto che già aveva adocchiato la filosofia di Burton, copia l'incipit dello splendido "Batman Il Ritorno" (1992) e lo trasforma in una specie di uomo-topo, per il solo fatto di essere stato cresciuto dai topi, che qui sono improbabili "creature delle tenebre". E sempre visto che ormai c'era, lo fa anche muovere come il Batman di Burton, con tanto di mantello usato per planare verso la bella, alla disperata ricerca di una forma di stile non sua. L'ultima stoccata viene data dal casting: Julian Sands ha sicuramente fascino, ma è espressivo quanto un merluzzo sotto sale, non riuscendo mai a dare il carisma necessario al personaggio.




Di meglio non va certo con gli altri due elementi del triangolo amoroso. Christine è Asia Argento e le sue doti recitative sono al solito scarse; a questo bisogna poi aggiungere il fatto che non sembra abbastanza giovane per la parte. Mentre nel ruolo di Raoul troviamo Andrea Di Stefano, ancora acerbo nella recitazione (aveva esordito appena l'anno primo ne "Il Principe di Homburg" di Bellocchio) ed è qui che torna ad affacciarsi il ridicolo involontario: con trucco e parrucco alla Lord Byron, è un gentiluomo ben più tenebroso lui del fantasma del titolo.




La love-story tra i tre e quanto di più forzato e blando si possa immaginare; il primo incontro tra il Fantasma e Christine viene ambientato in un corridoio qualsiasi ed enfatizzato come se lui fosse un comune gentiluomo di passaggio; senza alcun motivo apparente, tra i due sembra esserci una sorta di connessione psichica, che da metà film in poi scompare, forse perché anche Argento si era reso conto che vedere Christine confabulare da sola come se avesse un anacronistico cellulare era inguardabile.
Il ruolo di Rauol è inconsistente e la bella si rende conto di amarlo di punto in bianco, dopo appena una chiaccherata alla buona. L'attrazione verso il Fantasma comincia a svanire di punto di bianco, giusto perché lui ad un certo punto decide di non portarla con sé mentre architetta il piano per togliere di mezzo la Carlotta (interpretata da Nadia Rinaldi, l'unica attrice in parte, il che è tutto dire), come se anzicché pensare come una donna del tempo, fosse in realtà una ragazzetta cresciuta guardando i programmi di Maria De Filippi; se a ciò si aggiunge la caratterizzazione sbagliata del Fantasma, ci si rende conto di come il tutto sia privo di senso, rendendo la visione oltremodo fiacca.




Ma per fortuna a salvare dalla noia ci pensa l'onnipresente ridicolo involontario. Le risate sono assicurate quando Argento decide di far muovere l'Ammazatopi ed il suo aiutante nano su di un trabiccolo da Ghostbusters dell'era steampunk del tutto fuori luogo in una pellicola che vorrebbe essere un horror romantico e che risulta ridicolo anche quanto volontariamente ironico, prova della totale mancanza di polso del regista. Ridicola è pure la comparsa di Edgar Degàs, che si aggira in qualche inquadratura per dare alla storia una blanda forma di verosomiglianza. Ancora più ridicole, le sequenze oniriche, con le visioni di un Asia Argento che vorrebbe essere angelica ma che sembra uscita dalla reclame di una rivista osè; così come ridicole sono le inquadrature in compositing, con un green screen talmente falso da far sembrare il tutto l'opera di un gruppo di cineamatori del sabato sera.



Mentre persino la tensione latita; inutile cercare di appassionarsi ai personaggi secondari, del tutto inesistenti, o alla loro dipartita; le sequenze di morte sono solo uno showcase di effetti speciali, nulla più. Tanto che persino defiinire questo pastiche di ambizioni malriposte come "horror" appare fuorviante.
E alla fine della visione non resta nulla, se non la noia e la certezza di come Argento riesca a scendere sempre più in basso man mano che gli anni aumentano. Tanto sarebbe valso ritirarsi a vita privata già all'indomani di questa cocente delusione.